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lavoro pubblicato giovedì 11 settembre 2014
ultima lettura venerdì 19 aprile 2019

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ZAKIYA: la bambina dai grandi sogni

di dany97. Letto 419 volte. Dallo scaffale Generico

“Il mio nome è Zakiya, sono una bambina africana di otto anni e mi piacerebbe tanto far parte di una vera famiglia!”. Questo è ciò che le signorine del grande orfanatrofio di Niamey facevano dire durante og...

“Il mio nome è Zakiya, sono una bambina africana di otto anni e mi piacerebbe tanto far parte di una vera famiglia!”. Questo è ciò che le signorine del grande orfanatrofio di Niamey facevano dire durante ogni colloquio con i due aspiranti genitori che ci avrebbero adottato. Io mi trovavo in quell’orfanotrofio da tre anni e avevo sostenuto decine di colloqui di quel genere. Mai nessuno, però, aveva scelto me. In fondo, non avevo una bella storia da raccontare. Ero nata in uno dei paesi più poveri dell’Africa subsahariana: Kayes. La mia era una famiglia numerosa, ero la più piccola di dodici fratelli e nella nostra capanna di fango e rami di bambù vivevano anche i nonni. Le giornate non passavano in fretta, ricordo infatti che nell’arco di un solo giorno percorrevo con i miei fratelli almeno sette volte il lungo sentiero ardente che conduceva al pozzo più vicino dal quale potevamo attingere acqua. Certo, la mia non era una vita facile ma … a rendermi felice c’erano i miei genitori, che la sera prendendomi tra le braccia e sorridendomi, riempivano il mio cuoricino di un amore infinito. Non saprò mai cosa di preciso mi abbia strappato da quel calore e da quella felicità. Ciò che ricordo è soltanto un boato improvviso nell’oscurità della notte, delle urla e poi io, sola, su un lettino d’ospedale. Di lì a poco il grande orfanotrofio con tanti bambini. Io ero la più grande e spesso ricevevo il compito di badare ai più piccoli. Nell’orfanotrofio stavo bene, le signorine che si prendevano cura di tutti noi erano molto gentili e assecondavano ogni nostro desiderio. Tuttavia, non riuscivo ad essere felice come gli altri bambini, avvertivo dentro di me un grande bisogno d’amore. Mi mancava moltissimo la mia famiglia ed ero sempre triste. Era forse questa la ragione per la quale non piacevo a nessun genitore e dunque nessuno desiderava adottarmi. Col passare del tempo tutti i miei ricordi sembravano allontanarsi da me sempre più, come se ormai appartenessero ad un’altra vita o ai miei sogni. La sera, prima di chiudere gli occhi, mi sforzavo di ricordare quanto fosse bello sentire il tepore della pelle di mia madre, ascoltare nel buio la sua voce, mentre mi cantava delle dolci melodie per farmi addormentare e mentre io inspiravo lentamente l’odore delicato di fiori di campo dei suoi lunghi capelli neri. Avevo anche una nonna molto saggia, che mi ricordava sempre di guardare i miei sogni come palloncini colorati lasciati liberi a fluttuare nell’immenso cielo. Era dunque giunto per me il momento di liberare nel cielo un grande “sogno-palloncino”, a cui avrei dato il colore della speranza: il sogno di trovare una famiglia vera, con dei genitori che mi avrebbero amata infinitamente e che sarebbero stati soltanto miei. Così, una domenica mattina, una signorina venne a chiamarmi nella mia stanza, dicendomi che due signori italiani, vedendo una mia fotografia, avevano chiesto di avere un colloquio con me. Con un gran sorriso le risposi che avrei indossato il mio abitino più carino e avrei subito raggiunto il salone dei colloqui. Decisi che quella volta avrei dovuto essere assolutamente convincente, era un’occasione preziosa che non avrei mai lasciato scappare. Varcai piena di entusiasmo la soglia del grande salone e vi trovai ad accogliermi una signora bassa e grassa, in compagnia di un signore poco più alto ma altrettanto grasso. L’uomo mi porse una bambola di stoffa molto graziosa e tra le lacrime mi strinse forte tra le braccia. Anche la donna aveva gli occhi lucidi e mi abbracciò sorridendo, rivolgendomi qualche parola nella sua lingua, che io non comprendevo. Il suo odore, oltre al colore della sua pelle, pallida come un lenzuolo, non assomigliava affatto a quello di mia madre, niente fiori di campo, soltanto una fragranza fruttata. Dopo il colloquio la signorina dell’orfanotrofio mi comunicò raggiante che i due signori italiani avevano deciso di adottarmi, portandomi con loro in Italia. Prima, però, avrei dovuto trascorrere con loro una settimana nei pressi di Niamey. Preparai i bagagli con l’aiuto delle signorine e salutai i miei amici con la promessa che sarei tornata presto a trovarli. I due signori italiani mi portarono in un grande albergo con delle stanze spaziose e lussuose. Mio padre aveva comprato per me molti bei giocattoli: scatole con mattoncini colorati, accessori per le bambole ed anche alcuni libri che mi avrebbero aiutata pian piano ad imparare la loro lingua. Dietro il nostro albergo c’era un vasto spiazzo con altalene, scivoli ed altri giochi divertenti. A me piaceva moltissimo lasciarmi spingere da mio padre sull’altalena. Chiudendo gli occhi mi sembrava che il tempo andasse a ritroso e mi trasportasse a Kayes, il paese in cui ero nata ed in cui avevo trascorso la mia infanzia con la mia famiglia, dove mi sentivo davvero felice. I miei nuovi genitori mi portavano spesso in un boschetto a pochi chilometri dall’albergo. Lì c’erano molti animali con cui potevo giocare e spesso il papà mi issava sulle sue spalle per permettermi di cogliere qualche fiore profumato dagli alberi. Alla fine, dopo averli raccolti, li donavo alla mamma ,che sorridendomi di un amore infinito mi ringraziava dandomi un bacio sulla fronte. I giorni trascorrevano in fretta ed io cominciavo a voler bene sempre più a queste due persone che erano improvvisamente entrate nella mia vita e che ,con molta umiltà, mi avevano donato quella felicità che io credevo aver smarrito per sempre. Una mattina, aprendo gli occhi, vidi mia madre al mio fianco, mi sorrideva di un amore infinito . La luce che trapelava dalle folte chiome degli alberi di fronte al nostro albergo, illuminava la nostra stanzetta ed in particolare il volto dolce di quella donna. Il candore della sua pelle mi incuteva serenità e per la prima volta potevo guardare con stupore il colore dei suoi occhi: azzurro, proprio come il cielo immenso in cui volavano liberi i miei “sogni-palloncini”. La mamma mi disse che dovevo sbrigarmi in fretta, avremmo dovuto raggiungere l’orfanotrofio per festeggiare il compleanno di una delle mie amiche. Arrivati all’orfanotrofio, cominciai a salutare tutte le mie compagne. Trascorremmo uno splendido pomeriggio di festa tutti insieme, finché, giunto il momento del taglio della torta, poche parole delle signorine, rivolte ai nostri genitori, fecero scendere tra noi una cappa di gelo. Mio padre divenne improvvisamente scuro in volto, mia madre,invece, insieme alle altre donne, cominciò a piangere. Noi bambini avevamo chiaramente percepito che qualcosa di brutto stava accadendo, anche se non sapevamo di preciso cosa e quindi cercavamo di continuare indisturbati i nostri giochi. Frasi concitate, singhiozzi, la torta di compleanno della piccola Maisha era rimasta quasi intatta sul tavolo e sembrava appartenere ad un’altra realtà. Una delle signorine ci raccolse tutte in un angolo del salone e ci spiegò che i nostri genitori sarebbero dovuti ripartire senza di noi per i loro Paesi. Soltanto per una settimana però, poi sarebbero tornati a prenderci. Il tempo necessario per procurarsi qualche documento indispensabile per l’adozione. Tutto il resto accadde con una fretta vertiginosa, come se un vortice improvviso fosse calato su noi bambini, intenzionato