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lavoro pubblicato domenica 28 settembre 2014
ultima lettura lunedì 21 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Demoni

di Astratto. Letto 951 volte. Dallo scaffale Fantasia

Demoni riuniti e viscidi dinnanzi al loro Dio, tramano e lo tradiscono, invidiando a lui la superiorità naturale. Egli li osserva con dispiacere, non essendo in lui possibile provare cattiveria, pensa forse a punirli, ma ne prova pietà. L.......

Demoni riuniti e viscidi dinnanzi al loro Dio, tramano e lo tradiscono, invidiando a lui la superiorità naturale. Egli li osserva con dispiacere, non essendo in lui possibile provare cattiveria, pensa forse a punirli, ma ne prova pietà. Loro negano e borbottano, cospirano e subdoli sorridono. Non comprendono il perché della propria condizione di inferiorità, e neppure il Dio, che per tale motivo non può fare altro che piangere, costernato dall’ingiustizia della disuguaglianza. Lui vorrebbe giustificarsi, vorrebbe non essere quello che è, ma deve accettarlo. La lunga tavolata dove sono tutti seduti è posizionata al centro di un grande salone, stanza principale di un castello lugubre e solitario, circondato da ampie valli boscose. Le sedie, riccamente decorate, fatte con un legno pregiato e robusto di un marrone scuro e le immagini lì riprodotte producono un’ impressione di potere e autorità. Un grosso candelabro di cristallo illumina la gigantesca tavolata, facendo luce sulle succulenti pietanze, abbondanti e complesse, cucinate per gli esseri più potenti del Tutto. Imponenti archi sovrastano i capi dei conviviali, grigia pietra massiccia, e le grosse finestre, danno a vedere maniglie rifinite minuziosamente, adatte solo a mani autorevoli. Fuori nulla può essere scorto, poiché la notte è fitta, e le stelle seppur splendenti non illuminano abbastanza. La Luna, alta e luminosa, viene filtrata dalle fronde degli alberi secolari, e con difficoltà rischiara il paesaggio. Tutti tacciono, aspettano il comando del loro Dio, che per diritto deve dare il via al banchetto. Egli tuttavia è riluttante, e non prova nessun desiderio dinnanzi ai cibi contenuti in piatti d’argento, al contrario dei Demoni, che pieni di cupidigia e voglia di vivere, osservano le pietanze con occhi di avvoltoi, famelici e piccoli. Mantiene il mento basso, umile, pur essendo consapevole della propria superiorità. Il portone di legno di quercia è chiuso, esattamente di fronte al Dio, che essendo capotavola può osservarlo. Egli tiene le mani ben curate e possenti appoggiate sul tavolo con i palmi rivolti verso il basso, paziente, cercando la pace introvabile, in quanto tormentato dai Demoni seduti lì vicino. Egli è così diverso, così poco attaccato alla vita! Loro invece, condannati dalla natura, non comprendono, e non può incolparli di ciò. Muove solo la testa, senza osservare il resto della tavolata, e aspetta. I Demoni al contrario contorcono le dita sottili e grigiastre, e si dimenano sulla sedia dalla quale non possono muoversi senza il permesso del Dio, e lo guardano dritto negli occhi, invidiandolo per la sua autorità. Sono più piccoli, più insignificanti, e dipendono totalmente da quell’essere superiore. Totalmente lacerati da sensazioni e pensieri che non comprendono e non giustificano, bramano ciò che la vita offre loro, quelle pietanze così saporite, così deliziosamente cucinate e servite a loro, come oggetto su cui rilasciare per qualche momento ogni emozione negativa e anti-vitale. Le loro facce sono maligne e lontane dalla naturale perfezione di quella del Dio. Esse non risplendono, sono vuote e trasmettono paura, l’aria appena intorno sembra essere rarefatta e maleodorante, come se loro stessi fossero agenti contro natura. Sono buie anche se illuminate dal grande candelabro, la cui azione è perciò inutile e totalmente decorativa, se non per la presenza del Dio, che attira verso di sé le particelle luminose e così risalta in mezzo ai Demoni. Nessuno parla a voce alta, si