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lavoro pubblicato domenica 19 ottobre 2014
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

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La Fatina Brilli

di Tolkien. Letto 801 volte. Dallo scaffale Fiabe

La Fata Brilli Brilli era una fatina buona, ed era una fatina che ancora non sapeva volare. Non che la cosa la indispettisse più di tant...

La Fata Brilli

Brilli era una fatina buona, ed era una fatina che ancora non sapeva volare.

Non che la cosa la indispettisse più di tanto: ancora non lo sapeva fare, e certamente non si dannava l’anima per sapere perché o percome ciò non accadesse.

Dopotutto non era l’unica fatina che ancora non ci riusciva, e siccome le più grandi, genitori e parenti compresi, avevano imparato molto bene a farlo, non dubitava che prima o poi questa specialità ‘fatale’ avrebbe riguardato anche la sua vita.

Ma a un certo punto si stancò d’aspettare tanto, tanto più che ormai tutti i suoi amici avevano imparato molto bene a farlo… Chi volava a destra, chi a sinistra, e i saluti che le indirizzavano da quelle spropositate altezze, tanto distanti da terra che per poco non finivano su su nelle cime degl’alberi, apparivano alla piccola fata come degli insulti belli e buoni; sicché si può dire che non la indispettiva più di tanto l’idea di non volare, o di non essere ancora in grado di farlo, quanto piuttosto l’idea di essere così diversa rispetto alla maggior parte della sua collettività.

“Finché tu vorrai volare solo per sentirti uguale agli altri” le ripeteva la mamma, “sarai destinata a non far vibrare le tue alette come si deve! Tu devi amarti per ciò che sei, e sarà solo insistendo su questo amore, sull’amore della tua unicità, che un giorno potrai essere in grado di spiccare il volo!”.

Già, la mamma parlava bene, ma non era lei, dopotutto, a rimanere sola e senza compagnia quando tutti vibravano la porpora aurea delle alette cangianti lontani dalla sua piccola e sconsolata ombra.

Per di più i giochi che la intrattenevano con coloro che come lei ancora non sapevano volare si facevano giorno dopo giorno sempre più noiosi e monotoni… forse proprio perché anche gli altri, così come era accaduto prima a lei, si sentivano terribilmente inferiori rispetto alla collettività.

Forse era stata proprio lei, a trasferire a tutti quella tristezza, e questo la faceva sentire terribilmente in colpa; tanto che non aveva più piacere nemmeno di intrattenersi con loro, e che prese a vagare sconsolata come un’anima in pena su e giù per il bosco.

Di giorno in giorno, le sue curiosità in merito al volo delle fate si facevano sempre più insistenti e pressanti, ma tutti, ogni qual volta prendeva l’argomento, sembravano essere sempre così elusivi e incompetenti: o le rispondevano ‘Chissà! Non mi ricordo più quando, come o perché ho volato!’, o le rispondevano ‘E’ un segreto!’.

Altri ancora si limitavano a un sorriso e a una coccola, proprio come la mamma…

Chissà cosa stava a dire tutto ciò.

Di certo aveva inteso che dietro il volo delle fate si nascondeva in realtà un bel mistero, forse il mistero più fitto di tutta la sua vita…

E più questo mistero le sfuggiva, più le ingarbugliava la mente, più voleva carpirne anche solo i più elementari principi; ma tutto ciò era inutile, e non l’aiutava minimamente né ad accettarsi per quello che era, né a spiccare il balzo per il primo volo.

Ogni tanto, trovando nel fondo del proprio cuore un coraggio non certo da leoni, ma comunque piuttosto motivante, si provava in piccoli salti dalle foglie: prima quelle più basse, poi le più alte, nella speranza che le sue ali rispondessero correttamente a quel tuffo risparmiandola dal suolo…

Fortuna le foglie più basse, o si sarebbe certamente sfracellata, a furia di testare.

Erano ormai giorni, che tutto ciò andava avanti, e da piccola che era, nel frattempo era divenuta grande, passando dal misurare una falange o giù di lì, a una e mezza o quasi due. Non raggiungeva ancora un pollice, come la mamma, né un indice, come il babbo.

