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lavoro pubblicato sabato 1 novembre 2014
ultima lettura lunedì 23 novembre 2020

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Special Pilot

di vennyrouge. Letto 732 volte. Dallo scaffale Fantascienza

aveva agganciato l’immagine dell’assembramento. Pigiò col pensiero il pulsante di lancio del missile. Una scia bianca si materializzò sotto le ali del velivolo.......

Special Pilot

(Pilota Speciale)

*

Si avvertiva sereno. Lo schienale di pelle nera accompagnava il profilo della testa e la cupola sovrastante era linda. Le turbine elettriche risuonavano all’unisono nel condotto roccioso utilizzato per il decollo. Era assai piacevole percepire la potenza dei getti. La voce rassicurante dell’istruttore giunse nella corteccia cerebrale pronta a consigliarlo: ‹ Bravo! Agisci con calma e presta attenzione: sei ancora all’interno della grotta ›. Sul lato interno della visiera, in angolo a destra, poteva valutare i dati utili al volo. Velocità del vento. Provenienza. Carburante. Numero dei giri. Una piccola rosa dei venti tridimensionale indicava lo spostamento. ‹ Adesso non spaventarti. Per uscire dovrai dare più manetta ›. Disse la voce. Una lieve pressione sul gas e i motori cominciarono a fischiare. Gli piaceva quel sibilo! Pareva non potesse aumentare oltre. Invece, era poco sopra al minimo. Di fronte, oltre l’apertura, le onde di un mare in perenne tempesta si frangevano con forza sulla scogliera creando risacca. Il cielo era di colore grigio, tanto quello delle acque. Quasi non riusciva a distinguere lo stacco. Il pilota speciale Court non vi aveva fatto il bagno in tutta la vita. Tentennava davanti a quello spettacolo della natura e non era certo di quale energia imprimere ai rotori. Soprattutto non desiderava rischiare di darne troppa. Perché, nel caso vi fosse incorso, avrebbe finito per allontanarsi dal campo di battaglia. Se ne stava là, prestando attenzione al sibilo e a guardare le onde, attendendo il momento adatto per librarsi. ‹ Allora? Ti decidi?›. Lo incalzò la voce:‹ Forza! Non avere paura dei frangenti! ›. Il sibilo delle motrici aumentò di poco. ‹ Dovrai mantenerti in linea retta per dieci miglia, accelerando a mach uno. Dopo, occorrerà compiere una virata larga e costante sulla sinistra. Tra venti minuti sarai sui crepacci. Non puoi sbagliare! ›. Disse l’istruttore. Un flutto esplose e risalì il condotto arrivandogli addosso. Il velivolo parve arretrare e non fosse per la copertura in plexiglas, sarebbe stato un guaio. ‹ Lo vedi?› Risuonò l’avvertimento dentro la testa. ‹ L’equilibratore è attivo. Puoi stare tranquillo. Si regola automaticamente tenendoti in assetto. Tuttavia, non ti servirà a nulla restartene impalato! Libera la pista, adesso... ›. Court, diede nuova manetta e gli scogli scomparvero in fretta anche dalle immagini delle telecamere piazzate sulla coda posteriore. Sotto di lui, a pochi metri dalla carlinga, il mare pareva essersi rasserenato e somigliava a una tavola piatta. Court sapeva che così non era. Se avesse urtato a quella velocità, avrebbe trovato la superficie, dura, tanto quanto un muro di cemento armato o a una spessa lastra d’acciaio per effetto della velocità. Purtroppo era necessario muoversi sul pelo, in maniera da non essere visibile ai radar nemici. ‹ Bravo!