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Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 29 settembre 2014
ultima lettura domenica 18 ottobre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Una storia in due.

di Jackalot. Letto 1447 volte. Dallo scaffale Eros

La giornata sembrò cominciare uguale a tutte le altre per entrambi. Il sole iniziò a manifestare la sua presenza filtrando tra le persiane della sua stanza, illuminandole il viso e parte degli occhi; inizialmente arricciò il naso.....

La giornata sembrò cominciare uguale a tutte le altre per entrambi. Il sole iniziò a manifestare la sua presenza filtrando tra le persiane della sua stanza, illuminandole il viso e parte degli occhi; inizialmente arricciò il naso come infastidita, poi aprì gli occhi a metà, li richiuse, si rigirò su un fianco, poi si mise supina con le braccia aperte e finalmente li aprì del tutto. E sorrise.

Poi fu la volta di lui. La luce allagò d'un tratto tutta la sua stanza (s'era scordato di chiudere le persiane) e gli ricordò brutalmente che era lunedì, il peggiore di tutti i sette giorni, una sorta di Brontolo della settimana; ovviò girandosi sulla pancia e seppellendo la sua testa sotto il cuscino, ma il sole sembrava bussargli sulla pelle, richiamandolo ai suoi doveri. Si alzò sbuffando.

Lei aveva la mattinata libera, e decise di fare con calma regalandosi, per iniziare, un buon caffè all'inglese; preparò il tutto senza mai scordarsi di sorridere, il suo sorriso era una parte naturale di se, come le sue mani o i suoi capelli: era lì e basta, anche se lei sembrava non accorgersene. Bevve il suo caffè, poi fece una doccia ed iniziò a vestirsi, indugiando non poco sull'armadio aperto che aveva di fronte. Decise per un vestito sportivo, una specie di tuta, ma con l'eleganza di un vestito, in fondo le stava bene, le aderiva addosso mostrando al mondo intero l'armonia delle sue forme, come una musica senza note, ma che non era difficile ascoltare.

Lui si vestì in fretta, era in un ritardo mostruoso e forse avrebbe anche dovuto fare a meno del suo espresso al bar se voleva ancora arrivare in tempo all'appuntamento; si spruzzò in faccia un po' d'acqua gelata che gli fece quasi mancare il respiro, si lavò velocemente i denti, ravviò i capelli rimediando un pessimo risultato, prese le chiavi della macchina e partì. Forse ce l'avrebbe fatta.

Lei raggiunse la piazza principale in pochi minuti, le piaceva camminare, la metteva di buon umore, e non si curava molto delle occhiate cariche di ovvi significati di quanti la incrociassero sul loro cammino. I suoi capelli seguivano il ritmo dei suoi passi, ondeggiandole sulle spalle come fa il mare sulla spiaggia in estate; le incorniciavano l'ovale del viso, il più bel quadro mai dipinto, ma lei forse non lo sapeva, credeva di essere semplicemente una in un mondo di tanti. Raggiunse la prima di una lunga fila di bancarelle, anche se non aveva bisogno di qualcosa in particolare, ma magari avrebbe trovato qualcosa di carino da indossare, o qualcosa di utile per la sua casa. Notò un vestitino. Lo prese tra le mani. Era nero.

Lui ebbe le prime noie dopo pochi minuti, rimanendo imbottigliato nel traffico del mattino. Cercò di distrarsi facendo finta di ascoltare la radio, ma neanche la musica era buona, lo infastidiva soltanto, sembrava che tutto andasse bene all'infuori che a lui. Spense la radio e cercò di calmarsi lisciandosi la barba. In fondo, non l'aveva forse cresciuta per avere un antistress sempre a portata di mano? Ingranò la prima e si mosse di qualche metro, il centro della città era quasi vicino. Il problema era trovare il parcheggio. Ma non quella mattina. Stranamente lo trovò subito, guardandosi intorno incredulo, pensando che si trattasse di uno scherzo. Scese dall'auto, la chiuse e si avviò a piedi verso il bar. Forse prima che il cliente arrivasse avrebbe persino fatto in tempo a prendere il suo caffè.

Lei comprò il vestito, felicissima, già se lo immaginava addosso, già si vedeva di fronte allo specchio in cerca di quei minimi difetti che non esistevano; probabilmente lo avrebbe indossato quella sera stessa, avrebbe fatto una gran figura, avrebbe avuto addosso anche gli occhi della luna, che l'avrebbe osservata con una luce invidiosa. Prese il vestito e si spostò verso le altre bancarelle, ma vide che non c'era nulla di interessante; mise per un attimo il broncio, strinse un attimo le spalle e si avviò verso il lato della piazza: lì c'erano i negozi, e a lei piaceva particolarmente guardare nelle vetrine, anche se non doveva comprare nulla. Il primo era un negozio di scarpe. Giusto di fianco ad un bar.

Lui ordinò un espresso, ma non prese da mangiare, faceva sempre colazioni a metà, anche perchè il suo cliente poteva arrivare da un momento all'altro, beccandolo con mezzo cornetto che gli penzolava dalla bocca. Non era proprio il caso. Bevve il suo caffè, pagò e andò a dare uno sguardo al giornale sul tavolo, sfogliandolo senza nessuna voglia di leggerlo. Guardò l'orologio alla parete e vide che nonostante fosse in ritardo, il suo cliente era più in ritardo di lui. Iniziò a camminare nervosamente, le mani in tasca, gli occhiali da sole sulla testa e nessuna espressione sul viso. Decise di uscire fuori.

La vide.

Semplicemente.

Come la più naturale delle cose.

Come se fosse ovvio vederla.

