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lavoro pubblicato domenica 5 ottobre 2014
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Quella Puttana della mia Coscienza

di winstonblu. Letto 713 volte. Dallo scaffale Sogni

Le tapparelle erano totalmente spalancate. Faceva troppo caldo. In quella serata afosa il mio unico “da fare” consisteva nel continuare a riempire di cicche il posacenere e cercare di buttare giù le solite due righe. Avevo ventun&rsq...

Le tapparelle erano totalmente spalancate. Faceva troppo caldo. In quella serata afosa il mio unico “da fare” consisteva nel continuare a riempire di cicche il posacenere e cercare di buttare giù le solite due righe. Avevo ventun’anni. L’età del divertimento, dell’ebbrezza della vita e della libertà. Facevo l’amore con la stessa ragazza da quasi tre anni. Non so bene ancora cosa trattenesse il mio istinto animalesco da strappar via le mutandine alla prima sventola che me la sbatteva in faccia. Forse il Buonsenso… Forse l’amore…le solite stronzate da libri rosa e soap opera di bassa produzione. Volevo bene alla mia donna. Si chiamava Sarah. Aveva i capelli crespi e ondulati. Molto Lunghi. Riuscivi a passare intere nottate con il capo conficcato in mezzo a quell’ammasso di delicatezza. L’ho sempre considerata il freno del mio motore a scoppio: cercava sempre, in sua presenza, di ridurre la mia dose giornaliera di sigarette e di erba, mi impediva persino di alzare il gomito qualora ci fossimo trovati all’Oktoberfest.

Tutta quanta la mia adolescenza è stata costellata di sbornie con gli amici, erba e fica. Adesso, a soli ventun’anni, mi sentivo un vecchio. Un povero anziano inerme davanti a determinate situazioni, come se tutta l’essenza della mia vita fosse stata risucchiata in un vortice di seghe mentali e malinconia. I miei pensieri furono interrotti dal trillo del mio cellulare:

“Pronto” risposi.

“Ciao Ale! Come stai! È già da più di un mese che non ti vedo in giro!” Era Denise. Non avevo ancora perso l’abitudine di mettermi continuamente alla prova col Gentil sesso.

“Sono a Palermo in questo momento. Il dovere mi chiama”

“Ahahah, sei proprio un secchione!”

“Cerco solo di riservarmi un posto in prima fila nella Società.”

Diverse furono le mie opinioni in merito alla Società. Dal buon vecchio bolscevismo diciassettenne, ero passato dalla parte opposta. Ero uno schiavo. La Società è amica mia. È lei che porterà il pane ai miei figli.

“Ascolta: quando rientri!? Ho una gran voglia di andare al cinema con te! Tra non molto uscirà un film che conoscendoti ti piacerà!”

“Massimo una settimana e sarò di nuovo tra voi.”

Mi sfiorava sempre il desiderio di stamparle la mia impetuosa lingua in bocca.

“Non vedo l’ora. Ci sentiamo domani! Passa una buona serata!”

Premetti il tasto chiudi non appena accentuai un freddo “Ciao”.

Ed ecco riapparire sullo specchio della mia mente i soliti attanaglianti pensieri. Salve Buonsenso. Salve Responsabilità. Buonasera Maturità. Fanculo.

Mi accesi l’ennesima sigaretta. Andai in cucina alla ricerca di una leggera corrente che mi asciugasse il sudore sulle spalle. Aprii lo sportello del frigo alla ricerca del nulla. Avevo fumato troppe canne. Mi venne una fame irrefrenabile.

Un trillo interruppe il mio pasto. Era il campanello. Chi cazzo può essere a quest’ora, pensai. Noncurante di chi potessi trovarmi davanti, magari con una Calibro 9 già appoggiata sulla nuca, aprii il portone di casa senza neanche spiare dalla toppa.

Mi trovai davanti una Biondona di un metro e ottanta. Era vestita tutta in bianco e calzava delle eccitanti zeppe abbinate al suo abito. Una vera e propria sventola. Non la conoscevo, ma, ormai, avevo incrociato il suo sguardo verdastro con il mio culminante azzurro.

“Ciao Alessandro.”

“Buonasera bambola. Sei la nuova inquilina dell’interno A giusto!? “

“No.”

“Beh, meglio cosi. Odio i miei vicini. E già mi consola il fatto che una sventola come te non se la faccia con quella gente apatica”

“Sono la tua coscienza”

“E io sono George A. Romero!”

