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lavoro pubblicato venerdì 5 settembre 2014
ultima lettura domenica 17 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'occhio di Doran.

di JayDick. Letto 789 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Storia di una terra lontana, ove il primo dei sei personaggi si farà conoscere in questo primo racconto breve...

Atto I

L'occhio di Doran.

Doran, un giovane ragazzo, curioso della vita ed ogni sua forma,
nativo della Tundra di Candra, una terra ove la sua condizione meteorologica era un mistero per gli abitanti.
Frequentemente, il cielo, produce fitte rete di fulmini, piombando al suolo come mastodontiche Sequoie luminescenti.
La popolazione, per via del tempo arido e secco, ed le evidenti intemperie, era nomade, costretto a spostarsi per tutta la landa, dato che sopravvivevano solo grazie al commercio di utensili e di bestiame.

La natura che lo circondava era sempre stata apprezzata da lui sin da quando era bambino, era stato abituato dai racconti del padre, un impavido commerciante che esercitava il suo mestiere non solo in quella terra, ma anche al di fuori.
Il padre, con la sua carovana, era uno dei pochi che sfidava le intemperie di quella landa, egli riusciva ad oltrepassare il confine e quando partiva, i suoi viaggi duravano 13 giorni o più, mentre Doran non aspettava altro che il suo vecchio.

Ricorda intimamente ogni singolo giorno ad aspettare con ansia il suo ritorno, era solito aspettarlo sulla staccionata della sua proprietà, che quando intravedeva la carovana superare il passo roccioso che delineava il confine tra il Deserto di Tiamath e Candra, correva verso di lui come un fulmine, superando con facilità il terreno accidentato.
In un giorno di buon scambio con le tribù del deserto, Üron, padre di Doran, donò al figlio
un raro cannocchiale, che gli permetteva di innestare dei filtri in cristallo per poter catturare al meglio la luce prodotta da tutti i corpi celesti, dato che il cielo della Tundra era sempre nuvoloso.
Al momento del gesto, il ragazzo non era più nella pelle, la voglia di provarlo era troppa, che smosse anche qualcosa nel padre, che con grande intesa, assieme si misero quella notte ad osservare le stelle.

Delle volte capitava che il tempo non era favorevole ad una camminata all'aperto per via dei fulmini che cadevano al suolo come pioggia, ma Doran di carattere estremamente competitivo come il padre, girovagava lo stesso, con lo sguardo rivolto sempre verso l'alto
ad osservare la fitta rete di elettricità che si formava in quella distesa grigia.

Un profondo grigio scuro, questo era il colore degli occhi del ragazzo, simile al manto del lupo che abitava la Tundra, Animæ, una bestia temuta da tutti i nomadi di Candra, quando si udiva l'ululato notturno, incombeva sulle persone un gelido timore, per paura che il loro bestiame fosse in pericolo come la loro stessa vita.
La Tundra aveva una fisionomia prettamente rocciosa, come se sbucassero da terra enormi cristalli appuntiti, ma il ragazzo era sempre stato considerato un prodigio nel muoversi attraverso la landa con estrema facilità, la sua corporatura era magra e stabile, le sue gambe erano forti, sorreggevano il suo spostamento come se fosse un felino a caccia.
egli aveva capito che il suo equilibrio era dato dalla particolare attenzione che dava ai suoi passi, questo permetteva un movimento fluido e coordinato, con lo sguardo sempre vigile ad ogni minima particolarità, ormai quella terra era il suo labirinto.

Da quando ricevette il cannocchiale, si divertiva ad osservare i luoghi dai punti più alti della Tundra, la posizione delle Yurte si ergeva ai piedi di una montagna, mentre difronte a sé, si estendeva una immensa steppa arida, ove in alcuni punti rocce acuminate spuntavano dal terreno, come se fossero dipinte in modo casuale.
All'orizzonte, il colore del cielo si scuriva sempre più, ma solo quando i fulmini in lontananza
si facevano presenti, come piccole lamelle di luce, si potevano osservare le due lune, la Rossa e la Verde, entrambe nel periodo estivo, venivamo ammirate nella loro danza ellittica, ove la Rossa eclissava la mezza luna dell'altra in uno spettacolo senza pari.
Animo esplorativo, Doran, era solito muoversi per tutto il perimetro descritto dalle carte del padre, i soli strumenti che portava con sé, erano un coltello a forma di zanna, grande quanto due palmi di mano ed il suo amato cannocchiale.
Legava lo strumento con una cinghia fatta di pelle di bue, alla sua spalla sinistra, con un fodero ornato da una tribù locale, sprazzi di prezioso materiale componevano quel magnifico oggetto con una lente convessa che brillava del più profondo blue, in parallelo era sistemato il coltello, la forma particolare facilitava la portata.