› Lo rassicurò la voce rimasta a terra. “Era facile a dirsi, era alla sua prima missione e aveva paura.” A ogni modo la superiorità tecnologica del popolo al quale apparteneva era davvero indiscussa. Aveva di che stare tranquillo. Nulla di avventato. Quanto lo intimoriva risiedeva nella duttilità di quell’apparecchio. La tecnologia adoperata era assai evoluta e non poteva permettersi errori. Gli insegnanti erano stati chiari. E non era cosa semplice badare a tutti gli strumenti e scegliere senza eccezione di fare la cosa giusta. ‹ Bene, quando arriverai alla catena montuosa, dovrai calare la velocità. - Attento a non essere precipitoso ›. Disse l’istruttore. Era vero! Fra pochi istanti avrebbe diminuito la propulsione e fatto con una certa dolcezza per non morire schiacciato con la decelerazione. Si accinse a eseguire, ponendo termine alla pace e silenzio il quale aveva attorno, sostituendolo con il fragore della battaglia. La manovra d’avvicinamento dunque incominciava. Fece attenzione a individuare nel panorama povero il grosso canyon che l'avrebbe portato al luogo della battaglia. Ritenne che inserire il pilota automatico lo avrebbe aiutato. ‹ No! Devi farcela da solo!›. Precisò la voce. Lasciò andare cercando di rilassarsi. Era tra le strette pareti verticali del canalone. Operava sul beccheggio e sull’assetto laterale del mezzo, per evitare le escrescenze rocciose ma gli pareva d’essere troppo veloce. ‹ No! Non lo sei!› Lo assicurò l’operatore. ‹ Diamine! Non lo lasciavano mai solo!Ascoltando tutti i suoi pensieri!›. Pensò, cancellando immediatamente la frase dalla testa. – Non era del tutto riguardosa. ‹ Rammenta Court. Siamo in guerra e dobbiamo essere veloci a muoverci. La vita degli altri, il successo, dipende da quanto farai e cosa!›. Alcuni pezzi di roccia andarono in frantumi di fianco all’apparecchio, colpiti dai proiettili della contraerea nemica. ‹ Maledetti! Sono qui!› Strillò Court mentalmente. ‹ Hai capito perché devi stare attento?›. Disse la voce. ‹ Sì, si!› Rispose Court, mentre era intento a tirare in quota l’intero aeroplano. ‹ Dai! Mostrami un bel giro della morte e staniamo la postazione! Puoi farcela ›. Da buon pilota qual era, Court eseguì l'ordine, avendo cura di ultimare la manovra andando a disporsi in maniera da tenersi di mano per lanciare il missile sulla postazione. Non era ancora così preparato da riuscirci con un’unica operazione. Dovette, perciò compiere una correzione e indietreggiare. I motori sibilarono a tutta potenza e grossi ciottoli parvero strapparsi dal costone e schizzare via. Arretrò ancora un poco. Diversamente la deflagrazione l'avrebbe raggiunto. Quelli dell’avamposto erano pronti per abbatterlo. Le canne fumanti costruite su un semovente a forma di aracnide erano puntate. Fra qualche istante i loro razzi l’avrebbero ridotto in pezzi. Sul mirino elettronico apparve il colore verde. Il collimatore aveva agganciato l’immagine dell’assembramento. Pigiò col pensiero il pulsante di lancio del missile. Una scia bianca si materializzò sotto le ali del velivolo. Il missile era partito e l’esplosione liberò in aria una nuvola di fuoco. Il fortino raggiunto dalla carica di gas liquido, bruciò completamente in pochi istanti. ‹ Bravo, ben fatto Court. Hai superato la prova! Sei uno dei nostri piloti adesso. Onore e gloria a te!›. Disse l’istruttore. ‹ Onore e gloria al monarca!›. Rispose Court prima di rimettersi in marcia, questa volta procedendo alto. Quanto bastava per avere manovra. Gli ordini erano chiari: “Liberare con ogni mezzo il canyon dal nemico”. E Court si diede da fare. Confortato dal fatto di appartenere a pieno titolo alla famiglia e che velivolo gli apparisse in assoluta sintonia. Tanto più lo guidava questo si assimilava con lui. Adesso riusciva a percepire il movimento delle ali sul proprio corpo. Credeva di essere diventato una creatura alata tanto era forte la simbiosi. Lo avevano istruito durante la scuola, dicendo a tutti loro: ‹ Comanderete il vostro apparecchio grazie al piccolo computer istallato a livello subcorticale nel vostro cervello e questi ubbidirà docile come un agnello. Verrà il momento, in cui sarete una cosa sola. ›. Court avvertiva che tale