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lavoro pubblicato venerdì 12 settembre 2014
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Algoritmi notturni

di Rego. Letto 697 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Cosa succede a una mente governata da algoritmi matematici invece che da sentimenti? Si può ancora considerare "umana"? Il protagonista di questo racconto ha avuto il modo di scoprirlo, ti va di unirti a lui?

Il locale quasi vuoto odorava di birra e rum. Gli unici tavoli occupati erano situati nell'angolo addossati alla parete: ad uno sedeva da un vecchio ubriaco, mentre l'altro ospitava la riunione di una piccola combriccola di mercanti planetari, anch'essi alticci, che urlavano a squarciagola raccontandosi come avevano ingannato questo o quel compratore inducendolo a pagare le loro cianfrusaglie a peso d'oro e producendo uno schiamazzo insopportabile nel silenzio greve della notte.

Il mio tavolo si trovava dalla parte opposta del piccolo pub, il più lontano possibile dal rumore. Nonostante la posizione privilegiata, i miei pensieri erano continuamente interrotti dal blaterare di uno dei mercanti, un tale corpulento di nome Hammer, che tentava di convincere gli altri di un affare particolarmente inverosimile che, raccontato tra un sorso di birra e una risata, risultava totalmente incomprensibile agli ascoltatori. Disturbato, cercai di smettere di ascoltare i discorsi del truffatore e mi concentrai sul mio bicchiere vuoto. Cercai con lo sguardo il cameriere per chiedergli di riempirmelo, quando mi resi conto che avevo finito i soldi. L'uomo stava guardando con astio me e gli altri clienti tardivi, maledicendoci mentalmente e sperando che ce ne andassimo presto per poter chiudere il locale. Diedi un'occhiata all'orologio e sbadigliai: erano le tre di notte.

Ora il mercante – stava parlando ancora Hammer, gli altri perlopiù annuivano e sghignazzavano – era impegnato nel racconto di come, tempo addietro, aveva sedotto una giovane cliente coinvolgendola in una lunga e appassionata notte di fuoco. Quasi senza rendermene conto distolsi lo sguardo e smisi di ascoltare: quell'argomento era ancora un tasto dolente per me.

Lo era da quando Cheryl aveva deciso di cambiare vita. Non ero mai stato convinto di questa sua scelta, ma col senno di poi mi pentii di non aver insistito di più per allontanarla dall'idea folle che aveva trovato spazio fra i suoi pensieri. Tutto era cominciato con un semplice annuncio pubblicitario, depositato nella nostra cassetta della posta. Era un volantino dell'AMCP, l'Associazione Medico Chirurgica di Precisione, un ente sanitario nato di recente ma già di fama internazionale. Il suo successo era dovuto all'impiego di un'équipe di medici composta solo ed esclusivamente da cyborg, uomini e donne che avevano accettato di sostituire una o più parti del loro corpo con delle componenti robotiche all'avanguardia in cambio di un posto di lavoro assai conteso – e certamente ben retribuito; in questo modo l'associazione poteva garantire ai propri pazienti un grado di fallimento dovuto ad errori del chirurgo molto vicino allo zero per cento, data la straordinaria precisione degli arti robotici. Il volantino da noi ricevuto era un invito a sottoporsi all'intervento ed entrare a far parte del loro eccellente staff, rivolto a tutti i neolaureati in medicina – Cheryl aveva completato gli studi appena un mese prima.

Quando Cheryl lo pose sul tavolo della cucina del nostro appartamento per la prima volta, mi bastò un'occhiata per classificare il piccolo foglietto come spazzatura; credevo che anche lei la pensasse così.

Invece mi chiese: «Che cosa ne pensi di questa proposta?».

Ne seguì una lunga discussione, che perdurò diversi giorni e nel corso dei quali cercai in tutti i modi di convincerla che era una follia, che nessun posto di lavoro poteva valere quanto una parte del proprio corpo. Avrebbe potuto trovare un'occupazione in un normale ospedale e svolgere il suo lavoro in tranquillità senza il bisogno di esporsi alle conseguenze della trasformazione in cyborg.

Ma lei non era d'accordo. Lei voleva aiutare le persone malate, garantire loro un futuro, anche a costo di fare sacrifici. E poi, quanti giovani potevano aspirare ad ottenere un posto così di prestigio appena un mese dopo il conseguimento della laurea? Era un'occasione da non perdere.

Non condivisi mai la sua scelta, ma lentamente riuscì a farmi accettare il fatto che avrebbe intrapreso in ogni caso la strada scelta perciò non mi restò che arrendermi.

Entro qualche giorno aveva reso nota all'AMCP la sua disponibilità con una mail; e così, a scapito delle mie speranze che avevano tentato fino all'ultimo di aggrapparsi ad un colpo di fortuna, (un rifiuto da parte dell'associazione, per esempio) una settimana dopo, nella nostra casella di posta elettronica, si trovava l'invito a recarsi al centro ospedaliero al giorno stabilito, con tutte le indicazioni su come prepararsi per l'operazione.