Ma ciò che rese quella giornata ancora più unica fu il fatto che lei incrociò il suo sguardo, mantenendolo. Senza smettere mai di sorridere. Lui si voltò indietro, credendo che probabilmente quello sguardo e quel sorriso fossero diretti a qualcun altro. Ma quando si girò di nuovo in avanti, ebbe la certezza che si sbagliava: quegli occhi erano fissi nei suoi, se qualcuno avesse potuto disegnare una retta tra loro due, questa sarebbe stata perfettamente uniforme, non c'erano possibilità di equivoco. Mosso da chissà quale strana forza, avanzò alcuni passi verso di lei, come se i suoi piedi agissero indipendentemente dal corpo. Lei fece altrettanto, sembravano due amici che non si vedevano da chissà quanto tempo e che ora si erano ritrovati. Dopo alcuni passi lei si arrestò, mentre lui continuava ad avvicinarsi.

Non mi prenda per uno che ci sta provando, mi chiedevo solo se potessi prendere un caffè con lei”, disse, senza nemmeno pensare che ne aveva preso uno pochi minuti prima, e di solito non ne prendeva più di due in un'intera giornata. Molto volentieri”, musicò lei con un accento molto colorito che a lui piacque subito, “ma solo se la smetti di darmi del lei. Ti piacciono questi stivali di velluto? Ho intenzione di metterli sotto questo vestito, guarda!”.


Dopo essersi seduti al tavolo, lui iniziò a tremare leggermente, credeva di avere tutti gli occhi addosso, temeva soprattutto di sembrare goffo ed impacciato agli occhi di lei. Occhi che non smetteva di guardare. Occhi che gli facevano venire in mente la delicatezza della notte. Occhi custodi dell'anima di lei, occhi che parlavano e che lui non poteva fare a meno di ascoltare.

Lei invece era molto rilassata, come se quell'incontro fosse la più naturale delle cose, bevve il suo succo d'arancia con molta scioltezza, mentre lo guardava girare il cucchiaino nella tazzina da due minuti buoni.

Dì un po' ”, disse “vuoi forse scavare fino al centro della terra con quel cucchiaino?”. E rise di gusto, strappandogli finalmente un sorriso.

Scusami, è che...è tutto così strano..cioè...fino a pochi minuti fa nessuno di noi due sapeva dell'esistenza dell'altro, e ora eccoci qui al tavolo di un bar!”, cinguettò.

Ho visto che mi guardavi...hai uno sguardo interessante, molto profondo...guardi sempre così le persone che incroci?”

Quasi mai. Non guardo mai negli occhi le persone. Non ci trovo niente di interessante. Anzi, non ci trovo niente e basta”, replicò lui, stavolta con voce più ferma.

E cosa hai visto invece nei miei di così interessante?”, disse lei protendendosi in avanti e poggiando il bicchiere sul tavolo.

Ho visto quello che ho sempre sognato di vedere. Ma più che visto ho sentito.”, e finalmente abbandonò il cucchiaino ai piedi della tazzina, abbassando la testa mentre terminava la frase.

Lei rimase in silenzio per un po', senza smettere di osservarlo. Poi si passò una mano tra i capelli, e inspirò profondamente, tirandosi indietro sulla sedia. I seni le si gonfiarono per un momento, e lui non potè fare a meno di notarli, mordendosi il labbro inferiore e maledicendosi per essersi lasciato andare ad una leggerezza simile. Lei se ne accorse, e fiorì nuovamente in quel sorriso che sembrava l'alba di un giorno che lui non aveva mai visto.

Non mi sembri a tuo agio, c'è qualcosa che non va? “, lo interrogò.

No assolutamente...no...”, e cercò di tirar su la testa. Una marea di parole gli fluttuava in testa, ma non riusciva a coglierne nemmeno una per farla sua. Maledetto idiota! Pensò tra sé.

Lei fece per alzarsi ed andarsene, e quando lui realizzò la faccia gli si dipinse di terrore.

Aspetta...non...non ti ho...non so nemmeno il tuo nome..”

Lu”, disse lei “...va un po' meglio ora?”, e sorrise aprendo ancora di più gli occhi su di lui.

Io sono Jack”, e finalmente trovò la forza di sollevare il viso “è un piacere averti conosciuta.”

E' un piacere anche per me, Jack, ma ora devo andare..”

Posso sperare di rivederti?”

Chissà”, disse, alzandosi e dirigendosi verso l'uscita.

Lui abbassò gli occhi sulle mani che gli si contorcevano per il nervoso, ebbe come un tremito, non riusciva a togliersi dalla testa quegli occhi, gli sembrava di impazzire. Alzò gli occhi ma non la vide, era già scomparsa nella folla che riempiva la piazza. Poi una mano gli si poggiò su una spalla. Sorrise. Si voltò. Era il suo cliente.


Dopo che ebbe concluso il suo contratto ,si avviò verso la cassa trascinando malvolentieri i suoi piedi, era giunto il momento di tornare alla sua monotonia quotidiana. Attese il suo turno, e scorse due ragazzi si baciavano dietro un separè, gli venne da sorridere.

Ha pagato la signorina che era con lei”, disse il cassiere.

Come?”, replicò lui, incredulo.

Si. E mi ha detto di darle questo.”

Lui afferrò quel qualcosa che il cassiere aveva ancora tra le mani. Era un vecchio scontrino di quello stesso bar. Sul dorso una serie di numeri scritti con mano ferma e con una calligrafia tondeggiante. Un numero di telefono.



Come aveva immaginato, non appena fu a casa tirò fuori dalla busta il vestito comprato poco prima, lo aprì tenendolo per le maniche e lo osservò inclinando un po' la testa. Decise di provarlo. Si tolse di dosso tutto ciò che aveva, e in un attimo si ritrovò completamente nuda di fronte allo specchio verticale incastonato nell'armadio. I seni protendevano fieri dal suo corpo come rosei germogli di un albero nel pieno della sua giovinezza, i fianchi scolpivano l'aria intorno reclamando il loro spazio, il centro della sua sessualità e del suo corpo teneva insieme il tutto nascondendosi sotto un insieme geometrico e ordinato di peli. Chiuse gli occhi. E per un attimo il suo sorriso divenne semplicemente una bocca aperta a metà. Si accorse di avere le mani che le accarezzavano i seni, i capezzoli duri e pieni di desiderio, il cuore che aumentava il ritmo. Le scappò un gemito. Inspirò profondamente ed infine riaprì di scatto gli occhi. Si prese il viso tra le mani, poi guardò nello specchio, l'immagine riflessa le restituì lo sguardo. Lentamente tornò in sé. E scordò di provare il vestito.