sentono solamente bisbigli provenienti dai Demoni carichi di malignità, misti a sputacchi rivoltosi e a imprecazioni. Il Dio tace, ma pensa, e se solo loro fossero diversi, potrebbero sentirlo, e comprendere la vastità della sua coscienza, così limpida, pura e dorata, quasi come un lago di montagna. Finalmente un movimento impercettibile, ma tanto atteso e sperato dai Demoni, cattura la loro attenzione, e così come i cagnolini affamati osservano il padrone arrivare verso di loro con un osso, allo stesso modo i Demoni si inarcano verso il Dio, speranzosi. L’immagine è quasi ilare, in quanto le schiene di tutte quelle creature mostruose sono tese verso il loro Dio, e per qualche istante potrebbero forse aver lasciato da parte i loro pensieri malvagi. Egli dunque ha mosso il mento, e ha portato lo sguardo verso il proprio piatto, non più verso il portone. Le belle mani posate sul tavolo, vengono mosse lentamente ad afferrare un cosciotto di maiale ricco di spezie e aromi. Le mani candide e intonse si sporcano a contatto con esso, e la faccia del Dio è piena di orrore, ma accetta la necessità, e lo porta alla bocca. L’odore è pungente e ricorda ambienti selvatici, dove l’istinto è l’unica legge, e gli animali scorrazzano liberi. I candidi denti si sporcano al primo morso, e il sapore intenso raggiunge i sensi del Dio, che prova piacere e disgusto insieme, diviso così in due parti. Dopo aver inghiottito il pezzo di carne, alza il mento, e scorge l’insieme dei Demoni, che lo osservano avidi. Lentamente, provando insieme disagio, poiché è a conoscenza dell’erroneità del suo gesto, e pietà, annuisce con il capo. Appena dopo uno spaventoso scenario si presenta davanti ai suoi occhi, la totale liberazione degli istinti più reconditi viene messa in atto dai Demoni, che non contengono più nessun desiderio. Si lanciano sul cibo con grida rauche, e lo ingurgitano senza neanche assaporarlo. Il loro movimento rovinoso e distruttivo scuote l’intera sala, e fa tremolare il candelabro, tanto che la luce si fa incerta e non ben definita, anche sul Dio, la cui immagine perciò si alterna tra luci ed ombre. Il Dio si racchiude in sé stesso, rassegnato alla natura distruttiva e istintuale dei Demoni, la sua schiena si curva e la maestosità per un attimo decade, lasciando il posto ad una scena primitiva e delirante. Membra si contorcono l’una sull’altra, e ciascuno cerca di prevalere sul prossimo, per afferrare anche quel piccolo pezzo di cibo, che conforta così tanto il proprio spirito debole, e conduce la ragione che non trova la strada maestra ad uno stato di sottomissione nei confronti degli istinti naturali, e così ad un conforto momentaneo. I Demoni impazziti hanno disintegrato le loro già sottili barriere inibitorie dando così sfogo alle pulsioni più recondite dell’animo. L’immagine è tremolante, quasi psichedelica e orrifica, in quanto non c’è ordine, e nel disordine che si è creato è presente la malvagità, non domata dal Dio forse impotente. Egli non è triste, perché come si può essere tristi laddove non si conosce la differenza tra giusto e sbagliato? Egli è convinto della propria infallibilità, ma non può cambiare le intenzioni di esseri che per natura sono errati e che per tale motivo compiono azioni totalmente prive di alcuna giustificazione. Perciò è confuso, e non si capacita della propria natura superiore, che lo ha portato a dover comandare, e allo stesso modo a dover ordinare a soggetti che non lo comprendono. Egli quindi si agita tormentato da un terribile conflitto interiore, e parallelamente i Demoni gozzovigliano e bevono, ingurgitando il più possibile. Il cibo sta finendo, la ricerca degli ultimi pezzi si fa accanita, e la lotta ardua. Il Dio non si spazientisce e attende la fine dello sfogo istintuale che giudica prossima, e sospira sollevato notando i piatti vuoti e privi di cibo, divorato dai Demoni. Essi si fermano improvvisamente, e quasi stupiti del proprio comportamento selvaggio si guardano intorno, alla ricerca del