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lavoro pubblicato giovedì 18 settembre 2014
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Quem tem cú tem medo

di Mariela. Letto 733 volte. Dallo scaffale Pulp

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Maria Castiglia

QUEM TEM CÚ TEM MEDO

Questa storia è vera. Tutti i personaggi sono veri. Molti si trovano sulle Pagine Bianche, parecchi su Facebook, alcuni su Badoo. Altri ancora sono morti e sepolti. Tutte le circostanze sono vere e i luoghi pure. Quando si parla di una cosa è proprio quella. Per esempio, Estrada Espiritu Santo das Touregas è la medesima Estrada Espiritu Santo das Touregas, né più né meno. Altro esempio, io mi chiamo Antonio, intaglio il legno e quando capita volo in parapendio. Mi tengo in forma mangiando sardine alla brace e cipolle crude. Si può verificare.

Molti credono che dire la verità sia l’unica soluzione, invece è fonte di problemi. Ammettendo che verum factum ipsum, riferire i fatti tali e quali è praticamente impossibile. Il primo scoglio consiste nella scelta dei tempi verbali. Può dispiacere, ma un racconto veridico richiede il presente oppure il passato prossimo o l’imperfetto. Poiché rimanda a eventi trascorsi o insussistenti, il preterito non si addice al reale, fatta eccezione per le persone defunte. A questo riguardo, se dicessi che mio padre è stato abbandonato in fasce sulla porta di una chiesa, direi il vero; tuttavia, se ne potrebbe desumere erroneamente che è ancora vivo; se invece dicessi che fu trovato sugli scalini dell’Ermida da Memória alle prime luci d’un mattino ventoso, mentre dall’abitato di Pedemeira si levavano volute di fumo e i pescherecci si allontanavano dalla spiaggia sfidando i cavalloni decembrini, ognuno capirebbe che è morto, sebbene taluni potrebbero pensare che le circostanze del ritrovamento siano forzate. Il presente, invece, non lascia dubbi, ma solo se applicato alla topografia, come per esempio in questa descrizione di don Manuel de Faria: “Aquí se levanta en la mitad de los arenales un monte de peñascos y tierra firme un poco prolongado desde el Norte al Sur, con tanta altura y proporción, que parece fabrica de milagro”. Mio padre fu trovato proprio su quel roccione, da chi è intuibile.

Era un trovatello, è un dato di fatto, mentre non è altrettanto documentabile che un calesse fosse salito fino all’Ermida da Memoria in piena notte e ne fosse discesa uma bela senhora com um pacote branco em seus braços. Comunque sia, morì affogato nel naufragio del suo saveiro – “A Dama da Noite” –assieme ad altri due pescatori. La barca si chiamava così per via di un fado che diceva:

Por que é tão maldita?
A dama da noite dos meus sonhos
A mulher que me faz perder o sono
Que vem e vai e a saudade fica
Por que é tão maldita?

I giornali riportarono la notizia in questi termini: “O naufrágio, na manhã de sexta-feira, deu-se na praia do Vale Furado. As buscas decorreram a norte do local do acidente, já que pelo menos um dos três corpos encontrados foi empurrado pelas correntes para essa zona”. Mio padre aveva un gatto chiamato Mirka, nome che proveniva da un’altra canzone:

Quando nasce o sol
Eu olho para o lado
Me vejo no espelho
Meu corpo está marcado
Mirka já foi embora

Se lo portava a pesca e tanto basta. In quanto a me, ha voluto chiamarmi Antonio non per il santo di Padova bensì perché, vedendo la levatrice sculacciarmi a testa in giù, gli era tornata in mente questa storiella: un uomo passeggia lungo Estrada Espiritu Santo das Touregas, un ragazzino lo supera correndo e grida: “Despacha-te Antonio, tua moglie ti sta tradendo con un altro!. Senza esitare, l’uomo inforca una bicicletta appoggiata lì accanto e si butta in volata giù per Estrada Espiritu Santo das Touregas, che è in discesa. Ma dopo pochi metri si schianta contro uno di quei lampioni verdi che bordeggiano talune vecchie strade, fra le quali Estrada Espiritu Santo das Touregas. Dolorante per la botta, l’uomo si rialza ed esclama: “Cabrão do caralho, o que aconteceu? Io in bicicletta non ci so andare, non sono ammogliato e non mi chiamo nemmeno Antonio!”. Io invece mi chiamo davvero Antonio, sono sposato e una volta, in effetti, qualcuno mi ha gridato dietro che lei se la faceva con un altro. Aguas passadas não movem moínhos.

Lei si chiamava Elsie. A dire il vero non è mai stata mia moglie e non si chiamava neppure Elsie, bensì Elsinore, come il castello. L’ho conosciuta in Estrada Espiritu Santo das Touregas, appunto nei pressi di un lampione, non perché lei se ne stesse impalata come Lilí Marlene bei der Lanterne, ma perché il suo cane, sopranominato Gas (il suo vero nome era Touregas, ossia nure-gasc, da cui gasc), si dedicava ogni sera ad annusare precisamente quel palo. Anch’io ogni tanto mi ci avvicinavo, ci appoggiavo la schiena e rimanevo ad aspettare. Non esattamente: appoggiavo la schiena al palo e piegavo leggermente le gambe fino a ritrovarmi quasi seduto. Era una bella sensazione starsene lì, sul ciglio di Estrada Espiritu Santo das Touregas, mentre il mondo ruotava attorno. Ora che ci penso, facevo anche dell’altro: mi arrampicavo fino sulla sommità del lampione e da lassù guardavo in giro, poi volgevo gli occhi verso il basso e vedevo me stesso mezzo seduto. Dico questo in senso figurato.

Le storie vere non sono lineari, ciò in virtù del fatto che historia facit saltus: chiunque lo neghi, sbaglia. Tornando a Estrada Espiritu Santo das Touregas, e a quel lampione accanto al quale ho conosciuto Elsie, devo dire che l’avevo già incontrata in precedenza, senza Gas. Era di origine danese eppure scura di pelle come una cubana, anche se aveva il sedere tondo e piccolo, non uno di quei culazos che si vedono all’Avana bensì un culetto squisito, ragion per cui quando m’imbattei in lei per la prima volta, sempre in Estrada Espiritu Santo das Touregas, le dissi:

Ton cul est un delice”.