Mentre guidava, teneva stretto nella mano quel pezzo di carta, speranza e delizia, aveva troppa paura di perderlo. Ma allo stesso tempo aveva anche troppa paura di chiamarla. Cosa le avrebbe detto? Ciao! Sono quell'idiota di stamattina! Al bar! Ricordi? Il problema era che sentiva di avere tanto da dirle, ma non riusciva a trovare il bandolo di quella matassa di parole. Girò a sinistra. Per poco non metteva sotto una vecchietta col cane. Quella le urlò contro. Non la sentì. Andò oltre. Poi parcheggiò di nuovo. Ma non scese. Fissava quei numeri.


Verso le 15 di quel pomeriggio, iniziò a piovere leggermente, piccole gocce d'acqua bussavano sulla finestra, con il rumore di sabbia scagliata su un vetro. La radio trasmetteva un vecchio brano di Ann Peebles, Until you came into my life. Lu si raggomitolò sul divano, portando le ginocchia all'altezza del mento, mentre osservava senza accorgersene il fumo che si levava dalla tazza di te che aveva preparato prima. Con un gesto istintivo, raccolse il suo fiume di capelli dietro la schiena, e si chinò per prendere il te. La pioggia divenne impercettibilmente più insistente. Prese un sorso e subito dopo un tuono squarciò quello che sembrava essere un pomeriggio tranquillo. Trasalì facendo barcollare la tazza sul piattino. Si alzò per andare a chiudere le tende e nel farlo gli occhi le caddero sul letto. Il vestito nero giaceva lì, inanimato. Ho intenzione di metterli sotto questo vestito! Guarda! Poi suonò il telefono. O almeno così le parve. Andò a rispondere ricordandosi di quando aveva scritto in fretta il suo numero sullo scontrino, mentre lui aveva la testa abbassata. Perchè lo aveva fatto? In fondo non lo conosceva nemmeno. Ti metti sempre nei casini Lu, ma quando lo capirai una buona volta? Adesso ti tocca il nuovo pervertito di turno. Ben ti sta!

Pronto?”. Era Viky, sua sorella. Chiuse gli occhi e ascoltò quello che aveva da dirle.

Uscito dalla doccia, si vestì e si accese una sigaretta come suo solito. Poi andò a sedersi sul divano, non prima di aver messo su una compilation di vecchi successi. Bobby “Blue” Bland cantava la sua Ain't No Love In The Heart Of The City, e sembrava cantarla giusto per lui. Bobby la sapeva lunga, forse ne aveva passate tante, mentre lui era appena agli inizi. Notò che il telefono era staccato, faceva sempre così quando non voleva sentir nessuno. Si alzò e collegò la presa al muro. Un po' di cenere si staccò dalla sigaretta finendogli su un piede. Maledizione! Poi si sedette di nuovo e si mise a fissare il telefono. Il telefono restava lì. Immobile. Si ricordò del numero, anche se in realtà aveva solo fatto finta di dimenticarsene. D'istinto infilò la mano nella tasca destra, senza trovarlo. Poi in quella sinistra. Niente. Buttò la sigaretta ancora a metà nel camino, in preda al panico. Niente neanche nelle tasche posteriori. La camicia! Con un balzo giunse nella stanza da letto e agguantò con violenza la camicia. Niente neanche lì. Ritornò verso il salotto per prendere le chiavi dell'auto, quando si accorse che da sotto il telefono spuntava un piccolo lembo di carta. Il numero era lì, e sempre con un istinto di cui non capiva la provenienza, alzò la cornetta e compose il numero. E aspettò.

Va bene! Non preoccuparti...certo che mi ha fatto piacere! Credevo non mi chiamassi più!”, Lu quasi sbattè la cornetta quando terminò la telefonata. Sua sorella alle volte era insostenibile. Sembrava sentirsi in diritto di comunicare al mondo intero ogni sua minima emozione, e in Lu trovava il suo interlocutore ideale. Scrollò la testa. I suoi capelli ne seguirono il movimento, obbedienti. Tornò a sedersi non prima di aver spento la radio, Ann Peebles aveva lasciato il posto a qualcun altro che Lu non conosceva. Forse era Mayfield. No thing on me. O perlomeno ci assomigliava. Si lasciò cadere sul divano e chiuse gli occhi. La pioggia era ormai diventata un temporale, impossibile andare a piedi al lavoro. Si alzò per chiamare e darsi malata, ma appena la sua mano stava per alzare la cornetta il telefono suonò di nuovo. Era indecisa su cosa pensare. Fosse stata di nuovo sua sorella le avrebbe chiuso il telefono in faccia. E se fosse stato lui? Impossibile. Alzò la cornetta e se la portò all'orecchio.

Pronto?”, disse con voce esitante.

Ciao Lu...sono...sono io, Jack..stamattina al...”

Ciao Jack!”, lo interruppe lei. Quella voce risuonò a lui con la stessa sensazione dell'acqua fresca sulla pelle. “Il barista ha mantenuto la promessa vedo!”

Si...quando te ne sei andata ho avuto la sensazione che non ti avrei più rivista..mi sarebbe dispiaciuto non poco”

Ho notato che non eri a tuo agio, e non volevo peggiorare la situazione, quindi ho deciso di andarmene. Ma ti ho lasciato comunque la possibilità di ritrovarmi!”, fece lei, ritrovando il suo sorriso. “Come stai ora?”

Ora va molto meglio. Prima un po' meno. Ma adesso che posso finalmente sentirti va decisamente meglio.”, disse lui, trovando quel bandolo che cercava dalla mattina.

