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lavoro pubblicato lunedì 22 settembre 2014
ultima lettura mercoledì 27 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

TORNANTI

di senzanumero. Letto 506 volte. Dallo scaffale Fantasia

La corriera si arrampicava faticosamente sui tornanti della salita, in mezzo alla macchia che odorava di mirto, ginestre, fichi d'india. L'aria era ferma. a quell'ora della mattina, e i profumi della macchia erano ancora intensi in quell'estate tard...

La corriera si arrampicava faticosamente sui tornanti della salita, in mezzo alla macchia che odorava di mirto, ginestre, fichi d'india.

L'aria era ferma. a quell'ora della mattina, e i profumi della macchia erano ancora intensi in quell'estate tardiva. Ogni tanto il muro di verde si apriva su sorprese di mare azzurro. Giungevano striduli e acuti i richiami dei gabbiani Ero seduta in fondo, in silenzio.

Ad occhi chiusi assaporavo il sapore della nuova vita che sarebbe iniziata, fra poco.Ero io che arrivavo col mio bagaglio di sogni che stavano per diventare realtà.

Avevo accettato quell'incarico che tutti rifiutavano senza esitare. La scuola era in cima alla collina, una collina dalle forme aguzze che si ergeva orgogliosa sul mare.

Era un posto scomodo da raggiungere, ma le mie motivazioni erano più forti di qualsiasi considerazione logica. La logica non mi interessava. Da sempre andavo a naso, agivo di slancio seguendo l' istinto, il moto del mio desiderio La bellezza dei luoghi, la dimensione quasi fuori dal tempo che si respirava qui mi avevano attratta. E poi.. avrei avuto una classe tutta mia .




La scuola sorgeva in fondo a una strada che finiva in uno spiazzo sterrato. Sembrava un casa di contadini, e forse lo era stata , la sagoma del camino di pietra era ancora visibile sul lato dell'edificio.

Bisognava arrivarci a piedi. La corriera si fermava più giù, nel piazzale dove parcheggiavano anche le macchine . poi iniziava una breve e ripida salita su gradoni di pietra. In cima lo sguardo si buttava sul mare, una coperta celeste punteggiata q ua e là di ali di vela.

La mia classe era composta di 11 ragazzi, parlavano con un accento toscano un po' strascicato, che ricordava un po' il fiorentino.

Erano vivaci, chiacchieroni, ironici, dell'ironia intelligente e caustica dei toscani.


Uno, il più piccolo di statura, che aveva l'incredibile nome di Giovedì, stava in un banco da solo, vicino alla cattedra,

L'insegnante precedente lo aveva messo lì per tenere sotto controllo la sua irrefrenabile chiacchiera .

Parlava continuamnte ma mai a caso.I. suoi commenti erano mirati e pungenti,arrivavano come frecciate diritte allo scopo, precise. La classe reagiva con risate corali e ammirate . Un leader . Lui sorrideva, si godeva l'effetto delle sue battute, e il sorriso si allargava sui canini aguzzi, come a scusarsi. Sembrava un furetto. Svelto. Dispettoso. Geniale.

Lo lasciai seduto lì dove , come un regista dava il via alle battute che arrivavano puntuali dagli altri ragazzi. Un gioco di squadra. Piano piano mi abituai a quel tipo di lezione che si snodava spontanea, senza schemi prefissati.

Le mattinate erano vivaci, divertenti. Erano loro che mi davano gli imput e tutti partecipavano senza timori, senza vergogna.

La mattina mi svegliavo serena, energica, piena di idee e di voglia di fare. Camminavo a piedi lungo la strada dove passava solo qualche furgone, le macchine erano rare , quasi tutti si erano traferiti più giù. A lavorare.

Solo uno magro, con le gambe lunghe e i con i capelli biondi tagliati a caschetto come un paggio del 500 se ne stava in disparte e non prendeva parte ai discorsi dei compagni.

Si chiamava Andrea , aveva un volto piccolo e regolare.i tratti ben disegnati,un viso antico, dolce, Lo sguardo timido e schivo.Sembrava un personaggio del rinascimento, con quel caschetto chiaro sugli occhi sognanti

Cercavo di stimolarlo a prendere parte alle lezioni, senza alcun risultato. Sembrava chiuso in una dimensione astratta e fantastica dove la realtà non aveva alcun senso. Spesso lo sorprendevo mentre tracciava sul quaderno, o anche sui tovaglioli della merenda, arabeschi magici e colorati .A suo modo partecipava senza parole , con quei disegni fantastici, un po' surreali.

Finii per rinunciare a coinvolgerlo in un dialogo, lo accettavo così, con la sua presenza senza parole , lo sguardo attonito, immerso in un altro spazio.

Mi ero accorta che era attratto dai racconti favolosi, dai miti e dalle leggende, Incominciò a mostrami i sui disegni, erano sfondi di mare in tempesta, i contrasti dei colori erano forti, quasi violenti. Facevano pensare al suo mondo interiore, in bilico fra equilibrio e follia

Continuava a non parlare, a rifiutare il dialogo con i compagni.

Sapevo che era capace di scrivere. Forse non gli interessava comunicare.

Una volta ...era una mattina d'inverno , lui era come al solito piegato nel suo banco , su un foglio da disegno Sembrava perso dietro le sue fantasie.. invece . si alzò in piedi di scatto e sventolò un foglio colorato...

Stavo parlando di Ulisse e di Polifemo, che accecato e impazzito dal dolore scaglia un macigno contro le navi che fuggono.

Lui è qui, é dentro di noi, vuole trascinarci dentro la sua caverna buia, Ci divorerà, tutti.”.Lo sguardo era acceso. Ma la voce era alta, sicura. Non c'era imbarazzo né indecisione nei gesti.

Mi mostrò un pagina dove schizzi di rosso e turchino si incrociavano cupi.Forse Sangue. E mare . C'erano piccole barche e disegni ingenui di uomini come marionette sgambettanti che fuggivano.Un disegno vivido, inquietante.

Un enorme occhio campeggiava al centro del foglio, Mi ricordai certi pittori del novecento per quell' atmosfera irreale di sogno, per quelle figure volanti. Forse Chagall. Lo guardai attenta, affascinata. Per qualche secondo ci fu silenzio.

Poi la risata partì ,da Giovedì , si estese alle file del primo e del secondo banco, sempre più fragorosa. Cercai di ottenere il silenzio, ma i ragazzi sembravano impazziti, si torcevano la pancia e le mani, in una specie di orgia senza ritegno , le bocche spalancate. le risate sguaiate .

Polifemo, Polifemo... attento... arriva Polifemo...

Lui si alzò, lo sguardo era cattivo, carico di odio,prese il libro aperto sul banco e lo scaraventò addosso a quel mucchio di animali sghignazzanti. Poi un altro e un altro. Cercavo di fermarlo, ma una forza incredibile si sprigionava da quel corpo magro, come se fosse rimasta troppo a lungo compressa.

Che fai ? Basta, non ti vergogni? “Non mi ascoltava, si scagliò contro il gruppetto dei ragazzi urlanti.Poi , gli uscì un grido roco, infinito,doloroso, che rimbombava nelle orecchie, e rimbalzava lassù, verso il cielo immobile e indifferente.

Poi si calmò.. appoggiò la testa sul banco, esausto. Guardai i suoi occhi ,senza espressione.

Rimasi impietrita , mentre i ragazzi piano piano si zittivano, borbottando.

Dovevo fare qulcosa, prendere in mano la situazione.

Dissi ai ragazzi che per quel giorno bastava così, che andassero a casa.

Si avviarono brontolando senza replicare apertamente.

Rimasi sola con lui.

Stava seduto nel banco, il capo un po' chino. Le braccia ricadevano molli lungo il corpo. Sembrava che tutte le sue forze si fossero consumate in quello sfogo inutile, insensato


Capii che era ripiombato in uno di quei suoi vuoti senza luce senza speranza.

Mi sentii reponsabile.

Avrei voluto sparire mi sentivo stupida e inadeguata . Avrei dovuto capire, farmi aiutare .

Gli andai vicino, non mi respinse ne mi assecondò. Rimanese zitto immobile.

Andrea, i mostri esistono e sono in fondo a ognuno di noi. Non dobbiamo ascoltarli, piano piano si acquietano, e ci lasciano vivere .”

Lui si alzò lentamente , faticosamente,

Mi spalancò in faccia i suoi occhi grigi, sotto la zazzera da paggio ,senza rispondere.Poi si avviò all'uscita.

Rimasi un po' incerta, poi gli corsi dietro lungo la strada polverosa.

Ubbidivo a un impulso, correvo per raggiungerlo.

Lui si fermò, vidi la testa bionda , sentii la carezza dei capelli, le labbra . un bacio ruvido e disperato.


Non mi sottrassi alla sua stretta, anzi mi lasciai andare, con la testa vuota che girava. Mentre le mie viscere avevano come un sussulto . Poi lo spinsi via, “Che fai . Sei divenato matto? “Lui si fermò a guardarmi, senza dire una sola parola. Lo sguardo era lucido e fermo. . Uno sguardo che scrutava dentro e mi lasciava nuda e indifesa. Rimase a guardarmi per un attimo che mi sembrò interminabile .Poi si voltò e corse via lungo la discesa, lo vidi svoltare in una stradina, sempre correndo, i capelli biondi svolazzanti.



Per molti giorni lo attesi inutilmente a scuola.

Pensai che prima o poi sarebbe tornato. ogni mattina lo attendevo sulla porta della classe spiando ogni figura che assomigliasse alla sua sagoma lunga e dondolante, ma i giorni passavano e lui non tornava.




Venni a sapere che il ragazzo viveva con il nonno.

I genitori erano all'estero a lavorare, nessuno li aveva mai visti.

Decisi di andare a trovarlo .

Un mattina di domenica mi avviai verso il vicolo dove lo avevo visto entrare.

Era una casa di campagna, con i muri spessi di pietra . una persiana verde era chiusa sul portone a schermare il sole già forte di ,maggio.

C'era la chiave nella toppa, così entrai.

La stanza sembrava vuota, in penombra, una buona frescura mi accolse, insieme a odori antichi di legna bruciata .

Chi è?

Sono Marina, della scuola di Andrea.

L'uomo era seduto in un angolo, fermo, ma non sembrava ammalato.

Teneva una pipa spenta fra le labbra. Una coperta sulle ginocchia.

Andrea non c'è.

Perchè non viene più a scuola? É successo qualcosa?

No, signora, Andrea non vuole più venire, lo lasci stare.

!Vorrei parlarci, azzardai.

Adesso non c'è.E andato in paese, al mercato.

Lo guardai in modo interrogativo

Signora ,Andrea non è un ragazzo come gli altri, vede... lui è felice solo quando disegna. Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti a nulla, è nato così, I medici hanno parlato di autismo ma non tutti sono daccordo , nemmeno io ci credo. Da piccolo giocava con tutti, gli piaceva correre e andare in bicicletta. da quando il padre e la madre sono andati via , all'estero a lavorare è cambiato. Non li vede da 3 anni. Solo qualche telefonata. A volte ha scatti di collera e rimane in silenzio per giorni interi, anche per settimane.Sembra in trance, sembra non udire le voci di chi gli parla.Signora, non insista.Potrebbe peggiorare la situazione. Il ragazzo è molto fragile, La prego, non gli faccia del male anche lei.

Anuii.

Non sapevo che dire, Forse il vecchio aveva intuito qualcosa. Ero io responsabile della sua ricaduta.forse senza accorgermene l 'avevo incoraggiato, forse quel bacio lo avevo voluto anch'io.Forse lui l'aveva sentito.

Gli dica che lo aspetto.Che tutta la classe lo aspetta.

Mentre chiudevo la porta mi parve di udire un fruscio. E di vedere un'ombra dietro la persiana chiusa.

Ma forse era solo immaginazione.





Andrea non si fece più vedere.L'anno scolastico si chiuse.

L' estate era di nuovo nell'aria, in quell'isola azzurra che odorava di mirto e di ginestre . Fra poco finiva l'anno scolastico.

Avevo ormai rinunciato alla presenza di Andrea.

Quando la sera calava, e il sole gettava nella baia azzurra le sue luci di sangue, guardavo in giù, verso il paese e mi sorprendeva una nostalgia dolorosa e insensata.

Poi un giorno arrivò una telefonata. Feci in fretta i bagagli per tornare a casa.

Mio marito era stato ricoverato. La diagnosi era grave, gravissima. Si trattava di prendere una decisione. Fare un intervento, molto delicato e pericoloso , per tentare di salvargli la vita..

.

.

Presi il traghetto e poi il primo treno,. La mia vita precipitava. Dentro un tunnel buio di ansia, dolore, disperazione.



Sono passati i mesi, un anno.

Un 'altra estate esplodeva mentre il male lo consumava . Poi è arrivata la fine.


Sono rimasta come inebetita per giorni, per settimane. Per mesi.

Mi sentivo insensibile, come se fossi morta. il mio viso nello specchio mi rimandava un'immagine che non era la mia.

I giorni passavano e io mi lasciavo vivere .

