ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 28 ottobre 2014
ultima lettura domenica 2 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La torre faro

di hoppertamer. Letto 556 volte. Dallo scaffale Storia

Una storia di proteste e rivoluzioni a tempo di twist. Come si arrivò dal "tarlo delle banane" alle battaglie per i diritti degli operai.....

A proposito del signor Romano Lanzetti è necessario che io spenda solo qualche parola.
La cosa di lui che più colpiva un osservatore era sicuramente la sua straordinaria statura. Era alto quasi due metri, ma di corporatura esile, fin troppo sottile, magro a tal punto che due mani, stringendolo in vita, si sarebbero potute incrociare. Per via di questa corporatura, assumeva camminando un'andatura ondeggiante, poiché a ogni passo egli doveva per forza flettere le ginocchia e distendere le lunghe gambe. Questa regolarità, questo dondolìo, con la schiena curva e la testa sempre abbassata verso la strada, aveva un che di ipnotico.
Era quasi calvo. I pochi, sottili capelli che circondavano la testa nuda erano però pettinati e bagnati di brillantina ai lati. Possedeva un naso lungo e appuntito, troppo grande perché risultasse equilibrato nel resto del viso emaciato, e un vistoso neo sporgente dal mento. Aveva anche un grosso pomo d'adamo, che sembrava incastrato nel collo.
Romano Lanzetti era un uomo molto semplice. Vestiva sempre alla stessa maniera, e grossolanamente. Portava un paio di pantaloni in jeans, una camicia - solitamente a quadri grossi - dalla quale si poteva intravvedere la canottiera bianca, e un maglione di lana nella stagione invernale. Ne aveva solo di taglie che gli stavano molto larghe. Più spesso lo si vedeva indossare la tuta blu da operaio della Fabbrica di Saponi [omissis], in cui lavorava, ed era così che io lo vedevo quasi ogni giorno, durante il tragitto che percorrevamo per un tratto assieme.
Abitava anch'egli all'altro estremo della città, in un piccolo appartamento con la moglie e una figlia di quattro anni, in una palazzina nella mia stessa strada. La moglie, mi pare che si chiamasse Maria, era una donna minuta e cordiale. Non lavorava e di giorno stava a casa a badare alla bambina e a sbrigare le faccende domestiche. Ricordo che aveva la pelle molto chiara, e lunghi capelli neri che teneva sempre raccolti in una treccia. Anche la figlioletta era molto bella. Al contrario di Lanzetti aveva dei bei tratti, dei lineamenti dolci, di cui tutto il merito era da attribuire alla madre. E come era curata, quella bambina! La madre, lei stessa le confezionava dei vestitini, dei cappottini graziosi, era sempre pulita e in ordine. I genitori l'avevano tirata su circondandola di ogni ben di Dio, privandosene volentieri perché fosse felice. E di fatto sembrava una bambina molto felice.
Per dirla tutta, a causa della sua bella famiglia, la figura del Lanzetti risultava sempre un tantino disarmonica, quando si trattava di comparire insieme a loro. Difficile non notare che al confronto egli appariva scialbo, insignificante, non riusciva a risplendere se non per le sue dimensioni fisiche. Ma era un marito e un padre molto amato, e la moglie lo spronava a uscire dal torpore in cui a volte sembrava cadere.
Una volta la sentii parlargli così:
"Romano, se solo tu avessi un po' più d'ambizione, ecco che ti farebbero capo reparto. Tu sei bravo, Romano!"
E lo teneva a braccetto, mentre lui annuiva silenzioso, piegato verso di lei.
Era poco ambizioso, questo era vero. Era un tipo schivo, e poco abituato a fare comunella con i compagni di lavoro. Ma aveva anche delle qualità. Era un gran lavoratore, instancabile, operoso e metodico. Si diceva fosse cagionevole di salute, ma a mia memoria non era passato giorno senza che lo vedessi andare al lavoro, e, se egli iniziava a lavorare all'ora in cui tutti cominciano i turni in fabbrica, era solito staccare nelle ore più tarde, in cui nessuno o pochi erano rimasti ancora. Spesso lo vedevo rincasare così, flesso su di sè, ondeggiante sotto la luce dei lampioni e i platani del viale, ben dopo l'orario di cena.
Ma ora veniamo alla faccenda che accadde al signor Romano Lanzetti, nell'autunno di quell'anno.
Una piccola premessa. Quell'autunno si preannunciava caldo per le proteste che alcuni operai, lavoratori nell'industria pesante, avevano indetto per ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti. I primi tafferugli erano scoppiati al di fuori dei cancelli delle fabbriche al rientro dalle pause estive. Quella di quell'anno, tuttavia, era stata un'estate calma e rilassata. Alcuni di voi lettori, nel fare mente locale, la ricorderanno come l'estate in cui aveva letteralmente spopolato, nelle radio e nei locali, la canzone "Twist al Cairo". Ad altri forse verrà alla mente per l'estate del famigerato "tarlo delle banane", un parassita che avrebbe infestato i caschi di banane provenienti dai tropici e che aveva provocato il panico nelle persone e un conseguente crollo delle importazioni dei frutti, in seguito rivelatosi una burla inventata da un conduttore televisivo che aveva un suocero operante in quel settore. Comunque, quell'estate non era stata poi tanto male. Poi, come la nebbia crolla tutta in un colpo solo, anche l'estate finì in quell'autunno repentinamente.