All'altro capo lei sorrise. Chi era quell'uomo? Come mai non le aveva ancora fatto i soliti complimenti gratuiti che le facevano tutti? Perché non si sbilanciava? La situazione la incuriosiva. Ma non voleva indagare. Non questa volta.

Mi chiedevo se ti andasse di cenare con me questa sera...non darmi dello sfacciato, ma..ecco..quel caffè al bar è stato troppo breve.”, disse lui ormai quasi sicuro delle sue parole. All'altro capo lei esitò, le tornarono alla mente ricordi poco piacevoli, serate iniziate nello stesso modo e finite in tutt'altro, con lacrime su un cuscino che non era il suo, con uomini che si rivestivano troppo in fretta uccidendo i suoi sogni...Non farlo Lu! Non ascoltarlo!

Vedi Jack, io..”

Non dirmi subito di no”, la interruppe, “ma non voglio neanche che tu debba accettare solo per farmi un piacere. Stamattina sei andata via perchè avevi percepito il mio disagio, io ho sentito il tuo nel silenzio di poco fa: voglio solo che ci pensi, per la cena è ancora presto, ti richiamo io tra qualche ora..però promettimi di pensarci, io accetterò in silenzio qualsiasi decisione tu prenda.”

Questo la spiazzò. Non se l'aspettava. E se fosse un trucco? Gli uomini erano capaci di tutto e lei lo sapeva. Ma c'era qualcosa di diverso nelle sue parole, non sapeva esattamente cosa, ma era lì, come una luce lontana alla fine di una strada buia. Poi guardò di nuovo il vestito sul letto. Ripensò a quella mattina. Prese un respiro profondo.

Va bene Jack, ma non ti prometto nulla. Ci penserò. Ora devo andare, ho la casa in completo disordine..e anche io non sono da meno”

Sono sicuro che non sarai molto diversa da stamattina...ti richiamo tra qualche ora! Promettimi che mi risponderai!”. Lei sorrise.

Sicuro...perchè non dovrei risponderti?”, e attaccò. Già. Perchè non avrebbe dovuto rispondergli? Se lo chiese più volte, ma decise di non darsi una risposta.



Il nero le stava benissimo. La notte che avvolge uno splendido corpo celeste. Cercava di guardarsi da tutte le angolazioni possibili, era alla continua ricerca di quelle imperfezioni che era certa ci fossero ma che vedeva solo lei. Il vestito era leggermente scollato, e lasciava intravedere lo spazio tra i seni. Le tornò alla mente il momento in cui Jack li stava fissando, ricordò quell'imbarazzo e sorrise, sistemandosi il reggiseno. Si accorse che aveva i capezzoli durissimi. Era imbarazzante. Spuntavano da sotto al tessuto del reggiseno e mostravano la loro forma al di sotto del vestito. Cercò di non pensarci, lui sarebbe passato a prenderla di lì a poco, e di certo non voleva presentarsi in quello stato. Ti salterà addosso, vedrai! Ebbe un brivido, ma subito dopo ritrovò la calma. Non aveva comprato quegli stivali che aveva visto nella vetrina, ma trovò ugualmente delle scarpe nere con il tacco alto che stavano benissimo sotto il vestito. Le indossò e tornò a rimirarsi, e in quel momento suonò il campanello. Era lui. Puntuale. Ma d'altronde puntuali lo erano stati tutti, anche nell'andarsene. Diede gli ultimi aggiustamenti al vestito e andò ad aprire. “Arrivo!”.

Non lo vide. Fiori gialli e rossi e bianchi e arancio coprivano quasi interamente il suo piccolo ingresso. Fiori? Sulle prime non riuscì a capire, fino a quando da dietro quel piccolo giardino portatile venne fuori il viso di lui, con un sorriso quasi spaventato.

I fiorai avevano chiuso, ho cercato di rimediare qualcosa nel giardino di fianco casa. Il proprietario non dovrebbe essersene accorto”, e accennò un sorriso. Lei aveva portato le mani alla bocca. I suoi occhi erano spalancati. Non sapeva che dire. Di solito non funzionava così.

Tu...sei....sei pazzo! Avrai devastato un giardino intero!”, disse lei, liberando la bocca dalle mani che nel frattempo erano andate ad accarezzare incredule un piccolo girasole.

Forse. Ma se li avessi lasciati lì non sarebbe stato giusto.”

E perchè mai?”

Erano tristi. I fiori diventano belli solo se qualcuno li guarda. E se a guardarli sei tu, oltre che belli diventano anche felici. Guarda il girasole! Non ti sembra che sorrida?”

Era vero. A guardare le cose con occhi diversi si scoprivano altre cose. Non ci aveva mai pensato. Non le avevano mai concesso il tempo e le occasioni per farlo. Lo fece entrare.

Scusami, non ho fatto in tempo a sistemare tutto. C'è un po' di disordine, ma accomodati pure. Questi dalli a me, dovrei avere un vaso di là.”, e scomparve nell'altra stanza.

Rimasto solo, iniziò ad osservare ogni cosa che lo circondasse, e ogni cosa in quel piccolo appartamento gli sapeva di lei. Dei disegni erano appesi sulla parete vicino alla finestra. Ne guardò i colori, ma non riuscì a capire che cosa vi era ritratto.

Li hai fatti tu questi?”, disse a voce alta, sapendo già che lei avrebbe capito a cosa si stesse riferendo.

Si, mi piace molto disegnare, anche se non ho mai molto tempo per farlo. Quelli sono di un paio di anni fa.”, disse lei mentre armeggiava con un vaso troppo piccolo.

Lui protese la mano verso uno dei fogli, chiuse gli occhi e con la punta delle dita iniziò ad accarezzarne la superficie. Pensò che probabilmente era come accarezzare lei, toccare la sua anima, sentì quel gesto come molto intimo e ne provò un piacere altrettanto intimo. Con riluttanza tolse la mano dal foglio, non voleva farsi vedere da lei che nel frattempo era tornata nel salotto. Solo in quel momento si accorse di come era vestita. Da dietro quei fiori non ci aveva fatto caso. Troppa emozione. Emozione che in quel momento era straripata, e bloccava ogni tentativo di dialogo. Poteva solo osservarla, una bellezza forte della sua semplicità. Sembravano secondi bloccati nelle pieghe del tempo. Avrebbe voluto dire qualsiasi cosa, ma non trovava le parole adatte.