Durante i giorni d'attesa, lei era sempre più felice e ansiosa di coronare finalmente il suo sogno lavorativo. Io invece la guardavo, cercando di imprimermi bene in mente i suoi lineamenti, il suo viso, i suoi occhi. La notte prima dell'intervento, consumammo il nostro ultimo rapporto “normale”, uomo e donna. La consapevolezza di ciò che mi stavo lasciando indietro rendeva il tutto più amaro e doloroso. Restammo svegli fino a tardi, lei sempre più silenziosa, io sempre più triste, abbracciati. Ad un certo punto mi chiamò per nome e mi disse: «C'è una cosa che ancora non ti ho detto». È incredibile come una frase così semplice possa avere conseguenze tanto spiacevoli. Dal suo sguardo colpevole capii che non poteva essere niente di piacevole, tuttavia mentre le rispondevo e le domandavo che cosa mi aveva tenuto nascosto, cercai di nascondere la mia irritazione e la mia paura. Fu così che Cheryl mi spiegò il concetto di ciò che i medici chiamavano “percentuale di meccanizzazione del corpo umano”, in poche parole il grado della trasformazione messa in atto: tanto maggiore era la percentuale, quanto lo era la parte organica di corpo ceduta a favore di una meccanica. Normalmente questa percentuale si aggirava intorno al 15-20%. Fu con le lacrime agli occhi che lei mi disse di aver scelto – di sua spontanea volontà! – di compiere una trasformazione del 35%. Quando le chiesi cosa ciò comportasse, lei distolse lo sguardo e mi disse solamente: «Il mio sogno è aiutare i malati. Fin da quando ero bambina l'ho desiderato. Lo sai che ti amo, ma ciò non può impedirmi di seguire il mio sogno. E poi – aggiunse con un sorriso poco convincente – i medici dicono che nonostante si tratti di un esperimento (nessuno ha mai superato la soglia del 30%) sono certi del suo buon esito». Non dissi niente per fermarla. Assolutamente niente. Come potevo? Era così convinta di ciò che diceva che non mi avrebbe nemmeno ascoltato. Quando due giorni dopo tornò a casa...

«Ehi, tu! O ti muovi ad ordinare qualcosa oppure ti chiudo fuori!».

Mi guardai attorno confusamente, e notai che ero rimasto da solo nel locale. Il barista mi osservava con un cipiglio che mi scoraggiava a ordinare da bere nuovamente. Non volevo tornarmene a casa, ma d'altro canto avevo finito i soldi, perciò mi limitai ad andarmene senza dire una parola. Mentre me ne tornavo a casa a piedi, per la strada buia e deserta, sentivo che chiudeva a chiave la porta, imprecando contro tutti gli ubriaconi ritardatari del paese.

Giunto al mio appartamento mi cambiai e mi misi a letto. Cheryl non era ancora tornata a casa. Un cyborg poteva sopportare turni di lavoro molto più faticosi di un uomo normale, perciò il suo ritorno a casa tardivo era ormai diventato parte della routine. La sentii rincasare appena mezz'ora dopo, facendo scattare la chiave nella serratura. Erano le quattro di mattina. Probabilmente credeva che dormissi, perché cercava di non far rumore mentre si svestiva e lentamente si adagiava nel letto al mio fianco. Mi girai a guardarla, sebbene sapevo quanto ciò potesse farmi male. Non avrei mai potuto abituarmi a quella visione. La guardai in viso, dove un occhio bionico dall'iride dorata aveva preso il posto di uno dei suoi bellissimi occhi marroni. Le sue braccia erano state sostituite da due arti meccanici.

Lei vide che ero sveglio e mi fissò.

«È tardi», disse.

«Lo so» risposi.

Mi avvicinai e la strinsi al petto. Lei non oppose resistenza, ma nemmeno si strinse a sua volta. Il suo buon profumo era stato sostituito dall'odore di disinfettante tipico degli ospedali. Le carezzai i capelli; sollevò lo sguardo e ci guardammo, il suo occhio dorato in contrasto con il buio della stanza metteva in penombra quello normale. Tentai di baciarla, e lei ricambiò, ma era un contatto freddo, senza passione alcuna. Lentamente mi staccai da lei e mi sdraiai con le braccia incrociate dietro la testa. Cheryl mi squadrò senza capire e chiese: «Che succede? Ho fatto qualcosa?».

«No, niente. Sono solo stanco. Anche tu dovresti dormire».

Rimase immobile per diversi minuti, tant'è che iniziai a pensare che si fosse addormentata, poi la sentì voltarsi e poco dopo capii che lo era davvero.