Lei fece finta di non capire, allora le dissi:

Your buttocks are divine”.

Elsie parlava tedesco, così mi ricordai di quel canone di Mozart intitolato “Leck mich im Arsch” e le dissi:

Du asht ein schön arsch!”, ossia dua sc-ain-scen-arsc, ma m’impappinai, o forse mi confusi, e lei non capì un’acca. Il primo incontro finì lì. Anzi, no. A essere sincero, prima bevemmo birra e mangiammo tremoços. Poche cose le piacevano altrettanto. Sgusciando tremoços le uscivano parole in francese, tipo ansciatzer-sciatzan-sciatzé. Dei tremoços le piaceva il gusto salaticcio, come di pinkele. Es macht mich verrückt, quante volte, in seguito, non gliel’ho sentito ripetere? Aveva modi di dire strani, quali “Denen Dänen, denen Dänen Dänen dehnen, dehnen deren Dänen”, ossia, denen-denen, denen-denen-denen-denen, denen-deren-denen; oppure “Nickende Nichten und wippende Fichten” o anche “Fischers Fritze fischt frische Fische; Frische Fische fischt Fischers Fritze”. Le mancava il lobo dell’orecchio sinistro, per cui portava una sola buccola dorata al lobo destro, niente meno che una nariguera tayrona.

I ricordi si affollano come la domenica pomeriggio i madrileni veraci attorno alla barrera della Plaza Monumental. Io la conosco bene. Quando m’imbattei nuovamente in Elsie, le dissi gesticolando:

Temos o privilegio de vivir na citade dos trovadores e dos grandes amores!” Lei mi squadrò dall’alto in basso e ribattè:

Kann sie nicht verstehen”, a cui aggiunse: “Não entendo uma merda”.

Ci avviammo in silenzio per Carrillo Castelo Branco, imboccammo Marnoco e Sousa e giunti al Penedo da Saudade il chiaro di luna ci dischiuse la vista del Mondego.

Me la llevé al río creyendo que era mozuela, pero tenía marido”, declamai.

Lasst uns zum fluss gehen.”, disse.

“Al Mondego?”, chiesi. Non conoscevo la strada, era tardi. Mi prese per mano:

Beeile dich, waschlappen!”, uasclappen!

Ci perdemmo più volte. Giungemmo al ponte de Pedro e Inés che albeggiava. Elsie disse:

Du kannst jetzt mich ficken”.

Kann ich fick dich? Jetzt sofort? Qui, sul ponte?”

Nein. Es war ein witz”, proprio così: es-var-ain-vitz. Bello scherzo! “Meine muschi ist geschlossen”, aggiunse, ossia, mainemusci-isctghesctlossen.

Esisteva Georg, cavallaro di Benedikthaven. Su foglietti di carta Mitchell, Elsie gli scriveva ogni giorno la stessa frase: “Foda-me embora”, poi andava alle poste e chiedeva: undzelo-dunesckudo-fasc-favor.

Le storie vere sono lunghe come i salami che Lutero contrapponeva aile prediche, ma più contorte. Per un po’ non l’ho rivista, poi eccola nuovamente in Estrada Espiritu Santo das Touregas. Non mi riferisco a quella volta che se ne stava accanto al lampione assieme a Gas, ma a qualche tempo prima. Era tardi, quindi le dissi studiando l’intonazione:

Boa noite!”, ossia bbooanóitchi, caricando le bilabiali e le palatali. Lei rispose:

Gute nacht”. Aveva un modo tutto scandinavo di ispessire le aspirate, come un gatto infuriato. Queste sfumature possono sembrare triviali eppure non è così. Fu proprio per motivi fonetici, infatti, che Elsie scappò con Eklund, un trampoliere di Rügen. Con un messaggio su carta Mitchell mi fece sapere che a farla “inarcare” erano state “seinen frikativen”, in particolare la zeta, come in claine-eltzi-noor e in praaht-medel-eldzi-naar; suoni sordi o sonori “scelti a seconda del momento come si sceglie un fiore”.

Avrei molto da dire su Eklund e magari lo farò. Per ora, annoto solo che l’ho incontrato a Canet del Mar durante una recita all’aperto. Sembrava un vikingo spaesato, come quelli che si spingevano fino a Thule. Quando mi ha riconosciuto è scoppiato a piangere. Ha detto che Eltzi non lo rrria-maffa, volendo invece dire che lei non lo amava più. Si era rovinato a forza di telefonarle long distance e nonostante ciò lei l’aveva lasciato. Continuò a singhiozzare per tutto lo spettacolo. Disse: non si può amarrre a mezzo dolárrro a scatto, nessun amore rrregge a tanto. Fece il conto: tre scatti al minuto più uno alla risposta facevano 60 scatti ogni 15 minuti, cioè 30 dollari a botta. Una volta che cercò di tagliare corto, pagò tre volte tanto a forza di spiegazioni e rabbonimenti. In due anni erano sfumati 15 mila dollari.

Il buio era interrotto da bagliori e scoppi, la gente correva spaurita inseguita da frotte di rossi diavoli urlanti. Bei tempi di Canet! Io non sono un sentimentale, eppure mentre Eklund si affannava a illustrarmi fra i singhiozzi le sue trafitture, mi chiesi in nome di tutti coloro che soffrono di Liebeskummer se è meglio amare o essere amati. Elklund prese a invocare Eldzi-naar! maine Eldzi-naar! Ed io mi figurai Elsie piegata sotto il Liebhaber, la schiena solcata da rivoli rossi, e senza volerlo mi ritrovai librato nel cielo notturno di Canet, appeso al mio parapendio, Selene lassù fra nuvole chiare, il mare laggiù inargentato, rare fiammate nel reticolo nero dell’abitato, e un puntino grigio: il cervello di Eklund che s’involava pian piano. A differenza di quella volta che, aleggiando sulle Apuane, mi vidi percorrere il lungomare della Versilia al volante di una Opel celeste, la sera di Canet io non c’ero. Quanto tempo avrò passato per aria? Comunque sia, per Elsie lui non era proprio tagliato; senza contare che tutto quel frignare mi parve poco virile, muito pouco.