Poi pian piano, senza che me ne accorgessi nè lo volessi. la vita ha ricomciato a scorrere dentro le vene, mi sono risvegliata da quel torpore di morte , Era giunto il momento di prendere delle iniziative, per me e per quello che rimaneva della mia vita.

Non avevo il coraggio di tornare laggiù, dove si era iniziata e conclusa la mia esperienza di insegnamento, dove ero stata felice, e dove tutto era finito , all'improvvviso, come l' alba che si porta via i sogni.

.

Qualcuno mi ha chiamato da scuola, Signora. Ha lasciato qui degli oggetti. Dobbiamo liberare il suo armadietto. Sa, per la nuova insegnante,. Vuole che glieli mandiamo? Risposi di si , grazie. Più che altro per cortesia.

Quaderni, appunti, libri ormai inutili. Li avrei buttati. Erano Parte di un altra vita, Un 'altra me. Li ho chiusi dentro un armadio e dimenticati,

Il tempo ha continuato a scorrere e a stendere polvere sui miei ricordi.


Poi un giorno ho rovistato in quell'armadio, cercando abiti vecchi da regalare . Un mucchio di carta, appunti, libri, fotografie, si è rovesciato sul pavimento

Così, per caso mi è venuta fra le mani una busta , di quelle che si usano per la spedizione .Era ancora chiusa “ Per la prof. Marina”

L'ho aperta , le mani mi tremavano un po'.Era un disegno, una barca di legno che approdava su una spiaggia Un uomo stanco. Un mare incantato intorno a un' isola petrosa..Mi ricordai di Ulisse, dei suoi viaggi per mare che tante volte avevo letto ai miei ragazzi, Era il ritorno agognato a Itaca. Sotto, Con una grafia un po' incerta era scritto “ Ciao Marina. Ritorno.a scuola. Domattina.”


Perchè mai non avevo aperto prima quella busta? Perchè avevo lasciato che il dolore mi travolgesse verso una disperazione inutile, morbosa, senza scopo e senza salvezza? Farsi ancora del male era inutile, sapevo che la mia vita erano i ragazzi, la scuola, l'affetto che ricevevo .


Quel ragazzo aveva bisogno di me , mi aveva cercato mentre io mi chiudevo nel mio dolore cieco e solitario . E poi non sapevo ancora che cosa significasse per me veramente Le emozioni che avevo ricacciato dentro per anni si risvegliavano come i venti nell 'otre di Eolo . Mi ero negata alla vita Come avevo fatto a rinunciare?.Forse c 'era ancora una speranza, un appiglio,




Ho ripreso la corriera una mattina d' inverno.Avevo cercato in molti modi di rintracciarlo, ma nessuno mi dava notizie precise.

.

Sapevo che il nonno era andato a vivere in una casa di riposo , le viuzze ripide del paese non erano più buone per le sue gambe pesanti.

Sono scesa nella piazzetta deserta, il vento mi pungeva le guance. Mi sono affacciata sul mare, una coperta blu rabbrividita dal vento.

La strada che portava alla scuola era stranamente silenziosa. ho bussato più volte, alla fine ha aperto una donna,

Ho chiesto della preside, delle insegnanti.

Signora. La scuola non è più qui. E stata chiusa , troppo pochi gli alunni Accorpata alla scuola Giusti. In città.Può chiedere laggiù.

Avete ancora un elenco degli alunni? Cerco un nome, un indirizzo.

No, signora, è stato portato via tutto . Vengo qui una volta la settimana a ritirare la posta, qualche volta qualcuno ci scrive ancora .

Ma ormai dopo quasi Due anni …... quasi tutti sono stati informati.”

Me ne sono andata , che cosa cercavo? un pezzo di vita che non avrei mai più ritrovato, ero vittima di nostalgie ridicole , ricordi che dovevo seppellire per poter guardare avanti, serenamente.

Prima di ripartire ho fatto un giro intorno al paese.

La casa di Andrea .

Ho guardato se c'era la chiave infilata dentro la toppa.

Il sole saliva e lì, al riparo dalla tramontana, si godeva un calore che scaldava la terra e faceva salire l' odore pungente dei mirti.

Ho attraversato la strada con la testa per aria, e uno scooter ha inchiodato , alla curva.

Ma che fa? manca poco che la butto sotto.

Un giovae ha alzato la visiera del casco e gli occhi vividi hanno illuminato un sorriso da furetto. Era Giovedì.

Marina, che ci fa qui?

Ha messo lo scooter sul cavalletto e mi ha stretto in un abbraccio forte

Era diventato un bel ragazzo magro, non tanto alto, con i muscoli forti e sodi. Ha iniziato a parlare a raffica, …” ma ci mancava anche che la investissi, ma lei è sempre la stessa, ma che fa con quella faccia, mi pare un viaggio d'acqua... venga che andiamo a prendere un caffè.”

Era sempre lui, Giovedì, che mi travolgeva col suo entusiasmo, la sua vitalità irrefrenabile.

Non insegna più? L'abbiamo cercata, ma lei era a New York .abbiamo saputo di suo marito, ci dispiace.”

No. faccio altro, ora.Non ho più voglia di sopportare tipi logorroici come te.”

Rideva , le labbra scoprivano i suoi canini aguzzi.

Cercavo Andrea.

Ah, si... Andrea … non so niente di lui , non è mai più tornato a scuola . So che hanno chiuso la casa . Il nonno sta in un ricovero. Da un pezzo. Forse anche lui sta in un istituto.”

Sentii dei brividi correre lungo le braccia. Era solo. Solo chissà dove. . Coi suoi fantasmi e la sua solitudine.

La corriera passò. Si fermò in attesa.

Feci cenno di no. Che proseguisse.

Dovevo trovarlo.




L'infermiera m i accompagnò in giardino.Seduto sulla panchina c' era un uomo, con una coperta sulle gambe.

Buongiorno, sono Marina,Come sta?

Mi rivolse uno sguardo acquoso, privo di espressione, senza rispondere.

É inutile non le risponderà, Ha avuto un ictus. Non è in grado di parlare. I suoi riflessi sono molto lenti.Non so se la capisce.

L'infermiera parlava mentre spingeva la sedia rotelle sul ghiaino del giardino.

E il nipote?

Non sappiamo niente . Quando è stato ricoverato qui era in coma.Ora sta meglio ma nessuno è mai venuto a trovarlo.Dicono che ha dei parenti in America.Non sappiamo dove.



Sono tornata a casa mia.

La a vita ha ripreso.lentamente a scorrere. Con un ritmo apparentemente normale.

Sono tornata a scuola, dai miei ragazzi. Nuove storie da raccontare, nuovi affetti da scoprire che mi hanno ridato slancio vita e speranza.

Non ho più avuto notizie di Andrea, L'ho cercato negli istituti, negli ospedali. L'ho cercato ovunque con caparbietà e disperazione.

Poi ho rinunciato. Forse non voleva farsi trovare.


Sono passati ancora molti anni.Adesso sono una signora, matura..

Passo le mie giornate con i miei libri e i miei ricordi..

Esco di rado, sono diventata pigra, di rado vedo qualcuno che non sia di famiglia.

Poi un giorno ho ricevuto un invito. Da una città del nord.

Era un pieghevole. Presentavano alcuni studi sulle problematiche dell''età evolutiva. Ne ricevevo molti, raramente andavo.

Lo accompagnava un biglietto “ Sarei felice se lei venisse.Un amico”



L ' ho appoggiato sul tavolo.Le solite pubblicità. Non avevo voglia di andare.

Mi ero impigrita con gli anni e queste cose erano quasi sempre noiose, ripetitive. Una palla. Una conferenza . E poi... Un amico? Non ne avevo , e meno che mai in quella città..Di sicuro una trappola, per vendere qualcosa.


Poi la curiosità ha prevalso . La mia antica voglia di scoprire e di tentare la vita.

Ho preso la macchina , ho messo in tasca il biglietto, Un viaggio non poteva che farmi bene.Per uscire da quel torpore .


La sala era affollata, mi sono seduta in fondo. C'erano giornalisti e fotografi.

Al tavolo c'erano tre persone che intervenivano a turno , l'uomo che stava al centro faceva da coordinatore.

Sulla destra del tavolo qualcuno dipingeva su un grande pannelloappoggiato alla parete. Strizzava una sorta di tubo di vernice che poi stendeva con uno straccio. La mano era abile, veloce. Piano piano una immagine prendeva forma , una testa, un volto di donna.

Mentre ascoltavo il dibattito continuavo a chiedermi perchè ero stata invitata lì e da chi.

Aspettavo un cenno, una spiegazione.


Poi l'uomo al centro si è alzato. venendo verso di me .Un uomo non tanto alto, si intuivano i muscoli , sodi sotto la maglietta aderente . gli occhi nascosti da occhiali a specchio.Ho riconosciuto il sorriso sui denti da furetto.. Giovedì.

Come stai? “Sei in forma. Quanto tempo, troppo. Dovevo vederti.Adesso ho uno studio mio. Organizzo incontri ,meeting, come si dice adesso, Sono un uomo di successo.”

Mi dava del tu, era normale , ormai era un uomo, eravamo due adulti che si incontravano, Il rapporto insegnante alunno non esisteva più.

Vieni , ho una sorpresa per te..

Un fiume di parole , la sua energia sgorgava e mi contagiava, come sempre. Mi ha pilotato sicuro fra le file delle sedie verso l'uomo che dipingeva. Un giovane , alto, biondo, i capelli tagliati a spazzola,

Si è voltato, l'espressione del viso aveva qualcosa di familiare... gli occhi, uno sgurado dolce, un po' schivo ... .il cuore ha sobbalzato. Andrea ?

..

L' uomo si è asciugato le mani sporche di vernice con uno straccio e mi ha stretto la mano con forza.

Mani sottili , forti ma delicate.

Buongiorno, Marina.Volevo tanto conoscerla. Sono Marc, Anzi, Marco.

Guardai Giovedì senza capire.

Lui rimaneva zitto , ma gli occhi erano accesi ,carichi . Sentivo lo spazio fra noi carico di energia, come prima di un temporale.

L'uomo biondo ha continuato a parlare con un marcato accento americano.

Sono nato a Boston. I miei nonni erano italiani, sono emigrati laggiù lasciando un figlio in Italia Non potevano occuparsi di lui , I primi tempi sono stati duri. . Facevano turni di lavoro stressanti, anche di notte.Poi un giorno sono tornati per portarlo con sé in America . Ora avevano di che vivere bene e l' hanno curato .Lui aveva alti e bassi, quando stava bene dipingeva Ma accadeva sempre piu raramente . i suoi fantasmi lo distruggevano Per un certo tempo è stato curato con il sonno. Quando si è svegliato stava meglio , ma non si ricordava più niente della sua vita in Italia. Poi piano piano la memoria è tornata .

Un giorno ha incontato mia madre e sono nato io.


Mi aveva parlato di lei, voleva ritrovarla.

La sua salvezza è stata dipingere .Lasciava i suoi disegni dappertutto, sulle carte del pane , sulle tovagliette della colazione.,

Lui mi ha trasnesso la passione per il disegno e i colori.Andrea era mio padre.


Mi sono aggrappaita al tavolo, mi girava la testa. Lui ha continuato.


L'ha anche cercata, personalmente ma lei non viveva più in Italia e non avevamo alcun recapito.

I medici dicevano che non sarebbe vissuto molto a lungo,C'era quel male oscuro dentro la sua anima che a volte lo attanagliava, e allora erano momenti cupi di dolore e disperazione.. ma ci sono stati anche giorni tranquilli, sereni.

Diceva che lei gli aveva insegnato a combattere i mostri , a stanarli dai nascondigli e a rendrli inoffensivi..

Dipingeva molto. Se qualcuno ammirava un suo quadro glielo regalava. Dipingeva per sé. Per acquietare le angosce acquattate in fondo al suo spirito.

.Se n' è andato nel sonno, un anno fa.

C'era qualcosa nella sua testa di storto, di malato.

Solo l' amore e la passione per l'arte potevano curarlo.

Lui mi parlava sempre dell' Italia e di un isola azzurra dove stridono forte i gabbiani che si tuffano a picco in fondo alle baie.


Sono tornato per restare.Voglio vivere qui e dipingere il mare di Ulisse e delle sirene.

Smise di parlare e mi indicò la parete.

Vede, io devo tutto a mio padre. E lui che ispira il mio lavoro, .

Questo pannello che ho dipinto stasera in realtà l'ho ripreso da uno schizzo di mio padre.


Ho sentito che tutto si scioglieva dentro, il dolore, la disperazione , il rimpianto, i sensi di colpa, di inadeguatezza, il torpore mortale , e ancora il faticoso ritorno alla vita., tutto quello che avevo subito sofferto rinchiuso dentro di me in tanti anni si convogliava e si riscattava in quella gioia nuova che mi assaliva come una marea un fiume benefico .

Allora non avevo fallito. Non gli avevo fatto del male . Lui mi aveva cercato per dirmelo, e ora mi mandava suo figlio, perchè anch 'ìo trovassi la pace.