Sei...bellissima...”, esordì, anche se avrebbe voluto dire altro.

Ma dai..quale bellissima...sono una donna più che normale!”, ribattè lei.

Vorrei che solo per un istante, tu potessi vederti con i miei occhi. Forse capiresti.”

Per un attimo si sentì vacillare. Forse non aveva mai sentito parole del genere. Era abituata ai soliti complimenti sulle sue forme e su quanto fosse sexy, cosa di cui peraltro era cosciente ma che non le piaceva ostentare negli ultimi periodi. Gli uomini erano soliti ripetersi, non avevano fantasia in quel senso. Si era ormai convinta che l'uomo non potesse andare oltre il semplice apprezzamento fisico. Mai nessuno che si fosse chiesto se dentro quel corpo mozzafiato, ci potesse anche essere un'anima che attende solo di essere accarezzata. Gli uomini avevano la vista più sviluppata dell'intelletto. Questo era il problema. Facile riempirsi gli occhi. Impegnativo tentare di esplorare l'anima.

Dammi solo due minuti e sono pronta. A proposito, dove andiamo?”, chiese, avviandosi verso il bagno. Lui aspettò un poco prima di risponderle.

E' una sorpresa,” disse, “avremo un cuoco tutto per noi. Cucina speciale. Prima però passiamo dal bar di stamattina per un aperitivo. Sempre che tu sia d'accordo.”

A queste parole non sapeva cosa pensare. Cucina speciale? Cuoco tutto per noi? E' un trucco, è solo uno sporchissimo trucco! Scosse la testa per scacciare quella voce. Si guardò allo specchio. Era una bella donna. Glielo avevano detto in tanti. Ma non glielo avevano mai dimostrato. Si erano limitati a prendere quello che lei sentiva di offrire, ma non le avevano mai lasciato nulla. Le venne un groppo in gola. Appoggiò le mani sul lavandino e abbassò la testa. Passò. Tirò su col naso, sistemò i capelli e uscì.



Si sedettero allo stesso tavolo della mattina. Lui prese un prosecco e lei un analcolico. Non le piaceva bere. E non le piacevano gli uomini che puzzavano di alcool. Arrivarono i drink.

Chi l'avrebbe mai detto...stamattina ero pressochè certo di averti fatto una cattiva impressione. Mi hai piacevolmente sorpreso, davvero. Di solito non ho una gran fortuna con le donne, ho come l'impressione di annoiarle.”, ormai parlava con sicurezza, si sentiva sereno.

Io invece credo che tu sia un gran bugiardo”, disse lei seria. La faccia di lui si spense.

C...come?”

Ahahah!...sto scherzando naturalmente!”, ed esplose in un sorriso che a lui parve come il sole a mezzanotte. Si rianimò. “Ci sai fare con le parole. Non sei scontato e per niente banale. Mi sembra strano che le donne non ti trovino interessante. Che razza di donne hai avuto?”, terminò lei.

Lasciamo perdere, niente di cui valga la pena parlare. Il passato è qualcosa che è destinato ad ammuffire nella soffitta dei ricordi, belli o brutti che siano. Mi concentro sul presente, buttando una rapida occhiata al domani, ma senza mettere su grandi progetti. Non ne vedo il senso. E' meglio cogliere ciò che il presente ha da offrirci, in quando il domani potrebbe anche togliercelo.”, disse, posando il bicchiere ancora pieno sul tavolo.

Il tuo ragionamento non fa una grinza, ma così facendo potresti precluderti ciò che il futuro potrebbe riservarti. Non hai ambizioni, idee, progetti per te stesso?”

Mi trovi pienamente d'accordo. In effetti è così, e ne sono conscio. Ambizioni ne ho poche, idee tantissime, di progetti attualmente ne ho uno solo.”

Davvero? E quale?”, chiese lei incuriosita.

Togliere dai tuoi occhi quel velo di tristezza che mi impedisce di vedere i tesori che ci sono dentro.”, disse, con una sicurezza che a lei parve sconcertante. Non ci poteva credere. Era troppo. Ma chi si crede di essere?

I miei...occhi?! Cosa ti fa credere che io sia triste? Cosa ti porta a pensarlo?”. Si sentiva scoperta. In difficoltà. Anche perchè era vero. Non era particolarmente felice da un po' di mesi. Si era ritrovata diverse volte a piangere. E ogni volta per lo stesso motivo.

Hai gli occhi più belli che io abbia mai visto. Ma è come se, quando ci vado a guardare dentro, un velo calasse su di essi. Non è giusto. Non te lo devi. Anche il cielo si libera delle sue nuvole dopo il temporale.”, esordì. Lei non sapeva che cosa dire o fare. Si innervosì. Pensò di alzarsi ed andarsene. Quell'uomo la stava spogliando delle sue corazze. Non aveva minimamente preso in considerazione che il discorso potesse prendere quella piega. Non era preparata a quell'eventualità. Il cuore iniziò ad accelerare i passi.

Ma forse è meglio non parlarne più”, continuò lui, percependo il disagio, “voglio che tu ti senta serena. Anzi perdonami se mi sono permesso. Non avevo il diritto di dire quelle parole.”

No..non devi scusarti..ma in effetti è meglio se non ne parliamo. Almeno per il momento.”, disse lei. Perchè, vorresti per caso continuare dopo?

Dai! Facciamo un piccolo brindisi al nostro grande incontro! E' una giornata speciale!”, disse lui alzando il bicchiere. Lei sorrise e fece altrettanto. Brindarono.