Più una storia è vera e più sembra falsa. Non starò a spiegare né il perché né il per come. Tutti sanno che è così. Dopo lo spettacolo, mi sono imbattuto in Vazquez Montalbán. Gli ho chiesto:

És millor estimar o ser estimat?”.

Lui ha continuato a fumare, poi mi chiesto a sua volta:

Com et dius?

Ho risposto:

“Antonio”, al che lui ha chiuso gli occhi mormorando: “Mmmmm…”

Stavo per andarmene quando ha detto:

Recuerdo algo que le pasó a un tocayo tuyo. Le gustava pasearse por Estrada Espiritu Santo das Touregas, pero tan solo de abajo hacia arriba. Un día un muchacho que iba corriendo de arriba hacia abajo le espetó: corre Antonio que tu esposa está follando con otro. Entonces Antonio agarró una bicicleta y se lanzó Estrada Espiritu Santo das Touregas abajo. Pero se estrelló en contra de un palo de la luz. Y tu, Antonio, estás casado?

Encantat d'haver-te conegut”, ho detto io, eludendo la domanda.

È stata una notte indimenticabile. Di ritorno da Canet sono finito fra le lucciole del Barrio Latino in compagnia di Ramón, grande puttaniere. Riusciva a deliziarle tutte con i suoi frizzi andalusi, chiedendo per esempio se conoscevano quella ramera delle Ande che aveva scoperto a cinquant’anni suonati che le altre si facevano pagare. Sapevo la storia. Me l’aveva raccontata Lamia, perla scaramazza della Baixa. Nessuna mi ha mai detto meu bem con tanto fervore, nessun’altra mi ha fatto mai un simile dono… mais não quero cantar amores: non voglio eppure voglio, come Sant’Agostino. Era ancora buio, era ancora estate, così mi sono lasciato andare:

“...Le cri des cigales et la retombée des chaleurs, les chiens, les roulements des derniers chars, les voix des fermiers…”

Ramón mi ha interrotto dicendo:

“... Et les chemins noyés d'ombre dans les lentisques et les oliviers…”

Al che ho esclamato sorpreso:

“Oui, oui. C'est tout cela ! Mais comment l'as-tu appris?”

Ramón ha risposto:

“Je ne sais pas. Peut-être parce que nous aimons les mêmes vérités”.

Vibrante ho gridato:

“Oh! qu'importe, puisque tout prend en moi le visage de l'amour!”

Scendevamo per la Rambla de las Flores in bilico fra ieri e oggi, fra inviti di baldracche e mucchi di garofani sfioriti. Brezza di mare, luci, ombre. Ricordo bene un gabbiano immobile su una panchina, un gabbiano su una panchina! Ci siamo fermati a guardarlo. Ramón ha detto serio:

“Mais si tu veux mon avis…”

Non l’ho lasciato finire:

“Tout cela manque de sang”, ho concluso per lui, tu-selá-manc-de-sang.

Potrei aggiungere che il gabbiano, come se avesse capito l’antifona, volò via andando a posarsi sulla testa di Cristoforo Colombo, ma mi sono proposto di dire solo la verità.

A proposito di Caligola, bisogna precisare che una storia vera non è bella perché se fosse bella non sarebbe vera. Ci vuole sangue. Elsie aveva un cavallo, il cavallo aveva Elsie. Facevano una bella coppia. Camborio era un castrone andaluso dal mantello baio scuro, d’una tonalità simile all’incarnato di lei. Sembravano zigani. Spesso vincevano gare. “Il dressage ha per scopo lo sviluppo armonioso dell'organismo e dei mezzi del cavallo, di conseguenza rende il cavallo calmo, morbido, sciolto e flessibile ma anche fiducioso, attento e perspicace, realizzando così una perfetta intesa con il proprio cavaliere”. Non è affatto vero. Fra il cavallo e il cavaliere si produce un transfer del tutto simile a quello analitico, con analoghe conseguenze. Elsie faceva soffrire Camborio. Altro che equide perissodattilo! Lui la amava con lo struggimento di chi non può amare né essere riamato. Per questo aveva gli occhi sempre umidi. Quando apparve Georg, cavallaro poco furbo ma dalle protuberanti risorse (incorreggibile Elsie), Camborio ebbe un problema ai canali lacrimali identico a quello che colpì mia nonna nel 1910. Da calmo, morbido, sciolto e flessibile ma anche fiducioso, attento e perspicace che era, divenne irritabile, rigido, scomposto e scabro ma anche sfiduciato, sbadato e tardo. Ovviamente Camborio dominava il tedesco, sua lingua fin dai tempi di Carlo V. (In proposito, e a onor del vero, devo aprire una parentesi chiarificatrice:: “Si loqui cum Deo oporteret, se Hispanice locuturum, quod lingua Hispanorum gravitatem maiestatemque prae se ferat; si cum amicis, Italice, quod Italorum dialectus familiaris sit; si cui blandiendum esset, Gallice, quod illorum lingua nihil blandius; si cui minandum aut asperius loquendum, Germanice, quod tota eorum lingua minax, aspera sit ac vehemens”). Quando Elsie ordinava a Georg fih-mih-jezt, Camborio capiva proprio “fick mich jetzt”. Da fuori, Elsie si sarebbe detta una bruna glabra mozuela; sotto invece era più irsuta di Santa Wilgefortis. E ben più sboccata di Lamia, da cui non ho mai sentito uscir di bocca caralho o picha o pila. O buceta o axa. O . O vai bater punhetas. Solo qualche cabrão e qualche porra. Va bene, era tutta apparenza, ma ciò non impediva che Elsie strafacesse. Un giorno, mentre spazzolava Camborio, gridò a Georg che sopraggiungeva: “Ich bin geil!” Si fosse limitata a ciò, forse non sarebbe successo niente. Camborio drizzò le orecchie. Elsie aggiunse sempre a voce spiegata: “Snell, Georg, ich will deinen Swchanz ganz und gar”, ossia, ihvil-dainen-scvantz-gantzungar. Il calcio di Tenorio colpì Georg all’inguine. Elsie urlò: “Georg!!! Meine Liebe!” e si slanciò verso il cavallaro svenuto, accasciandosi su di lui. Camborio ebbe un fremito, poi girò su se stesso e con gesto calmo, morbido, sciolto ed anche perspicace, chinò la testa fin quasi a toccare la nera crocca di Elsie inginocchiata, e con un morsetto le staccò di netto il lobo dell’orecchio sinistro. A dire il vero, mi sono sempre sentito dalla sua parte.

