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lavoro pubblicato martedì 21 ottobre 2014
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

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La Chiocciola Pric

di Tolkien. Letto 723 volte. Dallo scaffale Fiabe

La Chiocciola Pric E’ noto che le chiocciole siano animaletti ai quali non manchi proprio nulla, essendo dotati da Madre Natura di una bellis...

La Chiocciola Pric

E’ noto che le chiocciole siano animaletti ai quali non manchi proprio nulla, essendo dotati da Madre Natura di una bellissima e confortevole casa proprio sulla groppa.

Non si sa se si dividano in maschi e femmine, ma anche fosse, le distanze da percorrere per incontrarsi e conoscersi sarebbero talmente proibitive che creperebbero nel tentativo di raggiungersi, per cui, non avendo la necessità di stringere particolari rapporti, oltre che dal problema della casa sono anche sgravate dall’annoso problema di trovarsi un affetto per la vita.

E’ per questo che sono considerate le più fortunate fra le creature.

Così era, almeno, prima dell’arrivo di Pric, la chiocciola più testarda che giardino abbia mai conosciuto…

Poiché non sappiamo se sia maschio o femmina, diremo di lui o di lei dicendo sia che sia un lui, sia che sia una lei, e il lettore potrà seguire la storia di Pric, la chiocciola maschio, così come la lettrice potrà seguire la storia di Pric, la chiocciola femmina - o la chiocciola e basta.

Se per tutti i suoi simili o le sue simili poteva valere il detto ‘vita da chiocciola, vita spensierata’, e se dunque per tutti costoro essa non era altro che un lento scorrere del tempo sotto le lente andature del proprio corpo molliccio e vischioso, per Pric stranamente le cose stavano in maniera molto diversa.

Vada per la casa, d’accordo: per gli amici umani era un bel dilemma, e per molti altri animali le cose non stavano in maniera troppo diversa… ma Pric era nata o nato, ahinoi, con un’inguaribile sete d’affetto.

Non che schifasse la Madre Terra, che l’aveva così amorevolmente nutrita e cresciuta, ma insomma… la carezza di una mamma resta pur sempre la carezza di una mamma, e il discorso di un babbo il discorso di un babbo.

Pric non aveva ricevuto né l’una né l’altra cosa, e rischiava di morire essendone completamente a digiuno.

Non voleva proprio che ciò accadesse, l’idea la o lo martoriava, e allora, per quanto lenta o lento che fosse, s’affannava invano a cercar persone che fossero in grado di soddisfarla o soddisfarlo in questo desiderio.

Non sapeva niente della vita, d’accordo, e forse rischiava nel giro di poche ore di andarsene senza poter ascoltare un bel sermone paterno, benissimo… ma la carezza della mamma, almeno a quella non desiderava rinunciarci.

Lei o lui non aveva mamme, questo era vero, ma quante non ne ospitava il piccolo regno animale nel quale era nata o nato?

Certamente qualcuna di queste, spinta dall’amore materno che solitamente le spinge a prendersi cura dei propri piccoli, le o gli avrebbe volentieri concesso di ricevere una piccola carezza, così da accogliere l’idea della morte con più dolcezza.

Smaniosa o smanioso di esaudire quanto prima questo suo desiderio, incontrò per primo sora Ragna, la quale così rispose: “Ciao, Pric! Molto volentieri ti darei una carezza, ma vedi? Oggi mi tocca stare inchiodata qui sulla tela tutto il giorno, o non si mangia! Le mosche che attiro sulla rete sono poche, e mi sciupo sempre più ad ogni secondo che passa! Guarda che zampette che mi ritrovo! Sembrano stuzzicadenti! Eh…! Beata o beato te che presto a queste cose non dovrai più dar peso, e che te ne potrai andare da questa valle di lacrime e pianto!”.

“E’ molto gentile da parte tua dirmi che sono fortunata o fortunato; fa niente!”.

“Più avanti c’è sora Gallina: prova un poco a muoverle la stessa richiesta!”.

“Grazie di nuovo. E’ molto distante?!”.

“Ma no, guarda: proprio dietro quell’angolo lì; ci si mette un attimo”.

Quell’attimo a Pric costò la bellezza di due ore, due preziosissime ore della sua breve e pur significante vita…

E cosa le rispose sora Gallina…?

“Pric, guarda! Con tutto quello ch’ho da fare oggi mi ci mancavi giusto te!”.

“E cosa avete di tanto urgente, sora Gallina?”.

“Ma non vedi?! Non posso muovermi dai gusci! Sennò i miei piccoli sentiranno freddo, le uova si schiuderanno e cresceranno tutti brutti e denutriti!”.

“Questo mi dispiacerebbe davvero… Nemmeno se mi accosto un poco?”.

“No, per carità… oggi non è proprio giornata”.

“Vorrei poter passare domattina, ma credo, ahimè, che sarà troppo tardi! Ci sono altri animali qui in giro?”.