Alle mie spalle Il pannello di Marco si stagliava netto contro la parete bianca.

Un volto di donna, un giovane donna con gli occhi rivolti lontano al di là delle cose. E dei loro muri . Forse a rincorrere un sogno.


Lo guardai ancora, e credetti di riconoscermi.










I









La corriera si arrampicava faticosamente sui tornanti della salita, in mezzo alla macchia che odorava di mirto, ginestre, fichi d'india.

L'aria era ferma. a quell'ora della mattina, e i profumi della macchia erano ancora intensi in quell'estate tardiva. Ogni tanto il muro di verde si apriva su sorprese di mare azzurro. Giungevano striduli e acuti i richiami dei gabbiani Ero seduta in fondo, in silenzio.

Ad occhi chiusi assaporavo il sapore della nuova vita che sarebbe iniziata, fra poco.Ero io che arrivavo col mio bagaglio di sogni che stavano per diventare realtà.

Avevo accettato quell'incarico che tutti rifiutavano senza esitare. La scuola era in cima alla collina, una collina dalle forme aguzze che si ergeva orgogliosa sul mare.

Era un posto scomodo da raggiungere, ma le mie motivazioni erano più forti di qualsiasi considerazione logica. La logica non mi interessava. Da sempre andavo a naso, agivo di slancio seguendo l' istinto, il moto del mio desiderio La bellezza dei luoghi, la dimensione quasi fuori dal tempo che si respirava qui mi avevano attratta. E poi.. avrei avuto una classe tutta mia .




La scuola sorgeva in fondo a una strada che finiva in uno spiazzo sterrato. Sembrava un casa di contadini, e forse lo era stata , la sagoma del camino di pietra era ancora visibile sul lato dell'edificio.

Bisognava arrivarci a piedi. La corriera si fermava più giù, nel piazzale dove parcheggiavano anche le macchine . poi iniziava una breve e ripida salita su gradoni di pietra. In cima lo sguardo si buttava sul mare, una coperta celeste punteggiata q ua e là di ali di vela.

La mia classe era composta di 11 ragazzi, parlavano con un accento toscano un po' strascicato, che ricordava un po' il fiorentino.

Erano vivaci, chiacchieroni, ironici, dell'ironia intelligente e caustica dei toscani.


Uno, il più piccolo di statura, che aveva l'incredibile nome di Giovedì, stava in un banco da solo, vicino alla cattedra,

L'insegnante precedente lo aveva messo lì per tenere sotto controllo la sua irrefrenabile chiacchiera .

Parlava continuamnte ma mai a caso.I. suoi commenti erano mirati e pungenti,arrivavano come frecciate diritte allo scopo, precise. La classe reagiva con risate corali e ammirate . Un leader . Lui sorrideva, si godeva l'effetto delle sue battute, e il sorriso si allargava sui canini aguzzi, come a scusarsi. Sembrava un furetto. Svelto. Dispettoso. Geniale.

Lo lasciai seduto lì dove , come un regista dava il via alle battute che arrivavano puntuali dagli altri ragazzi. Un gioco di squadra. Piano piano mi abituai a quel tipo di lezione che si snodava spontanea, senza schemi prefissati.

Le mattinate erano vivaci, divertenti. Erano loro che mi davano gli imput e tutti partecipavano senza timori, senza vergogna.

La mattina mi svegliavo serena, energica, piena di idee e di voglia di fare. Camminavo a piedi lungo la strada dove passava solo qualche furgone, le macchine erano rare , quasi tutti si erano traferiti più giù. A lavorare.

Solo uno magro, con le gambe lunghe e i con i capelli biondi tagliati a caschetto come un paggio del 500 se ne stava in disparte e non prendeva parte ai discorsi dei compagni.

Si chiamava Andrea , aveva un volto piccolo e regolare.i tratti ben disegnati,un viso antico, dolce, Lo sguardo timido e schivo.Sembrava un personaggio del rinascimento, con quel caschetto chiaro sugli occhi sognanti

Cercavo di stimolarlo a prendere parte alle lezioni, senza alcun risultato. Sembrava chiuso in una dimensione astratta e fantastica dove la realtà non aveva alcun senso. Spesso lo sorprendevo mentre tracciava sul quaderno, o anche sui tovaglioli della merenda, arabeschi magici e colorati .A suo modo partecipava senza parole , con quei disegni fantastici, un po' surreali.

Finii per rinunciare a coinvolgerlo in un dialogo, lo accettavo così, con la sua presenza senza parole , lo sguardo attonito, immerso in un altro spazio.

Mi ero accorta che era attratto dai racconti favolosi, dai miti e dalle leggende, Incominciò a mostrami i sui disegni, erano sfondi di mare in tempesta, i contrasti dei colori erano forti, quasi violenti. Facevano pensare al suo mondo interiore, in bilico fra equilibrio e follia

Continuava a non parlare, a rifiutare il dialogo con i compagni.

Sapevo che era capace di scrivere. Forse non gli interessava comunicare.

Una volta ...era una mattina d'inverno , lui era come al solito piegato nel suo banco , su un foglio da disegno Sembrava perso dietro le sue fantasie.. invece . si alzò in piedi di scatto e sventolò un foglio colorato...

Stavo parlando di Ulisse e di Polifemo, che accecato e impazzito dal dolore scaglia un macigno contro le navi che fuggono.

Lui è qui, é dentro di noi, vuole trascinarci dentro la sua caverna buia, Ci divorerà, tutti.”.Lo sguardo era acceso. Ma la voce era alta, sicura. Non c'era imbarazzo né indecisione nei gesti.

Mi mostrò un pagina dove schizzi di rosso e turchino si incrociavano cupi.Forse Sangue. E mare . C'erano piccole barche e disegni ingenui di uomini come marionette sgambettanti che fuggivano.Un disegno vivido, inquietante.

Un enorme occhio campeggiava al centro del foglio, Mi ricordai certi pittori del novecento per quell' atmosfera irreale di sogno, per quelle figure volanti. Forse Chagall. Lo guardai attenta, affascinata. Per qualche secondo ci fu silenzio.

Poi la risata partì ,da Giovedì , si estese alle file del primo e del secondo banco, sempre più fragorosa. Cercai di ottenere il silenzio, ma i ragazzi sembravano impazziti, si torcevano la pancia e le mani, in una specie di orgia senza ritegno , le bocche spalancate. le risate sguaiate .

Polifemo, Polifemo... attento... arriva Polifemo...

Lui si alzò, lo sguardo era cattivo, carico di odio,prese il libro aperto sul banco e lo scaraventò addosso a quel mucchio di animali sghignazzanti. Poi un altro e un altro. Cercavo di fermarlo, ma una forza incredibile si sprigionava da quel corpo magro, come se fosse rimasta troppo a lungo compressa.

Che fai ? Basta, non ti vergogni? “Non mi ascoltava, si scagliò contro il gruppetto dei ragazzi urlanti.Poi , gli uscì un grido roco, infinito,doloroso, che rimbombava nelle orecchie, e rimbalzava lassù, verso il cielo immobile e indifferente.

Poi si calmò.. appoggiò la testa sul banco, esausto. Guardai i suoi occhi ,senza espressione.

Rimasi impietrita , mentre i ragazzi piano piano si zittivano, borbottando.

Dovevo fare qulcosa, prendere in mano la situazione.

Dissi ai ragazzi che per quel giorno bastava così, che andassero a casa.

Si avviarono brontolando senza replicare apertamente.

Rimasi sola con lui.

Stava seduto nel banco, il capo un po' chino. Le braccia ricadevano molli lungo il corpo. Sembrava che tutte le sue forze si fossero consumate in quello sfogo inutile, insensato


Capii che era ripiombato in uno di quei suoi vuoti senza luce senza speranza.

Mi sentii reponsabile.

Avrei voluto sparire mi sentivo stupida e inadeguata . Avrei dovuto capire, farmi aiutare .

Gli andai vicino, non mi respinse ne mi assecondò. Rimanese zitto immobile.

Andrea, i mostri esistono e sono in fondo a ognuno di noi. Non dobbiamo ascoltarli, piano piano si acquietano, e ci lasciano vivere .”

Lui si alzò lentamente , faticosamente,

Mi spalancò in faccia i suoi occhi grigi, sotto la zazzera da paggio ,senza rispondere.Poi si avviò all'uscita.

Rimasi un po' incerta, poi gli corsi dietro lungo la strada polverosa.

Ubbidivo a un impulso, correvo per raggiungerlo.

Lui si fermò, vidi la testa bionda , sentii la carezza dei capelli, le labbra . un bacio ruvido e disperato.


Non mi sottrassi alla sua stretta, anzi mi lasciai andare, con la testa vuota che girava. Mentre le mie viscere avevano come un sussulto . Poi lo spinsi via, “Che fai . Sei divenato matto? “Lui si fermò a guardarmi, senza dire una sola parola. Lo sguardo era lucido e fermo. . Uno sguardo che scrutava dentro e mi lasciava nuda e indifesa. Rimase a guardarmi per un attimo che mi sembrò interminabile .Poi si voltò e corse via lungo la discesa, lo vidi svoltare in una stradina, sempre correndo, i capelli biondi svolazzanti.



Per molti giorni lo attesi inutilmente a scuola.

Pensai che prima o poi sarebbe tornato. ogni mattina lo attendevo sulla porta della classe spiando ogni figura che assomigliasse alla sua sagoma lunga e dondolante, ma i giorni passavano e lui non tornava.




Venni a sapere che il ragazzo viveva con il nonno.

I genitori erano all'estero a lavorare, nessuno li aveva mai visti.

Decisi di andare a trovarlo .

Un mattina di domenica mi avviai verso il vicolo dove lo avevo visto entrare.

Era una casa di campagna, con i muri spessi di pietra . una persiana verde era chiusa sul portone a schermare il sole già forte di ,maggio.

C'era la chiave nella toppa, così entrai.

La stanza sembrava vuota, in penombra, una buona frescura mi accolse, insieme a odori antichi di legna bruciata .

Chi è?

Sono Marina, della scuola di Andrea.

L'uomo era seduto in un angolo, fermo, ma non sembrava ammalato.

Teneva una pipa spenta fra le labbra. Una coperta sulle ginocchia.

Andrea non c'è.

Perchè non viene più a scuola? É successo qualcosa?

No, signora, Andrea non vuole più venire, lo lasci stare.

!Vorrei parlarci, azzardai.

Adesso non c'è.E andato in paese, al mercato.

Lo guardai in modo interrogativo

Signora ,Andrea non è un ragazzo come gli altri, vede... lui è felice solo quando disegna. Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti a nulla, è nato così, I medici hanno parlato di autismo ma non tutti sono daccordo , nemmeno io ci credo. Da piccolo giocava con tutti, gli piaceva correre e andare in bicicletta. da quando il padre e la madre sono andati via , all'estero a lavorare è cambiato. Non li vede da 3 anni. Solo qualche telefonata. A volte ha scatti di collera e rimane in silenzio per giorni interi, anche per settimane.Sembra in trance, sembra non udire le voci di chi gli parla.Signora, non insista.Potrebbe peggiorare la situazione. Il ragazzo è molto fragile, La prego, non gli faccia del male anche lei.

Anuii.

Non sapevo che dire, Forse il vecchio aveva intuito qualcosa. Ero io responsabile della sua ricaduta.forse senza accorgermene l 'avevo incoraggiato, forse quel bacio lo avevo voluto anch'io.Forse lui l'aveva sentito.

Gli dica che lo aspetto.Che tutta la classe lo aspetta.

Mentre chiudevo la porta mi parve di udire un fruscio. E di vedere un'ombra dietro la persiana chiusa.

Ma forse era solo immaginazione.





Andrea non si fece più vedere.L'anno scolastico si chiuse.

L' estate era di nuovo nell'aria, in quell'isola azzurra che odorava di mirto e di ginestre . Fra poco finiva l'anno scolastico.

Avevo ormai rinunciato alla presenza di Andrea.

Quando la sera calava, e il sole gettava nella baia azzurra le sue luci di sangue, guardavo in giù, verso il paese e mi sorprendeva una nostalgia dolorosa e insensata.

Poi un giorno arrivò una telefonata. Feci in fretta i bagagli per tornare a casa.

Mio marito era stato ricoverato. La diagnosi era grave, gravissima. Si trattava di prendere una decisione. Fare un intervento, molto delicato e pericoloso , per tentare di salvargli la vita..

.

.

Presi il traghetto e poi il primo treno,. La mia vita precipitava. Dentro un tunnel buio di ansia, dolore, disperazione.



Sono passati i mesi, un anno.

Un 'altra estate esplodeva mentre il male lo consumava . Poi è arrivata la fine.


Sono rimasta come inebetita per giorni, per settimane. Per mesi.

Mi sentivo insensibile, come se fossi morta. il mio viso nello specchio mi rimandava un'immagine che non era la mia.

I giorni passavano e io mi lasciavo vivere .