colpevole di tanta distruttività. Lentamente ritornano seduti e ordinati, per nulla tormentati da pensieri malvagi, ma inebriati dalla sensazione di pienezza causata dall’ingordigia, calmi e assorti. La tensione precedente è svanita, rimpiazzata da un’immagine sporca e poco nitida, composta da Demoni calmi, lenti e grassi seduti intorno al Dio che li osserva pieno di sconsolatezza per la loro debole volontà. Alcuni di loro si girano verso di lui e lo guardano con sguardo mite, come se l’astio precedente fosse scomparso, e rimpiazzato da un improvvisa gioia di vivere, che li porta a non scorgere lati negativi nella realtà circostante. Forse non si sentono neanche più inferiori! Oh, cosa può fare l’appagamento dei sensi! L’atmosfera è ormai rotta e pacifica, infatti il Dio nota una maggiore accondiscendenza dei Demoni nei suoi confronti, quasi che siano diventati più servili. Per questo li odia, stolti, così corruttibili e governabili, incredibilmente attaccati a ciò che soddisfa le principali pulsioni animali, e quindi così reali, obsoleti! Anche la luce è cambiata, ora è disposta in modo equo e completamente visibile, non più tremolante. Addirittura rischiara i volti nauseanti dei mostri, prima coperti di cattiveria e bramosia. Il Dio comprende l’inutilità della sua presenza e con movimenti controllati si alza, risplendendo di autorità sui commensali, i quali a stento se ne accorgono, e così si dirige verso il portone che ora può essere aperto, e si spinge all’esterno della sala. Percorre lunghi corridoi poco illuminati, con passo sicuro e sguardo alto, cosciente del suo ruolo, e sempre più velocemente si avvicina all’uscita, desideroso di assaporare l’aria serale, fresca e purificatrice. Il contatto con l’esterno è per lui una guarigione dall’esperienza patogena della presenza dei Demoni, una rinascita vera e propria, necessaria al suo prossimo riacquisto di potere su quegli esseri ora così indipendenti e quasi arroganti. La figura alta e massiccia del Dio si innalza davanti al castello, e scruta la natura selvaggia circostante, orripilata dalla scena appena veduta, e desiderosa di riportare ordine nella sala. Nel frattempo i Demoni si calmano e forse a causa del soddisfacimento dei bisogni istintuali riprendono a temere il loro padrone, senza però chiaramente capire il loro errore. Uno di essi, ripresosi dallo sfogo precedente caratterizzato dall’assenza di paura nei confronti del divieto, ora ritorna a temerlo, e per tale ragione giudica pericolosa l’uscita dalla sala del Dio, e temendo il peggio pensa di confrontarsi con i compagni. Egli dunque con mano tremante batte nervosamente sul tavolo, e salito con i piedi sporchi sulla sedia, attira l’attenzione dei suoi simili. Essi già sospettano la natura dell’interruzione, in quanto nella loro pur infima coscienza è presente la consapevolezza di aver errato, ma soprattutto di aver indisposto il Dio, e ciò li riporta ad uno stato primordiale di terrore per il divieto imposto, e ciò li destabilizza. Curvo su se stesso il timoroso Demone si rivolge così agli altri commensali: “Suppongo che tutti voi abbiate notato l’improvvisa uscita di Aristato - così usavano chiamarlo - e seppur non riesca a comprendere le ragioni di tale scelta, dico che il nostro comportamento deve averlo turbato, e non penso di essere l’unico ad essere terrorizzato”. Subito si diffondono nella sala sussurri carichi di paura da un essere all’altro, e ciascuno guarda negli occhi del vicino quasi in cerca di un colpevole, o quantomeno di qualcuno più responsabile. Ciò che tutti temono è la punizione, nessuno comprende realmente l’errore in sé, e forse, in fondo, la delusione negli occhi del Dio. L’essere riprende a parlare, sempre più tremante, poiché il panico si sta diffondendo nella sala, e ciascuno è influenzato dal comportamento dell’altro. “Dobbiamo mostrarci dispiaciuti, e andare a scusarci da lui in persona, per evitare di soffrire e preoccuparci. Non sappiamo cosa sia realmente accaduto, e cosa turbi