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lavoro pubblicato martedì 16 settembre 2014
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Cronache di Stehl [ Prologo ]

di mercuria11. Letto 440 volte. Dallo scaffale Fantasia

Quattro terre fozatamente riunite sotto un unico comando, esseri umani e sovrannaturali costretti ad una pace illusoria dopo secoli di rivalità, battaglie ed intrighi: chi tenterà di riconciliare le varie fazioni, e chi invece opterà per la guerra?......

Cento anni prima

La punta acuminata del pugnale saettò in direzione del cuore, precisa, troppo in fretta perché l’occhio potesse coglierla.

Vayr vi si sottrasse all’ultimo secondo, un sibilo a metà fra un gatto e una serpe che gli sfuggiva dalle labbra.

Avvertì qualcosa di caldo e denso colargli sul petto bianco, inzuppandogli la semplice casacca e il gilè di cuoio; un’occhiata fulminea al proprio torace e imprecò fra i denti: la lama era comunque riuscita a ferirlo di striscio, incidendo persino il robusto materiale della giubba. Si maledisse mentalmente: non riusciva a capacitarsi di come avesse potuto lasciare che la fame lo accecasse al punto da spingerlo ad attaccare un Mondatore.

Scartò di lato proprio mentre un altro fendente tentava di mordergli la carne morbida della gola, ma non reagì di rimando: era debilitato dalla fame, le vene riarse; si era gettato d'impulso contro quell'uomo, soltanto per rendersi conto troppo tardi che non sarebbe riuscito a nutrirsi - e magari neppure ad uscire vivo da quell'incontro. L'unica strategia di cui disponeva in quel momento consisteva semplicemente nel continuare ad evitare i colpi avversari, per poi attaccare il nemico non appena la stanchezza lo avesse sopraffatto: la resistenza di un vampiro, benché debole e affamato, non sarebbe mai stata inferiore a quella di un essere umano.

Volteggiò nuovamente lontano dalla lama, augurandosi che il sangue perso non lo indebolisse ulteriormente; non poteva rischiare di abbassare la guardia per controllare la ferita, ma percepiva che doveva avere già iniziato a rimarginarsi. I lati positivi della sua condizione.

Arretrò il necessario a scansare l'ennesimo affondo diretto al cuore, per poi cogliere di sorpresa il suo avversario serrandogli il polso del braccio armato in una morsa ferrea. Una torsione minima, e lo schianto secco dell'osso che si spezzava gli giunse alle orecchie come la più dolce delle melodie.

Poté distintamente leggere sul volto dell'altro il frenetico susseguirsi di emozioni che lo agitavano: dapprima stupore, poi consapevolezza, seguita da un'istintiva smorfia di dolore e, infine, dalla paura. Si beò del terrore atavico riflesso nelle iridi color ghiaccio del ragazzo - realizzava soltanto adesso quanto fosse giovane -, e torse ancora: lievemente, un gesto appena percettibile. Un sogghigno gli incurvò involontariamente le labbra, e ringraziò la forza sovrumana della sua specie.

L'altro tentò di opporsi, di divincolarsi, ma senza risultati: le unghie di Vayr erano ostinatamente conficcate nella pelle dell'arto che stringevano. Un calcio fulmineo, preciso, e anche le rotule cedettero.

Il carnefice divenuto ormai vittima si accasciò mugolando al suolo; le dita, fino a quel momento ancora serrate attorno all'elaborata impugnatura dell'arma, mollarono la presa, e il pugnale toccò terra con un tintinnio metallico, assordante nel silenzio di tomba di quella notte senza stelle.

Ora poté finalmente esaminare più approfonditamente il viso del giovane ai suoi piedi: ciocche così bionde da apparire quasi bianche, iridi azzurro pallido, incarnato diafano, statura alta e fisico possente. Non trattenne una smorfia di disgusto: si trattava di un suo conterraneo, e non aveva esitato un istante a sollevare il coltello. Non si poteva dire che non gli avrebbe restituito il favore.