Poi pian piano, senza che me ne accorgessi nè lo volessi. la vita ha ricomciato a scorrere dentro le vene, mi sono risvegliata da quel torpore di morte , Era giunto il momento di prendere delle iniziative, per me e per quello che rimaneva della mia vita.

Non avevo il coraggio di tornare laggiù, dove si era iniziata e conclusa la mia esperienza di insegnamento, dove ero stata felice, e dove tutto era finito , all'improvvviso, come l' alba che si porta via i sogni.

.

Qualcuno mi ha chiamato da scuola, Signora. Ha lasciato qui degli oggetti. Dobbiamo liberare il suo armadietto. Sa, per la nuova insegnante,. Vuole che glieli mandiamo? Risposi di si , grazie. Più che altro per cortesia.

Quaderni, appunti, libri ormai inutili. Li avrei buttati. Erano Parte di un altra vita, Un 'altra me. Li ho chiusi dentro un armadio e dimenticati,

Il tempo ha continuato a scorrere e a stendere polvere sui miei ricordi.


Poi un giorno ho rovistato in quell'armadio, cercando abiti vecchi da regalare . Un mucchio di carta, appunti, libri, fotografie, si è rovesciato sul pavimento

Così, per caso mi è venuta fra le mani una busta , di quelle che si usano per la spedizione .Era ancora chiusa “ Per la prof. Marina”

L'ho aperta , le mani mi tremavano un po'.Era un disegno, una barca di legno che approdava su una spiaggia Un uomo stanco. Un mare incantato intorno a un' isola petrosa..Mi ricordai di Ulisse, dei suoi viaggi per mare che tante volte avevo letto ai miei ragazzi, Era il ritorno agognato a Itaca. Sotto, Con una grafia un po' incerta era scritto “ Ciao Marina. Ritorno.a scuola. Domattina.”


Perchè mai non avevo aperto prima quella busta? Perchè avevo lasciato che il dolore mi travolgesse verso una disperazione inutile, morbosa, senza scopo e senza salvezza? Farsi ancora del male era inutile, sapevo che la mia vita erano i ragazzi, la scuola, l'affetto che ricevevo .


Quel ragazzo aveva bisogno di me , mi aveva cercato mentre io mi chiudevo nel mio dolore cieco e solitario . E poi non sapevo ancora che cosa significasse per me veramente Le emozioni che avevo ricacciato dentro per anni si risvegliavano come i venti nell 'otre di Eolo . Mi ero negata alla vita Come avevo fatto a rinunciare?.Forse c 'era ancora una speranza, un appiglio,




Ho ripreso la corriera una mattina d' inverno.Avevo cercato in molti modi di rintracciarlo, ma nessuno mi dava notizie precise.

.

Sapevo che il nonno era andato a vivere in una casa di riposo , le viuzze ripide del paese non erano più buone per le sue gambe pesanti.

Sono scesa nella piazzetta deserta, il vento mi pungeva le guance. Mi sono affacciata sul mare, una coperta blu rabbrividita dal vento.

La strada che portava alla scuola era stranamente silenziosa. ho bussato più volte, alla fine ha aperto una donna,

Ho chiesto della preside, delle insegnanti.

Signora. La scuola non è più qui. E stata chiusa , troppo pochi gli alunni Accorpata alla scuola Giusti. In città.Può chiedere laggiù.

Avete ancora un elenco degli alunni? Cerco un nome, un indirizzo.

No, signora, è stato portato via tutto . Vengo qui una volta la settimana a ritirare la posta, qualche volta qualcuno ci scrive ancora .

Ma ormai dopo quasi Due anni …... quasi tutti sono stati informati.”

Me ne sono andata , che cosa cercavo? un pezzo di vita che non avrei mai più ritrovato, ero vittima di nostalgie ridicole , ricordi che dovevo seppellire per poter guardare avanti, serenamente.

Prima di ripartire ho fatto un giro intorno al paese.

La casa di Andrea .

Ho guardato se c'era la chiave infilata dentro la toppa.

Il sole saliva e lì, al riparo dalla tramontana, si godeva un calore che scaldava la terra e faceva salire l' odore pungente dei mirti.

Ho attraversato la strada con la testa per aria, e uno scooter ha inchiodato , alla curva.

Ma che fa? manca poco che la butto sotto.

Un giovae ha alzato la visiera del casco e gli occhi vividi hanno illuminato un sorriso da furetto. Era Giovedì.

Marina, che ci fa qui?

Ha messo lo scooter sul cavalletto e mi ha stretto in un abbraccio forte

Era diventato un bel ragazzo magro, non tanto alto, con i muscoli forti e sodi. Ha iniziato a parlare a raffica, …” ma ci mancava anche che la investissi, ma lei è sempre la stessa, ma che fa con quella faccia, mi pare un viaggio d'acqua... venga che andiamo a prendere un caffè.”

Era sempre lui, Giovedì, che mi travolgeva col suo entusiasmo, la sua vitalità irrefrenabile.

Non insegna più? L'abbiamo cercata, ma lei era a New York .abbiamo saputo di suo marito, ci dispiace.”

No. faccio altro, ora.Non ho più voglia di sopportare tipi logorroici come te.”

Rideva , le labbra scoprivano i suoi canini aguzzi.

Cercavo Andrea.

Ah, si... Andrea … non so niente di lui , non è mai più tornato a scuola . So che hanno chiuso la casa . Il nonno sta in un ricovero. Da un pezzo. Forse anche lui sta in un istituto.”

Sentii dei brividi correre lungo le braccia. Era solo. Solo chissà dove. . Coi suoi fantasmi e la sua solitudine.

La corriera passò. Si fermò in attesa.

Feci cenno di no. Che proseguisse.

Dovevo trovarlo.




L'infermiera m i accompagnò in giardino.Seduto sulla panchina c' era un uomo, con una coperta sulle gambe.

Buongiorno, sono Marina,Come sta?

Mi rivolse uno sguardo acquoso, privo di espressione, senza rispondere.

É inutile non le risponderà, Ha avuto un ictus. Non è in grado di parlare. I suoi riflessi sono molto lenti.Non so se la capisce.

L'infermiera parlava mentre spingeva la sedia rotelle sul ghiaino del giardino.

E il nipote?

Non sappiamo niente . Quando è stato ricoverato qui era in coma.Ora sta meglio ma nessuno è mai venuto a trovarlo.Dicono che ha dei parenti in America.Non sappiamo dove.



Sono tornata a casa mia.

La a vita ha ripreso.lentamente a scorrere. Con un ritmo apparentemente normale.

Sono tornata a scuola, dai miei ragazzi. Nuove storie da raccontare, nuovi affetti da scoprire che mi hanno ridato slancio vita e speranza.

Non ho più avuto notizie di Andrea, L'ho cercato negli istituti, negli ospedali. L'ho cercato ovunque con caparbietà e disperazione.

Poi ho rinunciato. Forse non voleva farsi trovare.


Sono passati ancora molti anni.Adesso sono una signora, matura..

Passo le mie giornate con i miei libri e i miei ricordi..

Esco di rado, sono diventata pigra, di rado vedo qualcuno che non sia di famiglia.

Poi un giorno ho ricevuto un invito. Da una città del nord.

Era un pieghevole. Presentavano alcuni studi sulle problematiche dell''età evolutiva. Ne ricevevo molti, raramente andavo.

Lo accompagnava un biglietto “ Sarei felice se lei venisse.Un amico”



L ' ho appoggiato sul tavolo.Le solite pubblicità. Non avevo voglia di andare.

Mi ero impigrita con gli anni e queste cose erano quasi sempre noiose, ripetitive. Una palla. Una conferenza . E poi... Un amico? Non ne avevo , e meno che mai in quella città..Di sicuro una trappola, per vendere qualcosa.


Poi la curiosità ha prevalso . La mia antica voglia di scoprire e di tentare la vita.

Ho preso la macchina , ho messo in tasca il biglietto, Un viaggio non poteva che farmi bene.Per uscire da quel torpore .


La sala era affollata, mi sono seduta in fondo. C'erano giornalisti e fotografi.

Al tavolo c'erano tre persone che intervenivano a turno , l'uomo che stava al centro faceva da coordinatore.

Sulla destra del tavolo qualcuno dipingeva su un grande pannelloappoggiato alla parete. Strizzava una sorta di tubo di vernice che poi stendeva con uno straccio. La mano era abile, veloce. Piano piano una immagine prendeva forma , una testa, un volto di donna.

Mentre ascoltavo il dibattito continuavo a chiedermi perchè ero stata invitata lì e da chi.

Aspettavo un cenno, una spiegazione.


Poi l'uomo al centro si è alzato. venendo verso di me .Un uomo non tanto alto, si intuivano i muscoli , sodi sotto la maglietta aderente . gli occhi nascosti da occhiali a specchio.Ho riconosciuto il sorriso sui denti da furetto.. Giovedì.

Come stai? “Sei in forma. Quanto tempo, troppo. Dovevo vederti.Adesso ho uno studio mio. Organizzo incontri ,meeting, come si dice adesso, Sono un uomo di successo.”

Mi dava del tu, era normale , ormai era un uomo, eravamo due adulti che si incontravano, Il rapporto insegnante alunno non esisteva più.

Vieni , ho una sorpresa per te..

Un fiume di parole , la sua energia sgorgava e mi contagiava, come sempre. Mi ha pilotato sicuro fra le file delle sedie verso l'uomo che dipingeva. Un giovane , alto, biondo, i capelli tagliati a spazzola,

Si è voltato, l'espressione del viso aveva qualcosa di familiare... gli occhi, uno sgurado dolce, un po' schivo ... .il cuore ha sobbalzato. Andrea ?

..

L' uomo si è asciugato le mani sporche di vernice con uno straccio e mi ha stretto la mano con forza.

Mani sottili , forti ma delicate.

Buongiorno, Marina.Volevo tanto conoscerla. Sono Marc, Anzi, Marco.

Guardai Giovedì senza capire.

Lui rimaneva zitto , ma gli occhi erano accesi ,carichi . Sentivo lo spazio fra noi carico di energia, come prima di un temporale.

L'uomo biondo ha continuato a parlare con un marcato accento americano.

Sono nato a Boston. I miei nonni erano italiani, sono emigrati laggiù lasciando un figlio in Italia Non potevano occuparsi di lui , I primi tempi sono stati duri. . Facevano turni di lavoro stressanti, anche di notte.Poi un giorno sono tornati per portarlo con sé in America . Ora avevano di che vivere bene e l' hanno curato .Lui aveva alti e bassi, quando stava bene dipingeva Ma accadeva sempre piu raramente . i suoi fantasmi lo distruggevano Per un certo tempo è stato curato con il sonno. Quando si è svegliato stava meglio , ma non si ricordava più niente della sua vita in Italia. Poi piano piano la memoria è tornata .

Un giorno ha incontato mia madre e sono nato io.


Mi aveva parlato di lei, voleva ritrovarla.

La sua salvezza è stata dipingere .Lasciava i suoi disegni dappertutto, sulle carte del pane , sulle tovagliette della colazione.,

Lui mi ha trasnesso la passione per il disegno e i colori.Andrea era mio padre.


Mi sono aggrappaita al tavolo, mi girava la testa. Lui ha continuato.


L'ha anche cercata, personalmente ma lei non viveva più in Italia e non avevamo alcun recapito.

I medici dicevano che non sarebbe vissuto molto a lungo,C'era quel male oscuro dentro la sua anima che a volte lo attanagliava, e allora erano momenti cupi di dolore e disperazione.. ma ci sono stati anche giorni tranquilli, sereni.

Diceva che lei gli aveva insegnato a combattere i mostri , a stanarli dai nascondigli e a rendrli inoffensivi..

Dipingeva molto. Se qualcuno ammirava un suo quadro glielo regalava. Dipingeva per sé. Per acquietare le angosce acquattate in fondo al suo spirito.

.Se n' è andato nel sonno, un anno fa.

C'era qualcosa nella sua testa di storto, di malato.

Solo l' amore e la passione per l'arte potevano curarlo.

Lui mi parlava sempre dell' Italia e di un isola azzurra dove stridono forte i gabbiani che si tuffano a picco in fondo alle baie.


Sono tornato per restare.Voglio vivere qui e dipingere il mare di Ulisse e delle sirene.

Smise di parlare e mi indicò la parete.

Vede, io devo tutto a mio padre. E lui che ispira il mio lavoro, .

Questo pannello che ho dipinto stasera in realtà l'ho ripreso da uno schizzo di mio padre.


Ho sentito che tutto si scioglieva dentro, il dolore, la disperazione , il rimpianto, i sensi di colpa, di inadeguatezza, il torpore mortale , e ancora il faticoso ritorno alla vita., tutto quello che avevo subito sofferto rinchiuso dentro di me in tanti anni si convogliava e si riscattava in quella gioia nuova che mi assaliva come una marea un fiume benefico .

Allora non avevo fallito. Non gli avevo fatto del male . Lui mi aveva cercato per dirmelo, e ora mi mandava suo figlio, perchè anch 'ìo trovassi la pace.


Alle mie spalle Il pannello di Marco si stagliava netto contro la parete bianca.