a rapirci. Nel piazzale dell’orfanotrofio giunsero quattro macchine, che avrebbero portato via i nostri genitori. La mamma e il papà piangevano ed io accarezzavo con ingenuità i loro volti mentre mi abbracciavano, dicendo loro che la settimana di lontananza sarebbe trascorsa in fretta, come quella passata felicemente insieme. Sarebbe volata via come i miei palloncini tra le nubi ed io sarei rimasta lì ad aspettarli, ansiosa di poterli riabbracciare. Trascorse una settimana ma non tornarono. Le signorine ci dicevano che sarebbero tornati presto e che il loro ritardo era dovuto semplicemente a degli imprevisti sorti a causa di alcune procedure burocratiche. Un’altra settimana … nessuna notizia sui miei nuovi genitori italiani. Così i giorni passavano e la tristezza cominciava ad impadronirsi di me. Capì che non sarebbero più tornati, forse non mi amavano abbastanza o forse chissà, ero io a non essere riuscita a farmi amare. Cercavo di convincermi che avrei tranquillamente potuto fare a meno di loro, come era successo per diversi anni. Ma la notte sembrava non finire mai, senza quel volto protettivo che mi desse la buonanotte e mi rimboccasse amorevolmente le coperte. Guardavo con le lacrime agli occhi il paesaggio triste dalla finestra della mia stanza. Mi domandavo perché fosse toccata proprio a me una sorte tanto amara. Qualcuno o qualcosa da bambina mi aveva privato della felicità e poi, dopo avermela restituita, con la presenza di due splendide persone che mi avevano donato la gioia, era tornato a portarla via da me. Tuttavia cominciavo a percepire che, a tanti chilometri di distanza, qualcuno stesse soffrendo quanto me. Amore ed odio continuavano però a combattersi tra loro dentro di me, in un continuo avvicendarsi di sentimenti. Una mattina, sentivo la profonda convinzione che sarebbero tornati a prendermi come avevano promesso. Così decisi di cogliere dei fiori per la mamma nel giardino dell’orfanotrofio, per donarglieli al suo ritorno. Dunque, anche se per un attimo una nube oscura mi aveva nascosto alla vista il palloncino dei miei sogni, sapevo che le cose belle sarebbero poi giunte tutte all’improvviso. Infatti una mattina le signorine ci radunarono in cortile, facendoci salire a bordo di un autobus che ci avrebbe poi condotte all’aeroporto dove avremmo finalmente potuto riabbracciare i nostri genitori. Giunte vicino alla pista d’atterraggio, le signorine ci disposero in semicerchio, raccomandandoci di restare ferme, aspettando il loro arrivo. Io con un entusiasmo incontenibile scrutavo felice l’azzurro cielo, che mi ricordava lo sguardo affettuoso di mia madre, con la speranza di veder spuntare tra le nubi il muso di un aereo. All’improvviso riuscì a vederlo e ne percepii il rombo, era in fase di atterraggio. Immaginai che ad uno di quelli oblò sospesi come palloncini, ci fossero i volti tanto sospirati dei miei genitori. In quel momento non riuscì a contenere la gioia, poiché non aveva confini, come l’amore che provavo per i miei genitori, per la vita. Uscì dal gruppo e corsi verso i miei genitori con tutta la forza che ancora possedevo. Correvo, correvo e poi finalmente … un abbraccio infinito. Mio padre commosso, mi sollevò verso il cielo e stringendomi tra le sue calde braccia mi promise che da quel momento niente e nessuno mai ci avrebbe più separati. Allora riuscì a comprendere il suo linguaggio, era certo diverso dal mio, ma soltanto nella forma, perché il suo era un linguaggio universale: il linguaggio del cuore. Desiderai che tutta la mia vita potesse essere felice come quell’istante che stavo vivendo con la mia nuova famiglia. Tornammo tutti insieme all’orfanotrofio, per trascorrere con gli altri bambini l’ultimo giorno prima della partenza definitiva. Ognuno verso un nuovo Paese, alla ricerca di nuove speranze, alla ricerca di un nuovo inizio per le nostre