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lavoro pubblicato giovedì 23 ottobre 2014
ultima lettura sabato 12 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un buon investimento.

di PestWriter. Letto 576 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Una società, per funzionare, ha bisogno di regole. E del rispetto delle stesse... ... E noi lì ad assistere, impotenti(?), paghi... di sollazzarci seguendo programmi come quelli di Santoro, Floris Gabanelli, che ci sputavano allegramente in faccia...

Era un ragazzo negro. Sui venticinque, trent'anni, stabilii, non senza qualche incertezza. Non sono mai stato particolarmente bravo a definire l'età delle persone con una semplice occhiata. Specie se di una razza diversa dalla mia, nel qual caso faccio fatica persino a distinguerli l'uno dall'altro. E specie se alla distanza di una ventina di metri, e al chiarore morente di un crepuscolo precoce, sotto un cielo coperto da nuvole basse e nere.
Avanzava circospetto fra le rovine del quartiere, alla ricerca di qualcosa. Facile immaginare cosa. Non abbastanza circospetto, comunque, a mio giudizio. Non si accorse di me, per esempio. Non mi vide mentre mi appiattivo dietro il muro. Mentre spiavo da dietro l'angolo, attendendo che si avvicinasse. Mentre, giunto alla mia portata, sollevavo la mannaia che stringevo in mano e gliela calavo con tutte le forze sulla nuca.
Fu un buon colpo. Il collo si staccò pressoché di netto, ad eccezione di un sottile lembo di pelle che trattenne per pochi istanti la testa a dondolare sul petto, prima di lacerarsi del tutto e farla rotolare a terra, mentre il corpo senza vita del giovane si accasciava lentamente, prima sulle ginocchia, poi steso al suolo, in mezzo a pattume, detriti, cocci di vetro e ciottoli di varia misura, con le braccia aperte, e la gola spalancata a svuotarlo di tutto il suo sangue.
Mi era parso fosse solo, così sedetti tranquillamente sul basso frammento di un muro ad aspettare che il cadavere scaricasse per intero il liquido rosso che sgorgava copiosamente dal moncone, ad allargare una pozzanghera dello stesso colore attorno alla testa mozzata. Se mi fossi sbagliato, avrei con ogni probabilità seguito la sua sorte, ma non era il caso di preoccuparsi eccessivamente per questo. Prima o poi mi sarebbe toccato, e con quel genere di vita non valeva la pena agitarsi troppo per farlo accadere il più "poi" possibile. I miei figli erano ormai abbastanza grandi per cavarsela da soli... e per aspettarsi, da un momento all'altro, di fare quella stessa fine.
Comunque, un minimo di prudenza era necessaria. Come l'accortezza di attendere che la salma non avesse più altro da versare prima di cominciare a trascinarla via. La traccia che avrebbe lasciato sarebbe stata una formidabile guida per eventuali malintenzionati.
Una cicca, per ingannare l'attesa, sarebbe stata di grande compagnia. Ma le sigarette erano scomparse da così tanto tempo che mi era ormai passato persino lo stimolo. L'inizio non era stato facile, e l'astinenza dura da sopportare. Ma altri problemi, molto più gravi, mi avevano aiutato a superare il momento. Come la necessità di reperire qualcosa da mangiare, giusto per citarne uno. Cibo. Pressoché sparito dalla circolazione subito dopo le sigarette.
Mi abbandonai contro lo spezzone di muro alle mie spalle, socchiusi gli occhi, e lasciai la mia mente scorrere il passato.
Un passato non troppo remoto...
Un'altra vita. Un altro pianeta. Solo pochi anni fa.
Una scrivania, una comoda sedia, un computer di fronte ad ingoiare ed elaborare dati. Il climatizzatore acceso a rinfrescare in maniera innaturale un'afosa giornata di luglio, o a riscaldare confortevolmente una rigida mattinata di gennaio. Ciononostante, l'asfissiante, perpetua e deprimente sensazione di essere rinchiuso in una gabbia. Una gabbia costituita dalle quattro pareti di un, in fondo, ospitale, decoroso ufficio, e da un lavoro giudicato ignobile quanto necessario per portare a casa uno stipendio sicuro a fine mese. E gli occhi a sbirciare incessantemente l'orologio in attesa della liberazione. Poi finalmente un ritorno a casa, un pranzetto modesto ma gustoso, uno spensierato chiacchierio con moglie e figli, qualche impegno di poco conto nel pomeriggio, una pacifica serata davanti al televisore a lamentarsi della insulsaggine di una programmazione che, nonostante la disponibilità, ormai, di un centinaio di canali, non offriva quasi mai niente che valesse la pena di seguire.
Una vita felice? Parola grossa. Serena, magari. Placida. Tranquilla.
Allora.
Potendo tornare indietro, con il senno di poi, avrei parlato di FELICITÀ a lettere cubitali.
Ma tornare indietro era impossibile.
Non eravamo stati capaci di conservare quel benessere quando sarebbe forse bastato un minimo impegno, figuriamoci riconquistarlo ora con la società andata in pezzi, e la necessità di ammazzare chiunque trovassi sul tuo cammino prima che quello facesse fuori te.