Un volto di donna, un giovane donna con gli occhi rivolti lontano al di là delle cose. E dei loro muri . Forse a rincorrere un sogno.


Lo guardai ancora, e credetti di riconoscermi.










I













La corriera si arrampicava faticosamente sui tornanti della salita, in mezzo alla macchia che odorava di mirto, ginestre, fichi d'india.

L'aria era ferma. a quell'ora della mattina, e i profumi della macchia erano ancora intensi in quell'estate tardiva. Ogni tanto il muro di verde si apriva su sorprese di mare azzurro. Giungevano striduli e acuti i richiami dei gabbiani Ero seduta in fondo, in silenzio.

Ad occhi chiusi assaporavo il sapore della nuova vita che sarebbe iniziata, fra poco.Ero io che arrivavo col mio bagaglio di sogni che stavano per diventare realtà.

Avevo accettato quell'incarico che tutti rifiutavano senza esitare. La scuola era in cima alla collina, una collina dalle forme aguzze che si ergeva orgogliosa sul mare.

Era un posto scomodo da raggiungere, ma le mie motivazioni erano più forti di qualsiasi considerazione logica. La logica non mi interessava. Da sempre andavo a naso, agivo di slancio seguendo l' istinto, il moto del mio desiderio La bellezza dei luoghi, la dimensione quasi fuori dal tempo che si respirava qui mi avevano attratta. E poi.. avrei avuto una classe tutta mia .




La scuola sorgeva in fondo a una strada che finiva in uno spiazzo sterrato. Sembrava un casa di contadini, e forse lo era stata , la sagoma del camino di pietra era ancora visibile sul lato dell'edificio.

Bisognava arrivarci a piedi. La corriera si fermava più giù, nel piazzale dove parcheggiavano anche le macchine . poi iniziava una breve e ripida salita su gradoni di pietra. In cima lo sguardo si buttava sul mare, una coperta celeste punteggiata q ua e là di ali di vela.

La mia classe era composta di 11 ragazzi, parlavano con un accento toscano un po' strascicato, che ricordava un po' il fiorentino.

Erano vivaci, chiacchieroni, ironici, dell'ironia intelligente e caustica dei toscani.


Uno, il più piccolo di statura, che aveva l'incredibile nome di Giovedì, stava in un banco da solo, vicino alla cattedra,

L'insegnante precedente lo aveva messo lì per tenere sotto controllo la sua irrefrenabile chiacchiera .

Parlava continuamnte ma mai a caso.I. suoi commenti erano mirati e pungenti,arrivavano come frecciate diritte allo scopo, precise. La classe reagiva con risate corali e ammirate . Un leader . Lui sorrideva, si godeva l'effetto delle sue battute, e il sorriso si allargava sui canini aguzzi, come a scusarsi. Sembrava un furetto. Svelto. Dispettoso. Geniale.

Lo lasciai seduto lì dove , come un regista dava il via alle battute che arrivavano puntuali dagli altri ragazzi. Un gioco di squadra. Piano piano mi abituai a quel tipo di lezione che si snodava spontanea, senza schemi prefissati.

Le mattinate erano vivaci, divertenti. Erano loro che mi davano gli imput e tutti partecipavano senza timori, senza vergogna.

La mattina mi svegliavo serena, energica, piena di idee e di voglia di fare. Camminavo a piedi lungo la strada dove passava solo qualche furgone, le macchine erano rare , quasi tutti si erano traferiti più giù. A lavorare.

Solo uno magro, con le gambe lunghe e i con i capelli biondi tagliati a caschetto come un paggio del 500 se ne stava in disparte e non prendeva parte ai discorsi dei compagni.

Si chiamava Andrea , aveva un volto piccolo e regolare.i tratti ben disegnati,un viso antico, dolce, Lo sguardo timido e schivo.Sembrava un personaggio del rinascimento, con quel caschetto chiaro sugli occhi sognanti

Cercavo di stimolarlo a prendere parte alle lezioni, senza alcun risultato. Sembrava chiuso in una dimensione astratta e fantastica dove la realtà non aveva alcun senso. Spesso lo sorprendevo mentre tracciava sul quaderno, o anche sui tovaglioli della merenda, arabeschi magici e colorati .A suo modo partecipava senza parole , con quei disegni fantastici, un po' surreali.

Finii per rinunciare a coinvolgerlo in un dialogo, lo accettavo così, con la sua presenza senza parole , lo sguardo attonito, immerso in un altro spazio.

Mi ero accorta che era attratto dai racconti favolosi, dai miti e dalle leggende, Incominciò a mostrami i sui disegni, erano sfondi di mare in tempesta, i contrasti dei colori erano forti, quasi violenti. Facevano pensare al suo mondo interiore, in bilico fra equilibrio e follia

Continuava a non parlare, a rifiutare il dialogo con i compagni.

Sapevo che era capace di scrivere. Forse non gli interessava comunicare.

Una volta ...era una mattina d'inverno , lui era come al solito piegato nel suo banco , su un foglio da disegno Sembrava perso dietro le sue fantasie.. invece . si alzò in piedi di scatto e sventolò un foglio colorato...

Stavo parlando di Ulisse e di Polifemo, che accecato e impazzito dal dolore scaglia un macigno contro le navi che fuggono.

Lui è qui, é dentro di noi, vuole trascinarci dentro la sua caverna buia, Ci divorerà, tutti.”.Lo sguardo era acceso. Ma la voce era alta, sicura. Non c'era imbarazzo né indecisione nei gesti.

Mi mostrò un pagina dove schizzi di rosso e turchino si incrociavano cupi.Forse Sangue. E mare . C'erano piccole barche e disegni ingenui di uomini come marionette sgambettanti che fuggivano.Un disegno vivido, inquietante.

Un enorme occhio campeggiava al centro del foglio, Mi ricordai certi pittori del novecento per quell' atmosfera irreale di sogno, per quelle figure volanti. Forse Chagall. Lo guardai attenta, affascinata. Per qualche secondo ci fu silenzio.

Poi la risata partì ,da Giovedì , si estese alle file del primo e del secondo banco, sempre più fragorosa. Cercai di ottenere il silenzio, ma i ragazzi sembravano impazziti, si torcevano la pancia e le mani, in una specie di orgia senza ritegno , le bocche spalancate. le risate sguaiate .

Polifemo, Polifemo... attento... arriva Polifemo...

Lui si alzò, lo sguardo era cattivo, carico di odio,prese il libro aperto sul banco e lo scaraventò addosso a quel mucchio di animali sghignazzanti. Poi un altro e un altro. Cercavo di fermarlo, ma una forza incredibile si sprigionava da quel corpo magro, come se fosse rimasta troppo a lungo compressa.

Che fai ? Basta, non ti vergogni? “Non mi ascoltava, si scagliò contro il gruppetto dei ragazzi urlanti.Poi , gli uscì un grido roco, infinito,doloroso, che rimbombava nelle orecchie, e rimbalzava lassù, verso il cielo immobile e indifferente.

Poi si calmò.. appoggiò la testa sul banco, esausto. Guardai i suoi occhi ,senza espressione.

Rimasi impietrita , mentre i ragazzi piano piano si zittivano, borbottando.

Dovevo fare qulcosa, prendere in mano la situazione.

Dissi ai ragazzi che per quel giorno bastava così, che andassero a casa.

Si avviarono brontolando senza replicare apertamente.

Rimasi sola con lui.

Stava seduto nel banco, il capo un po' chino. Le braccia ricadevano molli lungo il corpo. Sembrava che tutte le sue forze si fossero consumate in quello sfogo inutile, insensato


Capii che era ripiombato in uno di quei suoi vuoti senza luce senza speranza.

Mi sentii reponsabile.

Avrei voluto sparire mi sentivo stupida e inadeguata . Avrei dovuto capire, farmi aiutare .

Gli andai vicino, non mi respinse ne mi assecondò. Rimanese zitto immobile.

Andrea, i mostri esistono e sono in fondo a ognuno di noi. Non dobbiamo ascoltarli, piano piano si acquietano, e ci lasciano vivere .”

Lui si alzò lentamente , faticosamente,

Mi spalancò in faccia i suoi occhi grigi, sotto la zazzera da paggio ,senza rispondere.Poi si avviò all'uscita.

Rimasi un po' incerta, poi gli corsi dietro lungo la strada polverosa.

Ubbidivo a un impulso, correvo per raggiungerlo.

Lui si fermò, vidi la testa bionda , sentii la carezza dei capelli, le labbra . un bacio ruvido e disperato.


Non mi sottrassi alla sua stretta, anzi mi lasciai andare, con la testa vuota che girava. Mentre le mie viscere avevano come un sussulto . Poi lo spinsi via, “Che fai . Sei divenato matto? “Lui si fermò a guardarmi, senza dire una sola parola. Lo sguardo era lucido e fermo. . Uno sguardo che scrutava dentro e mi lasciava nuda e indifesa. Rimase a guardarmi per un attimo che mi sembrò interminabile .Poi si voltò e corse via lungo la discesa, lo vidi svoltare in una stradina, sempre correndo, i capelli biondi svolazzanti.



Per molti giorni lo attesi inutilmente a scuola.

Pensai che prima o poi sarebbe tornato. ogni mattina lo attendevo sulla porta della classe spiando ogni figura che assomigliasse alla sua sagoma lunga e dondolante, ma i giorni passavano e lui non tornava.




Venni a sapere che il ragazzo viveva con il nonno.

I genitori erano all'estero a lavorare, nessuno li aveva mai visti.

Decisi di andare a trovarlo .

Un mattina di domenica mi avviai verso il vicolo dove lo avevo visto entrare.

Era una casa di campagna, con i muri spessi di pietra . una persiana verde era chiusa sul portone a schermare il sole già forte di ,maggio.

C'era la chiave nella toppa, così entrai.

La stanza sembrava vuota, in penombra, una buona frescura mi accolse, insieme a odori antichi di legna bruciata .

Chi è?

Sono Marina, della scuola di Andrea.

L'uomo era seduto in un angolo, fermo, ma non sembrava ammalato.

Teneva una pipa spenta fra le labbra. Una coperta sulle ginocchia.

Andrea non c'è.

Perchè non viene più a scuola? É successo qualcosa?

No, signora, Andrea non vuole più venire, lo lasci stare.

!Vorrei parlarci, azzardai.

Adesso non c'è.E andato in paese, al mercato.

Lo guardai in modo interrogativo

Signora ,Andrea non è un ragazzo come gli altri, vede... lui è felice solo quando disegna. Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti a nulla, è nato così, I medici hanno parlato di autismo ma non tutti sono daccordo , nemmeno io ci credo. Da piccolo giocava con tutti, gli piaceva correre e andare in bicicletta. da quando il padre e la madre sono andati via , all'estero a lavorare è cambiato. Non li vede da 3 anni. Solo qualche telefonata. A volte ha scatti di collera e rimane in silenzio per giorni interi, anche per settimane.Sembra in trance, sembra non udire le voci di chi gli parla.Signora, non insista.Potrebbe peggiorare la situazione. Il ragazzo è molto fragile, La prego, non gli faccia del male anche lei.

Anuii.

Non sapevo che dire, Forse il vecchio aveva intuito qualcosa. Ero io responsabile della sua ricaduta.forse senza accorgermene l 'avevo incoraggiato, forse quel bacio lo avevo voluto anch'io.Forse lui l'aveva sentito.

Gli dica che lo aspetto.Che tutta la classe lo aspetta.

Mentre chiudevo la porta mi parve di udire un fruscio. E di vedere un'ombra dietro la persiana chiusa.

Ma forse era solo immaginazione.





Andrea non si fece più vedere.L'anno scolastico si chiuse.

L' estate era di nuovo nell'aria, in quell'isola azzurra che odorava di mirto e di ginestre . Fra poco finiva l'anno scolastico.

Avevo ormai rinunciato alla presenza di Andrea.

Quando la sera calava, e il sole gettava nella baia azzurra le sue luci di sangue, guardavo in giù, verso il paese e mi sorprendeva una nostalgia dolorosa e insensata.

Poi un giorno arrivò una telefonata. Feci in fretta i bagagli per tornare a casa.

Mio marito era stato ricoverato. La diagnosi era grave, gravissima. Si trattava di prendere una decisione. Fare un intervento, molto delicato e pericoloso , per tentare di salvargli la vita..

.

.

Presi il traghetto e poi il primo treno,. La mia vita precipitava. Dentro un tunnel buio di ansia, dolore, disperazione.



Sono passati i mesi, un anno.

Un 'altra estate esplodeva mentre il male lo consumava . Poi è arrivata la fine.


Sono rimasta come inebetita per giorni, per settimane. Per mesi.

Mi sentivo insensibile, come se fossi morta. il mio viso nello specchio mi rimandava un'immagine che non era la mia.

I giorni passavano e io mi lasciavo vivere .

Poi pian piano, senza che me ne accorgessi nè lo volessi. la vita ha ricomciato a scorrere dentro le vene, mi sono risvegliata da quel torpore di morte , Era giunto il momento di prendere delle iniziative, per me e per quello che rimaneva della mia vita.