storie. Non dimenticherò mai l’atmosfera festosa di quel giorno, i brindisi e i canti di gioia. Il mattino seguente ci salutammo con forti abbracci, dolci pensieri e poi via … verso l’aeroporto. Finalmente una nuova vita! Ci imbarcarono in un piccolo aereo e ricordo di aver avuto molta paura, paura di morire. Ma sapevo in fondo, che da quel momento ci sarebbe stato sempre qualcuno pronto a rassicurarmi. Alle sedici in punto, il nostro aereo partì verso l’Italia. Vedevo scorrere sotto di me la mia terra, forse chissà, per l’ultima volta. Ma non mi importava di lasciare le mie radici, esse erano ancora troppo giovani e deboli e non ne avrebbero sofferto. Guardando il paesaggio dall’oblò immaginavo come sarebbero stati i miei nuovi nonni ,i miei parenti ed i miei nuovi amici. Chissà, magari un giorno avrei anche potuto avere dei fratelli. Poi mio padre mi accarezzò amorevolmente il volto e indicò la terra sotto i nostri occhi. Tra le nuvole che si allargavano a perdita d’occhio spuntavano scintillanti vette aguzze ricoperte di neve: le Alpi, l’Italia. Cercai tra quelle soffici nubi il mio palloncino, doveva essere lì da qualche parte, eppure non riuscivo a vederlo. Forse si era nascosto e prima o poi l’avrei ritrovato. Ma poi ricordai che quando un sogno si avvera il palloncino scoppia. Questo era accaduto per me. Ero davvero felice nella mia casa in Italia con i miei nuovi genitori. Riflettendoci però, non aveva alcun senso vivere una vita senza sogni, quando un sogno si esaudisce ed un palloncino scoppia, bisogna averne pronto un altro da liberare verso il cielo. Ecco allora salire al cielo un nuovo palloncino, da dipingere di rosso, il colore dell’amore,con la speranza che un giorno sarebbe scoppiato . Il mio nuovo sogno era: che in futuro la gente sarebbe diventata più buona e che quindi non ci sarebbe stato più nessuno in grado di strappare bambini innocenti alla propria terra, alla propria felicità, alla propria famiglia. Che tutti i bambini del mondo potessero essere felici ed amati, proprio come lo ero io allora. Che ci potesse essere sempre qualcuno, la sera, a rimboccare loro le coperte e ad abbracciarli teneramente di un amore infinito. Il tempo è fugace ed ormai sono quasi una donna. Tuttavia alcune notti ritrovo nei sogni i miei veri genitori, ritorno a sentire quell’odore irresistibile di fiori di campo dei capelli di mia madre, torno a sentire il calore della sabbia della mia terra sotto i piedi, ascolto le voci dei miei fratelli mentre riempiono le tinozze d’acqua dal grande pozzo vicino al fiume Senegal. Ritorno a sedere sullo scomodo cuscino di paglia di mio nonno e ad ascoltarlo mentre mi diceva: ” Cara Zakiya, la vita è un grande viaggio da affrontare col sorriso sulle labbra, malgrado ogni avversità. Bisogna lasciarsi guidare dai propri sogni, dal proprio cuore, andando sempre dove lui ci porta.”Con queste parole mio nonno mi ha insegnato quanto sia bella la vita e quanto valga la pena viverla sempre e comunque senza mai arrendersi . Forse la vita è troppo breve, ma sarà lunga abbastanza se la vivrò rendendo felici gli altri, proprio come chi è riuscito a rendere felice me. Ritengo che la felicità di ogni singola persona dipenda dalla felicità che la persona stessa riesce a donare agli altri. Dovremmo imparare a lottare non l’uno contro l’altro, bensì l’uno per l’altro, proteggendoci, amandoci ed aiutandoci. Dovremmo imparare a superare per amore ogni confine. Il colore della pelle, la cultura, la religione, la lingua e la classe sociale; regalando sorrisi, carezze, abbracci a chi soprattutto non sa donarne. Questo è il grande “sogno-palloncino” per il mio futuro di donna, dipinto con i colori dell’arcobaleno, che mi farà trovare sempre un nuovo inizio, senza mai rimpiangere ciò che nel passato mi avrà fatto sorridere!



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