Eppure dovevamo saperlo che non poteva durare. Che non sarebbe durato a lungo, senza le opportune rettifiche. Forse, c'eravamo pure arrivati. Ma cosa fare? Beh, forse eravamo arrivati pure a questo: imbracciare bastoni e forconi, e far cagare sotto quei bastardi che, dal palazzo, stavano decidendo delle nostre vite, ingozzandosi come maiali, e divorando fino al totale esaurimento ogni risorsa disponibile. Ma si trattava di scegliere fra il contentarti di quello che avevi, poco, forse, ma sufficiente per tirare avanti, sia pure con atroci bruciori di stomaco nell'assistere inerte all'intollerabile spettacolo offerto dal mondo della politica; o imbarcarti in un'avventura che poteva invece aggravare ulteriormente le cose, portando al comando qualcuno magari peggiore di quelli che già avevamo. Non sempre le rivoluzioni sono capaci di rimettere le cose a posto. Tipicamente, anzi, fanno il contrario. Probabilmente, prima o poi, sarebbe stato obbligatorio. E a quel punto lo avremmo fatto, guidati dalla disperazione, dalla follia. Ma non prima.
Nessuno pensava che, allora, sarebbe potuto essere troppo tardi.
Così era andata com'era andata, com'era logico che andasse, inevitabile... e tutto si è perso comunque, e nel peggiore dei modi.
Avevo assistito a scenari del genere un sacco di volte, nei film di fantascienza. Ma lì la fine era sempre stata causata da qualche evento straordinario: una guerra atomica, un'invasione aliena, una catastrofe planetaria... mai la semplice, stolida ingordigia di un'arrogante, avida e insulsa classe dirigente.
Nemmeno l'esperienza della Grecia era riuscita a farci da monito. Avevamo semplicemente nascosto il capo sotto la sabbia, come gli struzzi, aspettando che la tempesta passasse senza toccarci, e invece ci aveva preso in pieno.
E non poteva essere altrimenti.
Una società, per funzionare, ha bisogno di regole. E del rispetto delle stesse. Ed una società basata sul mercato avrebbe dovuto rispettare leggi di tipo economico. Matematiche. Tu dai dieci, e incassi dieci. Magari anche nove, pur di assicurarti la fedeltà della tua clientela, e la prosecuzione della tua attività. Elementare. Invece, i grandi cervelli che guidavano l'Italia facevano andare le cose in maniera totalmente diversa. Tu produci dieci, e ti do sei. E la metà me la riprendo sotto forma di tasse. Io, e i miei amici, produciamo zero... spesso, andiamo pure sotto zero... e ci prendiamo mille, dieci... centomila. Un milione. E, questo, era il "pulito". La corruzione diffusa ad ogni livello faceva il resto. Che, quando veniva scoperta, riceveva in punizione un semplice, leggero buffetto sulla guancia. Poteva funzionare, così? Secondo loro, sì. Secondo la matematica, invece...
E noi lì ad assistere, impotenti(?), paghi di lamentarci al bar davanti a un caffè o dal barbiere, di indignarci nel corso di una chiacchierata durante una passeggiata con un amico, di sollazzarci seguendo programmi come quelli di Santoro, Floris Gabanelli, che ci sputavano allegramente in faccia tutto il marciume che stava minando la nostra società fregandosene di tutti noi... e che alla fine l'aveva portata dove era inevitabile che finisse.
Maledizione!
Avidi, ingordi, e idioti. Incapaci persino di pensare che una caduta del sistema avrebbe coinvolto e travolto anche loro.
Oh, sì, alla fine se ne sono resi conto. Ma comunque troppo tardi. Per tutti.
I più previdenti, più svegli, scapparono all'estero, con tutto quello che potevano portare con sé. Il resto, il grosso, d'altra parte, li attendeva già oltre confine. Fu il primo segnale che la situazione stava precipitando. Ma le cronache ci informarono anche della caccia all'uomo partita nei loro confronti, braccati da disperati organizzati in squadre, decisi a farsi giustizia e razziare le ricchezze accumulate da quei voraci parassiti nel corso di decenni di irragionevole tolleranza. Quelli rimasti, d'altra parte, furono i primi bersagli di una rivolta selvaggia ispirata e guidata non dalla ragione e dal senso di giustizia, ma dalla disperazione, dalla rabbia, dalla fame. Politici in testa, alcuni dei quali sgozzati dalle loro stesse scorte. Un'ecatombe generale, senza nessun vincitore. E quando lo sportello del mio bancomat rifiutò senza batter ciglio di sganciare il dovuto, durante innumerevoli quanto vani tentativi di prelievo, e per sfamare i miei bambini dovetti rapinare una povera pizzicagnola che, giustamente, rifiutava di farmi credito, scoprii che l'incubo di cui fino allora avevo solo sentito parlare nei telegiornali aveva raggiunto anche me, la mia famiglia, i miei amici, i miei concittadini.
Ed ora eccomi lì, a farmi sommergere dalle ombre di una cupa serata, attendendo lo svuotamento di un cadavere di tutto il sangue che aveva avuto in corpo.
Almeno si fosse messo a piovere, l'acqua che sarebbe venuta giù avrebbe confuso, magari cancellato, i segni dei miei spostamenti con quella zavorra dietro. Ma le nuvole nere che oscuravano ulteriormente un cielo già scuro per conto suo non sembravano avere la minima intenzione di collaborare.
Tornai a guardare il corpo, e la testa mozzata.
La bocca era spalancata come a lanciare un grido che non aveva fatto in tempo a uscire. Gli occhi, sbarrati, mi fissavano senza alcuna espressione particolare. Sì, pensai, la mia stima sull'età doveva essere stata abbastanza precisa. Il che mi fece ricordare come, qualche lustro addietro, avessi versato una volta una ventina di euro per una raccolta fondi destinata a sfamare dei poveri bambini negri. Forse, il tizio che avevo appena decapitato, all'epoca, era sopravvissuto grazie anche a quel mio piccolo contributo.
Una ventina d'euro, per qualcosa, oggi, praticamente senza prezzo.
Sì, in fondo, potevo considerarlo un buon investimento.
Perché finalmente, quella sera, i miei figli avrebbero mangiato della carne.



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