effettivamente Aristato, di certo abbiamo commesso qualche errore”. L’ultima frase non tocca neanche minimamente la percezione intellettiva dei Demoni, i quali per inferiorità non comprendono, tranne per l’oratore, che sembra più saggio, o forse fortunato. Così dunque pare che sia toccato a colui che ha osato uscire dall’enorme caos dell’istinto per addentrarsi nell’ordinato spazio della coscienza rendere conto al Dio. Egli è semplicemente bloccato e paralizzato dal terrore, non tanto per il compito che gli spetta, quanto per l’apparente menefreghismo dei suoi compagni. Pur capendo loro superficialmente di aver compiuto un errore, si lasciano andare, e non provano neanche minimamente a ragionare razionalmente. Egli così non solo si trova a far fronte ad una situazione troppo grossa per lui, ma viene anche abbandonato e soprattutto non viene riconosciuta la sua dignità. Lui è piccolo e tremante di fronte al grande portone chiuso, e alle sue spalle si vedono decine di orribili demoni che ridono e imprecano, lasciandosi a qualsiasi tipo di piacere e sfogo. Non si può sapere da cosa sia mosso questo piccolo essere, forse dall’improvvisa consapevolezza di essere di un poco superiore ai suoi simili, di aver compreso particolari che a loro sfuggono, o più semplicemente dall’essersi trovato per intuizione o paura ad essere responsabile di altre anime. Non devono esserci fraintendimenti, egli non è dotato di una qualche proprietà morale o intellettuale in più. Una combinazione fatale di paura, spirito di iniziativa e caso, lo hanno portato a questo punto. Egli comunque ora si trova a dover fare una scelta. Di certo il comportamento poco stimolante dei suoi compagni, fa presumere che a farlo andare avanti siano due cose: un improvviso aumento di autostima, e quindi un miglioramento della propria immagine in mezzo alla massa di simili, oppure un po’ di coscienza. Ad ogni modo, con la schiena curva, le gambe pesanti, e i denti che battono dal terrore, egli apre il portone, e lentamente scruta il nuovo ambiente. Ogni particolare circostante gli sembra enorme e sfuggente alla sua comprensione, quasi appartenente ad un livello naturale superiore, ed egli è improvvisamente colpito da un senso di solitudine mai provato prima d’ora, e inizia a dubitare di ciò che sta facendo e per fare. Ugualmente avanza, spingendosi in avanti automaticamente, e osserva sbalordito ciò che si para davanti alla sua vista. I rumori disgustosi prodotti dai suoi simili vanno via via sbiadendosi, insieme alla sicurezza del Demone. Egli tuttavia non ha risentimenti, ma non può fare a meno di tremare dal terrore, e soprattutto di chiedersi cosa accadrà di fronte al Dio. Il suo debole pensiero non è in grado di produrre grandi piani o immaginarsi cosa possa provare la grande e complicata coscienza del Dio. Ha programmato di scusarsi e di chiedere in modo molto umile spiegazioni per la sua improvvisa uscita, e non pensa ad altro. Non che ci si aspetti qualcosa di diverso, ma di certo il Demone non si dà grandi noie di altro tipo. Non pensa insomma, ad esempio, al fatto che il Dio sia sconvolto da grandi discussioni interiori, e che la sua differenza naturale con i Demoni sia una delle principali cause di tale turbamento. Così egli avanza, e scorge la porta d’uscita lasciata aperta dal Dio, e riceve anch’egli con sollievo l’aria fresca sul viso, la quale in un certo senso lo purifica e distingue dal resto dei commensali. Rinvigorito ma sempre tremante, lentamente getta uno sguardo veloce all’esterno, ansioso di scorgere il Dio, ma nulla vede, solo piante e steli d’erba rigogliosa. Egli è curioso, e preso da una strana eccitazione, come se il contatto con questa natura così ordinata, pulita ed accogliente lo renda più puro e lontano da ciò a cui è sempre stato abituato. Si muove lentamente e con circospezione, intimorito e allo stesso tempo gioioso, poiché quell’ambiente lo fa sentire vivo e capace di qualsiasi cosa, come se improvvisamente gli si fossero presentate dinnanzi