Durante la loro permanenza al bar, la pioggia era finalmente cessata del tutto. Le stelle bucherellavano allegramente il cielo ormai terso che andava a scurirsi. Erano le 20. Giusto in tempo per la cena. D'un tratto si rammentò che non sapeva ancora dove stessero andando. Erano in macchina da appena due minuti, e a lei sembrava che si stessero allontanando dal centro. Cercò di restare calma. O almeno di sembrarlo.

Devo ammettere di essere molto emozionato. Non so se la mia idea ti piaccia, ma ho preferito rischiare ugualmente.”, disse lui sorridendo.

Stiamo forse andando da Chili Pepper, il ristorante messicano? Sappi che a me non piace mangiare piccante!”, disse lei, cercando di metterlo alla prova, per capire le sue intenzioni.

No, assolutamente. Qualcosa di molto più semplice e vicino ai nostri gusti. Non mi sei sembrata il tipo di donna che va alla ricerca di cibi sofisticati. E poi ti ho detto che abbiamo un cuoco tutto per noi!”, disse lui, sapendo di sembrare enigmatico.

Ah! Ho capito! Andiamo da Rosie's, la tavernetta vicino al mare!”, disse lei mascherando la sua irrequietezza.

Eheheh...no nemmeno lì! Vuoi proprio saperlo?”

Beh...si...mi piacerebbe..”, disse, fingendo un po' di disinteresse per la cosa.

Andiamo a casa mia.”, disse. Lei chiuse gli occhi e chinò un po' la testa, il sorriso si eclissò dal suo volto. Tutte quelle belle parole...ed ora si era messo a nudo, ormai era chiaro. Non sarebbe mai cambiato nulla nella sua vita. Te l'avevo detto! Te l'avevo detto! Era a metà tra la tristezza e la rassegnazione, avrebbe voluto chiedergli di riportarla a casa fingendo di sentirsi male, ma non sarebbe servito a nulla. Lui avrebbe comunque ottenuto ciò che voleva. Sei tu il problema! Sei tu a tirarteli addosso! Non riusciva neanche a spegnere quella voce. Smise di parlare. In quello stesso istante lui frenò di fronte ad un cancello chiuso e scese. Lei no. Aspettava. Non poteva far altro.



Mentre salivano i gradini che conducevano all'ingresso si ricordò del fatto che lui aveva detto che avrebbero avuto un cuoco tutto per loro. Allora non erano soli! Sia lodato il cielo! A meno che non fosse stata una menzogna. Oppure il cuoco poteva essere d'accordo. Le scoppiava la testa.

Prego, dopo di te!”, fece lui introducendola sulla porta di ingresso che dava nel salotto. Muri colorati. Sul lato sinistro una libreria ricavata su un lato del camino. Sull'altro lato un numero impressionante di film in dvd. Un divano di fronte ad un tv. Tutto ordinatissimo. Strano per un uomo che abita da solo. Non abita da solo stupida! Probabilmente è sposato e sua moglie è in vacanza con le amiche! Il colore dei muri metteva di buon umore, in effetti iniziò a sentirsi un po' più tranquilla, anche se era ancora molto impacciata.

Vogliamo passare la serata sull'ingresso? Per me non è un problema, solo che staremo un po strettini!”, esclamò lui ironicamente, vedendo che lei non avanzava di un passo.

Che stupida...scusami! E' un ambiente molto ospitale, mi ero bloccata un attimo mentre guardavo.”, disse, e avvertì nell'aria un buon profumo di cibo cucinato di recente. Qualcosa di speziato, anche se non ne era certa. Di sicuro il cuoco era lì, non c'erano dubbi.

Accomodati pure sul divano, io vado a dare le ultime disposizioni. Non appena è tutto pronto ti chiamo!”, e scomparì in fondo ad un corridoio. Udì un rumore di tavoli e sedie spostate, ma non le sembrò di sentire alcuna altra voce eccetto le loro due. Preferì restare in piedi, e si mise ad ispezionare la libreria. Un sacco di nomi a lei sconosciuti, libri molto vissuti anche se non antichi. Le sembrò di ricordare un solo nome, Dostoevskij. Probabilmente a scuola. Il libro era Delitto e Castigo. Un bel volume rilegato. Delitto e Castigo? Che roba è? Poi una serie di libri con il dorso giallo, tutti in ordine alfabetico. La cura dei libri di quell'uomo le sembrò maniacale. Poi si accorse della presenza di un piccolo libro completamente nero, un tascabile, non più di un centinaio di pagine, chiuso con un elastico sulla sua lunghezza. Lo prese tra le mani. Si girò un attimo per accertarsi che non ci fosse nessuno. Lui armeggiava con piatti e posate. Scostò l'elastico e lo aprì. Parole fittissime scritte a matita riempivano le pagine. Caratteri minuscoli. Il suo diario! Andò istintivamente verso le ultime pagine, ne restavano ancora un paio immacolate.

E' come sedersi ed osservare la notte.

Perdersi sapendo che non c'è pericolo.

Le stelle ci guardano e ci guidano.

Quegli occhi mi hanno guardato.

E guidato verso la sua anima.


La data era di quel giorno. Non c'erano dubbi. Quelle parole le aveva scritte per lei. Anche se non sapeva perchè. Ma ne era certa. Rimise a posto il libro e si sedette sul divano. Non sapeva più cosa pensare. Poi capì che forse non c'era motivo alcuno di pensare.


Puoi venire, è tutto pronto!”, disse lui dall'altra stanza. Lei si alzò incuriosita e seguì il percorso che aveva fatto lui prima. Arrivò in una stanza non molto grande, un tavolo quadrato al centro, due sedie. Una candela e una rosa al centro del tavolo. Piatti e posate ai loro posti. Ma lui non c'era.

Siediti pure, io arrivo subito, il tempo di lavarmi le mani.”. La voce proveniva da una stanza attigua. Lei obbedì, scelse la sedia più vicina alla porta e si sedette. Aspettò.