Un giorno decise di scalare la montagna alle sue spalle, speso il tempo per la preparazione, decise di intraprendere la via, e come una bianca scimmia su una parete grigia, si mosse velocemente.
Attraverso le strette insenature, egli poteva osservare piccoli germogli arancioni, dalla forma ovale, deliziose linee ornamentali percorrevano l'arancio con un verde smeraldo, scorrendo il capo, ad un tratto, corso da una sensazione confusa tra ambizione e curiosità, scrutò,
scrutò un insidioso sentiero tra le rocce, percorrendo arditamente la via, gli si presentò davanti una grotta alta almeno il doppio del giovane, all'entrata della bocca, era presente in terra solo sterpaglia, aridità e qualche traccia di sangue coagulato, capì all'istante che qualcosa dimorava lì dentro. Prese le sue decisioni egli entrò.

La luce si estendeva fino a pochi metri dall'entrata, fino ad un oscurità più totale, il tanfo di quella grotta era tale da voltare lo stomaco, odore di ossa e carne in decomposizione regnavano in quello spazio, a questo punto, il ragazzo con dimestichezza e flessibilità strappò un ramo da un alberello che nasceva tra le rocce, gli legò della sterpaglia con una striscia di pelle animale e lo accese con un acciarino.


Il buio era tale da oscurare ogni suo pensiero, si sentiva avvolto da queste tenebre, come una piccola lucciola immersa in una coltre di fumo nero.
La paura di essere divorato dalle ombre era un pensiero ricorrente in quell'ambiente, per questo decise di avvicinarsi ad una delle pareti per evitare di perdersi, la fioca luce della torcia reggeva la sua lucidità mentale ed ogni minuto passato in quel luogo, era paragonabile ad un anno solare.
Il tanfo si faceva sempre più rancido, quasi da appannare i suoi sensi, cosa di cui dava la completa fiducia, essi, poco dopo vennero a mancare.
La tosse provocata dal fetore, rombava per tutta la caverna, dando segni di come se fosse viva.
Lo spazio tra lui e le pareti si faceva sempre più angusto, per questo, alzando lo sguardo verso l'alto, come per sfuggire al timore, la torcia diede alla luce una strana simbologia che non aveva mai visto prima, erano particolari, ideogrammi falci formi seguivano la facciata superiore della caverna, non riusciva a toccarle con mano, ma le sentiva vicine a se', ad un tratto come se un meccanismo ad incastro, fece del suo timore la sua forza, per continuare questo passo.
Basito da come esseri consenzienti potessero vivere in quello stato, pensò che si trattasse di qualche eremita ormai reso passo dall'ambiente poco ospitale, passando oltre, dinanzi, udì dei rumori, e capì che il suono non poteva provenire da qualche corpo inanimato ma da qualcosa di vivo come lo stesso fetore del posto.
In un attimo di fermezza sfoderò la sua lama con la mano destra, impassibile e concentrato, fece pochi passi, prima di scrutare nel buio lo sguardo della bestia che gli si poneva di fronte.
Lineare e lucido, il grigio dei suoi occhi, gelarono il sangue di Doran, per attimi, si osservarono a vicenda.
La luce della torcia fece brillare il pelo del lupo, il contorno del suo dorso era paragonabile a elettricità in movimento, un groviglio di autorità e orgoglio fecero della bestia un imponente presenza, il suono del suo ringhio riecheggiava nella tana, e quei pochi instanti passati nello studiarsi, entrambi saltarono con tutto il vigore necessario per potersi affrontare, tra le ombre danzanti prodotte dalla luce, si alzò un canto di rabbia, che allo scontrarsi dei due corpi, Doran venne sbalzato a terra violentemente, ove rotolò per qualche metro, il lupo con sguardo fermo, si limitò ad osservare, mentre nella mente del giovane si fece chiara la situazione, in quel luogo non poteva confrontarsi, si trovava nella tana della bestia.
I secondi, lunghi un eternità nell'osservarsi a vicenda, diedero un nuovo innesco per il successivo attacco, il lupo con un balzo fulmineo si ritrovò tra i denti l'avambraccio sinistro di Doran, il sapore del sangue che scorreva tra le fauci, inebriarono di vigore l'animale,
strattonando sempre più forte, il ragazzo sentì il proprio braccio cedere, facendo cadere l'ultimo barlume di speranza che aveva per la propria vita.
Il dolore fisico provato per quei instanti, erano tali da farlo vacillare, ma, in un attimo di raccoglimento, strinse con tutta la forza rimasta la sua lama, che con grande brutalità, la conficcò nell'occhio destro della bestia, sfigurandole il volto.