Una storia vera non deve essere necessariamente esplicita. Nulla mi obbliga a dire che cosa ne è stato di Camborio. In quanto a Georg, so per certo che nel corso dei diciotto mesi successivi ha ricevuto 572 messaggi su carta Mitchell che dicevano: “Foda-me embora!”. Non c’è limite alla crudeltà umana, per questo le storie sono quel che sono.

L’ultimo messaggio partì il giorno in cui portai Elsie a ballare. Confesso che sono un grande ballerino. All’uscita era buio pesto, mancava quell’albore che ci aveva guidato fino al Mondego, o quel timido chiarore che quattro vecchi lampioni a filamento spandono su Estrada Espiritu Santo das Touregas. Le tenebre sono galeotte. Confermo, Elsie, sotto, era pelosa: tinha a tcheca cabeluda como a Santa Librada, ossia, tigna-acceca-caveluda (per verifiche http://desciclopedia.org/wiki/Vagina). Se dicessi che quella notte percorsi la migliore delle strade montato su una puledra di madreperla senza briglie e senza staffe, mentirei. Quella notte, invece, percorremmo quattrocento chilometri chiedendo passaggi. Ci fermammo il tempo necessario per vedere “Via col vento” e riprendemmo il cammino. Facemmo altri settecento chilometri, poi altri duecento, e ancora trecento e quando furono migliaia cominciarono i baci e le carezze. L’amore ricoprì ogni cosa: sfilavano i monti ed era amore; scorrevano i fiumi ed era amore; rombavano i camion, le moto, le corriere, gli autotreni, le berline, le spider, ed era amore. Frusciavano le biciclette, stormivano le foglie, muggivano le vacche ed era amore. E le labbra si consumavano dal tanto baciare. Come uomo che sono, non voglio dire le cose che ella mi diceva, la luce dell’intelletto me lo impedisce. La gente indugiava a osservarci, certuni ci offrivano latte. Tuttavia, se devo essere sincero, sesso se ne faceva poco o punto perché l’amore, in me, si tradusse in impotenza. “Amanhã, meu amor, amanhã”, sospirava Elsie, ossia amagnán, amagnán, amagnán. “Amanhecer e ver”, mormoravo io, rivolto a sua thceca cabeluda. Quanti peli!

La storia non è buona, che stupidità credere il contrario! Che banalità rilevarlo! Infinità di parole per nascondere la verità, come palate di terra su una bara. La verità è la morte. Fuck you! I lupi sono arrivati e si sono presi Elsie. Il primo è stato Charlie Boy. L’ha curvata, l’ha schiacciata, l’ha percossa fino a farle gridare: “Foda-me embora!”. Povera Elsie, povero me. Ci coricavamo stretti stretti cercando di dimenticare, ma a notte inoltrata, notte dopo notte, notte dopo notte, si svegliava e scuotendomi diceva:

 Schlug mich!” o “Pégame!” o anche “Me bater!”

… Não quero cantar dolores. Già, e allora perché mai mi sono messo a raccontare? Potevo continuare a modellare statuine, invece eccomi qui a ricordare e a soffrire. Componevo per lei endecasillabi scherzosi come: Da McMullen ier sera la giovane danese, paffuta burro e miele, sbasciava con passione l’amico spilungone, e mentre si avvinghiava al ganzo allampanato manate dava all’aria a caccia di un moscone. Non erano versi, però, ciò che Elsie voleva, bensì pugni sulla schiena o frustate con una frusta di cordicelle che lei stessa si era fabbricata con l’ago e il refe del cestino da cucito giallo che le avevo regalato (“un costurero grande, de raso pajizo”). Ai torturatori si susseguivano i torturatori. Le dedicai un’altra poesia, che diceva: Per lei azzoppai un guajiro, al Cabo, nei pressi del faro, ed allo sparo schizzò via l’iguana impaurita, inseguendo la propria vita. Su chi fosse il guajiro nessun dubbio, ma il rettile chi era? Immaginavo una bruna coda dentata apparire e scomparire fra le rocce riarse del Cabo, inseguita da una testa crestata, altrettanto brunita. Ma quando le ombre si allungavano e sull’oceano calava il crepuscolo i pezzi dell’iguana si dissolvevano nella notte in arrivo, per poi ricomporsi al nuovo sole. Il Levante dello spirito comincia e finisce al Cabo. Ci portai Elsie per allontanarla dall’ultimo drudo, Samba Pango de Luango, mulatto imbrillantinato che declamava con voce da basso: “Muito prazer, sou o porquinho… meu couro ben tostadinho… si quiser, me chame, te darei salame”. Aveva la nomea del grande amatore e molte gli facevano regali per ottenerne la prova. Scoprii letteralmente a mie spese il significato del verbo “sambar”, neologismo in voga fra le amazzoni del circolo ippico As Damas Brancas, sul cui portale, per altro, una scritta diceva “Branca era a cerva/ Branca a sua divisa”. Ilse si invaghí di Samba Pango perché “soltava faiscas”, cosa che potei costatare applicando arnica sulle sue bruciature. Non dirò dove, ma ci tengo a precisare che all’epoca a-sua-ceca ja-nan-era-caveluda. Niente in lei era come prima. Annunciava: “Eu vou sambar”, e di fatto andava a sambarr. In sua assenza scalpellavo o buttavo giù versi come: “Eu ficaba doente na espera”. Per me l’attesa era il gabbiano della Rambla. Infatti, quando lo vidi su quella panchina, la notte che con Ramón ci mettemmo a recitare Camus, la notte di Moltalbán e di Eklund, quando lo vidi su quella panchina lo riconobbi a colpo d’occhio. Era lo stesso gabbiano che avevo scolpito anni prima per simboleggiare l’idea dell’attesa. Un gabbiano dagli occhi di vetro da me colorati, collocato su una base di listelli di massello, sineddoche d’una panchina, anzi, di tutte le panchine; 4 listelli sui quali avevo inciso le parole: “Eu” “Fico” “Doente” “Na espera”. Ripensandoci, quei listelli potevano anche essere scambiati per una zattera: metonimia non male.