“Sì, guarda: più avanti dovresti trovare frate Lucertola… sempre che si lasci trovare, beninteso”.

“Correrò da lui, allora! Grazie, sora Gallina!”.

In realtà Pric non corse affatto: lo fece frate Lucertola, invece, che schizzandosene veloce da una parte all’altra del cortile, infine si bloccò davanti al suo guscio:

“Uhm… sembri proprio un animaletto succulento! Sei commestibile?!”.

“Sei tu frate Lucertola?”.

“Per l’appunto, simpaticissima creatura. Cosa posso fare per te?”.

“Beh… Io la stavo cercando per una carezza…”.

Il lucertolone si piantò ritto sulle zampacce arcuate, si strofinò il mento e ci pensò su a lungo: “Uhm… Una carezza, eh…? Una carezza…

E perché mai vorresti questa carezza…?!” sbottò infine.

“Perché è probabile che domani sarò tutta secca e intirizzita, e che non sarò più abile a cercare persone che siano in grado di darmene”.

Il Lucertolone biascicò forte con la lingua, la schiocco, si grattò la testa rumorosamente e s’appoggiò al tubo rugginoso della grondaia piantandole o piantandogli addosso due occhioni furbastri.

“Uhm… Dici che non ce la farai, vero? Uhm… dici che non ce la farai.

Supponi che non ce la farai, dunque, vero? Uhm… supponi che non ce la farai.

Uhm… Pensi che non ce la farai, vero? Sì; pensi che non ce la farai”.

“Saprebbe dirmi se…”.

“Beh… può darsi che tu non ce la farai, ma può darsi anche che tu ce la faccia.

Perché in questa vita non si può mai sapere.

Può darsi che non ce la farai, ma può darsi anche che tu ce la faccia”.

Pric, per quanto giovane, aveva capito che la lucertola era in animo di scherzi; così tanto in animo di burle e di scherzi che avrebbe continuato quel soliloquio fin quando gliel’avrebbe concesso. Magari finendo anche per inghiottirla in un sol boccone allorquando di lei o di lui si sarebbe del tutto stancata!

“Credo… Credo proprio che ora debba andare, frate Lucertola! Grazie comunque del sostegno, è stato un vero piacere intrattenermi con lei!”.

“Ma dove te ne vai, Pric?! Il giardino è grande e pericoloso!”.

“Sarà sempre meno pericoloso di chi vorrebbe divorarmi…”.

“Perché, l’ho detto? Ah, già, l’ho detto. Va bene, Pric: non voglio rubarti altro tempo prezioso, per carità… Sarebbe veramente delittuoso se io lo facessi! Pertanto congedati pure, e che Dio te la mandi buona! Ecco, guarda: una carezza non posso proprio dartela, che oggi mi duole la mano; ma una bella stretta di mano sì: dammi qua un corno… Oh! Brava o bravo, Pric! Mi dispiace che ti debba salutare, mi ha fatto davvero tanto piacere fare la tua conoscenza! Brava, bravo! Muoviti! Su, su, che ce la fai!”.

“E smettila di essere così cattivo, Lucertola! Piuttosto: falla o fallo salire sulla tua groppa, e in un baleno potrà raggiungere Mamma Riccia!” disse furioso frate Scoiattolo scendendo da un albero.

Ma, così sentendo, frate Lucertola si dileguò in un baleno e alla richiesta di una carezza, la stessa cosa fece frate Scoiattolo.

Pertanto, con molta pazienza, Pric riprese a fatica il suo lungo viaggio.

Quando raggiunse Mamma Riccia, era ormai sera, e Pric era stanca o stanco come se avesse corso una lunga maratona.

Ma era comunque felice: felice di aver vissuto quella vita, se pur breve, felice di essersi intrattenuta o intrattenuto con molte creature e felice del lungo percorso che aveva tracciato col suo muco.

Aveva anche in qualche modo capito che forse gli animali la o lo scansavano per motivi estetici, ma ognuno è fatto a modo suo, e non ci si poteva fare molto…

Sapeva infatti che ognun di noi nasconde nel suo cuore un gran bene, anche quando non lo tira fuori del tutto, e lei o lui s’era intrattenuto sempre con questo pezzettino di bontà che è in ogni creatura. Ed era per questo che le amava tutte…

Anche Mamma Riccia, che, chissà se a torto o a ragione, così rispose alla sua frettolosa richiesta: “Cara o caro Pric, ti pungeresti! Meglio, molto meglio che tu vada da frate Rospo; e guarda: non dista poi molto da qui: vedi quelle larghe foglie di lontano…? Oltre quelle frasche potrai trovare la persona che fa per te…! Buona fortuna, cara Chiocciola! E beata te, che hai una tana sicura sulla quale contare!”.

“La ringrazio, Mamma Riccia! Pesa un bel po’, ma è pur sempre una fortuna…”.