Non riuscivo ad addormentarmi, né lo volevo. Ero troppo sconvolto e amareggiato da quanto era appena successo. Finalmente avevo capito cosa che non riuscivo ad accettare della sua trasformazione. Non l'occhio, non le braccia. Con orrore posai lo sguardo sulla sottilissima superficie in rilievo sul lato destro del suo cranio; lì, dove una parte del cervello era stata sostituita con un calcolatore elettronico. Il modo in cui mi aveva guardato quando aveva cercato di instaurare un contatto... Sembrava quasi che non capisse. Lei sapeva cosa stavo cercando di fare, e sapeva come doveva comportarsi in quella situazione. Eppure non lo capiva, non più. Avrei dovuto pensarci prima, immagino. Il calcolatore nella sua testa aveva soppresso le sue emozioni più profonde, le aveva annientate in cambio di una capacità operativa migliore, non lasciando traccia di quello che un tempo

era stato il nostro amore. Come potevo amare una persona che non mi amava? Anzi, una persona che non sapeva amare? Sarebbe l'equivalente di amare un oggetto, o sbaglio? Eppure continuavo ad essere attratto da lei, in un modo talmente profondo e arcano che nemmeno io saprei spiegare. Potrei affermare forse di essere innamorato di ciò che era stata Cheryl prima della trasformazione, e di continuare a vedere in lei ciò che non era più. Era un'ipotesi plausibile, ma non potevo accettarla, non prima di aver fatto un altro tentativo. Rimasi sveglio quasi un'ora a rimuginare, indeciso fra lo svegliarla e il mettermi a dormire a mia volta. Una volta ce l'avevo quasi fatta: le avevo appoggiato una mano sulla spalla e l'avevo scossa leggermente. Avevo cambiato idea quasi istantaneamente, al solo sentire il leggero rumore metallico delle sue braccia agitate dal mio tocco. Dopo quel tentativo non feci ulteriori sforzi. Il fatto è che non appena mi convincevo di svegliarla, mi tornava in mente l'immagine del suo viso che mi fissava senza capire, freddo, impassibile, e allora mi abbandonavo alla disperazione, e fissavo il soffitto. Era quasi l'alba quando finalmente mi apparve dinanzi la cruda verità, inesorabile. Non mi avrebbe più amato. E di conseguenza, io non avrei più potuto amare lei, non nel suo stato attuale. Tornai a pensare all'intervento che aveva subito; me ne aveva parlato durante i primi giorni di discussione. I medici avevano sostituito parti del suo corpo con computer sofisticati, frutto dell'utilizzo delle più moderne tecnologie. In passato, nei primi esperimenti relativi a questo settore, gli scienziati si erano concentrati sulla costruzione di arti dotati di particolari sensori in grado di leggere gli impulsi dei nervi e tradurli in comandi; questo sistema però non risultava abbastanza soddisfacente. Ora i cyborg venivano dotati di un piccolo computer impiantato direttamente nel cervello; questo nuovo sistema aveva il vantaggio, rispetto ai vecchi modelli, di aiutare il cervello nell'elaborazione diretta di ordini in formato “digitale”, saltando il passaggio della conversione. C'era però un'altra funzione attribuita al calcolatore, una funzione di cui i medici non parlavano molto. Esso era uno strumento di controllo, serviva a contenere le emozioni e a mantenere il sangue freddo durante le operazioni, limitando l'attività cerebrale della parte del cervello ritenuta responsabile delle emozioni. Trentacinque per cento. Nessuno aveva mai superato la soglia del trenta. Chissà, magari in un prossimo futuro qualche tecnico informatico particolarmente in gamba, aiutato da uno psicologo e da altri specialisti, avrebbe creato un computer in grado di amare e lo avrebbe installato nel cervello di Cheryl. In questo modo lei sarebbe tornata da me. Perché non ci avevo pensato prima? Mi resi conto che la situazione era ridicola e senza volerlo scoppiai a ridere istericamente. Un pensiero aveva attraversato la mia mente, limpido e crudele.

“Non esiste l'algoritmo dell'amore”.

Pur non essendo un tecnico informatico, sapevo grossomodo come lavorava un calcolatore per svolgere i compiti ad esso assegnati. Tutto ruotava intorno al tradurre la risoluzione del problema designato come da risolvere in un algoritmo, ovvero una sequenza finita e logica di passi, che visto dal computer come una sequenza binaria di 0 e 1 veniva interpretato come una serie di operazioni da

svolgere. Ma l'amore non poteva essere tradotto in una sequenza logica di passi.

Assolutamente impossibile.

«L'algoritmo dell'amore non esiste!», urlai, continuando a ridere, sempre più forte.

Cheryl si era svegliata, e mi fissava inebetita.

Stremato dalle risate, dalla disperazione e dalla stanchezza, ricaddi all'indietro e in poco tempo m'addormentai. Fino all'ultimo secondo di veglia sentii su di me il suo sguardo, mezzo marrone mezzo dorato, che cercava invano di capire. Ma come poteva capire? Non restava che farci l'abitudine.



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