Samba Pango era infermiere diplomato e pittore di paesaggi. Una sera me lo sono trovato accanto in ambulanza. Dapprima ho pensato che volesse soffocarmi, ma quando ho ripreso coscienza ho capito che mi teneva premuta sul viso la maschera dell’ossigeno. Ad un tratto la sirena si è spenta. Il bestione si è piegato su di me come per mordermi un orecchio. Ha mormorato:

“Presto scoprirai cose”

Avrei voluto ribattere, ma non potevo parlare. Proseguì:

“Cose buone”.

Me cago en la puta madre que te parió, pensai. Aggiunse:

“Serendipity”

Strabuzzai gli occhi. Ero ubriaco di ossigeno. Stavo per morire. Elsie non c’era, Gas nemmeno, povero Gas. Non avevo madre, né padre, né fratelli. Lamia chissà dov’era.

“Serendipity”, ripeté Sambo Pango. Aveva il naso piuttosto grosso. A naso noscitur, pensai.

“Serendipity”, disse nuovamente.

Allora mi sono riproposto di ucciderlo. Per tutte quelle ustioni. E anche per me. Mentre ormai determinato studiavo il come e il quando, inebriato di vendetta, lo sentii pregare. Bastò poco per scoprire –orrore!– che pregava per me:

“Lodato sia sempre il signor Iddio, creatore di sette Cieli, di quattro elementi, et di ciascuna altra cosa che sopra la terra si vede, fattore dell’huomo, animale a tutti gli altri superiore, a cui non solo dell’intelletto, col quale havesse la divinità sua a contemplare, ma della lingua ancora, con che gli potesse del ricevuto beneficio gratie rendere fece dono”. (Per verifiche http://books.google.es/books?id=m49cEuXPqGIC&printsec=frontcover&hl=es&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false)

Quando la sirena ha riattaccato ho preso il volo. Mi sono innalzato parecchio, puntando verso Ponente. Dapprima faceva freddo, poi ho cominciato a sentire il calore di Elsie. Le sue spalle premevano contro il mio petto, la sua testa più in basso d’un palmo rispetto alla mia. Guardavamo il mondo dallo stesso punto di vista ma con un palmo di differenza. L’imbragatura dov’era?, Di tanto in tanto staccavo le braccia dalle cinghie e le passavo sotto il seno di lei per rassicurarla. Non solo. Da quanto tempo ormai non risalivo quei pendii, da quanto tempo non mi lasciavo scivolare giù? Sul suo petto avevo scoperto il senso delle cose, alla fonte dei suoi capezzoli mi ero abbeverato. Quel petto che era diventato la mia croce: croce e delizia, delizia al cor. Con le mani aperte l’ho raccolto e trattenuto. Le ho sussurrato mentre leccavo il lobo destro: “La Moldava frusciava, e ai raggi della luna splendeva Malastrana. Jóvanka mi cullava con l'aria di Zerlina. Avvinto al suo bel seno, di pianto mi bagnava”. Confermo che non sono un sentimentale, ma dopo tanta infelicità, finalmente ce ne stavamo per aria assieme, soli, abbracciati. Per inciso, devo dire che la storia non conosce regole: va e viene, salta, svolta, si divide in due, tre, mille. Altro che unità! Abbiamo superato l’estuario. Il mare era ricoperto da macchie rosse e nere, grandi macchie sanguigne e grandi macchie di pece. Más claro no canta un gallo. Superati i Sargassi abbiamo avvistato i primi segni di terra, non dirò quali. Ho manovrato con le cinghie prendendo verso nord-ovest. Ed ecco il Cabo!

Elsie era bella. Mai tuberosa né chiocciola ebbero cute così fine, neppure Egle avrebbe potuto vantarla. Non una striatura, non una smagliatura. Io m’intendo di tessitura e fibratura, di levigatura e d’impiallacciatura. Amo il legno e ne sono riamato: risponde al tocco delle mie mani, le riconosce e gode alle loro carezze; quando mi avvicino si abbandona, si riscalda al tatto, mi accompagna lungo le sue curve, mi guida attorno ai suoi nodi, m’invita all’interno delle sue cavità, ama essere spogliato ed esibirsi nudo ai miei occhi. Nudo e liscio come o bumbum di Elsie: Oh bbunda capuana! Oh rrabignu jubilante! In me tutto è ricordo, ma ricordare non basta. Bisogna che la memoria s’incarni e stilli sangue. Sappiamo, sappiamo. La storia è insensata. Guai cercare il significato delle cose! Mentre planavamo sul Cabo percepivo la bellezza di Elsie attraverso il senso della nostalgia. Sentivo le sue scapole, il trapezio, le clavicole, i deltoidi, le dorsali, gli iliaci, eppure mi mancava. Vidi come in sogno un parco alberato fra sole e ombra. Passeggiavamo mano nella mano. Ogni tanto ci guardavamo negli occhi, dolcemente, senza sorridere. Conoscevo il bosco assai bene, chiamavo le piante per nome, tuttavia mi lasciavo condurre da lei. Percorremmo sentieri, attraversammo radure e ovunque incontrammo corpi inerti di uomini e donne gettati nel verde. Elsie mi confortava in silenzio. Arrivammo al ponte. Lei rimase a guardarmi mentre io lo varcavo. Echi di fado: come esprimere altrimenti la saudade?

