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lavoro pubblicato venerdì 3 ottobre 2014
ultima lettura martedì 13 ottobre 2020

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Riascoltati per voi: The Cure

di jankadjstrummer. Letto 877 volte. Dallo scaffale Musica

- The Head on the Door - 1985 Siamo a metà degli anni ’80 e i Cure si trovano ad affrontare un dilemma, un dubbio amletico che riguarda il loro futuro: continuare nella deriva delle ossessioni quasi apocalittiche

Siamo a metà degli anni ’80 e i Cure si trovano ad affrontare un dilemma, un dubbio amletico che riguarda il loro futuro: continuare nella deriva delle ossessioni quasi apocalittiche dell’album "Pornography" ed abbracciare definitivamente la pura sperimentazione come avevano fatto con il deludente “ The top”,

<img style="margin: 1em; float: left" src="http://3.bp.blogspot.com/_-HWCkewXQ8M/SHR8aKc0VrI/AAAAAAAAATQ/N0DVS9GfV2w/s400/The_Cure_-_The_Head_on_the_Door.jpg" border="0" alt="The Cure" title="The Cure" width="250" height="250" />la scelta è chiaramente affidata a Robert Smith che tiene ben saldo il timone del comando rinnovando per l’ennesima volta la line-up del gruppo, l’ex batterista Lol Tolhurst, infatti, passa alle tastiere, rientra il bassista Simon Gallup dopo la parentesi solista, rientra anche Porl Thompson, chitarrista della prima stagione Cure mentre a Boris Williams vengono affidate le drums. Con questa nuova formazione viene alla luce, "The Head On The Door" un disco che possiamo definire una rinascita dopo anni in cui i Cure erano scesi negli inferi dell’animo umano ma riuscendo comunque a rimanere a galla, una rinascita sulla strada del pop-rock melodico che vuole strizzare l’occhio alle classifiche e ai passaggi radiofonici ma senza perdere i propri connotati di band post-punk dalle sonorità dark. Una scelta coraggiosa che avrebbe fatto gridare all’eresia, allo scandalo per qualunque altra band ma che è diventata, per loro, quasi una metamorfosi per uscire da un clichè che li stava spegnendo. Dieci brani che hanno la pretesa di chiarire che Robert Smith e soci hanno ancora qualcosa da dimostrare: possono ancora lavorare per creare qualcosa di alternativo che non sia necessariamente tristezza e depressione ma che sia piacere di creare e divertirsi nel suonare insieme. Il disco parte in maniera travolgente con "In Between Days", in cui una chitarra ritmica e la batteria prepara una base ritmica eccezionale su cui ben si poggiano le tastiere e il basso, non più suoni tenebrosi, ma dolci e solari, una dimostrazione tangibile che i Cure sono cambiati anche se resta il contrasto tra l’apparente spensieratezza della musica e la tensione del testo. La successiva "Kyoto Song" è più distesa ma intensa, malinconica, ricorda i primi Cure , con un testo all'altezza della situazione e dotata di un fascino irresistibile ("The trembilng hands of the trembling man hold my mouth to hold in a scream"). Qui il suono dark è magico non racchiude solo incubi ma anche alcune riflessioni di Smith sull’Oriente. Ancora variazioni sul tema in "The Blood" una rilettura spagnoleggiante delle sue ossessioni religiose, bellissime chitarre acustiche in versione da flamenco moresco dagli echi arabeggianti. Molto più vicina al tipico stile Cure è "Six Different Ways", forse il brano in cui meglio convergono le due esigenze stilistiche del gruppo. Una piacevole favola affollata di animaletti elettronici che saltellano in un bosco fatato.
"Push", uno dei momenti migliori dell'album in cui si fondono alla perfezione gli strumenti e con le chitarre ben in evidenza, un vero brano da arena del rock che potremmo definire epico anche quando la batteria di Boris Williams segna il battito del cuore e la voce di Robert grida senza esitazione “Go, go, go!”. La seconda facciata dell’album si apre con"The Baby Screams" in cui il basso di Gallup intrigante ed al tempo stesso affascinante fa da tappeto sonoro ad una canzone cantata con energia. "Close To Me" è il manifesto dei Cure di questo periodo, un capolavoro dall’attacco indimenticabile che si regge su di una dolcissima ritmica, su una sovrapposizione di pianole e sulla voce a tratti addolcita da languidi sospiri e sussurri di Smith, una grande interpretazione e un ritornello che si insinua nella testa per non uscirne più. Il suono delle chitarre è un bel marchio di fabbrica per "A Night Like This", un brano squisitamente dark carico di energia e ipnotismo che sale piano per chiudere, poi, in un crescendo che sfiora la perfezione.
"Screw", è, invece, un selvaggio pezzo dance che parte da un riff di basso
per diventare a poco a poco quasi un pezzo hard. Il disco si chiude con "Sinking", un brano per i nostalgici del sound degli esordi, mai rinnegato dai Cure, ma che in questa fase vogliono solo rigenerarlo, un brano costruito in maniera magistrale in cui c’è una perfetto percorso nei meandri dei sogni dark di Robert Smith. Con "The Head On The Door" credo si sia raggiunta la perfetta alchimia tra il pop e il dark, un risultato ottenuto con sofferenza da Robert Smith che ha avuto la capacità di capire che essere fragile e sensibile non sempre è l’anticamera della depressione ma a volte fa scoprire che c’è sempre un’altra faccia della medaglia e che spesso possa esserci una “ tristezza allegra”.

  1. "Inbetween Days"
  2. "Kyoto Song"
  3. "The Blood"
  4. "Six Different Ways"
  5. "Push"
  6. "The Baby Screams"
  7. "Close To Me"
  8. "A Night Like This"
  9. "Screw"
  10. "Sinking"


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