molteplici possibilità. Osserva il cielo stellato e limpido, colpito da una bellezza che prima non avrebbe nemmeno immaginato, e rimane incantato come in trance, beandosi totalmente nel piacere che le sensazioni visive gli procurano. Viene avvolto da una brezza fresca e leggera, e senza pensare rimane fermo, totalmente assorto nel contemplare ciò che gli sta attorno. Si può immaginare che il Demone rimanga così colpito, in quanto abituato alla lordura, alla bruttezza e alla puzza, e che perciò il suo essere improvvisamente si lasci andare al piacere di trovarsi in una condizione precedentemente solo desiderata e idealizzata ma solo inconsapevolmente. Tutto il desiderio represso e non conosciuto viene perciò ora espresso, ma non in modo brutale e esplosivo, bensì timidamente, poiché nel muro che divide il reale idealizzato dal reale, si è aperta una piccola crepa, che perciò lascia sfogo a piccole emozioni, e non alla totalità. Il flusso che si riversa nel reale non idealizzato ma vissuto, riempie uno spazio sempre più grande, e per tale motivo il demone si sente sempre più a suo agio, tanto che dalla posizione rigida che aveva assunto, inizia a rilassarsi, ad aprire le braccia, e a sorridere. Ma povero! Egli non può sapere che una volta riempito il reale con l’aspirazione, rimarrà il vuoto dall’altro lato, e ciò non porterà altro che infelicità! Ma questa è un’altra storia. E’ dunque questo lo stato in cui il Dio, camminando immerso in cupi pensieri, trova il Demone. Quest’ultimo è completamente dimentico del motivo per cui decise di uscire dal castello, e perciò non immagina neanche lontanamente che il Dio gli si sia avvicinato e che lo stia osservando. Egli è sicuramente sorpreso e in piccola parte felice di trovare quell’essere prima viscido e simile agli altri in questo stato, ma non può che mostrare un poco di preoccupazione. Non ne è del tutto sicuro, ma ad istinto ritiene che un essere predisposto per determinate situazioni, non debba oltrepassare un certo limite. Deciso a mettere fine a quel dubbio, si rivolge al Demone, che gli sta dando la schiena: “Vedo che anche tu hai infine scoperto la bellezza della natura e la sua misteriosità, e ciò mi rallegra, considerando ciò a cui sei abituato, piccola creatura”. Il Demone si volta di scatto, improvvisamente uscito da quello stato ipnotico, e la voce del Dio gli ricorda tutto d’un tratto il reale motivo per cui si trova all’esterno del castello. Una terribile paura gli piomba così addosso, e inizia a tremare con violenti spasmi, schiacciato dalla figura imponente del Dio, ma soprattutto dell’idea che egli ne ha. “I-io, si in ef-effetti stavo osservando il cielo, e-e sono rimasto colpito da qualcosa, non so neanche io perché, chiedo scusa mio Signore”. Aristato prorrompe in una grossa e sincera risata, cosa che non gli accade da un po’, e deve ammettere di essere grato al Demone, poiché in un certo senso lo ha liberato da certe preoccupazioni, grazie alla sua semplicità. Se non altro, si può anche notare un certo piacere nel Dio nell’ascoltare il tono timoroso con cui l’essere si rivolge a lui, e andando più a fondo, si può cogliere la felicità narcisistica di Aristato nella consapevolezza di comprendere il perché delle emozioni del demone, e nel parlare con tono superficiale di argomenti così importanti. I due si guardano a lungo negli occhi, e se solo ci fosse un pittore, potrebbe raffigurare per sempre quella straordinaria scena ricca di significato, di simbolismo e quasi di grottesco. Il volto vecchio e saggio del Dio scruta con pacata saggezza mista a rassegnazione il Demone, che al contrario è preso da un’innata agitazione che lo sconvolge. Vorrebbe alzarsi e scappare, tornare in mezzo ai suoi rozzi compagni, tornare ad essere così comune e ignobile, poiché sa che lì davanti è presente la verità, e cosa ancora più triste, sa che essa lo renderebbe consapevole, e la consapevolezza, molto speso, porta alla rassegnazione. Per questo per pochi secondi nella sua mente