Non avevo il coraggio di tornare laggiù, dove si era iniziata e conclusa la mia esperienza di insegnamento, dove ero stata felice, e dove tutto era finito , all'improvvviso, come l' alba che si porta via i sogni.

.

Qualcuno mi ha chiamato da scuola, Signora. Ha lasciato qui degli oggetti. Dobbiamo liberare il suo armadietto. Sa, per la nuova insegnante,. Vuole che glieli mandiamo? Risposi di si , grazie. Più che altro per cortesia.

Quaderni, appunti, libri ormai inutili. Li avrei buttati. Erano Parte di un altra vita, Un 'altra me. Li ho chiusi dentro un armadio e dimenticati,

Il tempo ha continuato a scorrere e a stendere polvere sui miei ricordi.


Poi un giorno ho rovistato in quell'armadio, cercando abiti vecchi da regalare . Un mucchio di carta, appunti, libri, fotografie, si è rovesciato sul pavimento

Così, per caso mi è venuta fra le mani una busta , di quelle che si usano per la spedizione .Era ancora chiusa “ Per la prof. Marina”

L'ho aperta , le mani mi tremavano un po'.Era un disegno, una barca di legno che approdava su una spiaggia Un uomo stanco. Un mare incantato intorno a un' isola petrosa..Mi ricordai di Ulisse, dei suoi viaggi per mare che tante volte avevo letto ai miei ragazzi, Era il ritorno agognato a Itaca. Sotto, Con una grafia un po' incerta era scritto “ Ciao Marina. Ritorno.a scuola. Domattina.”


Perchè mai non avevo aperto prima quella busta? Perchè avevo lasciato che il dolore mi travolgesse verso una disperazione inutile, morbosa, senza scopo e senza salvezza? Farsi ancora del male era inutile, sapevo che la mia vita erano i ragazzi, la scuola, l'affetto che ricevevo .


Quel ragazzo aveva bisogno di me , mi aveva cercato mentre io mi chiudevo nel mio dolore cieco e solitario . E poi non sapevo ancora che cosa significasse per me veramente Le emozioni che avevo ricacciato dentro per anni si risvegliavano come i venti nell 'otre di Eolo . Mi ero negata alla vita Come avevo fatto a rinunciare?.Forse c 'era ancora una speranza, un appiglio,




Ho ripreso la corriera una mattina d' inverno.Avevo cercato in molti modi di rintracciarlo, ma nessuno mi dava notizie precise.

.

Sapevo che il nonno era andato a vivere in una casa di riposo , le viuzze ripide del paese non erano più buone per le sue gambe pesanti.

Sono scesa nella piazzetta deserta, il vento mi pungeva le guance. Mi sono affacciata sul mare, una coperta blu rabbrividita dal vento.

La strada che portava alla scuola era stranamente silenziosa. ho bussato più volte, alla fine ha aperto una donna,

Ho chiesto della preside, delle insegnanti.

Signora. La scuola non è più qui. E stata chiusa , troppo pochi gli alunni Accorpata alla scuola Giusti. In città.Può chiedere laggiù.

Avete ancora un elenco degli alunni? Cerco un nome, un indirizzo.

No, signora, è stato portato via tutto . Vengo qui una volta la settimana a ritirare la posta, qualche volta qualcuno ci scrive ancora .

Ma ormai dopo quasi Due anni …... quasi tutti sono stati informati.”

Me ne sono andata , che cosa cercavo? un pezzo di vita che non avrei mai più ritrovato, ero vittima di nostalgie ridicole , ricordi che dovevo seppellire per poter guardare avanti, serenamente.

Prima di ripartire ho fatto un giro intorno al paese.

La casa di Andrea .

Ho guardato se c'era la chiave infilata dentro la toppa.

Il sole saliva e lì, al riparo dalla tramontana, si godeva un calore che scaldava la terra e faceva salire l' odore pungente dei mirti.

Ho attraversato la strada con la testa per aria, e uno scooter ha inchiodato , alla curva.

Ma che fa? manca poco che la butto sotto.

Un giovae ha alzato la visiera del casco e gli occhi vividi hanno illuminato un sorriso da furetto. Era Giovedì.

Marina, che ci fa qui?

Ha messo lo scooter sul cavalletto e mi ha stretto in un abbraccio forte

Era diventato un bel ragazzo magro, non tanto alto, con i muscoli forti e sodi. Ha iniziato a parlare a raffica, …” ma ci mancava anche che la investissi, ma lei è sempre la stessa, ma che fa con quella faccia, mi pare un viaggio d'acqua... venga che andiamo a prendere un caffè.”

Era sempre lui, Giovedì, che mi travolgeva col suo entusiasmo, la sua vitalità irrefrenabile.

Non insegna più? L'abbiamo cercata, ma lei era a New York .abbiamo saputo di suo marito, ci dispiace.”

No. faccio altro, ora.Non ho più voglia di sopportare tipi logorroici come te.”

Rideva , le labbra scoprivano i suoi canini aguzzi.

Cercavo Andrea.

Ah, si... Andrea … non so niente di lui , non è mai più tornato a scuola . So che hanno chiuso la casa . Il nonno sta in un ricovero. Da un pezzo. Forse anche lui sta in un istituto.”

Sentii dei brividi correre lungo le braccia. Era solo. Solo chissà dove. . Coi suoi fantasmi e la sua solitudine.

La corriera passò. Si fermò in attesa.

Feci cenno di no. Che proseguisse.

Dovevo trovarlo.




L'infermiera m i accompagnò in giardino.Seduto sulla panchina c' era un uomo, con una coperta sulle gambe.

Buongiorno, sono Marina,Come sta?

Mi rivolse uno sguardo acquoso, privo di espressione, senza rispondere.

É inutile non le risponderà, Ha avuto un ictus. Non è in grado di parlare. I suoi riflessi sono molto lenti.Non so se la capisce.

L'infermiera parlava mentre spingeva la sedia rotelle sul ghiaino del giardino.

E il nipote?

Non sappiamo niente . Quando è stato ricoverato qui era in coma.Ora sta meglio ma nessuno è mai venuto a trovarlo.Dicono che ha dei parenti in America.Non sappiamo dove.



Sono tornata a casa mia.

La a vita ha ripreso.lentamente a scorrere. Con un ritmo apparentemente normale.

Sono tornata a scuola, dai miei ragazzi. Nuove storie da raccontare, nuovi affetti da scoprire che mi hanno ridato slancio vita e speranza.

Non ho più avuto notizie di Andrea, L'ho cercato negli istituti, negli ospedali. L'ho cercato ovunque con caparbietà e disperazione.

Poi ho rinunciato. Forse non voleva farsi trovare.


Sono passati ancora molti anni.Adesso sono una signora, matura..

Passo le mie giornate con i miei libri e i miei ricordi..

Esco di rado, sono diventata pigra, di rado vedo qualcuno che non sia di famiglia.

Poi un giorno ho ricevuto un invito. Da una città del nord.

Era un pieghevole. Presentavano alcuni studi sulle problematiche dell''età evolutiva. Ne ricevevo molti, raramente andavo.

Lo accompagnava un biglietto “ Sarei felice se lei venisse.Un amico”



L ' ho appoggiato sul tavolo.Le solite pubblicità. Non avevo voglia di andare.

Mi ero impigrita con gli anni e queste cose erano quasi sempre noiose, ripetitive. Una palla. Una conferenza . E poi... Un amico? Non ne avevo , e meno che mai in quella città..Di sicuro una trappola, per vendere qualcosa.


Poi la curiosità ha prevalso . La mia antica voglia di scoprire e di tentare la vita.

Ho preso la macchina , ho messo in tasca il biglietto, Un viaggio non poteva che farmi bene.Per uscire da quel torpore .


La sala era affollata, mi sono seduta in fondo. C'erano giornalisti e fotografi.

Al tavolo c'erano tre persone che intervenivano a turno , l'uomo che stava al centro faceva da coordinatore.

Sulla destra del tavolo qualcuno dipingeva su un grande pannelloappoggiato alla parete. Strizzava una sorta di tubo di vernice che poi stendeva con uno straccio. La mano era abile, veloce. Piano piano una immagine prendeva forma , una testa, un volto di donna.

Mentre ascoltavo il dibattito continuavo a chiedermi perchè ero stata invitata lì e da chi.

Aspettavo un cenno, una spiegazione.


Poi l'uomo al centro si è alzato. venendo verso di me .Un uomo non tanto alto, si intuivano i muscoli , sodi sotto la maglietta aderente . gli occhi nascosti da occhiali a specchio.Ho riconosciuto il sorriso sui denti da furetto.. Giovedì.

Come stai? “Sei in forma. Quanto tempo, troppo. Dovevo vederti.Adesso ho uno studio mio. Organizzo incontri ,meeting, come si dice adesso, Sono un uomo di successo.”

Mi dava del tu, era normale , ormai era un uomo, eravamo due adulti che si incontravano, Il rapporto insegnante alunno non esisteva più.

Vieni , ho una sorpresa per te..

Un fiume di parole , la sua energia sgorgava e mi contagiava, come sempre. Mi ha pilotato sicuro fra le file delle sedie verso l'uomo che dipingeva. Un giovane , alto, biondo, i capelli tagliati a spazzola,

Si è voltato, l'espressione del viso aveva qualcosa di familiare... gli occhi, uno sgurado dolce, un po' schivo ... .il cuore ha sobbalzato. Andrea ?

..

L' uomo si è asciugato le mani sporche di vernice con uno straccio e mi ha stretto la mano con forza.

Mani sottili , forti ma delicate.

Buongiorno, Marina.Volevo tanto conoscerla. Sono Marc, Anzi, Marco.

Guardai Giovedì senza capire.

Lui rimaneva zitto , ma gli occhi erano accesi ,carichi . Sentivo lo spazio fra noi carico di energia, come prima di un temporale.

L'uomo biondo ha continuato a parlare con un marcato accento americano.

Sono nato a Boston. I miei nonni erano italiani, sono emigrati laggiù lasciando un figlio in Italia Non potevano occuparsi di lui , I primi tempi sono stati duri. . Facevano turni di lavoro stressanti, anche di notte.Poi un giorno sono tornati per portarlo con sé in America . Ora avevano di che vivere bene e l' hanno curato .Lui aveva alti e bassi, quando stava bene dipingeva Ma accadeva sempre piu raramente . i suoi fantasmi lo distruggevano Per un certo tempo è stato curato con il sonno. Quando si è svegliato stava meglio , ma non si ricordava più niente della sua vita in Italia. Poi piano piano la memoria è tornata .

Un giorno ha incontato mia madre e sono nato io.


Mi aveva parlato di lei, voleva ritrovarla.

La sua salvezza è stata dipingere .Lasciava i suoi disegni dappertutto, sulle carte del pane , sulle tovagliette della colazione.,

Lui mi ha trasnesso la passione per il disegno e i colori.Andrea era mio padre.


Mi sono aggrappaita al tavolo, mi girava la testa. Lui ha continuato.


L'ha anche cercata, personalmente ma lei non viveva più in Italia e non avevamo alcun recapito.

I medici dicevano che non sarebbe vissuto molto a lungo,C'era quel male oscuro dentro la sua anima che a volte lo attanagliava, e allora erano momenti cupi di dolore e disperazione.. ma ci sono stati anche giorni tranquilli, sereni.

Diceva che lei gli aveva insegnato a combattere i mostri , a stanarli dai nascondigli e a rendrli inoffensivi..

Dipingeva molto. Se qualcuno ammirava un suo quadro glielo regalava. Dipingeva per sé. Per acquietare le angosce acquattate in fondo al suo spirito.

.Se n' è andato nel sonno, un anno fa.

C'era qualcosa nella sua testa di storto, di malato.

Solo l' amore e la passione per l'arte potevano curarlo.

Lui mi parlava sempre dell' Italia e di un isola azzurra dove stridono forte i gabbiani che si tuffano a picco in fondo alle baie.


Sono tornato per restare.Voglio vivere qui e dipingere il mare di Ulisse e delle sirene.

Smise di parlare e mi indicò la parete.

Vede, io devo tutto a mio padre. E lui che ispira il mio lavoro, .

Questo pannello che ho dipinto stasera in realtà l'ho ripreso da uno schizzo di mio padre.


Ho sentito che tutto si scioglieva dentro, il dolore, la disperazione , il rimpianto, i sensi di colpa, di inadeguatezza, il torpore mortale , e ancora il faticoso ritorno alla vita., tutto quello che avevo subito sofferto rinchiuso dentro di me in tanti anni si convogliava e si riscattava in quella gioia nuova che mi assaliva come una marea un fiume benefico .

Allora non avevo fallito. Non gli avevo fatto del male . Lui mi aveva cercato per dirmelo, e ora mi mandava suo figlio, perchè anch 'ìo trovassi la pace.


Alle mie spalle Il pannello di Marco si stagliava netto contro la parete bianca.

Un volto di donna, un giovane donna con gli occhi rivolti lontano al di là delle cose. E dei loro muri . Forse a rincorrere un sogno.