Allora mademoiselle, le elenco i piatti della serata”, disse una voce con accento francese alle sue spalle. Si voltò. Cappello e camicia da chef bianchissimi, pantaloni da cucina a righe bianche e nere e menu sotto il braccio. Jack. Vestito da cuoco. Le venne immediatamente da ridere, come se una risata vecchia di secoli avesse aspettato quel momento per venire fuori. Era incredibilmente divertente. Forse un po' ridicolo. Ma nel complesso piacevole.

Ma come ti vengono in mente idee così assurde?”, disse lei cercando di ricomporsi.

Beh, così...diciamo che non ci ho pensato e l'idea si è manifestata da sola. Mi è piaciuta e l'ho fatta mia. Senza mai smettere di pensare se l'avresti trovata divertente o meno”. Lei si limitò a guardarlo con interesse. E a sorridergli.


La cena proseguì tra piatti preparati e serviti da Jack (un po' troppo speziati per Lu), qualche calice di ottimo vino bianco (si decise di provare a bere un po', e non le dispiacque), ed infine una torta al cioccolato che Lu trovò deliziosa.

Ti faccio vedere una cosa, vieni!”, disse lui alzandosi dal tavolo e tendendole la mano. Lei non si oppose, e per la prima volta le loro mani si incontrarono. La stretta di Jack era morbida ma le ispirava sicurezza, sembrava dirle: Vieni! Non c'è nulla da temere! Uscirono fuori. Una specie di veranda che si affacciava su un giardino. Sull'orizzonte le luci della città. La casa di Jack era isolata, si respirava pace e tranquillità, e l'estate che era ormai alle ultime battute, concedeva un po' di fresco. Si stava decisamente bene.

Guarda quell'albero, lì in fondo...lo vedi?”, e Jack indicò col dito un albero molto grande a circa una decina di metri da loro. La luce della luna spennellava di bianco ogni cosa, l'albero si vedeva molto distintamente.

Si, lo vedo..ma..cos'è? Ha qualcosa di strano..”, disse lei serrando gli occhi per vedere meglio.

Non è un albero. Sono due. Due alberi. Due alberi che si abbracciano. Così.”, e dopo queste parole, le sue braccia le cinsero la vita da dietro, delicatamente, come se fossero state fatte di vento. Il viso di Jack si accostò a quello di lei, inebriandolo del profumo di quei capelli. Il cuore di entrambi sembrava battere i suoi pugni dall'interno, come se volesse uscire e abbracciare anche lui il suo simile. Lu rimase rigida, le mani stringevano forte la ringhiera a cui era appoggiata. Ormai sentiva il calore di quel corpo scaldare il suo. Jack le baciò una guancia. Con una delicatezza che lei non avrebbe mai pensato potesse esistere. Chiuse gli occhi. Sentì qualcosa nascere e crescerle dentro, qualcosa di nuovo, di inaspettato. Qualcosa di mai provato prima. Jack sciolse quell'abbraccio con la stessa delicatezza con il quale l'aveva fatto nascere, e le sue mani andarono a sovrapporsi a quelle di lei. I loro visi erano vicinissimi, tra le loro labbra sarebbe passato a stenti un filo di vento. Si baciarono. Lu staccò le mani dalla ringhiera e timidamente si aggrappò alle spalle di lui, senza smettere di baciarlo. Non era come le altre volte. Sentiva che quel bacio non era solo un'anticamera del rapporto sessuale. Era qualcosa di molto più intimo e profondo. Lui le accarezzava la testa, le sue dita le sfioravano gli occhi chiusi, era come se cercasse di recepire con il tatto ogni sensazione e a sua volta trasmetterle le sue. I loro corpi erano come quell'albero che da lontano li osservava. Una danza di desiderio. L'aria satura di passione. In quell'abbraccio lei percepì le pulsazioni del membro di Jack, ma non le dispiacque. A sua volta lui provava piacere nel sentirsi quasi trafitto da quei capezzoli durissimi. E lei lo sapeva. Per la prima volta riuscì a capire cos'era la condivisione dei piaceri. Aveva quasi sempre vissuto situazioni dove il predominio, l'umiliazione avevano fatto terra bruciata dei suoi desideri. Ora finalmente condivideva. Era una sensazione bellissima. Senza che se ne potesse accorgere, Jack aveva esteso i suoi baci sulle sue spalle nude, donandole dei brividi piacevolissimi che si rincorrevano in tutto il suo corpo. Lei reclinò la testa e si lasciò scappare un gemito. La paura, la tensione, erano ricordi ormai lontani. Ad un tratto si sentì sollevare da terra, lui l'aveva presa in braccio, dirigendosi verso l'interno dell'abitazione, senza mai smettere di guardarla negli occhi.

