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lavoro pubblicato mercoledì 1 ottobre 2014
ultima lettura mercoledì 16 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

The Thing

di vennyrouge. Letto 527 volte. Dallo scaffale Fantasia

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The Thing

(L’Essere)

*

“Era là, in balia degli eventi e non sapeva dire da quanto.” Fu il suo primo pensiero e così che l’essere iniziò ad aver sentore della propria coscienza. -Poteva esistere da tanto, come poco tempo. Perciò si domandò se fosse giusto dedurre di esistere da sempre. “Avrebbe potuto, ma gli parve ingiusto farlo”. Ritenersi eterno, era un’ipotesi pretenziosa che aveva a fare con qualcosa d’infinito. Di durevole. Un concetto legato al mistero. A ciò che era Superiore. ‹ Ecco sì: proprio quello!›. Disse. Di conseguenza escluse l’idea, supponendo con umiltà di avere avuto un padre e una madre, quale però, non ricordava. “Era per via di un difetto d’informazione quindi se faticava tanto a comprendere la realtà delle cose.” Piuttosto si rese conto di percepire facilmente il presente e l’ambiente attorno; “Duro e freddo” ebbe a dire, “ E in parte ostile”. Senza comprendere del tutto l’affermazione. L’unica convinzione, su cui poteva contare, anche perché la distingueva chiaramente, era il calore del corpo. Questo era sufficiente ad affermare d’esistere? Essere vivo era comunque un concetto complicato da sviluppare. “ Equivaleva ad affermare il contrario di morto?” – Cos’era però la morte? Nessuno gli aveva indicato la differenza e pertanto, non c'era alcuno con cui prendersela se ora non discerneva. Cercò di capirne di più, procedendo col sano ragionamento e con l’interrogarsi su come potessero essere andate le cose. Per farlo diede qualche punto per scontato: doveva essere nato quel giorno e definendo oltre i pensieri astratti, arrivò a formulare il concetto di fratello e sorella. Scoprendo, che ritenersi unico, anche per pochi istanti fosse stata un'idea errata, che avrebbe comportato il risultato, d’essere solo. “Lui non desiderava una cosa del genere.” Ardentemente voleva far parte di qualcosa. Insomma: integrarsi, piuttosto che rimanere escluso. Questo era il concetto quale sentiva di approvare. Avvertì una profonda sensazione di malinconia, al solo pensiero che così avrebbe potuto non essere. Si convinse che per avverarsi, dovessero esistere dei simili. Dei fratelli. E se non ci fossero stati, perché figlio unico, avrebbero dovuto presentarsi degli altri, da definire: “ Amici”. Gente per cui valesse far qualcosa e sapesse, semplicemente, apprezzare. S’intese rinfrancato dall'idea e considerò l’intorno meno ostico. “Aveva avuto timore del mondo, perché non sapeva esprimersi e distinguere con chiarezza.” - I suoi sensi non si erano sviluppati abbastanza. Non c’era altra spiegazione, terminò. Provò una sensazione di brivido pensando che forse non avrebbe mai potuto imparare altro. Oltre a tutto doveva compiere lo sforzo e fare da solo, senza alcuno che lo sostenesse. Accettò così di stringersi un poco per compensare una fastidiosa perdita di calore dal corpo. “Che altro poteva fare?” Non possedeva abiti e allora avrebbe dovuto muoversi per scaldarsi. Tuttavia non aveva alcuna possibilità di farlo autonomamente. Per spostarsi avrebbe dovuto usare una muscolatura. Uno scheletro. Invece lui: “No, non poteva averla.” A tal proposito era sicuro anche di ciò, doveva essere assai amorfo. Non ritenne, però, che