Il lupo con un grugnito, mollò la presa ed indietreggiò velocemente, facendo cadere in terra Doran, ancora sanguinante, allungò il suo braccio per raccogliere la torcia, ed immediatamente illuminò l'animale, che ormai ritirato in sé, scappò via per l'ingente ferita.
Il ragazzo sentendosi più che fortunato, si voltò in cerca della via di ritorno, e con estrema intuizione, corse più veloce possibile verso l'uscita.
Arrivato a destinazione, riuscì ad avere un po' di tempo per metabolizzare ciò che era appena accaduto, la voglia di voler rientrare era grande, quei simboli potevano celare messaggi importanti, tramandati da qualche antenato di Candra, la sacerdotessa a cui venne attribuito il nome di questa Terra. Ella, sacrificò la propria vita per difendere la Tundra,
la leggenda narra che; Candra si oppose alla divinità maligna Shin, un demone coriaceo dall'aspetto serpentino.
Lo scontro durò molto fra i due, finché la sacerdotessa, stremata, sacrificò la propria vita per rinchiudere Shin nell'oblio con un sigillo.
Pensando a questo, Doran si sentì sfinito, la ferita continuava a perdere sangue, un profondo taglio che arrivava fino al muscolo, fece crollare il giovane, privo di sensi.


Calata la notte, Doran, si risvegliò in una tenda singolare, prevalentemente ornata da trofei di caccia, tra le varie lance ed alabarde, si intravedevano teschi di molte creature che abitavano la Tundra.
Rimase di stucco, quando riconobbe il materiale dei tappeti rettangolari che componevano la pavimentazione, completamente tappezzati con il piumaggio arcobaleno del Quetzal, un grosso serpente piumato, considerato lo Spirito del Vento, che potrebbe impaurire un gruppo armato di cinque uomini, artigli affilati grandi quanto il torace di un bue.
Le piume erano disposte in modo casuale a blocchi, ove al centro era posto un piedistallo di legno dall'aspetto singolare, guardandosi attorno, notò che il braccio era stato fasciato e medicato, sbalordito dal gesto, si rimise in piedi e con cautela si diresse verso il centro della sala, posta in cima alla struttura in legno, trovò una runa incisa, con la stessa simbologia della caverna.


... !!!


Al realizzarsi dell'idea che quel luogo c'entrasse qualcosa con quei simboli, venne colto in flagrante dal suo custode, un uomo alto e robusto, scuro di carnagione.
I suoi capelli, erano bianco avorio come le zanne degli elefanti della regione di Feral,
raccolti dietro il capo con sottili trecce, al collo indossava una collana di denti ove al centro era posto un medaglione ovale in legno purpureo.
Il silenzio in quel momento era dominante, l'uomo era fermo all'uscio con la sua lancia, anch'essa ornata da un piumaggio rosso con pendenti in pietra. Nell'intimo, Doran, era fiducioso della sua presenza.

L'uomo avvicinandosi a Doran, si presentò con il nome di Khima, spiegandogli che non poteva lasciare il corpo di una giovane ancora in vita, lì, tra gli sciacalli della landa.
A queste parole, il ragazzo si sentì rincuorato dall'esistenza di tali persone, per questo motivo si permise di chiedere di dove fossero gli altri componenti della sua tribù, al ché, Khima con freddezza, rispose che furono stati trucidati dai Colonialisti all'inizio dell'era, egli raccontò del fuoco, del fragore, delle scintille, del suono delle lame incrociate e delle grida di tutti quei poveri innocenti che non vollero piegarsi al loro volere.
La tribù era conosciuta per la loro grande empatia animale, riuscivano a convivere con tutta la fauna del posto in un reticolo di vitalità e cooperazione, centro focale della loro società, Egli era in fasce quando fu tratto in salvo da una Madre Lupo, che lo nutrì e lo crebbe in una tana del luogo.