Una volta, seduto su una panchina dirimpetto alla Brasileira, mi sono messo a parlare con Pessoa. Volevo fare il furbo. Gli ho chiesto il significato dei salici nella poesia di Garcilaso. Inaspettatamente la sua fronte di bronzo si è imperlata di lettere simili a gocce di sudore. Ho contato 4 a, 5 e, 5 o, 9 s, 1 t, 2 r, 3 n, 2 m, 1 v, e 2 d. Ne ho tirato fuori: “Entra nos versos de pés descalços, como nas mezquitas”. Ho interpellato altre statue in passato: un leone di marmo bianco del III sec. d.C., a grandezza naturale; una Diana cacciatrice tardo ottocentesca e la statua di Hemingway sbracato su uno sgabello del Floridita, all’Avana. A Hemingway ho fatto le domande che tutti fanno. Scena muta. Invece ci siamo fatti una bella chiacchierata quando sono andato a Bimini. Un’altra volta ho interrogato una grande pietra muschiosa all’interno del tempio Higashi Honganji. C’erano caratteri incomprensibili sbalzati sopra, quattro per l’esattezza. Elsie li ha decifrati così: “solo-so-stare-contento”. In certi momenti dico cose sconclusionate, così come vengono. Per esempio: l’agosto del 2014 si distingue per i suoi 5 venerdì, 5 sabati e 5 domeniche, una circostanza che si rinnova ogni 823 anni. La storia può essere più o meno buffa; più o meno tragica, ma seria mai. E poi di quale storia stiamo parlando? Altre volte dico le cose a ragion veduta: prendiamo Wounded Knee. Ne so quel che in genere si sa, fatta eccezione per certe parole che conosco meglio di chiunque altro: “Walk in my shoes before you judge, walk in my spirit and you shall know”. Me le diceva Elsie ogni qualvolta tornava dalle sue serate danzanti. E dicendomele, mi scuoteva affinché non le dimenticassi.

Ho notato che parlando di Elsie o la butto sul sentimentale, fatto invero strano, oppure mi fisso sulla sua bundigna redondigna. Al riguardo devo precisare che questa fissazione non ha radici nefande. A sodomia não è o assunto, pelo menos não è o principal; dizendo a verdade, o que eu gosto é mordiscar o suo rabinho: tenras mordedelas de cachorrinho namoradinho. Elsie invece preferiva essere espancada o versohlt o azotada nei tre seguenti modi: 1) a mano nuda; 2) con la frusta di cordicelle; 3) con una flessibile tavoletta di balsa levigata di 60 centimetri per dieci per 3 millimetri di spessore, da me fabbricata alla bisogna, dotata di un manico ruvido per favorire la presa. Il legno di balsa non contiene né grassi né resine, ha un basso contenuto energetico e, in caso di incendio, non emette gas nocivi. Per questo lo scelsi, e anche perché la balsa è una materia prima rigenerabile, che cresce nei Paesi tropicali e viene coltivata in piantagioni. In qualche modo, costituisce un completamento per le monoculture presenti, come il cacao e la noce di cocco, contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente. Mi diletto di modellismo, per cui potrei parlare della balsa per ore. Odo ancora gli schiocchi e vedo l’ambrata pelle do seu cú arrossarsi fino a raggiungere una tonalità cromatica attorno a C40, M62, Y66, K26. Dopo, lei dormiva a pancia sotto, un po’ di sbieco. Non sopportava le lenzuola. Se ne stava per quel po’ che restava della notte con le natiche all’aria, mentre io controllavo, Pantone alla mano, lo stato dell’infiammazione. Ricordo la luce del mattino illuminare tenuemente le mele ormai schiarite (per la precisione C23, M35, Y50, K0). La voce di Elsie emergeva dal sonno: “Ich veiß du starrste mein arsch, scheiß-voyer! Tun etwas wirksam mas bem!”. Seguivano baci un po’ sbavati. A quest’ultimo proposito, insisto: da uomo che sono, non voglio dire le cose che ella mi diceva fra un bacio e l’altro. Aggiungo però una considerazione. Perché il culo, la parte più simmetrica del corpo umano, la meglio concepita e disegnata, la meglio modellata e plasmata, la più divinamente proporzionata, a mais chamativa e inspiradora, a mais perturbadora, a mais impressionante, perché, mi chiedo, il culo ha dovuto aspettare tanto prima che qualcuno scrivesse: “A bunda são duas luas gêmeas em rotundo meneio. Anda por si na cadência mimosa, no milagre de ser duas em uma, plenamente... Esferas harmoniosas sobre o caos”? Mentre la felicità è una e se sono due è come se non fosse nessuna, il culo è felicemente uno e bino: A bunda é a bunda redunda. Bravo!

L’estetica delle sfere –la bellezza delle mele– condiziona non solo la Weltanschauung ma anche la percezione d’ogni dì, ovvero, la cronaca quotidiana, che è poi quel tessuto ordinario su cui la storia dipinge le note scene epiche. Per bella che sia la quotidianità è sempre volgare; per volgare che sia, la storia è sempre bella. Faccio un esempio:

Nelle ultime settimane, la madre di Paolo era riuscita a racimolare la sospirata somma di … necessaria al miglioramento dell’aspetto fisico del figlio, aspirante tronista, ma venerdì scorso le conseguenze di un’iniezione l’hanno condotto alla morte. Nella nostra città, questo è il settimo decesso in un anno causato da interventi o trattamenti sulla zona naticale. Il ragazzo, diciassettenne, aveva confidato alla madre che voleva ingrossare e arrotondare i propri glutei, per renderli più attraenti. Un uomo si era offerto di aiutarlo e ne aveva esaminato il fondoschiena nel suo “studio” sito in un quartiere degradato della città. Anche Pietro, cugino di Paolo, voleva natiche più sporgenti e belle, per cui i due ragazzi avevano concordato con l’uomo la cifra di … , ottenendo un forte sconto. Non appena la madre di Paolo ha disposto della somma, è stato fissato l’appuntamento. A detta della polizia, tutto è andato male fin dall’inizio. Il sedicente dottore conservava i biopolimeri in una bottiglia di coca-cola e glieli ha iniettati direttamente da lì. Pablo era molto teso per cui l’anestesia stentava ad agire, al che glie ne è stata applicata una dose doppia. Poi ha cominciato a sanguinare e ad avere spasmi. Comunque, alla meglio l’intervento è terminato e il dottore lo ha subito dimesso consigliandoli di bere molte spremute d’arancia. Giunto a casa, il ragazzo stava così male che è stato portato in un poliambulatorio, poi, visto il rapido peggioramento, nell’ospedale di ... Qualche ora dopo, afferrate le mani della madre ha detto: Rimani con me, non mi lasciare morire solo. Erano mesi che Paolo si preparava per fare il tronista. Nella nostra città le tragedie causate da biopolimeri, liposuzioni e altre chirurgie correttive dei glutei sono frequenti. I medici ci tengono a precisare che una chirurgia estetica è diversa da un normale trattamento di bellezza. Giriamo questo avvertimento ai nostri lettori”. Vozes de burro não chegam aos céus.

E continuavamo a planare. Il parapendio obbediva docilmente ai comandi, tuttavia sostenersi in aria era ormai impossibile. Oltrepassammo il litorale. Sotto di noi, adesso, c’era il deserto. Ci ritrovammo a terra, fra sabbia e arbusti. Una sottile linea rossa chiudeva l’orizzonte, il resto era blu scuro, tranne il centro del cielo, illuminato da una luna gialla del tutto simile ai lampioni di Estrada Espiritu Santo das Touregas. Si udivano martellare tamburi in lontananza. Ci facemmo strada in quella direzione, inciampando e graffiandoci. Precedevo Elsie per fugare i serpenti. Nonostante sentissi alle spalle il fruscìo del suo passo, mi voltavo con il cuore in gola, timoroso di perderla. Bagnato di pianto, il ricordo muta in parole perenni: “Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch'è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ciò ch'è stato sarà”. Avanzavo passo a passo, ripetendomi: “Non si ama chi è morto”; il vento, però, non mi permetteva di udire ciò che dicevo. I cespugli rotolavano qua e là emettendo lamenti umani, come se in ognuno di essi si fosse celato Polidoro e la sabbia non fosse stata altro che granelli di sangue secco. Infine apparve un circolo rischiarato da torce, formato da giovani donne accovacciate. Vestivano tuniche scure che premute dalle folate sui rilievi ondulati del corpo le facevano apparire nude e nere come Artemide Efesia.

Piovi, majayura dissero facendoci spazio, al tempo che una di esse, alzatasi, entrava nel cerchio e un giovane uomo in brache bianche appariva come d’incanto accanto a lei. Al ritmo crescente dei tamburi cominciarono a correre in tondo l’uno davanti all’altra, con passi diversi; diversi perché l’uomo indietreggiava e la donna avanzava, lui retrocedeva, lei incalzava, lui sfuggiva, lei arrembava, lui vacillava, lei incombeva, lui ansimava, lei alitava, lui cedeva, lei dominava. Finché lui cadde e lei, amata, modellata, sospinta, sollevata dal vento, lei trionfò. Tacquero i tamburi in attesa d’un altro torneo e il deserto ripiombò nella quiete. Appunto per questo l’urlo di Elsie fu così lacerante: perché squarciò il silenzio come i pittori tagliano le tele.

“Mein arsch, mein armer arsch!” gridò, ossia, main-arsc-mainarmerarsc. “Du schlampe!” aggiunse furibonda rivolta alla giovinetta accovacciata accanto a lei “du hurensohn, jou fokken gofel, putaseme, vagabunda, perra, grand pitin, salope! O que me fiziste filha da puta?”. Allora accadde questo. La giovinetta si alzò e con una sola mossa fulminea balzò alle spalle di Elsie, la spinse in avanti obbligandola a sollevare il sedere, la denudò, la palpò, afferrò fra il pollice e l’indice un lembo di pelle –uma-pecinha-do-seu-cú– e strappó via qualcosa. Poi con altra mossa veloce afferrò una pietra, vi poggiò il qualcosa, prese un’altra pietra, schiacciò il qualcosa come in un mortaio, raccolse ciò che restava del qualcosa e dette un altro spintone a Elsie, la quale pur imprecando sollevò ancor di più le natiche. La giovinetta dispose i resti del qualcosa sul gluteo sinistro, in quel punto che è sintesi e cuspide di tutte le curve umane, e cominciò a massaggiare dolcemente. Elsie gemeva. Mi avvicinai e appoggiai la mano su quella della ragazza, che ritirò la sua.

“Qué pasó?”, chiesi.

“La picó un alacrán”, rispose.

“Qué va a pasar?”, chiesi ancora.

“Nada, si tu le frotas el culo con el alacrán muerto”, rispose

“La frotaré para siempre”.

Il culo di Elsie si era fatto di marmo. L’unica differenza con la Venere Callipigia era il colore ambrato, C23, M35, Y50, K0 rispetto a C3, M2,Y3,K0.

Me la caricai in spalla e ci dirigemmo al Cabo. Potrei limitarmi a dire che la massaggiai per 48 ore di seguito, però ci tengo a specificare che per 48 ore non feci altro che massaggiarle il gluteo sinistro, senza per altro dimenticare il destro. Credo che nessuno abbia mai fatto una cosa del genere; non lo dico per vantarmi ma per additare l’origine di quella che potrebbe sembrare una fissazione morbosa. Credo pure che le mie mani conservino ancora tracce del suo DNA. Sopravvenuta la trentesima ora Elsie disse:

“Adoro le tue mani”.

“Io adoro il tuo culo”. Ero piegato su di lei

“Tu mi ami?” chiese da sotto in su.

“Si, ti amo”, risposi.

“Mi ami perché mi desideri o mi desideri perché mi ami?”

Ecco la trappola, pensai, ma non ci casco. Risposi:

“Ti desidero perché ti amo”.

“Sbagliato”, disse.

“Perché?” domandai.

“Perché siamo dei primati, zwei scheiße-primaten!”

Elsie era fatta così: cabeza de toro y corazón de puta.

Arrivammo al Cabo e ci buttammo in mare, poi ci stendemmo sul bagnasciuga ghiaioso. Il tempo della storia non ha nulla a che vedere né con il tempo dei vivi né con quello dei morti; va avanti come se niente fosse, in barba ai più, lasciandosi dietro una manciata di nomi, effemeridi, ricorrenze. A Elsie il tempo non importava, lei era al di là del cronometro e del calendario. Il sole raggiunse lo zenit, poi s’infuocò e infine scomparve nel rogo. Mi svegliarono i colpi di scherma di un enorme granchio azzurro, attorniato da una schiera di suoi simili non meno minacciosi. Su una roccia non lontana un’iguana brunita pareva assorta nella contemplazione dell’infinito. Elsie camminava nell’acqua bassa, o almeno questo pensai sul momento. Invece no: Elsie camminava sull’acqua bassa! Devo dire che aveva un’andatura allo stesso tempo aggraziata e nonchalant, agile e composta. La prima volta che la vidi, da una finestra su Estrada Espiritu Santo das Touregas, il suo incedere sotto la pioggia –pioggerella marzolina– mi piacque a tal punto che corsi a modellare in creta una figura femminile dal passo leggero e disinvolto, un po’ pigro, lontano dal ritmo assillante del pendolo, vicino piuttosto al movimento indifferente della meridiana. Elsie avanzava sulle punte come una ballerina –il capo tenuemente inclinato in avanti, le spalle appena all’indietro, la schiena eretta, i fianchi sciolti, le gambe elastiche–, poggiava i piedi leggermente e li sollevava con uguale levità, come se per l’appunto stesse levitando, oppure saltando fra una pozzanghera e l’altra. In questo si meritava l’epiteto di Gradiva. Quando la vidi camminare lungo Estrada Espiritu Santo das Touregas, mi dissi invero: “Ecco Gradiva che incede sul selciato mentre una lucente lucertola verde-oro scappa via spaurita”. Me lo dissi in senso figurato, visto che le lucertole, in Estrada Espiritu Santo das Touregas, erano rarissime, e del tutto assenti nelle giornate piovose. Inoltre pensai, ma a torto: “Un’andatura siffatta rivela modestia, e sotto sotto saggezza e spiritualità”. Dico a torto perché subito dopo aver formulato l’anteriore pensiero, una folata di vento le sollevò la gonna e ciò che vidi sotto sotto mi parve avere un altro significato.

Per inciso, la storia non diviene, è esposta al vento, si solleva e si abbassa a seconda che i soffi ascendano o discendano, e quando una folata ci fa intravedere la meta un’altra la fa scomparire. La similitudine può essere intesa anche così: il vento rivela ciò che la storia nasconde, ma un attimo dopo torna a celarlo. Oppure: la storia si dipana fra una pozzanghera e l’altra, in attesa che un soffio di vento ne metta a nudo l’intima natura. Ovvero: così come le raffiche possono ingenerare miraggi, la storia crea l’illusione che il paradiso sia a portata di mano, spianando all’uomo il cammino dell’inferno.

Le parole, di chi sono le parole? Degli inventori, degli estensori dei dizionari o di chi se le prende? E le frasi di chi sono? E i paragrafi? E le tirate e i monologhi? Di chi sono le lingue? E la scrittura? È vero: mi auguravo che Elsie invecchiasse in fretta affinché nessuno la guadasse più, per non doverla spartire più con occhi diversi dai miei. Con le parole è diverso, non ne sono geloso. Le cerco, le trovo, le peso, le scelgo, le piglio, le uso, le cambio, le getto; le offro, le passo, le cedo, le dono, le scambio. Per esempio:

Wihelm Jensen: Ho scritto Anspruchslosigkeit”

Io: Ho scritto “modestia”

Wihelm Jensen: Ho scritto “goldgrünschillernde Lacerte”

Io: Ho scritto “lucente lucertola verde-oro”

Wihelm Jensen: Ho scritto “unter”

Io: Ho scritto “sotto sotto”

Wihelm Jensen: Ho scritto “honesto loco ortus”

Io: Ho scritto “ritmo assillante del pendolo”

Wihelm Jensen: Das ist schön!

È proprio vero, mi sono ritrovato a desiderare che Elsie sfiorisse in fretta. Lei detestava l’idea d’invecchiare, non c’era tagliata, diceva. Apparteneva al presente: svegliandosi, non aveva dubbi di sorta, non si domandava mai che giorno fosse –magari quello prima o quello dopo– non associava mai il tramonto con l’indomani, non contava mai le ore. La sua vita era regolata dal principio di simultaneità, che dice: il giorno dura se è molteplice ed eterogeneo. Era attratta dal pluralismo. Faccio un esempio: a Elsie non piaceva che le ripetessi che era bella o le sussurrassi tenerezze. Nell’arco di 12 ore –de sol a sol– le dicevo che era bella cinque volte e due o tre che l’amavo, il che secondo lei era troppo; tuttavia, non le sembrava troppo che nel medesimo lasso cinque persone diverse le lanciassero un piropo ciascheduna, e che altre tre le dicessero che l’adoravano. Il risultato era lo stesso: 5+3=8, ma la pluralità, per lei, era la vita, la sua personale ricetta dell’eterna giovinezza. Una volta che mi è scappato un sinonimo –promiscuità– ha obbiettato:

“Simultaneo” e “promiscuo” hanno significati diversi...

L’ho interrotta:

Che spesso coincidono. Nel gang-bang, ad esempio...

Mi ha interrotto:

Esatto, ma non è il mio caso. Vuoi un paragone? Allora immagina un mosaico…

L’ho interrotta:

Un adorabile mosaico!

Ha continuato:

… fatto di tasselli non rimescolati, NON PROMISCUI, necessari nella loro simultaneità.

Ho chiesto:

A che pro?

Ha risposto:

Per esistere e permanere.

Ho detto:

Possiamo aiutarci a vicenda…

Mi ha interrotto:

Tu sei uno, io invece sono come una gazza presa nel paretaio…

L’ho interrotta:

…che non sa se lei sia lei o uno dei troppi suoi duplicati. Comunque nel poema non si parla di gazza.

Ha detto:

Du scheiße-erbsenzähler!

Elsie mi riferiva tutte e cinque le scurrilità raccolte lungo la giornata: 1) hey you, glorious boobs! 2) Fesses de déesse! 3) Dame culito mi reina! 4) Ihre fotze zu tode! 5) Buceta do paraiso! Una volta mi riportò perfino la dichiarazione d’intenti di uno dei suoi “tasselli”: Vou te inflamar de prazer, cabrona!

A seguire



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