I canini sgusciarono da sotto le gengive, aguzzi e letali quanto la lama abbandonata a pochi passi da loro; nonostante il buio pesto, Vayr notò chiaramente le pupille del ragazzo a terra dilatarsi per il terrore: era in procinto di morire, e lo sapeva, la rassegnazione modellava ogni tratto del suo volto.

Non dimostrava più di diciotto anni: inesperto, dunque, di quelli che, al pieno delle proprie forze, avrebbe ridotto a brandelli nell'arco di una manciata di minuti.

Soppesò per un po' quella figura scompostamente rannicchiata nella polvere, lo sguardo vago, pensoso; poi lo voltò sulla schiena con un piede, scivolandogli a cavalcioni sul torace con un unico, fluido movimento aggraziato.

Avvertì il petto della preda sollevarsi ed abbassarsi velocemente, il suo respiro affannoso, mentre si chinava verso il collo, la giugulare pulsante sotto il sottile strato di pelle chiara. Persino da lì poteva percepire l'odore del sangue: dolce, metallico, inebriante. Inspirò profondamente quell'agognata fragranza, poi affondò le zanne nella carne soffice sotto il mento.

Il sapore agrodolce gli esplose sulle labbra.

Gli inondò la lingua, caldo, denso, dal retrogusto ferrigno; tutto il corpo parve tornare alla vita, il cuore diede l’illusione di aver ripreso a pulsare, le vene inondate del bollente fluido vermiglio.

Bevve, bevve fin quando non fu certo di aver soddisfatto completamente la fame che lo attanagliava, il corpo sotto di sé che si divincolava sempre più debolmente, fino a giacere immobile fra le sue ginocchia piantate nel terreno.

Un ultimo, avido risucchio, poi si separò dal cadavere, pulendosi gli angoli della bocca con la manica della casacca: la scadente stoffa chiara, di un'indefinibile tonalità a metà fra il bianco e il marrone sabbia, si tinse di scarlatto.

Il velo che gli aveva annebbiato la mente fino a qualche istante prima, la fame che l'aveva reso così irrazionale da scagliarsi contro un simile avversario, si dissipò improvvisamente, riportandolo bruscamente presente a se stesso. Benché non necessitasse di respirare, il fiato gli si mozzò in gola: doveva allontanarsi di lì, da quel corpo abbandonato nel bel mezzo del sentiero, lo sguardo vitreo fisso al cielo nero.

Si gettò una rapida occhiata attorno per controllare che non stesse sopraggiungendo nessuno: fu un gesto dettato prevalentemente dall'istinto dell'umano che era stato, dato che i suoi sensi di vampiro lo avrebbero avvertito di un'eventuale presenza anche senza bisogno di ricorrere alla vista.

La notte era calma, immobile: non un rumore ad intaccarne la quiete, non un refolo d'aria a far stormire le fronde degli alberi; l'unica parvenza di movimento era il riflesso argenteo della luna sulla lama del Mondatore quando Vayr si chinò a raccoglierla.

La esaminò meticolosamente, un'espressione assorta a disegnargli i lineamenti mentre se la rigirava pigramente fra le dita affusolate, gli occhi di tenebra attenti a catturarne ogni dettaglio: si trattava di un'arma di indubbia bellezza, con fregi che correvano per tutta la lunghezza dell'impugnatura, foggiata a mo' di rampicanti; l'acciaio della lama, aguzza come se fosse stata affilata di recente, presentava inserti d'argento sui bordi e in corrispondenza della punta: un'inequivocabile precauzione contro i licantropi.

La intascò senza rifletterci troppo: avrebbe potuto rivelarsi utile, prima o poi. Per il momento, doveva concentrarsi sullo spostare il cadavere in un punto un po' più discosto da quello attuale.

Si limitò ad afferrarlo per le caviglie e a trascinarlo fra l'erba alta ai lati del sentiero: l'avrebbero trovato comunque, si disse, quindi perché disturbarsi più del necessario?

Si scostò un ricciolo corvino che gli era ricaduto sulla fronte e allargò le braccia: avvertì ogni osso del proprio corpo rimpicciolire, le orecchie allungarsi e la pelle coprirsi di ispida peluria nera; infine, il pipistrello spiccò il volo verso la volta oscura del cielo.




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