Lo guardai ancora, e credetti di riconoscermi.










I










La corriera si arrampicava faticosamente sui tornanti della salita, in mezzo alla macchia che odorava di mirto, ginestre, fichi d'india.

L'aria era ferma. a quell'ora della mattina, e i profumi della macchia erano ancora intensi in quell'estate tardiva. Ogni tanto il muro di verde si apriva su sorprese di mare azzurro. Giungevano striduli e acuti i richiami dei gabbiani Ero seduta in fondo, in silenzio.

Ad occhi chiusi assaporavo il sapore della nuova vita che sarebbe iniziata, fra poco.Ero io che arrivavo col mio bagaglio di sogni che stavano per diventare realtà.

Avevo accettato quell'incarico che tutti rifiutavano senza esitare. La scuola era in cima alla collina, una collina dalle forme aguzze che si ergeva orgogliosa sul mare.

Era un posto scomodo da raggiungere, ma le mie motivazioni erano più forti di qualsiasi considerazione logica. La logica non mi interessava. Da sempre andavo a naso, agivo di slancio seguendo l' istinto, il moto del mio desiderio La bellezza dei luoghi, la dimensione quasi fuori dal tempo che si respirava qui mi avevano attratta. E poi.. avrei avuto una classe tutta mia .




La scuola sorgeva in fondo a una strada che finiva in uno spiazzo sterrato. Sembrava un casa di contadini, e forse lo era stata , la sagoma del camino di pietra era ancora visibile sul lato dell'edificio.

Bisognava arrivarci a piedi. La corriera si fermava più giù, nel piazzale dove parcheggiavano anche le macchine . poi iniziava una breve e ripida salita su gradoni di pietra. In cima lo sguardo si buttava sul mare, una coperta celeste punteggiata q ua e là di ali di vela.

La mia classe era composta di 11 ragazzi, parlavano con un accento toscano un po' strascicato, che ricordava un po' il fiorentino.

Erano vivaci, chiacchieroni, ironici, dell'ironia intelligente e caustica dei toscani.


Uno, il più piccolo di statura, che aveva l'incredibile nome di Giovedì, stava in un banco da solo, vicino alla cattedra,

L'insegnante precedente lo aveva messo lì per tenere sotto controllo la sua irrefrenabile chiacchiera .

Parlava continuamnte ma mai a caso.I. suoi commenti erano mirati e pungenti,arrivavano come frecciate diritte allo scopo, precise. La classe reagiva con risate corali e ammirate . Un leader . Lui sorrideva, si godeva l'effetto delle sue battute, e il sorriso si allargava sui canini aguzzi, come a scusarsi. Sembrava un furetto. Svelto. Dispettoso. Geniale.

Lo lasciai seduto lì dove , come un regista dava il via alle battute che arrivavano puntuali dagli altri ragazzi. Un gioco di squadra. Piano piano mi abituai a quel tipo di lezione che si snodava spontanea, senza schemi prefissati.

Le mattinate erano vivaci, divertenti. Erano loro che mi davano gli imput e tutti partecipavano senza timori, senza vergogna.

La mattina mi svegliavo serena, energica, piena di idee e di voglia di fare. Camminavo a piedi lungo la strada dove passava solo qualche furgone, le macchine erano rare , quasi tutti si erano traferiti più giù. A lavorare.

Solo uno magro, con le gambe lunghe e i con i capelli biondi tagliati a caschetto come un paggio del 500 se ne stava in disparte e non prendeva parte ai discorsi dei compagni.

Si chiamava Andrea , aveva un volto piccolo e regolare.i tratti ben disegnati,un viso antico, dolce, Lo sguardo timido e schivo.Sembrava un personaggio del rinascimento, con quel caschetto chiaro sugli occhi sognanti

Cercavo di stimolarlo a prendere parte alle lezioni, senza alcun risultato. Sembrava chiuso in una dimensione astratta e fantastica dove la realtà non aveva alcun senso. Spesso lo sorprendevo mentre tracciava sul quaderno, o anche sui tovaglioli della merenda, arabeschi magici e colorati .A suo modo partecipava senza parole , con quei disegni fantastici, un po' surreali.

Finii per rinunciare a coinvolgerlo in un dialogo, lo accettavo così, con la sua presenza senza parole , lo sguardo attonito, immerso in un altro spazio.

Mi ero accorta che era attratto dai racconti favolosi, dai miti e dalle leggende, Incominciò a mostrami i sui disegni, erano sfondi di mare in tempesta, i contrasti dei colori erano forti, quasi violenti. Facevano pensare al suo mondo interiore, in bilico fra equilibrio e follia

Continuava a non parlare, a rifiutare il dialogo con i compagni.

Sapevo che era capace di scrivere. Forse non gli interessava comunicare.

Una volta ...era una mattina d'inverno , lui era come al solito piegato nel suo banco , su un foglio da disegno Sembrava perso dietro le sue fantasie.. invece . si alzò in piedi di scatto e sventolò un foglio colorato...

Stavo parlando di Ulisse e di Polifemo, che accecato e impazzito dal dolore scaglia un macigno contro le navi che fuggono.

Lui è qui, é dentro di noi, vuole trascinarci dentro la sua caverna buia, Ci divorerà, tutti.”.Lo sguardo era acceso. Ma la voce era alta, sicura. Non c'era imbarazzo né indecisione nei gesti.

Mi mostrò un pagina dove schizzi di rosso e turchino si incrociavano cupi.Forse Sangue. E mare . C'erano piccole barche e disegni ingenui di uomini come marionette sgambettanti che fuggivano.Un disegno vivido, inquietante.

Un enorme occhio campeggiava al centro del foglio, Mi ricordai certi pittori del novecento per quell' atmosfera irreale di sogno, per quelle figure volanti. Forse Chagall. Lo guardai attenta, affascinata. Per qualche secondo ci fu silenzio.

Poi la risata partì ,da Giovedì , si estese alle file del primo e del secondo banco, sempre più fragorosa. Cercai di ottenere il silenzio, ma i ragazzi sembravano impazziti, si torcevano la pancia e le mani, in una specie di orgia senza ritegno , le bocche spalancate. le risate sguaiate .

Polifemo, Polifemo... attento... arriva Polifemo...

Lui si alzò, lo sguardo era cattivo, carico di odio,prese il libro aperto sul banco e lo scaraventò addosso a quel mucchio di animali sghignazzanti. Poi un altro e un altro. Cercavo di fermarlo, ma una forza incredibile si sprigionava da quel corpo magro, come se fosse rimasta troppo a lungo compressa.

Che fai ? Basta, non ti vergogni? “Non mi ascoltava, si scagliò contro il gruppetto dei ragazzi urlanti.Poi , gli uscì un grido roco, infinito,doloroso, che rimbombava nelle orecchie, e rimbalzava lassù, verso il cielo immobile e indifferente.

Poi si calmò.. appoggiò la testa sul banco, esausto. Guardai i suoi occhi ,senza espressione.

Rimasi impietrita , mentre i ragazzi piano piano si zittivano, borbottando.

Dovevo fare qulcosa, prendere in mano la situazione.

Dissi ai ragazzi che per quel giorno bastava così, che andassero a casa.

Si avviarono brontolando senza replicare apertamente.

Rimasi sola con lui.

Stava seduto nel banco, il capo un po' chino. Le braccia ricadevano molli lungo il corpo. Sembrava che tutte le sue forze si fossero consumate in quello sfogo inutile, insensato


Capii che era ripiombato in uno di quei suoi vuoti senza luce senza speranza.

Mi sentii reponsabile.

Avrei voluto sparire mi sentivo stupida e inadeguata . Avrei dovuto capire, farmi aiutare .

Gli andai vicino, non mi respinse ne mi assecondò. Rimanese zitto immobile.

Andrea, i mostri esistono e sono in fondo a ognuno di noi. Non dobbiamo ascoltarli, piano piano si acquietano, e ci lasciano vivere .”

Lui si alzò lentamente , faticosamente,

Mi spalancò in faccia i suoi occhi grigi, sotto la zazzera da paggio ,senza rispondere.Poi si avviò all'uscita.

Rimasi un po' incerta, poi gli corsi dietro lungo la strada polverosa.

Ubbidivo a un impulso, correvo per raggiungerlo.

Lui si fermò, vidi la testa bionda , sentii la carezza dei capelli, le labbra . un bacio ruvido e disperato.


Non mi sottrassi alla sua stretta, anzi mi lasciai andare, con la testa vuota che girava. Mentre le mie viscere avevano come un sussulto . Poi lo spinsi via, “Che fai . Sei divenato matto? “Lui si fermò a guardarmi, senza dire una sola parola. Lo sguardo era lucido e fermo. . Uno sguardo che scrutava dentro e mi lasciava nuda e indifesa. Rimase a guardarmi per un attimo che mi sembrò interminabile .Poi si voltò e corse via lungo la discesa, lo vidi svoltare in una stradina, sempre correndo, i capelli biondi svolazzanti.



Per molti giorni lo attesi inutilmente a scuola.

Pensai che prima o poi sarebbe tornato. ogni mattina lo attendevo sulla porta della classe spiando ogni figura che assomigliasse alla sua sagoma lunga e dondolante, ma i giorni passavano e lui non tornava.




Venni a sapere che il ragazzo viveva con il nonno.

I genitori erano all'estero a lavorare, nessuno li aveva mai visti.

Decisi di andare a trovarlo .

Un mattina di domenica mi avviai verso il vicolo dove lo avevo visto entrare.

Era una casa di campagna, con i muri spessi di pietra . una persiana verde era chiusa sul portone a schermare il sole già forte di ,maggio.

C'era la chiave nella toppa, così entrai.

La stanza sembrava vuota, in penombra, una buona frescura mi accolse, insieme a odori antichi di legna bruciata .

Chi è?

Sono Marina, della scuola di Andrea.

L'uomo era seduto in un angolo, fermo, ma non sembrava ammalato.

Teneva una pipa spenta fra le labbra. Una coperta sulle ginocchia.

Andrea non c'è.

Perchè non viene più a scuola? É successo qualcosa?

No, signora, Andrea non vuole più venire, lo lasci stare.

!Vorrei parlarci, azzardai.

Adesso non c'è.E andato in paese, al mercato.

Lo guardai in modo interrogativo

Signora ,Andrea non è un ragazzo come gli altri, vede... lui è felice solo quando disegna. Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti a nulla, è nato così, I medici hanno parlato di autismo ma non tutti sono daccordo , nemmeno io ci credo. Da piccolo giocava con tutti, gli piaceva correre e andare in bicicletta. da quando il padre e la madre sono andati via , all'estero a lavorare è cambiato. Non li vede da 3 anni. Solo qualche telefonata. A volte ha scatti di collera e rimane in silenzio per giorni interi, anche per settimane.Sembra in trance, sembra non udire le voci di chi gli parla.Signora, non insista.Potrebbe peggiorare la situazione. Il ragazzo è molto fragile, La prego, non gli faccia del male anche lei.

Anuii.

Non sapevo che dire, Forse il vecchio aveva intuito qualcosa. Ero io responsabile della sua ricaduta.forse senza accorgermene l 'avevo incoraggiato, forse quel bacio lo avevo voluto anch'io.Forse lui l'aveva sentito.

Gli dica che lo aspetto.Che tutta la classe lo aspetta.

Mentre chiudevo la porta mi parve di udire un fruscio. E di vedere un'ombra dietro la persiana chiusa.

Ma forse era solo immaginazione.





Andrea non si fece più vedere.L'anno scolastico si chiuse.

L' estate era di nuovo nell'aria, in quell'isola azzurra che odorava di mirto e di ginestre . Fra poco finiva l'anno scolastico.

Avevo ormai rinunciato alla presenza di Andrea.

Quando la sera calava, e il sole gettava nella baia azzurra le sue luci di sangue, guardavo in giù, verso il paese e mi sorprendeva una nostalgia dolorosa e insensata.

Poi un giorno arrivò una telefonata. Feci in fretta i bagagli per tornare a casa.

Mio marito era stato ricoverato. La diagnosi era grave, gravissima. Si trattava di prendere una decisione. Fare un intervento, molto delicato e pericoloso , per tentare di salvargli la vita..

.

.

Presi il traghetto e poi il primo treno,. La mia vita precipitava. Dentro un tunnel buio di ansia, dolore, disperazione.



Sono passati i mesi, un anno.

Un 'altra estate esplodeva mentre il male lo consumava . Poi è arrivata la fine.


Sono rimasta come inebetita per giorni, per settimane. Per mesi.

Mi sentivo insensibile, come se fossi morta. il mio viso nello specchio mi rimandava un'immagine che non era la mia.

I giorni passavano e io mi lasciavo vivere .

Poi pian piano, senza che me ne accorgessi nè lo volessi. la vita ha ricomciato a scorrere dentro le vene, mi sono risvegliata da quel torpore di morte , Era giunto il momento di prendere delle iniziative, per me e per quello che rimaneva della mia vita.