Pric riprese il suo lento cammino.

Il suo corpo molliccio cominciava ad essere stanco di tutto il tragitto percorso, e si rinsecchiva passo dopo passo.

Le cornina divenivano piccole e flosce, e la bava non era più frizzantina come al mattino.

Pric sentiva dentro di sé che non aveva più molto tempo da vivere…

E sperava vivamente che frate Rospo potesse fare al caso suo.

“Cosa?!” disse questi una volta sentita la sua richiesta; “Io toccare te, che sei ancor più vischiosa di quanto non lo sia già io per mio conto?!

Tu, piccolo essere dei boschi, devi essere proprio suonato!

Via, sciò!

Nel mio regno non sei ammesso…”.

“Oh, vi prego frate Rospo! Non siate tanto scontroso! Io morirò, fra poco, e mai, mai più potrò sapere cosa sia una carezza! A voi resterà tutto il tempo per pensare a come averla, e a me non resta che questo battibecco con voi!”.

“Mi dispiace, piccolo mollusco… ma la mia risposta è no!”.

Beh, cosa poteva pretendere Pric da un rospo…?

Ma d’altronde il giardino non era infinito, e non era infinita nemmeno la sua vita, e non erano infinite nemmeno le sue forze; in fondo, aveva fatto tutto il possibile per portare a termine il desiderio e lo scopo della sua vita.

Ciononostante, proprio non volle arrendersi all’idea che il destino gli tirasse questo brutto scherzo, e che lei o lui esalasse l’ultimo respiro così, senza nemmeno aver ricevuto un piccolo contatto ‘umano’, se così si può dire per degl’animali e peggio ancora per dei rospi… sicché, facendosi ancora un po’ d’animo, e pescando proprio dalle sue ultime, stentate forze, Pric si stiracchiò decrepita verso il truculento corpo del grande anfibio, sempre di più, sempre di più… fino a stargli a un passo di distanza - a un suo passo, s’intende.

Ce l’aveva quasi fatta, lo stava quasi per sfiorare… Per quanto la cosa possa apparire strana ai lettori, il rospo aveva i lucciconi agl’occhi, e qualcosa dentro di lui tremava della buona come una foglia in procinto di cadere.

La chiocciola sbavò il terreno per ancora qualche millimetro, ed esalando l’ultimo respiro… pic! Il suo guscio batté sulla zampa del rospo - che, per la prima volta in vita sua, lasciò cadere dai suoi occhi grandi e sporgenti un bel paio di lacrime grosse come due gocce di rugiada.

In quel contatto, piccolo ma infinitamente grande, frate Rospo comprese cosa volesse dirgli la piccola o il piccolo Pric col suo andarsene: ‘se non sono riuscita o riuscito ad avere una carezza, allora ecco: te ne dono una io acciocché almeno tu sappia che cosa significhi riceverla!’.

Il rospo scoppiò in pianto, e per un giorno e una notte non fece altro che piangere…

Dovete sapere infatti, che egli non era un rospo qualunque: era un bel principe, una volta, ma poiché nonostante la bellezza, o forse proprio per via di quella, si dimostrava molto altezzoso e scontroso, un giorno una strega lo incontrò e gli gettò un maleficio, promettendogli che solo il bacio di una bella principessa avrebbe potuto liberarlo.

Tuttavia, per quanto potesse essere insistente il suo tentativo, egli non riceveva da lei che secchi rifiuti, e ormai da molto tempo si era arreso all’idea: del suo carattere, della sua condizione e della sua solitudine.

Ma Pric, chissà come, era riuscita o riuscito ad accendere in lui una nuova speranza, ed ora sapeva - o meglio: era tornato a sapere - che nel fondo del suo petto grasso e smargiasso batteva un cuore di uomo…

Frate Rospo non tornò subito dalla sua bella, cercando d’insidiarla coi suoi truci convincimenti: capì che il giardino aveva bisogno di carezze, e che se Pric, nella sua pur piccola vita, non era riuscita o riuscito ad averne, questo era perché loro dopotutto non erano in grado di farne.

E allora, nonostante i pareri contrari, sfidando la stessa riluttanza contro la quale dovette scontrarsi Pric prima di lui, egli per molti e molti giorni fece visita a tutti gli animali del circondario, e li circondò d’affetto e premure per quanto ne potesse dimostrare.

E solo ciò fatto si diresse or dunque a passo spedito - o meglio: a lunghi balzelli - verso il castello dell’amata Principessa…

E, che ci crediate o meno, riuscì a farla innamorare.

Non ci è dato di sapere se la Principessa, così innamorata, si ritrovò ben presto a dimenticare la sua figura ributtante e a baciarlo, vedendo in lui solo un bravo poeta e un animo generoso; certo è che quei due, sera dopo sera, non fecero altro che mostrare la propria bellezza e il proprio canto.



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