La adagiò delicatamente sul letto, come la più preziosa delle cose, e le si distese di fianco, cercando immediatamente le sue labbra come se la sua vita dipendesse da esse. Anche lei lo cercava, e fu felice di trovarlo subito. Si ricongiunsero di nuovo in un bacio, mentre le mani di entrambi iniziarono a farsi via via più audaci. Poi si misero a sedere all'unisono, continuando a guardarsi negli occhi, e ad accarezzarsi reciprocamente. Iniziò lui. Con un iniziale accenno di timore e con le mani che gli tremavano per l'emozione, iniziò a liberare dai bottoni la parte superiore del vestito di Lu. L'abbondanza di quei seni manifestò immediatamente la sua presenza: sembravano implorare ciò che restava del vestito di farli uscire. Jack li liberò anche del reggiseno, con una manovra tutt'altro che facile. Lei sorrise di tenerezza durante tutta l'operazione. La vista sembrò annebbiarglisi. Sembrava marmo scolpito dal vento. Non aveva mai visto dei seni così. Areole grandi, su cui campeggiavano fieri quei capezzoli che prima lo avevano piacevolmente trafitto. Lei lo guardava, immobile. Poi lui avvicinò la testa a quella perfezione, continuando a guardare Lu negli occhi, e quando le sue labbra erano a pochi centimetri da quel seno, iniziò a baciarlo, chiudendo gli occhi. Titillava con piacere i capezzoli, accarezzava con desiderio quelle rotondità, e ogni tanto andava a cercare il viso di lei, come un sub che riaffiora a prendere aria per poi tornare giù. Mentre continuava a baciarla tenendole il viso tra le mani, la fece adagiare, lei non si oppose. I suoi baci iniziarono a muoversi dalla bocca al collo, e dal collo al seno, senza mai perdere il contatto con la sua pelle. Con la punta della lingua percorse una linea dritta dal centro del suo seno verso il basso ventre, lei istintivamente gli prese la testa con un flebile tentativo di fermarlo; Jack, liberando momentaneamente i seni dalle carezze delle sue mani, le sovrappose a quelle di lei, facendole capire che voleva che lei lo guidasse, verso quel piacere che voleva farle raggiungere. Con le labbra iniziò a scostarle le mutandine nere, e si inebriò di quell'intima essenza di lei, rimanendone estasiato, lei nel frattempo iniziò a stringere le dita sulla testa di lui. Delicatamente, iniziò a darle dei piccoli baci sul sesso, poi con la lingua che gli pulsava all'unisono col cuore, affondò nel suo intimo nello stesso istante in cui lei aveva sollevato le gambe che lui non mancò di accarezzare. Iniziò a leccarla con crescente passione, mentre i gemiti che diventavano sempre più forti erano come linfa per il suo desiderio: assaporava quel nettare come fosse stato succo vitale, era l'essenza di Lu, il distillato della sua sessualità, il suo sapore più profondo, unico. Lu sollevò un attimo la testa e incontrò i suoi occhi che la guardavano, e in quell'istante anche i loro occhi fecero l'amore, Jack sembrava non volersi fermare, voleva portarla nel punto più alto, sollevarla fino alla cima più alta dei suoi orgasmi; si accorse che in quel punto ci stava arrivando anche lui, sentì che stava quasi per venire, nonostante lei non lo avesse nemmeno sfiorato: gli piacque talmente tanto che pensò che piangere era forse la più logica delle cose...non aveva mai provato nulla di simile. Gli parve che Lu fosse quel completamento che non aveva mai trovato, tuttavia cercò di trattenersi, non voleva lasciarla sola. Lei inarcò le reni, sollevandosi a metà tenendosi alla testa di lui: si irrigidì e smorzò i suoi gemiti, iniziando a far vibrare il suo corpo: Jack capì e continuò a leccarla, non si sarebbe fermato per niente al mondo. Lu venne, le sue urla rimbalzarono sui muri colorati di quella stanza, Jack desiderò che quel momento durasse in eterno, chiuse gli occhi e ingoiò il frutto di quell'orgasmo, lei era scossa da brividi, tremava, singhiozzava. Stava piangendo. In un attimo le fu di fianco, la abbracciò da dietro, riscaldandola col suo corpo e tenendole strette le mani. Poi le liberò il viso dai capelli, accarezzandola, baciandola sugli occhi, sulle labbra, ovunque, con le labbra tirò via quei fili di lacrime che le rigavano il viso. Con gli occhi ancora chiusi, si girò verso Jack, abbracciandolo a sua volta, nascondendo la testa sotto il suo mento: si sentiva al sicuro. Rimasero così per diversi minuti, ad ascoltare il respiro dell'altro che lentamente si calmava, entrambi avevano gli occhi chiusi, Jack non smise un attimo di accarezzarle la testa. Poi, lentamente, riemerse e si guardarono, lasciando parlare i loro occhi. Si baciarono ancora.

Voglio fare l'amore , Jack.”

Jack non rispose. Ammutolì. Il suo sguardo parlava al suo posto, e lei aveva capito come ascoltarlo. Si sentì finalmente donna e non oggetto. Lo baciò ancora. Come aveva fatto lui, ma con passione ancora crescente. Il sesso di Jack iniziò ad animarsi, ancora intrappolato nei vestiti. Lei capì e iniziò a liberarlo, tenendo gli occhi di Jack legati ai suoi, le labbra aperte per metà, mentre lui iniziò a respirare più profondamente chiudendo gli occhi. Nel momento in cui Lu gli prese in mano il sesso ormai gonfio e pulsante, lui mugolò di piacere: non riusciva a formulare pensieri, gli sembrò di trovarsi in un sogno, in un'altra realtà, ma non era possibile che tutto ciò stesse avvenendo sul serio. Lei continuava a muovere la sua mano su tutta la lunghezza del pene, lentamente, assecondando quelle pulsazioni che riusciva a percepire, le piaceva. Jack sollevò per un attimo la testa e la guardò, annegando piacevolmente in quegli occhi. iniziò a baciargli la punta del pene, tenendo sempre a sé lo sguardo di lui, che nel frattempo aveva allungato una mano e le carezzava il viso. Lu aprì del tutto la bocca, succhiandolo, assecondando i suoi ritmi, i suoi movimenti, fermandosi per poi ripartire. Poi lui le prese il viso, staccandola; la baciò a lungo, mentre cercava di adagiarla supina sul letto. Il vento fuori iniziò a soffiare più intensamente, i rami di quell'albero iniziarono a muoversi nella notte, come braccia animate. Alcune nuvole andarono a coprire la luna, che nel frattempo aveva assunto un colore rossastro. Jack entrò dentro di lei. Incorniciandole il viso con le mani, gli occhi negli occhi, muovendosi lentamente, per far durare quel momento il più a lungo possibile. Lei lo abbracciava, mentre le gambe lo avvinghiavano, erano un corpo solo. Gli alberi abbracciati. Si guardarono negli occhi, e si intesero senza parlare. Vennero insieme. Come diecimila note suonate insieme in un solo secondo. La melodia più bella mai ascoltata. Un quadro dalle tinte forti e luminose. In quegli istanti la felicità poteva essre tagliata con un coltello. Lo sapevano i muri, custodi di quella passione, lo sapeva il vento, ancora carico dei loro gemiti. E soprattutto lo sapevano anche loro. Lu. Jack.




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