Doran, si accorse che, la lupa a cui Khima faceva riferimento, era proprio quella dell'incontro nella caverna, al ché, si guardò il braccio sinistro medicato, stringendolo a sé.
L'uomo con un cenno, fece capire che era proprio lei, la sua salvatrice, e che non doveva cercare vendetta per quel morso, spiegò che la tana per una lupa ove ha cresciuto i suoi piccoli, è strettamente importante come una donna gravida lo è per il proprio uomo, al costo della vita va' difesa.
Placò il suo animo e scavando nel profondo del suo cuore, capì che da Khima avesse molto da apprendere, quando gli vennero in mente le parole del padre:
«Un uomo che sevizia e sfrutta i propri animali, si dichiarerà contro sé stesso e tutto ciò che lo circonda, un uomo che offre libertà ed ha cura dei propri animali, sarà in armonia con sé ed il suo animo gioverà agli altri.»

A tal momento, il ragazzo chiese della strana simbologia che aveva visto nella tana, indicando con il braccio destro la runa posta la centro della sala, Khima gli raccontò che aveva intrapreso un viaggio personale per tutta la terra fin'ora conosciuta e che quei ideogrammi li vide per la prima volta alle Rovine di Zago.
Le rovine di quella antica metropoli, risalivano all'era precedente, ormai inglobata dai mari che la circoscrivevano; toccò il fondo quando nella grande guerra fu colpita da un Leviatano comandato dall'Impero (Colonialisti), la città era ricca e prosperosa di vita, grandi ponti in ossidiana collegavano dall'alto l'estremità della metropoli, ove nei quattro punti cardinali si ergevano immense strutture in vetro temprato.
Ciò che era percorribile di questi tempi, erano i ponti ormai ossidati dalle maree assieme al Municipio di pietra al centro della Metropoli.
In tale edificio, spiegò l'uomo, che per metà era sommerso dall'acqua, ed era possibile entrarci solo dalla facciata superiore ormai in pezzi, all'interno ponendo lo sguardo verso la pavimentazione, si poteva denotare un percorso a binario composto da frasi in quell'antica lingua, ove al suo susseguirsi, una statua di una donna bendata era posta al centro, come se volesse concludere tale percorso.

Per raggiungere le Rovine, Doran, sapeva bene che doveva affrontare un lungo e arduo viaggio, all'idea di ciò, venne percorso da uno spirito di avventura incredibile, la voglia di vedere con i propri occhi tutto ciò che circondava Candra, fece nascere un senso di curiosità diversa dal normale. Le storie, i luoghi e le persone, che abitano questa terra, sono tutti sotto lo stesso cielo, ma avranno altri colori per raccontare il proprio mondo.
Il ragazzo sapeva bene che la storia e il significato di quella lingua potesse servire a lenire i dolori e le inquietudini di tutto il popolo, riconosceva che il passato, avesse una stretta interazione con il presente, con quello che noi oggi siamo.

Quando si avviò dalla dimora di Khima, al posto di correre frettolosamente, si recò verso la sua Yurta camminando, immerso in questi pensieri, rifletté anche sulla propria persona, su ciò che aveva fatto e su ciò che ancora doveva avvenire.
Con molta calma, arrivò ai piedi della montagna, Üron istantaneamente vedendo il braccio del figlio fasciato, chiese di come stesse e di cos'era successo, Doran, con tono pacato e serio parlò con il proprio padre di ciò ch'era accaduto, facendo presente che, ormai, il tempo per la propria maturità stava per cedere e lui aveva bisogno di doversi allontanare dalla Tundra di Candra per un po'.
A quelle parole, il padre sbalordito non declinò la sua decisione, vedeva nei suoi occhi una conflagrazione di voglia di fare incredibilmente grande, che non seppe aver paura o timore per il proprio figlio, ma solo un grande orgoglio.
Doran, si mise subito con le mani occupate per la preparazione del viaggio, tra scorte mediche ed alimentari, il padre volle regalargli un germoglio, ma non un germoglio qualunque, erano i germogli Aranci della stessa Tundra, il ragazzo li vide per la prima volta sulle montagne e non poté far a meno di non ricordare tale preziosità, Üron disse al ragazzo, di non dimenticare le proprie radici, perché solo in determinate condizioni meteorologiche e non, possono nascere tali gioielli.

Entrambi, in un momento di silenzio, si abbracciarono, così forte che Üron fece cadere una lacrima sul volto di Doran, scatenando in lui lo stesso sentimento.
Quando sorpassò la soglia della Yurta, diretto verso le Rovine, sapeva che i suoi occhi non sarebbero stati più gli stessi, ma ben più grandi.

Francesco Parente.



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