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lavoro pubblicato lunedì 29 settembre 2014
ultima lettura sabato 10 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Scambio di lettere tra me e Martina

di Allegra. Letto 1070 volte. Dallo scaffale Amicizia

Me e lei Rifugiarsi in discorsi senza capo né coda era ormai consuetudine, cercare di descrivere quelle emozioni era purtroppo ancora consuetu...

Me e lei Rifugiarsi in discorsi senza capo né coda era ormai consuetudine, cercare di descrivere quelle emozioni era purtroppo ancora consuetudine. Descrizione - emozione; due parole tutt’altro che complementari. Realtà,astrazione. Cerco di scovare nel più grande dei vocabolari parole che racchiudano, di lettera in lettera, i miei 15 anni. Invece no. Resto costretta tra parole, frasi, canzoni, che non mi soddisfano; cerco allora di associare nomi e cognomi a sensazioni, brividi, pianti, risate. Cerco di gestirmi nel mare delle mie non-emozioni. In mezzo a tutto quello che provo e che (non) dovrei provare e mi chiedo se tutto questo non sia sbagliato. Sentirsi male. Fuori. Probabilmente nulla di tutto questo dovrebbe essere successo. E’ un male essere arrivati fin qui. Sentirsi male. Cerco di ricordare il momento preciso in cui ha avuto inizio e non mi viene in mente nient’altro che un punto fermo. Io non mi sento bene.

Noi Un adolescente non ha nessun problema legato agli ormoni. Un adolescente vive,ma non vive. Sperimenta una non vita,che è la stessa che lo attende. Si sveglia. Il suo primo pensiero riguarda la sua solita e implacabile routine dalla quale non può fuggire. Scuola. Pranzo. Palestra. Studio. Letto. Funziona così e tutto gira intorno a questa routine indistruttibile e progettata nel minimo particolare. Non si sbaglia mai. Mai se ne deve uscire fuori. Svolge le sue mansioni mattutine,si lava il viso,si guarda allo specchio. Si perde nel baratro. Si guarda fissamente allo specchio cercando un viso simile,familiare, qualcosa in cui riconoscersi. Non trova niente. Mangia. Durante il tratto che va da casa a scuola ascolta musica ad alto volume con l’I-Pod che suo papà gli ha comprato. I padri non sanno. La musica che è utile a “caricarlo” in realtà lo distrae dai pensieri cattivi che lo rincorrono. Lo rincorrono. Non gli lasciano fiato. Sono come ansia. Non puoi sfuggirne, ogni secondo che passa quando sei da solo eccoli che ritornano. Quella piccola ombra nera sul tuo orecchio. Quel senso di solitudine e di incompletezza che ti pervade. Perché sono così? Perché mi sento così male? Atto primo Davanti scuola inizia il primo vero passo teatrale. Oggi scelgo di essere così. Si siede fra i banchi e ogni minuto è un conto alla rovescia allietato dalla sceneggiata che porta avanti da anni. Una bella persona,sociale, intelligente,attenta,tranquilla. Perfino durante la ricreazione continua la sua finzione. Entra nel bagno, evita di guardarsi allo specchio. Lo guarda con il suo solito sguardo superficiale che lo caratterizza. Quell’aria straniata che ti fa pensare appartenga a un altro pianeta e sia qui solo per dare una parvenza di realtà. Non del tutto sbagliato. I minuti passano. Atto secondo Ecco la seconda parte della commedia. Una bella vita, divertente, appagante, qualcosa da raccontare. Mi chiedo cos’abbiano sempre da dirsi, cosa da esprimere. La commedia continua. Perché sono così? Perché mi sento così male?Basta. Fa finta di non rendersene conto e piano piano tutto si appiattisce e si rivela per la squallida realtà che è: nulla. Le facce si sciolgono e gli argomenti si smontano. Torna a casa. Silenzio. Terzo atto Ecco il primo intermezzo. Continuare a fare finta che tutto vada bene. Sì, è andato tutto bene. Sì, non ho problemi. Sì, sta tranquilla. Continua affannosamente la sua routine benedetta che distrae anche chi sta intorno. Continua la sua farsa e tutto ciò ad essa ricollegabile che consente questa parvenza di vissuto. Perché sto così male? Ripetizione dopo ripetizione questa sensazione mano a mano viene nascosta dall’affanno e dalla stanchezza. Benedetta fatica. E’ incredibile come puoi distrarti così tanto tempo nell’arco di ventiquattro’ore. Si fa la doccia e sempre la stessa musica continua a distrarre e mutare tutto rendendo la routine vivibile. Semmai ci fosse un inferno lo vedrei come un centro commerciale. Una vita senza orologi,o casomai con troppi, dove la musica ti confonde e distrae da ciò che davvero devi fare. Dove le azioni si susseguono e gli sguardi sono troppi per concentrarsi su uno in particolare. Dove il tempo passa ma non passa. E tutto è perennemente fermo e in movimento. Stabile. Musicato. Ma. Nel momento in cui ti infili nelle coperte e con calma chiudi gli occhi,quando le tue gambe si riposano e puoi finalmente chiudere questa tragedia, facendo scorrere via le stesse cose che ti porti dietro per tutta la giornata,lì,in quel preciso istante non puoi sfuggirne. Quella sensazione che non riesci a definire. Un senso di vuoto così grande e difficile da colmare che la strada più semplice per non soffrire è evitarlo. Evitiamolo. L’adolescente chiude gli occhi e sprofonda nel baratro di storie mai accadute fatte di volti mai incontrati, dove tutto si intreccia e tutto sparisce,distraendosi,anestetizzandosi. In realtà Fingere. Fingere. Fingere. La mia vita si riassume in una continua finzione. In pochi affetti sinceri inframezzati da affetti immensi e ingiustificati. Pensandoci. Ci sono troppe cose che regolamentano la mia vita fuori dal mio controllo. Quindi la mia vita non è altro che un accordo fra tutti i fattori che possono influenzarmi. E io che cosa scelgo? Che cosa posso scegliere? Molte volte penso che potrei smettere. Concludere il dramma e recitare l’ultimo atto con insana passione per poi salutare dal palco tutti i volti che inconsapevolmente hanno recitato con me. Per me. Effettivamente gli altri non servono a granchè se non a soddisfare desideri egoistici. Uno sfogo. E’ difficile legarmi a qualcuno. Tendo a pensare che chiunque ha una funzione. Bisogna prendere. Prendere il meglio e capire quando non c’è più nulla. Sfruttare. Il punto sta nel capire quand’è il momento giusto per chiudere il capitolo. Dire “ciao” a quel qualcuno e uscirsene senza tagli. Così si sopravvive. Facendo finta. Prendendo. Rubando. Quando dico “chiudere il sipario” non intendo il suicidio. Molte volte ci ho pensato ma di senso non ne avrebbe. Voglio dire: finire di fingere. L’utopia che segretamente cresce in ogni giovane. L’ombra nera sul tuo orecchio. Quel puntino. Quella piccola idea. Semmai decidessi di finirla. Di dire la verità. Di stare solo con chi ho voglia e dire le cose che voglio, pensare le cose che voglio e uscire quando dico io, fare le cose che dico io, come le dico io, vestirmi come dico io, come voglio io. Vivere semplicemente. Ma l’uomo non riuscirebbe mai,diciamocelo. Queste sono le complicanze inutili che ci distraggono da quelle importanti. Non esiste niente di tutto questo.



Commenti

pubblicato il 13/10/2014 9.41.52
Dace, ha scritto: *clap* *clap* ;)

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