simbiosi si era già realizzata. “Possibile, fossero arrivati tanto rapidamente a quel punto?” Si domandò prima di tornare a darsi da fare: la sua squadra aveva urgente bisogno di lui! Fu allora che scorse sulla destra una postazione rivale. Era nascosta in una cavità lungo la parete. Sparò il secondo razzo senza quasi pensare. La testata frantumò buona parte del costone e con questa anche l’avamposto. Ora provava inebriante l’azione, arrivare in pochi istanti sul nemico e fermarsi sopra con rotazioni e marcia all’indietro, prima di esplodere il colpo. Peccato però, che non trovò altri distaccamenti. Riprese il programma di lavoro, indirizzando a Est. In direzione del campo di battaglia. Lo trovò alla fine del budello pieno di fumi. Controllò l’altimetro. Circa cento piedi. ‹ Bene ›. Disse. ‹ Le macchine del nemico non arrivavano a più di ottanta. C’era abbastanza margine ›. Entrò nello slargo lentamente e si diede da fare per mantenere aperto il passaggio con rapide raffiche di mitragliatrice. Se pur tirate a casaccio, avrebbero aumentato la confusione nell’avversario. Un segnale acustico lo avvertì. Un caccia nemico era nei pressi. Alcuni istanti e la luce verde sul visore si accese, indicando che il sistema automatico di retro puntamento lo aveva agganciato. Doveva averlo capito anche il pilota avversario, di essere attaccato, perché tentò di sfilarsi con una repentina, quanto inutile virata. Il razzo lo centrò, e i pezzi, franti in terra, si aggiunsero alla quantità di metalli presenti. ‹ Bravo ragazzo. Complimenti!›. Tornò a sostenere la voce dell’istruttore. Adesso Court aveva un solo razzo da impiegare e la missione sarebbe finita. Nella nebbia scura e velenosa, creata da esplosioni e susseguenti boati, non si vedeva molto. Court si concentrò sulle immagini filtrate all’infrarosso. Su grossi cingoli, un potente carro armato nemico procedeva seguendo il perimetro circolare del campo. Pareva indenne da gravi danni e tra breve sarebbe piombato sulla retroguardia. L’idea che balenò fu semplice e in parte, folle. Lo avrebbe battuto incontrandolo di fronte e dal basso. Era l’unica cosa da fare se ambiva distruggerlo con il colpo rimasto. L’istruttore, non disse nulla leggendogli il pensiero, avvertendosi incerto sul da farsi. Ci fu un istante di silenzio, in cui entrambi avvertirono la presenza dell’altro a miglia di distanza. Il pilota comprese che il fatto poteva costituire una rivincita morale inaspettata. Alla base potevano esaminare la sua mente. Conoscere se provava fame. Stress. Pressione sanguigna e perfino se doveva urinare. Conoscevano in anticipo le sue stesse emozioni. Questa volta, invece, aveva sorpreso almeno uno di loro, scegliendo per primo. Era in anticipo sul mentore che, a questo punto, s’impegnava a riassumere e a convalidare le idee del pilota. “ In definitiva: disponeva sull’istruttore”. Si avvertì raggiante, tuttavia cercò di non fare emergere quel pensiero. “Non sarebbe stato saggio e neppure carino nei suoi confronti”. Rotò l’apparecchio di novanta gradi sull’asse della carlinga, portando le ali in perpendicolare al terreno. In quella posizione si accorse di perdere quota. Modificò d’altrettanta misura la coda con i propulsori, tornando subito a livello. A quel punto spinse sulle manette. Si sarebbe dovuto occupare unicamente, di mantenere l’apparecchio all’interno della cinta di battaglia e accelerare quanto più poteva. Badando all’altimetro e al radar. In altre parole, l’unico strumento in grado di avvertirlo dei bernoccoli in pietra, presenti sui rilevi ai lati del campo. Avvertì l’accelerazione stordirlo alle tempie. Un segnale acustico, sempre meno distanziato, lo ragguagliava sull’andamento del pesante veicolo. Attese col collo proteso in avanti che diventasse