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lavoro pubblicato martedì 30 settembre 2014
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

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L’ufficiale e il caporale

di MyLand. Letto 591 volte. Dallo scaffale Storia

Le acute vibrazioni dei fischi sempre più vicini, terrorizzavano erba e foglie, scuotendole in un violento tremore. Al momento dello schianto il suolo sobbalzava, contorcendosi , come se la terra stesse inghiottendo interi pezzi di se stessa...

Le acute vibrazioni dei fischi sempre più vicini, terrorizzavano erba e foglie, scuotendole in un violento tremore. Al momento dello schianto il suolo sobbalzava, contorcendosi , come se la terra stesse inghiottendo interi pezzi di se stessa.
Le deflagrazioni strappavano le tende dai picchetti, sradicandole con la stessa facilità con cui la tempesta cancella una ragnatela.
Dall’interno dell’infermeria l’ufficiale medico sentiva le voci e le urla dei suoi che tentavano di respingere l’attacco a colpi di fucile e di mitra antiaereo. Ad ogni nuovo passaggio di un aereo nemico, la terra tremava e immediatamente dopo, per un attimo, c’era silenzio. Le voci del contrattacco erano ricominciate, ogni volta, sempre più sottili, fino a spegnersi.
L’ufficiale medico ora sentiva solo esplosioni. Nessuna voce riprendeva. Nelle prime ore dall’inizio dell’attacco, l’infermeria era stata sommersa: decine di soldati irrompevano tra le urla dei feriti che trasportavano a spalla, abbandonavano i corpi mutilati e, senza arrestare la corsa, fuggivano di nuovo verso la battaglia uscendo dal piccolo pertugio sul retro. Tutto questo ebbe una fine solo dal momento in cui non era rimasto più un solo soldato in piedi e in grado di caricarsi sulle spalle un ferito.
Quasi più per l’abitudine sviluppata in quelle ultime ore che per reale necessità, il giovane medico voltava la testa verso l’ingresso, ogni minuto o poco di più, convinto per alcuni istanti che da un momento all’altro avrebbe dovuto dare indicazioni ad un soldato su dove adagiare il ferito.
Ma non vedeva altro che il salire improvviso di spruzzi di terra e fango scuro, schizzare come onde contro gli scogli, e ripiombare al suolo subito dopo la deflagrazione. Dei tanti uomini che fino a poco tempo prima, osservando appena oltre l’ingresso dell’infermeria, aveva visto correre senza sosta da una parte all’altra del campo, non c’era più traccia. Era solo, con i suoi ferri e le sua mani insanguinate e un uomo ansimante sul tavolo operatorio. Altre esplosioni scuotevano lembi di terra sempre più vicini ai loro piedi.
Abbandonò le braccia lungo i fianchi e il grosso ago da chirurgo gli cadde dalle mani.
Accennò un passo in direzione della soglia, la morte avrebbe presto preso anche lui.
“Hei dottore, non mi hai salvato per niente”, disse, sforzando un sorriso il giovane soldato di leva steso sul tavolo. “Ora, possiamo non morire soli”.
Il giovane medico, decisamente più anziano del ragazzo a cui aveva appena ricucito un grosso squarcio sul fianco, allungò una mano e portò verso di sé un alto sgabello sul quale si sedette, accanto al tavolo operatorio.
“Ho tutta la vita davanti, direbbe chiunque. Beh, sarà vero, ho tutta la vita davanti, ho tutta quella che mi resta. E sopra di me c’è l’uomo che l’avrebbe salvata e ci sarebbe riuscito quest’uomo, a salvarla. Sei un bravo dottore, e sei anche un ufficiale, se avessi la forza di alzare il braccio ti farei il saluto, ufficiale dottore”. E si sforzò di sorridere di nuovo.