Cominciarono dapprima con gli scioperi, quindi si passò alle occupazioni forzate, quindi furono chiamate le forze dell'ordine, e allora iniziarono delle battaglie vere e proprie. Ve ne era qualcuna quasi ogni giorno. Mi ricordo il clima di ansia che si respirava in quel periodo.
Accadde che nella ditta produttrice di saponi in cui lavorava Lanzetti si venisse a subire l'influenza di queste manifestazioni nate negli ultimi tempi. Tuttavia, al contrario di altre situazioni, qui non ci fu una protesta organizzata, ma un singolo fatto isolato. Una notte infatti, qualcuno irruppe nello stabilimento da una porta lasciata, si dice, appositamente aperta, e danneggiò irreparabilmente dei macchinari per la produzione dei Saponi. A tutti gli effetti questo avvenimento appariva più un dispetto o uno spregio, che un atto di protesta, ancor di più perché non era stato rivendicato da nessuno nei giorni che erano seguiti.
Più avanti negli anni, quando oramai l'azienda di saponi non esisteva più, si sarebbe venuto a sapere che a organizzare quel gesto erano stati alcuni operai, considerati a ragione delle teste calde. Ma al tempo, non sapendo chi fossero i responsabili, e poiché forse spinti dalla paura di ritorsioni gli altri operai non denunciavano, la direzione della fabbrica chiese le loro teste in maniera molto diretta: o veniva fuori il colpevole, oppure tutti gli operai avrebbero perso il lavoro, a ogni costo.
E cosa c'entrava Romano Lanzetti con tutta questa storia? Nulla, nella verità, sotto ogni aspetto. Ma il fatto che fosse un tipo taciturno, senza opinioni politiche manifeste, che si impegnava fino a tarda sera nel suo lavoro, non fu per lui un vantaggio. Anzi, si trasformò in una lama a doppio taglio. A fine settembre pervenne una lettera anonima, indirizzata all'ufficio del personale, in cui si denunciava il Lanzetti come complice dei fatti suscritti. La logica che si usava a supporto di questa tesi era chiara. Chi era che si tratteneva ben oltre l'orario di lavoro? E chi era una persona di cui alcuno poteva sospettare o dire di conoscere bene? E chi poteva dunque aver lasciato aperta quella porta sul retro della manifattura? Romano Lanzetti, naturalmente. Ed ecco un perfetto colpevole.
E fu così che Romano Lanzetti ci rimise il lavoro, su due piedi, per decisione diretta del direttore, tal Dottor Francesco [omissis]. Evidentemente il timore che l'incendio dei disordini si alimentasse in fretta necessitava di un capro espiatorio da sacrificare alla causa.
E ora torniamo a quel giorno particolare, mi pare fosse il primo di ottobre, in cui Lanzetti seppe del suo allontanamento. Lo vidi uscire alle cinque della sera, tutto arruffato in uno dei suoi maglioni enormi, più curvo e rannicchiato del solito, ma meno donodolante, e anzi con passo trascinato. La cosa mi parve strana, ma non sapendo nulla di ciò che gli era capitato, non ci feci caso.
A sera inoltrata, mentre scendevo per una delle mie passeggiate dopo cena, notai Maria, la moglie di Lanzetti, affacciarsi ripetutamente al terrazzo di casa. Era avvolta in uno scialle, e la sua pelle chiara con la luna in cielo risaltava moltissimo. Fui indeciso se domandarle se avesse bisogno di qualcosa, perché appariva agitata, ma poi rientrò in casa e io proseguii per la mia strada. Arrivai al cantone del palazzo e svoltai sul grosso vialone alberato ancora immerso nei miei pensieri, quand'ecco all'ultimo vidi un ragazzo correre nella mia direzione. Una corsa disperata, e sollevava le foglie dei platani cadute col calpestio. Quando mi sfrecciò vicino, tutto irrequieto urtò la mia spalla e rischiò di farmi cadere. Ma non si fermò e non chiese neppure scusa. Senza pensarci due volte accelerò e si infilò nella mia stradina. A quel punto gli andai dietro, con tutta l'intenzione di non mandargliele a dire. Mi aspettava una sorpresa.
Il giovane era andato fin sotto il terrazzo della moglie del Lanzetti, e da ancora prima aveva iniziato a strillare:
"Presto! Venite tutti! Il Lanzetti si butta! Fate in fretta!"
Gridava ansimando per lo sforzo.
Quasi tutta la mia strada, quella notte, si precipitò a vedere Romano Lanzetti arrampicato su una torre faro della Stazione Centrale, avvolto in una bandiera che aveva trovato per resistere al vento che si era alzato. L'uomo era a malapena visibile, nonostante la sua enorme statura, come un fagotto, appollaiato lassù da chissà quante ore. Sebbene le persone lo supplicassero di scendere, ve n'erano alcuni che lo schernivano, sghignazzando fra di loro. Romano Lanzetti probabilmente non ci vedeva, né sentiva nulla, seduto in mezzo a due potenti fari che aprivano la notte e illuminavano a giorno gli scambi dei treni.
Una mezz'ora più tardi arrivò la polizia a sirene spiegate. Al tempo non si facevano molti complimenti, così un paio di agenti, chiarita la situazione, decisero di arrampicarsi fin sul ponteggio della torre e trascinarono giù a forza il mio vicino di casa. Lo tenevano fermo, ma era una scena tragicamente buffa vedere quei piccoli poliziotti appesi a quella lunghissima figura. Fu un momento concitato, per tutti.
Infine, riuscirono a farlo arrivare al suolo, ove tutti stavano assistendo alla scena.
Ricordo che Romano Lanzetti urlò verso di noi, che stavamo zitti:
"Io non sono un disperato, Maria!"
E poi più nulla.
Qualcuno mi disse - ma io non la vidi - che Maria piangeva dietro a un muro di gente, mentre lo caricavano nell'automobile, ancora avvolto nella bandiera.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: