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lavoro pubblicato martedì 16 settembre 2014
ultima lettura domenica 2 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Cronache di Stehl [ Capitolo 1 - Legami ]

di mercuria11. Letto 417 volte. Dallo scaffale Fantasia

L’acqua del torrente scrosciava, un mormorio tranquillo, familiare. Rassicurante. Proprio ciò di cui Lysia necessitava. Sospirò profondamente, le esili braccia pallide strette attorno alle ginocchia. Scrutò la limpida su...

L’acqua del torrente scrosciava, un mormorio tranquillo, familiare. Rassicurante.

Proprio ciò di cui Lysia necessitava.

Sospirò profondamente, le esili braccia pallide strette attorno alle ginocchia. Scrutò la limpida superficie dell'acqua sbattendo le palpebre, lo sguardo zaffiro dritto innanzi a sé, vacuo: Shir era morto, e non c'era nulla che lei potesse fare per invertire l'irreversibile.

Si costrinse a ricacciare indietro il velo di lacrime che aveva iniziato ad offuscarle la vista: non era da lei, della fata pacata e composta che era. Non si era affatto trattato di un'anomalia: episodi del genere si ripetevano ormai a cadenza pressoché quotidiana, sia fra gli umani e le creature dell'Oltre, sia fra le diverse fazioni di queste ultime, sia fra uomini di terre diverse; Lysia si appigliò a quella consapevolezza come ad un'ancora: tentare di giustificare quell'assassinio, quel corpo barbaramente macellato, con una seppur esile spiegazione logica era in un certo senso rassicurante.

Scosse debolmente il capo per scacciare dalla mente l'immagine che non cessava di tormentarla da giorni: arbusti dalle foglie ormai rosse, un cadavere decapitato riverso in una pozza di sangue, la gola e lo stomaco squarciati, le viscere che si aprivano sotto quei resti come un fiore. A pochi passi di distanza, due ali che parevano essere state strappate con immane violenza dal corpo, a giudicare dai bordi frastagliati. E poi la testa.

Lysia ricordava che il tempo le aveva dato l'illusione di dilatarsi fino ad annullarsi, nel breve - ma infinito - frangente durante il quale aveva percorso quella manciata di metri che la separavano dal cranio reciso; non rammentava di aver gridato alla vista di quel viso congestionato ormai irriconoscibile ma al contempo così dolorosamente familiare; o, almeno, non di essersi udita.

A peggiorare la situazione, non si aveva la più pallida idea riguardo il colpevole: inizialmente si era optato per i vampiri, ma il fatto che tutto il sangue del folletto fosse sparso sulla scena del delitto aveva presto smentito quelle accuse; la pressoché assente belligeranza degli Incantatori era ben nota, e imputare il crimine ad uno qualsiasi dei membri della Corporazione dei Neri appariva assai improbabile, a meno che una delle anime dei defunti non avesse espressamente richiesto quel trattamento.

Si appoggiò il mento sulle ginocchia, lasciando che una mano scivolasse distrattamente lungo una delle grandi orecchie a punta. Per lei esisteva un'unica verità: che i licantropi non avevano alcun motivo di serbare rancore nei confronti delle fate. Gli umani erano i responsabili di quel massacro, ne era sicura; una parte di lei lo era stata dal primo istante in cui i suoi occhi si erano posati sul cadavere di colui che aveva amato.

Chiuse gli occhi, e una serie di immagini le si insinuò subdola contro la parete delle palpebre: Shir che sorrideva a trentadue denti, in quel suo modo contagioso e così luminoso da poter illuminare un prato di notte, le fossette sulle guance che lei adorava; Shir che la teneva stretta fra le braccia, la testa di lei contro il petto, il suo familiare profumo di erba appena tagliata e miele; Shir che la baciava delicatamente, alla sua maniera tenera e pacata, quasi temesse di farle del male, le labbra morbide sulle sue.

Nulla di tutto ciò sarebbe mai più stato più di quello che era in quel momento: mero ricordo. Quella consapevolezza la travolse con la potenza di un'onda per la prima, vera volta; e soltanto allora si permise di abbandonarsi al pianto, il viso nascosto dalle braccia, le lacrime roventi lungo le gote, le piccole spalle scosse da singhiozzi inarrestabili: così rannicchiata, appariva più esile ed indifesa di quanto già non sembrasse. Le parve che con le lacrime fluisse via una parte di sé, una parte di sé che aveva ingenuamente creduto non potesse esserle sottratta in nessun caso; sciocco da parte di una fata, si rimproverò. Eppure quell'innocente illusione che l'aveva accompagnata per tutto quel tempo faceva male: le pesava sul petto come un macigno, bruciava quasi il cuore le fosse stato brutalmente strappato dalla sua sede. E probabilmente era così.

Quando finalmente si placò, ebbe l'impressione che tutte le sue riserve di energia si fossero prosciugate; si asciugò piano gli occhi con il dorso delle mani, tirando su con il naso. Il sole era quasi scomparso oltre le cime dei lussureggianti colli circostanti, e il cielo cominciava ad imbrunire. Non era saggio trattenersi oltre, da sola e inerme, in quel luogo privo di nascondigli o difese.

Si alzò in piedi - gesto che parve richiedere tutta la sua forza di volontà -, spolverandosi l'abito di impalpabile seta azzurra e raddrizzandosi le ali di un cobalto traslucido, afflosciatesi sulle spalle per il dolore: del resto, esse non mancavano mai di riflettere l'umore del proprietario.

Si avvicinò al ruscello e si chinò sul limite estremo della sponda, sfiorando appena l'acqua con la punta delle dita: cerchi concentrici incresparono l'altrimenti immobile superficie. Quel contatto, il fresco che si diramò dalla mano al resto del corpo, la rinvigorirono: era pur sempre una fata dell'acqua, e traeva energia e forza da quest'ultima.

Fece dietrofront e percorse a ritroso il sentiero che conduceva al torrente, il passo lento, trascinato, la lunga veste che le svolazzava intorno alle caviglie, smossa dalla brezza della sera. Non ardeva esattamente dal desiderio di rincasare, ma l’alternativa sarebbe stata, nella maggior parte dei casi, incontrare qualcuno e finire come Shir: con la colonna vertebrale che sporgeva quasi interamente dalla carne squarciata.

Represse un singhiozzo che lottava per uscire dalle sue labbra, ostruendole la gola, e si costrinse a proseguire: un passo dietro l'altro, l'erba che frusciava appena nei punti in cui poggiava i piedi, qualche ciocca corvina che, sfuggita dalla coda di cavallo, le mulinava davanti al viso nel fresco vento tagliente che soffiava dalle colline alle sue spalle. Si strinse le braccia attorno al corpo, un brivido che le percorreva la schiena come un dito gelato: la stoffa leggera del vestito la proteggeva ben poco adesso che nell'aria si percepiva già una lieve promessa di autunno.

Non aveva percorso che pochi metri quando Frya le si parò innanzi, le corte ciocche candide che le celavano parzialmente lo sguardo color ghiaccio. Le sorrise, in quel suo modo impercettibile, protendendo una mano diafana nella sua direzione. – Ti ho cercata ovunque. Sai che non è prudente trattenersi fuori troppo a lungo, dopo il tramonto. –

Lysia sorrise di rimando: fu un sorriso tirato, stanco. – Sì, hai ragione. Ma non riesco a restare ferma in un solo luogo per più di qualche ora. Percepisco l’atmosfera diventare pesante, l’aria mancare, tutto divenire insostenibile. E così, cerco un po’ di pace nell’acqua. – Fece un vago gesto con la mano al torrente alle sue spalle, le ali ormai tornate a penderle flosce sulla schiena.

Frya si sporse a sistemargliele, le dita che si muovevano abili e svelte sulla liscia superficie traslucida, le sopracciglia aggrottate, le labbra una linea di concentrazione. Quando fu soddisfatta del risultato indietreggiò di qualche passo, inclinando il capo di lato e studiando il suo operato per coglierne eventuali imperfezioni. Non scorgendone, si concesse un altro dei suoi lievissimi sorrisi. – So che è difficile. So che sembra qualcosa di insormontabile, come se fosse stato strappato un pezzo del tuo cuore. Ma anche questo momento scivolerà via come l’acqua del tuo amato ruscello, e allora il dolore si placherà, sostituito da mera malinconia. E da ricordi. Quelli restano, sempre.

Lysia provò l’insopprimibile impulso di abbracciare la candida fata delle nevi; ma si trattenne, preoccupata che quel suo gesto avesse potuto rivelarsi sgradito ed invadente. Dubbi presto fugati, perché Frya la strinse a sé, avvolgendola con il suo dolce profumo di aghi di abete innevati. Socchiuse le palpebre, accarezzando la morbida chioma bianca dell’altra. Avrebbe voluto ringraziarla, ringraziarla per tutte quelle frasi, per tutto quel calore, ma le parole si accavallarono disordinatamente le une sulle altre. Quindi si limitò a ricambiare la stretta, augurandosi che da essa trasparisse l’infinita gratitudine che in quel momento le ardeva in petto come una fiammella.

Le due si separarono, e la fata dell’acqua scorse una scintilla in fondo alle iridi di ghiaccio dell’altra, un dolore e un’empatia che le fecero male. Perché Lysia sapeva. Sapeva che Frya aveva perso qualcuno, qualcuno di insostituibile e indispensabile, in quell’assurda guerra non dichiarata che i nuovi Trattati non si erano dimostrati in grado di acquietare. Frya aveva perso sua sorella. Era stata lei a rinvenirne il corpo dalla gola aperta semisepolto dalla neve, la veste ridotta a brandelli, la pelle coperta di lividi, i seni martoriati.

Era stata lei a riportarlo indietro, con la sola forza delle sue esili braccia; Lysia ricordava bene la scena: Frya che avanzava in un silenzio di tomba, il volto impassibile, le pupille dilatate, fisse davanti a sé, l’orlo della veste strappato per legarlo al collo della sorella, in modo che la testa non spenzolasse macabramente ad ogni passo.

Si era concessa di piangere soltanto quando i soccorsi, ormai inutili, avevano portato via il corpo; rammentava che avevano dovuto insistere a lungo perché si decidesse ad allentare la stretta attorno a quelle membra gelide e immobili, e alla fine erano stati persino costretti ad allontanarla di peso.

In ginocchio, Frya si era lanciata un’occhiata spenta e spaesata attorno, il mento aveva iniziato a tremarle e le lacrime erano giunte, inarrestabili. La prima a precipitarsi nella sua direzione, la prima a trovare il coraggio di reagire dopo quello spettacolo raccapricciante, era stata Lysia. La loro amicizia era nata quel giorno, da quel semplice gesto. Da quella semplice dimostrazione di umanità.

E adesso la situazione si invertiva, adesso era Frya a correre da lei, a tentare di arginare il dolore che le scavava il petto, minacciando di corroderle il cuore. La strinse con più disperazione.

Askrya spalancò gli occhi di scatto; due iridi incolori, spente, ricambiarono il suo sguardo ancora velato dal sonno.

Sobbalzò - fu istintivo, nonostante fosse abituata a simili incontri -, dopodiché si costrinse a ricomporsi, almeno per dare una parvenza di decenza. Si spostò alla meno peggio i riccioli castani dal volto paffuto e inarcò le sopracciglia, un'espressione a metà fra l'inquisitore e il rimprovero negli occhi nocciola. - Ebbene? Lo spettro si limitò a inclinare il capo di lato, senza che il vuoto in fondo al suo sguardo accennasse a riempirsi.

Askrya sospirò, alzando gli occhi al soffitto, poi esaminò brevemente ma attentamente la figura che incombeva su di lei: un ragazzo, con tutta probabilità suo coetaneo, dalle ormai stoppose ciocche che gli ricadevano flosce sulla fronte, di un biondo spento, le iridi di un azzurro sbiadito; era innaturalmente magro, le clavicole che sporgevano contro la pelle quasi volessero squarciarla per venir fuori, i muscoli una volta vigorosi adesso cadenti, e conservava il tipico colorito smunto delle anime dei defunti.

- Conosci le regole. Non puoi presentarti quando preferisci e tirarmi giù dal letto. - Il tono della Nera intendeva risultare autoritario e seccato, ma con l'accento sguaiato di Aer sortì più l'effetto di un borbottio alquanto comico, cui si sommava il fatto che la sua voce fosse ancora impastata dal sonno. Desiderò sprofondare per la vergogna. Di riflesso, sollevò il mento con fare altezzoso - naturale conseguenza di quando qualcosa la irritava - e attese una risposta.

Finalmente, le labbra rattrappite del fantasma si schiusero. - Tu puoi aiutarmi.

Non era una domanda. Era una pura e semplice constatazione. Askrya annuì, la fronte corrugata, in attesa che il suo interlocutore proseguisse.

- Tu devi aiutarmi. - Stavolta c'era una vena determinata in quella voce che ricordava lo scricchiolio delle foglie appassite in autunno.

- D’accordo, ma se magari mi spiegassi la situazione...

Non la lasciò terminare. - Cerco vendetta.

- Un incarico nuovo, noto. - La voce di lei trasudò sarcasmo, ma il giovane non diede l'impressione di averlo colto; oppure, più semplicemente, si limitò ad ignorarlo: era palese che non avesse tempo di preoccuparsi per simili questioni.

- Allora, chi è? Tuo padre, un tuo presunto amico o solo una puttana che ha chiesto più del dovuto l'ultima volta che te la sei montata? - Il sorrisetto angelico di Askrya andava da orecchio a orecchio.

- Un vampiro.

Mancò poco che la ragazza, le gambe ancora avvoltolate nelle lenzuola, non rotolasse giù dal molle materasso. Un vampiro? Era forse pazzo? - Ascolta: se questo vampiro ti avesse fatto del male, non sarebbe stato processato immediatamente dalla Contea della Luna, pareggiando dunque i conti? È risaputo che le creature dell'Oltre che infrangono la legge non la passano liscia. Non quanto gli umani.

La risposta giunse, laconica e terribilmente ovvia. - Non sono mai riusciti a catturarlo. In realtà, neppure ad identificarlo. –

Askrya non fu in grado di reprimere un sorriso divertito, che mutò gradualmente in una risata allegra. - Temo che tu mi stia sopravvalutando. -

- E invece no. È il ruolo dei Neri, del resto.

- Non lo nego, ma credo tu stia trascurando un particolare importante: i Neri sono umani. E se le sfere alte non sono state capaci neppure di fornire l'identità del colpevole, come potrei io anche solo pensare di piantargli una lama nel petto? - Scosse la testa, passandosi distrattamente una mano fra i capelli folti. - I vampiri sono scaltri. E il più delle volte antichi, più di quanto si possa immaginare. Adesso sii onesto e rispondi: quante probabilità avrei contro una creatura del genere?

Il ragazzo fece per aprire la bocca, poi esitò. Infine, parlò in un sussurro, tanto che Askrya dovette sporgere il busto in avanti per carpire le parole. - Ero un Mondatore.

- Capisco. Dunque per me sarebbe davvero... –

- Ero un Mondatore - ripeté, una nuova enfasi nella voce - e mi dissanguò con la stessa facilità con cui l'avrebbe fatto ad un bambino inerme. - E sollevò il mento, quel tanto sufficiente a mostrare i due piccoli fori poco più sotto del mento.

Askrya tacque, inspirando a fondo. E solo allora notò che lo spettro si reggeva alla testiera del suo letto con una sola mano, le dita ostinatamente serrate sul legno. Dovette accorgersi della ruga comparsa fra le sopracciglia aggrottate di lei, ma non aggiunse altro. - Non lo so. - Replicò finalmente. - Non so quanta voglia abbia di rischiare la mia vita in modo così sciocco. La vendetta è sciocca. Posso garantirtelo. Posso garantirti che le anime di coloro che la desiderano e la ottengono continuano a calcare questa terra, senza meta e senza scopo: io le ho viste. Le ho udite. E ne ho percepito il senso di vuoto, la disperazione che le attanaglia. – Una luce cupa le brillò in fondo agli occhi.

- Sono trascorsi cento anni – la voce gracchiante del giovane era tremula. – Cento anni di continue ricerche.

- Cento anni. – Askrya ripeté quelle parole, un sorriso che le distendeva a poco a poco le labbra. Un sorriso crudele, di scherno, decisamente fuori posto fra i lineamenti dolci ed infantili del suo volto. – In questo momento potresti star riposando in pace, e invece… - Si passò una mano sul viso, le spalle scosse dai primi accenni di una risata. – Sei patetico, qualunque sia il tuo nome. Non ti aiuterò: la sola idea mi suscita vergogna. Imbarazzo. Un cocente imbarazzo per la mia posizione. Sparisci, spettro, e trova pace. O mi costringerai ad andare contro i miei pochi principi e, credimi, non ti piacerebbe. Neppure un po’.

- La Corporazione dei Neri non dovrebbe fare altro.

- La Corporazione dei Neri si impegna ad esaudire gli ultimi desideri delle anime dei defunti. Gli ultimi desideri perché esse trovino finalmente pace. Uccidiamo, indubbiamente, ma ciò non sortisce l’effetto sperato. Ma eseguiamo ugualmente incarichi del genere, in quanto espressamente richiesti.

- Dunque, esegui.

- Non mi hai lasciato terminare. – La voce della ragazza diminuì di un’ottava, le iridi nocciola fiammeggiarono in direzione del suo interlocutore. – Uccidiamo, mancando persino della certezza di sopravvivere. Ed è per questo che, sebbene soltanto in rare occasioni, ci è concessa la facoltà di rifiutare. – Raddrizzò fieramente le spalle, il mento sollevato, gli occhi puntati in quelli vacui di lui. – Non conosco l’identità di questo vampiro che ha avuto ragione di un Mondatore nell’arco di qualche minuto, e non so neppure se sia ancora vivo. E quindi, io, Askrya della Corporazione dei Neri, mi rifiuto di compiere un salto nell’ignoto. – Concluse la formula con una punta di compiacimento nella voce: le si era finalmente presentata l’occasione di recitarla. Doveva ammettere che faceva il suo effetto, decisamente.

- Ti prego. – Lo sguardo del fantasma rimase vuoto, ma la voce era incrinata, tremula. Lui la stava supplicando.

Askrya cancellò immediatamente l’espressione di involontario stupore che aveva assunto e se ne stampò in volto una dura, di sfida. – Quanti anni avevi, quando è successo?

L’altro parve esitare prima di replicare, atono: - Diciotto.

Le sopracciglia della ragazza si sollevarono, le labbra si distesero in un impercettibile sorrisetto trionfante. – Io ne ho diciassette. E non intendo morire. Non così giovane, almeno. Immagino non sia affatto desiderabile come prospettiva, non credi?

Il suo interlocutore abbassò il capo; ad Askrya diede l’illusione che sospirasse, ma come poteva, un morto, sospirare?

- Non conosco neppure il tuo nome… - riprese lei, tentando di addolcire il tono e lo sguardo. Le dispiaceva, le dispiaceva immensamente per quella breve esistenza troncata troppo presto, che ora chiedeva giustizia. Che aveva appena subìto lo smacco della disillusione.

Provò a calarsi nei suoi panni, e fu assalita da un’angoscia, una tristezza e una rabbia tali da mozzarle per un istante il respiro in petto. – Ciò che intendevo dire è che io non sarei in grado di esaudire la tua richiesta: temo di essere priva dell’esperienza necessaria ad abbattere un avversario simile. Ma la Corporazione può contare su molti validi membri, più forti e capaci di me. Tenta di rivolgerti ad uno di loro. Potrei fornirti qualche nome affidabile…

- No.

La perentorietà di quell’unico monosillabo la interruppe bruscamente, impedendo al resto delle parole di lasciare le sue labbra; quello slancio la colse di sorpresa, e tacque.

- No – ripeté l’altro, e protese la mano libera nella sua direzione. Askrya tentò istintivamente di sottrarsi a quel tocco, ma lui si limitò a posarle delicatamente le dita sull’avambraccio pallido. Fu attraversata da un’ondata di gelo: non era certo la prima volta che uno spettro la sfiorava, ma si trattava di una sensazione cui era arduo abituarsi. Sollevò lo sguardo nelle iridi una volta azzurre che la squadravano, adesso colme di speranza, oltre che alla supplica. – Ti pagherò se mi aiuterai. La mia è una famiglia di origini nobili. Io… io non ho alcun erede, ma i discendenti di mio fratello potrebbero ricompensarti adeguatamente, e… -

Stavolta fu Askrya, gli occhi sempre più sgranati via via che il discorso procedeva, a zittirlo con un movimento secco del capo. – Tu… tu non capisci. Per la Corporazione è considerato un crimine accettare denaro dai parenti di un defunto. In questo modo rendi la situazione ulteriormente complicata, mi auguro tu lo sappia.

- Rischieresti la vita. Lo hai ammesso tu stessa.

- Esatto. E dunque?

- E dunque non posso mandarti incontro ad un’ipotetica morte senza aver almeno tentato di riparare al danno che ne conseguirebbe. Ripagherò così la Corporazione della tua perdita.

- D’accordo, fino a questo punto il ragionamento sembra sensato. Ma non hai riflettuto a sufficienza: e se, paradossalmente, sopravvivessi?

- In quel caso il denaro sarebbe tuo.

- Sarebbe un crimine, ripeto.

- Non se nessun altro ne venisse a conoscenza.

Askrya sospirò, chinando il capo in atteggiamento pensoso. Quello proposto dal fantasma non era affatto un patto malvagio: non era certo una persona che si tirava indietro alla promessa di una ricompensa. Ma costituiva al contempo un’arma a doppio taglio: lei avrebbe rischiato la vita e in cambio avrebbe ricevuto ciò che le spettava; ma, se fosse mai riuscita a tornare viva dalla missione, lo stesso compenso si sarebbe rivelato un pericolo. Inoltre, non poteva fidarsi totalmente del giovane: fra loro non esistevano promesse vincolanti. Alzò lentamente il mento e fissò l’altro, lo sguardo e la postura perfettamente rilassati. – Accetto.

Il suo interlocutore parve esser stato privato di un macigno che gli opprimeva il petto; sorrise e dischiuse le labbra per formulare qualcosa, magari un ringraziamento; ma Askrya non seppe mai cosa intendesse dirle. Gli mostrò il palmo della mano destra, come a chiedere silenzio. – Tuttavia – proseguì, indisturbata – tuttavia, esigo una garanzia delle tue buone intenzioni.

L’altro annuì, vagamente incerto, ma non aggiunse altro, quasi invitandola a continuare.

- Dunque, desidero – no, esigo – che tu mi accompagni personalmente alla ricerca dell’obiettivo, fino alla consegna di ciò che mi spetta.

Lo spettro sembrò sbigottito e quasi sollevato dalla semplicità di quella richiesta; le rivolse un sorrisetto tirato, in chiara attesa di eventuali aggiunte.

- Qual è il tuo nome? – gli domandò all’improvviso Askrya, le sopracciglia aggrottate.

- Dehr – replicò lui, spiazzato dall’interrogativo apparentemente fuori luogo.

- Benissimo – riprese Askrya, mentre un sorrisetto scaltro le arricciava gli angoli della bocca. – Vieni meno al nostro accordo, e la tua anima impiegherà meno di un battito di ciglia per dissolversi bruciando nell’oblio, Dehr.



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