scorrono le immagini della tavolata gremita dai suoi compagni che scocciature non si danno, se non quelle legate all’appagamento dei sensi, ma poi si ricrede, spinto da un incredibile impulso interiore, e decide di restare, e seguire ciò che il caso gli ha presentato. L’atmosfera è dunque tesa, ma calma, in quanto da un lato è presente il Dio, per il quale il Demone non è altro che una piccolissima parte dell’universo, e che per tale ragione gli provoca solo curiosità; dall’altro invece è presente il Demone, per il quale il Dio è tutto ciò a cui possa aspirare. Non sapendo il Demone cosa dire, decide di fidarsi del caso, e perciò si rivolge al Dio ricordandosi il motivo reale di tutto questo, rendendosi purtroppo conto della propria banalità: ”Sono venuto qua, mio signore, per chiederle il motivo del suo comportamento successivo al pasto, in quanto io è i miei compagni non vorremmo averle recato disturbo in qualche modo". Con queste semplici e scontate parole il Demone si rivolge al Dio, non senza una certa difficoltá causata dall'imbarazzo e soprattutto, dal profondo desiderio di parlare di altro, e di apprendere da quell'essere così superiore tutto ció che possa essere saputo. Il Dio lo guarda con ambiguitá, poichè nei suoi occhi puó essere letta sia commiserazione che ammirazione, ed egli però sente come la rottura dei pur flebili legami che si erano creati tra lui è quell'essere, in quanto la totale concretezza della domanda aveva riportato il Demone ad un livello superficiale e marginale della sua concezione . Così lentamente il Dio risponde al Demone e di nuovo quest'ultimo riceve l'impulso di fuggire, rintanarsi nel bosco e urlare, dando sfogo a tutta quella rabbia causata dall'essersi trovato improvvisamente a dover mettere in discussione le certezze con cui aveva sempre vissuto. " Vari sono i motivi per cui decisi di lasciare la sala, e non nego che la causa principale sia da cercare in voi, ma non metto nemmeno in discussione il vostro comportamento, in quanto nulla è così semplice da giudicare, e la linea che separa il giusto dallo sbagliato è difficile da vedere, ed è quasi astratta nella mia mente". Il Demone rimane in silenzio per parecchi secondi, lasciando il Dio in un apparente stato di rilessione, totalmente assorto nei suoi pensieri. Cosa significano quelle parole pronunciate da una bocca così pura? Ció si chiede quell'essere infimo, ed egli non puó che sentirsi attratto da esse, cariche di mistero e chiaramente ombre di un'idea più chiara e magnificamente misteriosa. Perció formula una domanda con il semplice scopo di far continuare il Dio nella sua rivelazione, ed ha così ormai scelto la strada della pur dolorosa conoscenza. "Mi perdoni, ma non capisco, c'è qualche modo in cui possiamo rimediare?" Pura e semplice, diretta e schietta, ritenuta dal mittente Stupida, ma considerata dal destinatario parte integrante di un discorso esistenziale. Rimediare a cosa? Il Dio ride sommessamente, per nascondere in maniera meschina una delle questioni più affrontate dalla sua ragione. Potrebbero infatti rimediare alla loro inferiorità? No, la natura è stata spietata e decisa, sorda alle richieste di cambiamento, sorda alla sofferenza del Dio, e sorda ai suoi sensi di colpa! Oh crudo destino, che lo ha condannato alla consapevolezza di un'esistenza destinata ad un conflitto interiore, poichè da un lato è presente il ribrezzo e l'odio per esseri così stupidi e meschini, dall'altro la tristezza per l'ingiustizia casuale della natura, che ha condannato tanti all'inferiorità, e uno alla superiorità, ma in questo modo all'incomprensione! Duro flagello, capire e non essere capiti, essere superiori e proprio per questo non volerlo affatto! "Nulla puó essere fatto, se non l'accettazione della realtà, e della impotenza di ciò che è stato creato dalla natura nei suoi confronti. Io chiedo ció che da voi viene sentito ma non assimilato, e non per causa vostra, ma a causa del l'ingiustizia naturale, che crea esseri diversi, e rende