Il soldato non avrebbe potuto girare la testa verso il basso, il fiume rosso ed appiccicoso di sangue tra lo sgabello e i piedi del medico apparteneva al giovane steso sul tavolo e gliene era rimasto decisamente troppo poco in corpo perché potesse trovare la forza di muoversi. Se fosse riuscito a girarsi, forse, avrebbe potuto vedere e ricordare di quando si era svegliato di soprassalto quella mattina, dell’esplosione accanto a lui e di quando era entrato in infermeria, con uno squarcio, e senza più il braccio con cui sparava.
“Non occorre, caporale”, disse il medico, sorridendo. “Avrai il tempo per farlo, più tardi, quando ci verranno a soccorrere. Senti? Sono finti i bombardamenti sul campo, non volano più aerei sopra di noi”.
Il giovane caporale non riuscì a trattenere una risata un po’ troppo forte e spontanea, che gli causò un leggero colpo di tosse e una piccola risalita di sangue fresco dalla gola si infranse sui suoi denti bianchi.
“Sei un bravo dottore e un ingenuo ufficiale”. Il medico si alzò e, presa una spugna umida d’acqua, ne versò dall’alto qualche goccia nella bocca del soldato.
“Grazie dottore. Ora devi fare una cosa per me, tu che sei un bravo dottore ma un ingenuo ufficiale”, e sorrise di nuovo.
“Se non bombardano più è perché, adesso, è cominciata l’avanzata delle truppe di terra. Scommetto quel poco della vita che mi resta che se ti affacci da quell’ingresso li puoi già vedere”.
Il medico si alzò dallo sgabello, si avvicinò all’ingresso della tenda e sporse la testa appena oltre la soglia.
Non si udivano lamenti. I colori stessi della natura e della vita erano stati stravolti dalla potenza devastatrice delle bombe. L’unico colore che ancora restava famigliare era quello di un cielo di primavera, all’alba. Lassù, oltre il limite degli aerei, non era possibile imporre la morte. Ma al suolo, i colori, non appartenevano ad alcuna stagione.
L’ufficiale comprese immediatamente che quella sensazione di solitudine provata solo alcuni minuti prima era reale, lui ed un giovane caporale disteso sul suo tavolo, erano i soli respiri flebili del campo.
Alzando lo sguardo verso la cresta della collina vide un immenso battaglione nemico riversarsi nella valle, veloce ed inarrestabile, come un’impetuosa colata di lava dalla bocca di un vulcano. Sembrava un’onda umana di armi e ferro che saltava di corsa l’ostacolo della vetta, per ruzzolare verso di loro come un potente macigno silenzioso.
Il medico corse velocemente verso il giovane soldato, “hai ragione caporale, sono a poche centinaia di metri da qui, mi dispiace, avrei voluto salvarti”.
“Adesso ascoltami, dottore. Tu esci da questa tenda, cammini fino nel mezzo del campo e ti metti in ginocchio, con le mani dietro la testa. Sei un ufficiale, nessuno ti sparerà e forse potremmo salvarci o almeno, non morire oggi. Adesso vai, se esci troppo tardi apriranno il fuoco contro l’infermeria e allora ce ne vorrà parecchio di quel filo che hai usato su di me”. Il soldato sorrise di nuovo guardando il medico alzarsi davanti a lui. Inghiottì un altro pugno di sangue che tentava di uscirgli dalla gola e provò a strizzare l’occhio all’ufficiale, senza riuscirci.
Il medico fece ciò che gli era stato suggerito, avanzò pochi passi fuori dalla tenda e, raggiunto il centro del campo si inginocchiò, stringendo le mani dietro la testa.
Le truppe di terra invasero il campo e, come previsto dal giovane caporale, nessuno sparò un colpo contro l’ufficiale; tre uomini si avventarono su di lui.
Prima che quella gran botta in testa gli facesse perdere i sensi, il giovane medico riuscì a girarsi, appena in tempo per vedere alcuni uomini fare irruzione nell’infermeria, e sentire la scarica di colpi di un fucile automatico.




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