ciò dovesse costituire un serio problema. “ Nell’universo, ogni cosa era possibile!” -Poteva aspettarsi l’Essere che la natura non ci avesse pensato? Che di tanto si prendesse gioco? “No!” L’Essere era assai fiducioso a riguardo. -Nel modo in cui un bambino scopre l'intorno e fa i primi passi. Era convinto di avere uno scopo. Una ragione. E si dava forza: “La vita è un bene troppo prezioso perché sia gettato inutilmente.” Quest’ultima in particolare sembrava una riflessione davvero importante. Allora spettava a lui fare uno sforzo ed esplorare l’ambiente rendendo affine. Scoprendo in tal modo le ragioni della propria esistenza. “Doveva conoscere meglio l’intorno per continuare a vivere.” Per continuare a crescere. “Per approfondire le proprie sensazioni.” Sarebbe stata sicuramente un’esistenza degna di essere vissuta. Mai troppo noiosa o sprovvista di cose da inventare. ‹ Una vita importante ›. Disse a un certo punto. L’Essere sapeva di non avere fame, ma, quanto alla sete, non era la medesima cosa. Avvertiva una sensazione strana; un discreto desiderio d'acqua. Pensò dovesse trattarsi proprio di ciò cui era privo. Nondimeno, questa sostanza, “Che cosa sarebbe stata esattamente?” Si avvertì sperso. Pure su tal genere di argomenti aveva dei dubbi! Tralasciò di interessarsene, avvertendo un alito caldo e al contempo rinfrescante. Quel transitare attorno al corpo, non poteva definirsi altro che: “Vento”, pensò. In questo modo concretò l’essenza del fiato, ed essendo riuscito a distinguere una leggera patina, la quale, lo ristorò, disse: ‹ Bene. Non sono neppure un troglodita!› Difatti, era pienamente in grado di avvertire quanto accadeva e ragionarti sopra. ‹ Volendo sottilizzare ›, disse, ‹ L'umidità è un agente rilasciato dal soffio ›. “ E sarebbe stato asciutto qualora proveniente da un posto arido”. Comunque lasciò correre, pensando di tornare in seguito sull’argomento e sviluppare un'idea più ampia, partendo dall'ipotesi potessero esserci porzioni umide e altre desertificate, dove l'aria, s'impregnava o liberava acqua. - E chissà dove sarebbe arrivato! L’Essere, insomma, aveva compreso che vi fosse molto, oltre a lui stesso. E ciò era bello. Vi era nel sentimento testimoniato, la curiosità e l’amore. Purtroppo non aveva occhi, ma pieno di buona volontà cercò di sforzarsi e guardare, farlo senza pregiudizi. -Si potrebbe asserire che più dei sensi di cui era privo, ad aiutarlo nell’esplorazione fosse una dote di forte empatia. Arrivò presto ad avvertire anche il movimento sussultorio sotto il corpo, generato d’alcune vibrazioni. Inizialmente, quando si era accorto per la prima volta, gli era sembrato addirittura un terremoto. Adesso che si era calmato. A fiducia acquisita. Non sembrava infastidirsi. Così, quelle onde gli parevano perfino massaggianti per com’erano organizzate a intervalli eguali. S’impegnò molto, a quel punto, cercando in tutti i modi di distinguere il corso che si svolgeva attorno. Per ripetere: non c'era altro daffare, se non cercare gli altri, di cui immaginava avere bisogno. Diversamente non avrebbe trovato alcuna conferma alla propria realtà, né carezza arrivata dal vento. L’essere dovette provare più volte, ma alla fine scorse qualcosa. Là, dove era il buio, si formarono delle righe orizzontali. Queste, poi, cominciarono a vibrare e a diventare colorate. Del resto, perché il cosmo doveva essere tanto avaro con lui da togliergli un bene prezioso? Il sapere non era il massimo che il mondo può dare? “Perché diversamente sarebbe stato cieco e sordo al contempo”. Pensò. ‹ Che brutta cosa!