Un giorno, tuttavia, proprio mentre si trovava immersa nella sua solita desolazione, qualcosa cambiò la sua vita, per sempre: non si trattava del volo, né del fatto che la creatura che l’aveva distolta fosse in grado di volare… ma del fatto che tale creatura emanasse la luce più intensa e luminosa che avesse mai veduto in vita sua, la più intensa che fata possa mai sprigionare.

Ora, per quanto strano possa sembrare ai lettori - e specie alle lettrici - nel mondo delle fate esistono e come delle differenze, e anche qui ci sono maschi e femmine; solo che i maschi vengono detti ‘spiritelli’.

Questo spiritello, per l’appunto, volava piuttosto basso, ma ronzava dolcemente, e la sua luce era più pura e calda di una colata di miele vergine illuminata dal sole del mattino…

Brilli rimaneva incantata per interi minuti: tutti quelli che la piccola creatura le concedeva prima di volare lontano verso altri cespugli…

Una volta provò persino a parlargli, ma lo spiritello, evidentemente molto molto timido, non si preoccupò che di concederle un’occhiata distratta e di ronzare altrove.

Possibile tanta scortesia…?

Forse quello spiritello era già impegnato, o forse - povera Brilli - il fatto che ancora le sue alette non rispondessero come conveniva alla sua altezza costituiva per la piccola creatura dei boschi un impedimento più grande del previsto.

Forse questa storia ci suonerà ancor più triste di prima, ma c’è da dire, carissimi lettori, che tutto questo non contribuì affatto a sollevare di un solo millimetro l’umore della nostra, che invece, ancor più gravosa di dispiaceri, continuava a vagarsene rassegnata senza l’ombra d’una vera e propria consolazione.

Ma la storia di Brilli non finisce così, e presenta ancora delle piccole sorprese: ella, infatti, non perché volendosi rassegnare o meno a quei rifiuti, ma solo perché innamorata, profondamente, terribilmente innamorata, continuò imperterrita a fare visita allo spiritello, avendo oramai imparato a memoria quali non fossero i cespugli da lui prediletti… e un giorno, per il nostro e suo più alto stupore, si ritrovò ad ammirare il volo di costui vivendolo alla pari.

Ma il suo stupore, carissimi, fu più tardivo del nostro, perché s’accorse che stava volando solo molto, molto, molto tempo dopo che se ne rimase così inebetita davanti a lui, con due occhi incantati come di fanciulla al primo appuntamento…

E quale non fu il suo stupore - ancor prima di quello del volo - quando scoperse, con sommo dispiacere, che lo spiritello altri non era che una comunissima lucciola!

E così, anche se questo renderà ancor più triste questa triste storia, c’è da dire che il primo volo di Brilli fu e rimase un volo di pianto: da lì fino alle calde braccia della mamma…

“Perché piangi, mia piccola? Vedi? Hai cominciato a volare!”.

“Mamma! Era… Era una lucciola! Il piccolo spiritello del quale mi ero innamorata… non era altro che una stupida lucciola…! Oh, me tapina!”.

“Non ci badare, adesso, via quei lacrimoni! Dovresti essere serena, e grata a quella creatura per il solo fatto che t’ha insegnato a spiccare il volo! Perché è così che noi fate lo impariamo: innamorandoci”.

“Ma tu… lo avrai imparato con papà, e questo è un riepilogo bello! Ma quale sarà più triste del mio, che mi vedo così illusa?!”.

“Non importa cosa ti faccia innamorare: se la Natura o un essere; l’importante è innamorarsi, o la nostra vita resta vuota e inabile al volo”.

“Ma… Ma allora bisogna correre, dirlo a tutti…! Bisogna svelare il segreto che c’è dietro noi fate!”.

“No: il segreto deve rimanere tale… cosicché non vi sia frustrazione in chi ancora non ha imparato le tecniche del volo… Anzi, fammi la benedetta cortesia, cara figliuola: ora che tu hai imparato a volare, cerca di farne gelosa custodia da qui in avanti… E’ così che vorrai veramente bene ai tuoi amici!”.

“Va bene, mamma” promise la piccola Brilli asciugandosi i lucciconi e assopendosi sul suo petto.

E, ad oggi, Brilli è un fatina buona che, come ogni fatina buona, si diverte a confondere il passo dei viandanti lungo le strade del bosco.



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