continuo pazientando fino all’ultimo istante. Era tornato il silenzio attorno. Court fu grato a quel carro. Fosse dipeso da lui, avrebbe preferito una vita diversa. Amando vivere libero e nella campagna. Nel breve periodo impiegato ad arrivare al blindato aveva raggiunto la barriera del suono. L’impatto con il razzo lanciato sotto la pancia era stato letale. Court, al momento era inseguito dall’onda d’urto e dai pesanti pezzi metallici deflagrati, i quali avrebbero potuto raggiungerlo anche a quella velocità. Tuttavia, non appena rimesso in assetto il velivolo, disse soddisfatto: ‹Allora, mister - come prima missione. Niente male, eh?›. Certamente, una volta tornato alla base, gli avrebbero tributato gli onori. ‹ Bravo, bravo! Sei stato bravissimo. Non ho parole. Sei stato il migliore. Ora rientra ›. Disse l’istruttore e Court, annuì. La battaglia per oggi era finita. Non restava che terminare il cerchio di volo. Non più di una quindicina di minuti e avrebbe rincontrato i compagni d'armi. Domani avrebbe avuto un’altra missione ma sarebbe stato diverso. Era un vero pilota. La dura sfida per diventarlo, era terminata. Sotto la carlinga, osservava alternarsi crateri e picchi di roccia innevati. Non conosceva gli alberi, perché non li aveva mai visti. Non che mancassero sul pianeta. Unicamente in quella zona erano andati distrutti negli scontri con le fazioni nemiche. Atterrò all’eliporto militare di mare alle diciassette pomeridiane che sole era già calato. Purtroppo alle diciotto il personale tecnico non era ancora andato a prelevarlo dall’apparecchio. Non era nella prassi tanta attesa e lui, vero pilota di caccia, meritava più attenzione. – In fin dei conti, era stato lui a distruggere quel grosso carro armato e per giunta alla prima missione! “Avrebbero dovuto avere più considerazione!” Court pensò alla ricompensa, la quale gli sarebbe venuta da diritto e attese, buono, il suo turno. Limitandosi ad adocchiare i piloti rientrati dalle altre battaglie. Ognuno aspettava all'interno dell’ampolla in quegli angusti mezzi, lunghi meno di cinque metri. Alla fine Court decise di lamentarsi. Abbaiò qualcosa nel ricevitore: ‹ Venite subito a prendermi. Grazie!›. Disse. Purtroppo non accadde nulla. Tornò a sbraitare nervosamente dopo altri venticinque minuti. Da un'ora e mezza era ancora rinchiuso là dentro. L’aria gli mancava e non ne poteva veramente più. La scarica elettrica lo colpì all’improvviso. Il dolore provato fu lancinante. I muscoli del collo si rattrappirono e la mandibola si serrò sulla lingua. Quasi svenne! “Ecco adesso lo punivano.” Pensò. ‹ Ingrati! ›. Urlò senza che nessuno lo udisse. Il suo istruttore doveva essere smontato dal turno e chissà a chi l’aveva affidato. Sperava che fosse cambiata qualcosa nella propria vita con il conseguimento del brevetto. “Macché; tutto inutile”. Dovette, amaramente costatare. “Il padrone intendeva comportarsi al solito modo ed era ingiusto.” Si mise a piangere, ma ugualmente nessuno venne a liberarlo. Non ebbe cognizione per quanto tempo rimase serrato. La calotta oblunga si aprì all’improvviso e due mani, protette da robusti guanti di gomma, cercarono di afferrare la testa di Court: cane maschio pastore, di colore bianco. Pilota ufficiale, in servizio del Reparto Speciale Tecnologico Avieri. Lui, però, arrabbiato com’era addentò quelle membra, finendo di giocarsi anche l’osso ricevuto in premio. Domani avrebbe avuto un altro giorno di lavoro in mezzo a tanti avieri, dal naso lungo, umido e scuro in punta, quanto il suo. - Purtroppo, non poté essere così. ‹ Troppo nervoso quel cane. Sopprimetelo! È un ordine!›. Disse il comandante medico e la vita di Court cessò quella notte.

© Veniero Rossi



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