› esclamò, terrorizzato. Lui, cosa aveva fatto di male per meritare tanta ingiustizia? La considerazione gli procurò sofferenza e accadde di nuovo. Lunghi filamenti tornarono a formarsi a poca distanza. Attese fintanto ebbero a stabilizzarsi. Alla fine le stringhe si unirono assieme e in quello spazio bianco, delle sagome scure e terrificanti gli apparvero davanti per un attimo. “Non aveva la capacità d’immaginarle.” Perciò quelle forme dovevano essere reali! E non doveva trattarsi dei suoi fratelli. - Li avrebbe riconosciuti per una sensazione interiore, d’appartenenza. - D’istinto, diciamo. “Allora erano creature della sola fantasia?” ‹ Be’! Non era detto fossero tutti uguali!› Disse poi. Poteva pure essere, che quelli veduti, fossero i figli di un’altra specie? “Sì”, pensò fosse proprio così. La visione tornò ad aprirsi su quelle sagome scure. L’Essere cercò di comprendere meglio. Queste, oramai, erano a poca distanza e gli venivano contro. Ebbe paura di rimanerne investito. Cercò di scansarsi ma non riuscì. Chiuse gli occhi. Tremava ora. Era in preda al freddo e alla paura, e se avesse avuto un cuore, quello sarebbe diventato piccolo e avrebbe ceduto per lo spavento, ma lui ne era privo e come poteva vivere, - be’, non lo sapeva! Pur di vivere era costretto a difendersi e vendere a caro prezzo la pelle. Perciò si preparò a lottare. ‹ Fatevi avanti ›. Disse. Tuttavia, era solo un modo di dire. Una smargiassata. Pensata per darsi forza e difendersi. -Come avrebbe potuto farlo se non aveva muscoli? E poi, realmente, lui non aveva il ben che minimo pensiero maligno e ciò nei più intimi meandri. – Ve lo posso garantire: quel ragazzo era un puro! E se gli avessero detto che era brutto e storpio, lo avrebbe pure accettato. “A parte che, brutto e bello sono un concetto del tutto relativo.” Pensò. ‹ Sì. Va be'!›. Disse dopo, dispiaciuto. Non piacendogli la cosa. E proseguì. ‹ A poter dare la preferenza: sceglierei la bellezza, nella maniera in cui gli altri la prediligono ›. Concluse, in ultimo. - C’era forse del male in questo? Altre sagome del medesimo tipo si pararono di fronte. Parvero, per un momento esitare e volerlo schiacciare. Per lui, in quel momento, non era importante. Si avvertiva alieno e si era convinto che in quel mondo non esistessero fratelli. “Era stato abbandonato, e allora: a cosa serviva vivere e quale senso, aveva?” Chiuse gli occhi e attese la sorte. – Neppure conosceva quanto si afferma sulla morte, qua sulla terra. “Ossia che arriva, nel momento in cui meno la attendi”, e così fu anche quella volta. Riaprì gli occhi e quegli spaventevoli profili, anziché ucciderlo, si erano seduti accanto. Ora restavano immobili o quasi. Rimanendo, l'uno accanto all'altro, senza dargli attenzione. - C’era di peggio. Non erano soli! Assieme, vi erano altre due sagome. “Forse gli stranieri si erano accorti della sua presenza e intendessero avviare un contatto?” Era possibile. “ Se avessero capito che, era buono e inoffensivo, l'avrebbero sicuramente protetto.” Pensò. - E lui era buono e inoffensivo. Perciò, tornò, come un piccino ad avere fiducia, confidando con tutte le forze di essere considerato un amico. Accadde in quel momento qualcosa di assai curioso e incantevole al tempo stesso. Un accento, il quale gli parve, essere assai musicale, disse:‹ Amore, non credi sia magnifico qui, con tutte le luci e questa vita?