“ Sei sempre stato un tipo sarcastico, sin da quando avevi sette anni”

“D’accordo. La conversazione è andata troppo per le lunghe. Non ho zucchero in casa. Ma posso offrirti da bere e un buon letto ad una piazza e mezzo!”

“Voglio solo confrontarmi con te”

“Se sei realmente la mia coscienza dovresti già sapere tutto su di me”

Non rispose, ma si diresse verso il salotto e si sedette sulla mia poltrona. Cominciai a pensare che fosse davvero la mia coscienza. Solo lei poteva essere più cafona del sottoscritto fino al punto da autoinvitarsi in casa altrui ed appoggiare i piedi avvolti da quei trampoli di 12 centimetri sopra il tavolo.

“E’ da molto tempo che mi trascuri, Alessandro”. Mi disse. “Voglio che tu guardi dentro di me. Soltanto così riuscirai a comprendere appieno le tue ansie”

“Adesso sì che ho capito: fai psicologia vero!? Solo in quel covo di matti potevano insegnarti frasi come queste”

“E’ inutile che tenti di respingermi. Quando i nostri sguardi si sono incrociati hai già trovato in me qualcosa di familiare”

“Cosa vuoi da me!?”

“Un doppio scotch!”

Andai in cucina e riempii due bicchieri di acqua e scotch di sottomarca. Quella matta di una femmina mi intrigava. Sapevo di conoscerla, ma non l’avevo mai veduta. Non mi fidavo di lei, ma nei suoi verdastri occhi riuscivo a notare una scintilla di affidabilità. Tornai in salotto con i bicchieri stracolmi. Ne rovesciai accidentalmente qualche goccia sul pavimento.

“Cosa vuoi da me!?” ripresi il discorso non appena mandai giù il primo sorso del mio scotch.

“Voglio che tu evada, anche solo per una notte, dai tuoi pensieri.” Disse. “ So che dentro di te desideri vivere.”

“Non vivo più da circa tre anni… faccio di tutto per sopravvivere”

“Guarda dentro di me. Libera la mente dai tuoi pensieri.. . anche solo per questa notte”

In una frazione di secondo, la sventola bionda fece cadere a terra il suo lungo abito bianco, mostrando il suo meraviglioso corpo. Era tutta curve. Aveva due grandi seni e un triangolo di peluria attorno alla fica. Anche se era rimasta nuda come un verme, riusciva a trasmettere ancora la sua classe da Signora degli anni trenta. Mi divenne duro immediatamente. Mi faceva troppo sangue. Mi avvicinai cautamente a quella creatura della notte e la baciai intensamente. Ci dirigemmo lentamente verso il letto, senza mai distogliere lo sguardo.

Facemmo l’amore. Dopo tre lunghi anni passati ad issare e levigare le pietre del Buonsenso e della Responsabilità, ecco come, in una sola notte, quella troia della mia coscienza era riuscita a mandare tutto in frantumi. Il corpo di quella Dea si abbattè sulla mia barricata come una palla demolitrice che, in un colpo solo, riusciva a far crollare il più alto grattacielo di New Orleans. BOOM. Distrutto. Per sempre. Questo non lo so.

Mi risvegliai la mattina seguente ancora costipato dai postumi dello sballo e con un posacenere per palato. Le mie lenzuola vellutate mi avvolgevano dolcemente, riparandomi dalla brezza mattutina e facendomi assomigliare ad un enorme involtino ripieno. Lei era scomparsa. Non era più al mio fianco. Ma non rimasi sorpreso più di tanto.

Dopo essermi scrollato di dosso le lenzuola, tentai di alzarmi senza perdere l’equilibrio. Raggiunsi la tazza del cesso aggrappandomi alle pareti, come un poppante intento a testare i suoi primi passi. Piombai di botto sulla tazza. Ripensai alla notte scorsa. Mi sentivo bene ripensandoci. Era una sensazione che non provavo da parecchio tempo.

Mi avvicinai all’ingresso. La porta era ancorata saldamente alla serratura interna. Sembrava una di quelle Casseforti che riuscivi ad aprire soltanto a suon di dinamite.

Uscii sul balcone. Accesi una Winston. Il sole era ancora a due terzi del suo tragitto, ma abbastanza forte da irradiare la mia veranda. Era un nuovo giorno. C’era voluta quella gran Puttana della mia coscienza per uscire da quel vorticoso limbo di preoccupazioni.

Forse bastava solo una scopata. Avevo una vita davanti.

Avevo ventun’anni.



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