Non avevo il coraggio di tornare laggiù, dove si era iniziata e conclusa la mia esperienza di insegnamento, dove ero stata felice, e dove tutto era finito , all'improvvviso, come l' alba che si porta via i sogni.

.

Qualcuno mi ha chiamato da scuola, Signora. Ha lasciato qui degli oggetti. Dobbiamo liberare il suo armadietto. Sa, per la nuova insegnante,. Vuole che glieli mandiamo? Risposi di si , grazie. Più che altro per cortesia.

Quaderni, appunti, libri ormai inutili. Li avrei buttati. Erano Parte di un altra vita, Un 'altra me. Li ho chiusi dentro un armadio e dimenticati,

Il tempo ha continuato a scorrere e a stendere polvere sui miei ricordi.


Poi un giorno ho rovistato in quell'armadio, cercando abiti vecchi da regalare . Un mucchio di carta, appunti, libri, fotografie, si è rovesciato sul pavimento

Così, per caso mi è venuta fra le mani una busta , di quelle che si usano per la spedizione .Era ancora chiusa “ Per la prof. Marina”

L'ho aperta , le mani mi tremavano un po'.Era un disegno, una barca di legno che approdava su una spiaggia Un uomo stanco. Un mare incantato intorno a un' isola petrosa..Mi ricordai di Ulisse, dei suoi viaggi per mare che tante volte avevo letto ai miei ragazzi, Era il ritorno agognato a Itaca. Sotto, Con una grafia un po' incerta era scritto “ Ciao Marina. Ritorno.a scuola. Domattina.”


Perchè mai non avevo aperto prima quella busta? Perchè avevo lasciato che il dolore mi travolgesse verso una disperazione inutile, morbosa, senza scopo e senza salvezza? Farsi ancora del male era inutile, sapevo che la mia vita erano i ragazzi, la scuola, l'affetto che ricevevo .


Quel ragazzo aveva bisogno di me , mi aveva cercato mentre io mi chiudevo nel mio dolore cieco e solitario . E poi non sapevo ancora che cosa significasse per me veramente Le emozioni che avevo ricacciato dentro per anni si risvegliavano come i venti nell 'otre di Eolo . Mi ero negata alla vita Come avevo fatto a rinunciare?.Forse c 'era ancora una speranza, un appiglio,




Ho ripreso la corriera una mattina d' inverno.Avevo cercato in molti modi di rintracciarlo, ma nessuno mi dava notizie precise.

.

Sapevo che il nonno era andato a vivere in una casa di riposo , le viuzze ripide del paese non erano più buone per le sue gambe pesanti.

Sono scesa nella piazzetta deserta, il vento mi pungeva le guance. Mi sono affacciata sul mare, una coperta blu rabbrividita dal vento.

La strada che portava alla scuola era stranamente silenziosa. ho bussato più volte, alla fine ha aperto una donna,

Ho chiesto della preside, delle insegnanti.

Signora. La scuola non è più qui. E stata chiusa , troppo pochi gli alunni Accorpata alla scuola Giusti. In città.Può chiedere laggiù.

Avete ancora un elenco degli alunni? Cerco un nome, un indirizzo.

No, signora, è stato portato via tutto . Vengo qui una volta la settimana a ritirare la posta, qualche volta qualcuno ci scrive ancora .

Ma ormai dopo quasi Due anni …... quasi tutti sono stati informati.”

Me ne sono andata , che cosa cercavo? un pezzo di vita che non avrei mai più ritrovato, ero vittima di nostalgie ridicole , ricordi che dovevo seppellire per poter guardare avanti, serenamente.

Prima di ripartire ho fatto un giro intorno al paese.

La casa di Andrea .

Ho guardato se c'era la chiave infilata dentro la toppa.

Il sole saliva e lì, al riparo dalla tramontana, si godeva un calore che scaldava la terra e faceva salire l' odore pungente dei mirti.

Ho attraversato la strada con la testa per aria, e uno scooter ha inchiodato , alla curva.

Ma che fa? manca poco che la butto sotto.

Un giovae ha alzato la visiera del casco e gli occhi vividi hanno illuminato un sorriso da furetto. Era Giovedì.

Marina, che ci fa qui?

Ha messo lo scooter sul cavalletto e mi ha stretto in un abbraccio forte

Era diventato un bel ragazzo magro, non tanto alto, con i muscoli forti e sodi. Ha iniziato a parlare a raffica, …” ma ci mancava anche che la investissi, ma lei è sempre la stessa, ma che fa con quella faccia, mi pare un viaggio d'acqua... venga che andiamo a prendere un caffè.”

Era sempre lui, Giovedì, che mi travolgeva col suo entusiasmo, la sua vitalità irrefrenabile.

Non insegna più? L'abbiamo cercata, ma lei era a New York .abbiamo saputo di suo marito, ci dispiace.”

No. faccio altro, ora.Non ho più voglia di sopportare tipi logorroici come te.”

Rideva , le labbra scoprivano i suoi canini aguzzi.

Cercavo Andrea.

Ah, si... Andrea … non so niente di lui , non è mai più tornato a scuola . So che hanno chiuso la casa . Il nonno sta in un ricovero. Da un pezzo. Forse anche lui sta in un istituto.”

Sentii dei brividi correre lungo le braccia. Era solo. Solo chissà dove. . Coi suoi fantasmi e la sua solitudine.

La corriera passò. Si fermò in attesa.

Feci cenno di no. Che proseguisse.

Dovevo trovarlo.




L'infermiera m i accompagnò in giardino.Seduto sulla panchina c' era un uomo, con una coperta sulle gambe.

Buongiorno, sono Marina,Come sta?

Mi rivolse uno sguardo acquoso, privo di espressione, senza rispondere.

É inutile non le risponderà, Ha avuto un ictus. Non è in grado di parlare. I suoi riflessi sono molto lenti.Non so se la capisce.

L'infermiera parlava mentre spingeva la sedia rotelle sul ghiaino del giardino.

E il nipote?

Non sappiamo niente . Quando è stato ricoverato qui era in coma.Ora sta meglio ma nessuno è mai venuto a trovarlo.Dicono che ha dei parenti in America.Non sappiamo dove.



Sono tornata a casa mia.

La a vita ha ripreso.lentamente a scorrere. Con un ritmo apparentemente normale.

Sono tornata a scuola, dai miei ragazzi. Nuove storie da raccontare, nuovi affetti da scoprire che mi hanno ridato slancio vita e speranza.

Non ho più avuto notizie di Andrea, L'ho cercato negli istituti, negli ospedali. L'ho cercato ovunque con caparbietà e disperazione.

Poi ho rinunciato. Forse non voleva farsi trovare.


Sono passati ancora molti anni.Adesso sono una signora, matura..

Passo le mie giornate con i miei libri e i miei ricordi..

Esco di rado, sono diventata pigra, di rado vedo qualcuno che non sia di famiglia.

Poi un giorno ho ricevuto un invito. Da una città del nord.

Era un pieghevole. Presentavano alcuni studi sulle problematiche dell''età evolutiva. Ne ricevevo molti, raramente andavo.

Lo accompagnava un biglietto “ Sarei felice se lei venisse.Un amico”



L ' ho appoggiato sul tavolo.Le solite pubblicità. Non avevo voglia di andare.

Mi ero impigrita con gli anni e queste cose erano quasi sempre noiose, ripetitive. Una palla. Una conferenza . E poi... Un amico? Non ne avevo , e meno che mai in quella città..Di sicuro una trappola, per vendere qualcosa.


Poi la curiosità ha prevalso . La mia antica voglia di scoprire e di tentare la vita.

Ho preso la macchina , ho messo in tasca il biglietto, Un viaggio non poteva che farmi bene.Per uscire da quel torpore .


La sala era affollata, mi sono seduta in fondo. C'erano giornalisti e fotografi.

Al tavolo c'erano tre persone che intervenivano a turno , l'uomo che stava al centro faceva da coordinatore.

Sulla destra del tavolo qualcuno dipingeva su un grande pannelloappoggiato alla parete. Strizzava una sorta di tubo di vernice che poi stendeva con uno straccio. La mano era abile, veloce. Piano piano una immagine prendeva forma , una testa, un volto di donna.

Mentre ascoltavo il dibattito continuavo a chiedermi perchè ero stata invitata lì e da chi.

Aspettavo un cenno, una spiegazione.


Poi l'uomo al centro si è alzato. venendo verso di me .Un uomo non tanto alto, si intuivano i muscoli , sodi sotto la maglietta aderente . gli occhi nascosti da occhiali a specchio.Ho riconosciuto il sorriso sui denti da furetto.. Giovedì.

Come stai? “Sei in forma. Quanto tempo, troppo. Dovevo vederti.Adesso ho uno studio mio. Organizzo incontri ,meeting, come si dice adesso, Sono un uomo di successo.”

Mi dava del tu, era normale , ormai era un uomo, eravamo due adulti che si incontravano, Il rapporto insegnante alunno non esisteva più.

Vieni , ho una sorpresa per te..

Un fiume di parole , la sua energia sgorgava e mi contagiava, come sempre. Mi ha pilotato sicuro fra le file delle sedie verso l'uomo che dipingeva. Un giovane , alto, biondo, i capelli tagliati a spazzola,

Si è voltato, l'espressione del viso aveva qualcosa di familiare... gli occhi, uno sgurado dolce, un po' schivo ... .il cuore ha sobbalzato. Andrea ?

..

L' uomo si è asciugato le mani sporche di vernice con uno straccio e mi ha stretto la mano con forza.

Mani sottili , forti ma delicate.

Buongiorno, Marina.Volevo tanto conoscerla. Sono Marc, Anzi, Marco.

Guardai Giovedì senza capire.

Lui rimaneva zitto , ma gli occhi erano accesi ,carichi . Sentivo lo spazio fra noi carico di energia, come prima di un temporale.

L'uomo biondo ha continuato a parlare con un marcato accento americano.

Sono nato a Boston. I miei nonni erano italiani, sono emigrati laggiù lasciando un figlio in Italia Non potevano occuparsi di lui , I primi tempi sono stati duri. . Facevano turni di lavoro stressanti, anche di notte.Poi un giorno sono tornati per portarlo con sé in America . Ora avevano di che vivere bene e l' hanno curato .Lui aveva alti e bassi, quando stava bene dipingeva Ma accadeva sempre piu raramente . i suoi fantasmi lo distruggevano Per un certo tempo è stato curato con il sonno. Quando si è svegliato stava meglio , ma non si ricordava più niente della sua vita in Italia. Poi piano piano la memoria è tornata .

Un giorno ha incontato mia madre e sono nato io.


Mi aveva parlato di lei, voleva ritrovarla.

La sua salvezza è stata dipingere .Lasciava i suoi disegni dappertutto, sulle carte del pane , sulle tovagliette della colazione.,

Lui mi ha trasnesso la passione per il disegno e i colori.Andrea era mio padre.


Mi sono aggrappaita al tavolo, mi girava la testa. Lui ha continuato.


L'ha anche cercata, personalmente ma lei non viveva più in Italia e non avevamo alcun recapito.

I medici dicevano che non sarebbe vissuto molto a lungo,C'era quel male oscuro dentro la sua anima che a volte lo attanagliava, e allora erano momenti cupi di dolore e disperazione.. ma ci sono stati anche giorni tranquilli, sereni.

Diceva che lei gli aveva insegnato a combattere i mostri , a stanarli dai nascondigli e a rendrli inoffensivi..

Dipingeva molto. Se qualcuno ammirava un suo quadro glielo regalava. Dipingeva per sé. Per acquietare le angosce acquattate in fondo al suo spirito.

.Se n' è andato nel sonno, un anno fa.

C'era qualcosa nella sua testa di storto, di malato.

Solo l' amore e la passione per l'arte potevano curarlo.

Lui mi parlava sempre dell' Italia e di un isola azzurra dove stridono forte i gabbiani che si tuffano a picco in fondo alle baie.


Sono tornato per restare.Voglio vivere qui e dipingere il mare di Ulisse e delle sirene.

Smise di parlare e mi indicò la parete.

Vede, io devo tutto a mio padre. E lui che ispira il mio lavoro, .

Questo pannello che ho dipinto stasera in realtà l'ho ripreso da uno schizzo di mio padre.


Ho sentito che tutto si scioglieva dentro, il dolore, la disperazione , il rimpianto, i sensi di colpa, di inadeguatezza, il torpore mortale , e ancora il faticoso ritorno alla vita., tutto quello che avevo subito sofferto rinchiuso dentro di me in tanti anni si convogliava e si riscattava in quella gioia nuova che mi assaliva come una marea un fiume benefico .

Allora non avevo fallito. Non gli avevo fatto del male . Lui mi aveva cercato per dirmelo, e ora mi mandava suo figlio, perchè anch 'ìo trovassi la pace.


Alle mie spalle Il pannello di Marco si stagliava netto contro la parete bianca.

Un volto di donna, un giovane donna con gli occhi rivolti lontano al di là delle cose. E dei loro muri . Forse a rincorrere un sogno.


Lo guardai ancora, e credetti di riconoscermi.










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