›. “In quel luogo vi erano delle luci?” - Lui non le vedeva! “Amore”, poi, cosa significava? Era il nome dell’accompagnatore, oppure era un’espressione affettiva, come percepiva provenire dal ventre l’aveva pronunciata? ‹ Sì, è molto bello!› Rispose l’altra voce, la quale appariva tuttavia piatta, atona e autoritaria. I due, dopo, si scambiarono un rapido bacio. “Un tocco leggero tra le labbra.” Pensò la creatura, provando un’onda d’energia e di beatitudine. Alla maniera fosse tornato il vento ad accarezzarlo. Unicamente, la sensazione fu più duratura e calda. Tanto che l’Essere non riuscì a pensare ad altro per diverso tempo. Tutto ciò, era valso ad assicurarlo sul mondo. Il quale, era senza dubbio un luogo pieno d'amore. “ Oh sì, era stato fortunato a nascere in quel posto e non altrove”. Per alcuni momenti immaginò una torta di panna. Ovviamente non sapeva cosa fosse, ma l'aspetto era il medesimo. Riuscì a immaginarci sopra, anche delle candeline, rosse. “Chissà cosa c’entravano.” Pensò. Il fantasticare lo condusse alla cioccolata. – Almeno a una tavoletta di cacao! - L’Essere, prossimo alla coppia, percepiva le sensazioni. L’affetto. Le emozioni degli amanti. Eppure quelle persone erano assai diverse da lui. Innanzi tutto potevano muoversi e poi erano più alte e di molto. “Per certo, erano generose e piene di calore, come lui.” Pensò. - Quale sentimento è tanto nobile quanto l’amore? Tornò a contemplarli. La voce; la più profonda, prese ad affermare spensierata: ‹ Questa città è magnifica in primavera, quanto in inverno. Ti dirò: mi piace! ›. Ci fu un momento di silenzio. L’essere era incerto. ‹ Di noi? Cos’è che pensi?› Disse l’altra. L’Essere, divenne teso, aveva percepito incertezza in quelle parole musicali. ‹ A cosa ti riferisci Anna: alla nostra storia?›. Disse la forma, emettendo un suono che parve provenire dall'interno di una grotta e dare l'impressione di gelo. L’essere tornò a rabbrividire e a serrarsi. “Che cosa significava quel modo di fare?” Non andavano d’accordo? Là per là non seppe rispondere. ‹ Al fatto che usciamo spesso assieme, direi... ›, riprese quel soffio sottile. Cercando di darsi contegno. Nondimeno pareva spaventata e il tono era asciutto adesso. Pensò pure che quella voce esprimesse coraggio e desiderio di arrivare fino in fondo. Di ottenere verità. “Allora era quella la maniera di comunicare?” I pensieri insomma, dovevano avere accento e coprire o scoprire le emozioni? E perché spedirli fuori anche con il fiato? All’improvviso il rapporto tra i due si mostrava diverso e lui non sapeva che pesci pigliare. ‹ Stiamo bene, assieme ›, disse lo straniero e l’essere ci rimase male. Ascoltava la conversazione con la forza del cuore, con le vibrazioni le quali giungevano al corpo, e quelle parole gli sembravano espresse sulla difensiva. -Sarebbe stato così bello, invece, sentirlo affermare: ‹ Ho avuto raramente altrettanto piacere a stare in compagnia, come con te! ›. L’Essere però, dovette riconoscere pure che stava parlando per sé. E giacché non conosceva proprio nessuno, e mai era uscito con qualcuno, non aveva alcuna esperienza per giudicare. Si calmò e riprese ad ascoltare.‹ No, ma non intendevo solamente questo ›, riprese ad affermare Anna: ‹ Da un poco di tempo ci si frequenta e mi piace stare con te!› E questa volta, l'essere notò nell’inflessione un velo di tristezza. ‹ Ascolta. Io te l'ho detto. Non sono uomo desideroso d’impegnarmi ›. “Quindi gli abitanti di quel posto erano tali?” – Erano uomini?‹ Mi è venuto così. Perdonami ›. Rispose lei cercando di non irritarlo. “C'era modo per distinguerli?” La risposta giunse subito. ‹ Tu sei una donna. Per te: è diverso ›. “Uomo e donna, si trattava di ciò?” - E lui, cos’era? Avrebbe avuto un nome, un sesso in quel mondo? Provò ad ascoltare l’impronta dei propri pensieri ma non riuscì a capire se il suono era grave o stridulo. ‹ Anna, ascolta... › Disse lui, e questa volta mostrava di volerla persuadere. “Anna, era un nome?” - Sarebbe stato magnifico per lui averlo. Sarebbe stato più facile capire chi era, e farsi riconosce. Al contempo distinguersi; pur essendo assieme agli altri. ‹ Che cosa vuol dire? Che sono sola a desiderare di stare assieme?› Domandò. –E questa volta era decisa. L’Essere si chiese se stare assieme significasse non essere da soli. ‹ Sì! Sì!›. Esclamò alla fine, ritenendo che tutto ciò fosse bello! Ora avrebbe voluto risponderle. Precisarle quanto straordinaria era la domanda, e che non aveva senso rimanere separati. Sarebbero stati assieme, anche per sempre. ‹ Senti. Io ti avevo avvertito!› Affermò l'uomo. -Oh, adesso era lui ad apparire arrabbiato. L'essere si strinse di nuovo. ‹ Non è colpa mia. Pensavo fosse ... › Volutamente, lasciò incompiuta la frase. ‹ Fosse cosa?› -Non gli era chiaro. Gli uomini esprimevano sentimenti complicati e contrastanti. Era tanto difficile aprirsi? ‹ Senti, s’è così: io me ne vado ›. Disse lui deciso, e l’Essere pianse e la donna pure. -Non sapeva perché piangeva, ma era così. Si riprese dopo alcuni istanti, decidendo di fare qualcosa. L’uomo nel frattempo era andato via. L’Essere avrebbe voluto rincorrerlo per fermarlo. Per chiedergli di ripensarci. - Dove poteva essere andato? ‹ Oh! Oh... ›. Disse, spaventato. Accadeva di nuovo. Tornava a vedere; però, questa volta accadeva in maniera diversa. Seguiva le due sagome sul selciato, mentre si confondevano alle altre. L’Essere sapeva di essersi allontano dal corpo, ma non in quale direzione. Adesso provava nuove percezioni. Come... come fluttuare nel vuoto e avvertiva le vertigini. Si trovava in un luogo illuminato. Grande, ma al contemporaneamente delimitato. Chiuso. Decine di sagome gli arrivavano contro, oppure si dirigevano nel medesimo senso. Gli venne da ridere, quando scoprì che riusciva a librarsi più in alto e quelle forme scure non erano più tali. Viste di fronte apparivano diverse. Colorate. Alte, e meno. Atletiche e no. Quelle figure dovevano rappresentare l’umanità. E ce n’erano d’ogni tipo. I loro pensieri giungevano alla rinfusa: ‹ Sono in ritardo, devo andare più in fretta!›. Diceva una forma pensando a tornare a casa. ‹ Meno male. Per oggi il lavoro è finito ›. Erano i pensieri di una corporatura più robusta e giovanile. -Chissà come si chiamava quel mondo? Non ebbe il tempo di stare a pensarci. L'uomo che cercava era là, in movimento su una scala metallica. L’Essere si avvicinò, ben attento a rimanere in disparte ma sufficientemente vicino e col cuore domandò: ‹ Perché fai così?› Era sicuro che l’uomo avrebbe risposto. ‹ Lasciami stare!› Disse l’uomo al pensiero formatosi nella testa. Allora l'Essere indirizzò verso di lui, le sensazioni felici percepite da Anna mentre stavano assieme. L'uomo neppure si fermò a considerarle. Adesso era deluso e si accorgeva di indebolire, incominciando nuovamente a sentire freddo. Si era spinto a troppa distanza dal corpo e indubbiamente non era abile a farlo, come aveva considerato. Tentò di fargli cambiare idea inviando le sensazioni memorizzate sul bacio. L’uomo scosse il capo e respirò profondamente. “Sicuramente Anna era importante anche per lui.” Pensò l’Essere. Tuttavia niente. Nulla l'avrebbe indotto quell’uomo a cambiare idea e tornare indietro. Doveva decidersi a lasciarlo andare. L’Essere non poteva fare di più. In quell'ambiente maleodorante e privo d’ossigeno, stentava a vivere. Disperato provò un'ultima volta e proiettò le proprie attese dal mondo. Il desiderio di non rimanere solo. Di venire compreso e amato. L'uomo si portò agli occhi il fazzoletto. Cercando di trattenere la commozione. Fu quello il momento, in cui l’Essere inviò un sentimento di serenità e di forza verso la figura tanto diversa da sé. Si dispiaceva per lui di quei pensieri cupi che dimostrava avere più che altro per paura di vivere e di essere felice. L’uomo aveva raggiunto qualcosa fatto di metallo e gomma, venuto fuori veloce e sferragliante da una cavità scura. Quella cosa si era fermata e la gente saliva e scendeva dal suo interno. L’Essere intuiva che sarebbe montato su quel mezzo moderno e andato via, per sempre. “Non poteva seguirlo là dentro.” Si girò per andarsene e raggiungere il proprio corpo. La vita attorno all’Essere era carica di sensazioni represse. Accantonate. Proprio in quel momento l’uomo rimise in ordine il fazzoletto e prese a correre sulla scala metallica. Non poté evitare di seguirlo. Qualcosa nei sentimenti duri e freddi del tale, era cambiato e stava restituendo forza anche a lui. Insieme saltarono il tornello d’ingresso alla metropolitana. Tornarono su, verso l'uscita, tra la folla che li guardava incuriosita e sorridente. - Probabilmente, coglievano anche loro l’immagine che qualcosa di bello era accaduta. In quella moltitudine umana, erano i più veloci e cavalcavano assieme, aprendo un varco nella corrente, pieni d’allegria e di speranza. “ Anna, a ogni buon conto, sarebbe stata ancora là ad attenderlo?” Si augurò fosse così, perché diversamente, quel grosso sforzò portato a compimento, non sarebbe valso a nulla. La coppia non si sarebbe incontrata e l’Essere non avrebbe mai più saputo di loro. L'aria fredda lo bloccò all'uscita dalla stazione. Non era certo, ma percepì il cambiamento attorno. Il cielo appariva buio e l'unico fatto ad allietarlo, assieme al desiderio di ricongiungersi al corpo, erano le luci sfavillanti dei negozi e dei lampioni. Adesso finalmente le vedeva, e provava come un vuoto allo stomaco nell’osservarle in lontananza. “Erano entità magiche o lucciole?” - Quale forza le accendeva? La piazza era assai più gremita che prima e ora sembrava fossero tanti e diversi i modi di esprimere. -Forse, l'Essere, stava pensando ai dialetti? Alle lingue? Scorse in quel momento delle creature a quattro zampe, dalla criniera lunga e coda curata, e s’impietrì. Non pensava potessero esistere forme altrettanto belle. Dovevano essere nate per correre, a giudicare dall'aspetto; seppure apparissero appesantite da un crocchio alle spalle. ‹ Perché sei tornato?› Domandò, Anna. “Oh, sì!” - Erano stati fortunati! Anna non era andata via e sedeva sulla gradinata. Adesso l'Essere poteva distinguerla chiaramente, esile e immersa in un cappottino di mezza stagione, colore verde chiaro. Doveva avere trenta. Trentacinque anni. I capelli erano mori e le cadevano sulle spalle. Gli occhi erano azzurri e la pelle del viso era liscia e chiara. ‹ Amore, perdonami. Non volevo, sono uno stupido, credimi. Non ho parole per giustificarmi. › Faceva freddo ora e nell’aria si avvertiva l’odore delle castagne arrostite. ‹ Cosa mai è accaduto?