difficile la comprensione". Il Demone non puó che rimanere confuso dinnanzi a queste parole, da un lato confuso e impaurito da pensieri di tale tipo, dall'altro triste e deluso, in quanto considerato inferiore e non abbastanza vicino al Dio per capirlo. Come un bambino lancia un grido carico di frustrazione al genitore per non essere considerato degno di partecipare ai suoi discorsi, allo stesso modo il Demone osserva stupito il Dio, sentendosi improvvisamente piccolo, indifeso, ma soprattutto stupido, per aver pensato di poter accedere al mondo di quell'essere perfetto, e di poter somigliare a lui. Egli tuttavia non si abbandona all'arroganza, ma bensì alla rassegnazione, considerando veritiero il pensiero del Dio, e ritenendosi perció nel giusto solamente in una condizione di inferiorità. Il Dio percepisce l’improvvisa tristezza che ha colpito quell’essere, e ne prova pietà, forse provando rimorso per le parole appena dette. Ma dopotutto egli non può farsene una colpa, la strada della conoscenza era stata presa, e il Demone doveva sapere ciò che procurava al Dio così tanto turbamento. I due si osservano ancora, e l’atmosfera è ormai cambiata. E’ stata condizionata dall’infelicità di una povera creatura, che senza volerlo si è trovata a dover rispondere ingiustamente della propria natura. Il Dio tuttavia nulla ha concluso, se non l’aver procurato dispiacere ad un innocente, cosa che a malincuore deve riconoscere. Egli guarda quell’essere con sguardo quasi paterno, dispiaciuto per quanto accaduto, ma non può accettare di aver recato danno lui stesso ad un altro! Così lascia crescere al suo interno un odio profondo per la Natura, creatrice dell’ingiustizia, e ulula al cielo, liberando così dal suo corpo qualsiasi tipo di emozione negativa. Poi con volto quasi rigato dalle lacrime si gira verso quell’essere tanto disprezzato, ma tanto predeterminato quanto lui, e se solo fosse meno orgoglioso, lo abbraccerebbe e gli chiederebbe scusa, scaricando il proprio male di vivere proprio su uno di quelli che lo ha causato. “Siamo entrambi esseri che, pur diversi, sono limitati da colei che li ha creati, ma la colpa purtroppo non è da cercare in noi stessi, perché se fosse così semplice, avrei già risolto tutto”. Il Demone ascolta, non si può sapere se abbia capito, di certo ha percepito la rassegnazione presente in quelle parole, e per questo la tremenda sofferenza del suo signore. Guardano entrambi in avanti, spalla contro spalla, sentendosi parte di un insieme più grande. Due esseri, caratteristiche diverse e visioni differenti, ma entrambi creati dalla stessa forza.




Commenti

pubblicato il lunedì 29 settembre 2014
Astratto, ha scritto: Ditemi cosa ne pensate!
pubblicato il mercoledì 24 giugno 2015
OscuroDominio, ha scritto: MA PENSI SIA UMANAMENTE POSSIBILE LEGGERLO?!?!?!? SCRIVI PIù GROSSO, ALMENO.
pubblicato il giovedì 25 giugno 2015
Astratto, ha scritto: Non ho idea di come si faccia
pubblicato il venerdì 26 giugno 2015
whitelord, ha scritto: @OscuroDominio: punta il mouse su una parola qualsiasi del testo, tieni premuto il tasto Ctrl e fai ruotare la rotellina sopra il mouse... Se la muovi verso di te ti si rimpicciolisce la pagina, ma se la fai girare verso l'esterno ti si ingrandisce! ;)
pubblicato il venerdì 26 giugno 2015
whitelord, ha scritto: @Astratto: scrivi in WORD, scegli carattere e formattazione, seleziona il testo e cambiagli il colore scegliendo il bianco. Copia il tutto e incolla sulla finestra del sito! Prima di pubblicare, puoi ancora correggere... ;)
pubblicato il venerdì 26 giugno 2015
OscuroDominio, ha scritto: @withelord Non uso il mouse ma il pad, comunque in quel modo dovrei fare avanti ed indietro con la pagina per leggere (forse no, infondo non è poi così piccolo). Ma senti un po' come si fa a cambiare caratteri e colori sul sito?!? Di solito con il copia/incolla poi pubblica tutto in bianco su sfondo blu, come se fosse scritto dal format del sito.

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