› Domandò, Anna, con voce incredula. ‹ Mi sono accorto, che ... che ti amo!›. L'Essere aggiunse alle parole dell’uomo un’onda di sincerità. Sapeva che esse erano vere, ma diede una mano, perché Anna poteva avere chiuso ogni porta a quel tale, e poi, aveva maturato la cognizione ormai che non sarebbe vissuto altro tempo. Il suo corpo a terra, era totalmente freddo e rimaneva in vita, sostenuto dal solo amore. Il dolore lo colpì all'improvviso e fu accecante. Rotolò. E a forza di farlo gli venne la nausea. Una sagoma nera, in rigido di cuoio si era abbattuta su di lui, ed era stata proprio Anna, a dargliela addosso. A sferrare quel calcio. ‹ Lo sai. Mi fanno ribrezzo!› Disse lei. ‹ Purtroppo non ci siamo accorti ›. Rispose lui, rammaricato. Non aveva pensato, sedendosi un’ora prima, così vicino a quella carrozzella. ‹ Escrementi di cavallo! Non comprendo perché non puliscano ›. Continuò. ‹ Dai: andiamo via ›, disse lei. L'Essere adesso tremava veramente. Non aveva creduto che quei due, potessero fargli tanto male. Non pensò fossero ingrati o di vendicarsi. Erano concetti lontani da lui. Lo scroscio d'acqua tiepida sopraggiunse subito dopo, bagnandolo completamente. Udì, dire: ‹ Fido! Vieni qua. Forza!› - Chi era Fido? Cosa di tremendo riservava ancora il destino per lui? ‹ Guardi. Il cane va tenuto a guinzaglio! Lo vede altrimenti cosa combina?› Disse l’agente spazientito. Era un poliziotto anziano. Di altri tempi. ‹ Mi dispiace. Non pensavo. › Disse il giovane dai capelli lunghi e lo zainetto sulle spalle che portava a passeggio il quadrupede. ‹ Nell’ultima ora, il suo animale è andato in giro ad annusare di tutto!› Insistette l’agente. A cosa serviva ricordarlo? Penso il ragazzo cercando di richiamare il cane. ‹ Scusi ancora. Adesso lo metto a guinzaglio ›. Ora l’agente sarebbe rimasto soddisfatto. Il ragazzo aveva compreso. Il cane era sottocontrollo. Non avrebbe dovuto multare nessuno. ‹ Per fortuna stanno per ripulire ›. Disse in ultimo il poliziotto. L’Essere, intanto, non capiva più niente. Limitandosi a piangere sommessamente. La vita si era rivelata difficile e inaspettata. Senza possibilità di redenzione. Di conoscere i propri fratelli e comprendere il proprio scopo e presto sarebbe morto. Ebbe unicamente il tempo di cercare le delicate figure all'uscita del metrò in piazza di Spagna a Roma (Italy), le quali tanto l'avevano impressionato. Percorse quella distanza con la mente, e in pochi istanti comprese da cosa era stato partorito. Notò quelli in terra, caduti dal foro nel sacco di letame, allacciato alle natiche dei poveri animali. Lanciò in quella direzione, un grido disperato: ‹ Fratelli, mi sentite?› Disse. Senza ricevere risposta. “Dovevano essere già morti.” Pensò. Invero, l’Essere, si spense da lì a poco, quando al suo interno il piccolo seme di fieno, forse transgenico, non del tutto ruminato dal cavallo, ebbe finito ogni risorsa zuccherina. La pulitrice meccanica presente nello slargo più famoso al mondo compì lesta il lavoro. Raccolse quella palla maleodorante, assieme a bottiglie e cartacce lasciate in terra nei pressi della “Barcaccia” del Bernini, proprio al termine della gradinata. Frattanto, un buon dio lungimirante e pietoso, aveva accolto l’Essere vicino.

© Veniero Rossi



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