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lavoro pubblicato venerdì 5 settembre 2014
ultima lettura sabato 2 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Ruota del Destino - CAPITOLO 2 ( Parte 1 di 4 )

di peppers. Letto 584 volte. Dallo scaffale Fantasia

«Oh, no» sbuffò Cleygan, roteando gli occhi cerulei. «Non un’altra volta.» Vega intrecciò le dita in un gesto di supplica, scuotendo la testa bionda come se dalla risposta del Principe fosse dipesa la sua vit...

«Oh, no» sbuffò Cleygan, roteando gli occhi cerulei. «Non un’altra volta.» Vega intrecciò le dita in un gesto di supplica, scuotendo la testa bionda come se dalla risposta del Principe fosse dipesa la sua vita. Era la quinta volta che gli chiedeva di mostrarle qualcosa di magico e ignorarla era facile tanto quanto fingere di non vedere una mosca sul cibo. Sdraiato sul pendio erboso che declinava al Lago di Tinumiel, Cleygan stiracchiò le braccia borbottando fra i denti: «Ora te lo do io un bel tocco di magia».

Lanciò un’occhiata ai compagni. Poco più in basso, disteso sul fianco e appoggiato al gomito, Caranthir osservava placido le testuggini trascinarsi sulla riva con movimenti affaticati mentre Even, seduta con le gambe incrociate, intrecciava i capelli biondi screziati di bianco in treccine che disfaceva immediatamente con leggeri tocchi delle dita ossute. Persi com’erano in un silenzio meditabondo, nessuno dei suoi compagni avrebbe notato nulla, nemmeno se si fosse messo a ballare nudo sotto il loro naso.

Per distrarre Vega bastò guardare con una fissità incredula un punto lontano, oltre la fila degli abeti che costeggiavano la riva opposta del Lago.

«Cosa stai facendo?» chiese la bambina, sporgendosi in punta di piedi.

«Non vedi?»

«Dove?»

«Laggiù.»

Cleygan accavallò una gamba sull’altra, sfiorando appena la schiena di Vega con la suola del mocassino di velluto in un tocco morbido, studiato per farla rotolare lungo il pendio, fino alla riva del Lago. Nel vederla rizzare mordicchiandosi le labbra, con il viso imbrattato di fango e l’orlo della tunica verde mela gocciolante, il Principe soffocò in un sospiro soddisfatto la risata che gli arricciò gli angoli della bocca.

Il passaggio di una nuvola solitaria nel cielo terso del pomeriggio gettò un’ombra frastagliata sul gruppo. Dall’altra parte della collina su cui erano sdraiati, aldilà di una fitta macchia di querce e abeti, il villaggio trafficava nei propri affari ma lì, attorno al Lago di Tinumiel, il silenzio si ispessiva attorno a pochi: lo schiamazzo occasionale dei bambini, lo strascichio delle testuggini sulla sabbia e il bisbiglio dei merli fra gli alberi. Finalmente un po’ di tranquillità, pensò Cleygan, beandosi del morbido frusciare dell’erba dopo quella mattina piuttosto movimentata.

Tutto era iniziato quando aveva incontrato, quasi per caso, Even per i corridoi del Palazzo.

«Dobbiamo parlare, presto. Avverti Caranthir» gli aveva detto in soffio, con un tono d’urgenza, proseguendo senza lanciargli una seconda occhiata. Cleygan era rimasto frastornato a fissare lo svolazzo della sua tunica, combattendo l’impulso di andarle dietro. Con una scrollata di spalle si era avviato per andare a pescare Caranthir ma, stranamente, intoppi di ogni tipo gli avevano impedito di lasciare il Palazzo.

Garion Derhal lo aveva cinto con un braccio sulla spalla, trascinandolo indietro verso il cortile interno del Palazzo, dove lo attendevano in agguato Mastro Khirdam, il fabbro, e Mastro Finharin, il falegname cieco. La ‘questione che richiedeva irrimediabilmente la presenza del Principe’ non era altro che la riparazione di un pilastro che rischiava di essere schiacciato dalla quercia gigante. Per quasi un’ora Cleygan si era dato da fare con la magia per spostare radici che non ne volevano sapere di muoversi. Quando aveva giudicato più che sufficiente il suo lavoro – cosa che era accaduta abbastanza presto, alle prime avvisaglie di sudore – se l’era battuta, tergendosi la fronte imperlata con la manica della giubba corallo.

Prima che Mastro Khirdam potesse accorgersi della sua scomparsa, il Principe era andato di gran carriera verso l’uscita ma proprio davanti le porte del Palazzo uno stuolo di servitrici lo aveva riportato indietro per la collottola, passandoselo da una mano all’altra, sotto gli occhi divertiti delle sentinelle. Non le avrebbe lasciato fare se avesse saputo che ad attenderlo dietro tutti quei visi carini e sorridenti c’era suo padre. Re Maric sembrava di cattivo umore quella mattina, così Cleygan non aveva protestato – era un figlio modello, lui – quando il Sovrano gli aveva affidato l’irragionevole compito di riordinare tutti i libri della biblioteca.

«D’accordo, padre» aveva risposto con tranquillità. «Sarà un ottimo modo per scovare una buona lettura.»

Ovviamente, Re Maric non si era schiodato dalle sue spalle finché il primo scaffale non era stato completamente svuotato. Rimasto solo aveva lasciato la biblioteca senza preoccuparsi troppo dei volumi che ne ingombravano il pavimento, badando piuttosto a trovare un’uscita alternativa alle porte d’ingresso del Palazzo.

Cleygan non era uno sciocco. Avrebbe liquidato l’intera faccenda come una sfortunata serie di coincidenze ma le sibilline parole di Even lo aveva messo in guardia: quella mattina ogni cosa a Palazzo aveva l’aria di una congiura per tenerlo lontano dai suoi amici.

Even aveva trovato il modo di avvertire Caranthir anche senza il suo aiuto. A dirla tutta, il Principe era così in ritardo che, entrando nella capanna del medico, aveva trovato la mezz’elfa che sbuffava con le braccia incrociate dietro la schiena, consumandosi i sandali avanti e indietro per la stanza. Le imposte che davano sulla piazza erano chiuse e il buio malamente rischiarato da una candela posta sullo stesso tavolo su cui Caranthir sedeva con le gambe raccolte contro il petto. Cleygan non aveva avuto il tempo di dare spiegazioni, né di fare domande. Even li aveva sommersi con frasi sconclusionate sulla misteriosa morte dell’elfo che avevano trovato appeso a un albero.

«C’è qualcosa di strano.»

«Ve lo dico io, dovete credermi.»

«Ci stanno nascondendo qualcosa.»

«Dovete aiutarmi a scoprire tutto ciò che potete su quell’elfo.»

«Chiedete all’intero villaggio se è il caso, ma pesate per bene ogni parola.»

«Sono sicura saremo sorvegliati» aveva concluso senza fermarsi a riprendere fiato, strattonandoli frettolosamente fuori dalla porta. «Se Garion Derhal o Re Maric ci scoprono ci cacceremo in un guaio.»

Cleygan e Caranthir avevano scambiato poche altre parole prima di separarsi, seguendo ognuno una pista differnte. Caranthir, che non poteva mancare l’allenamento mattutino senza attirare l’attenzione di Garion Derhal, avrebbe indagato fra i soldati durante l’addestramento mentre Cleygan, guardandosi bene dal tornare a Palazzo, avrebbe ciondolato fra le capanne, importunando tutti gli elfi che gli fossero passati sotto il naso. Solo nella tarda mattinata, quando Even li aveva raggiunti sui declivi del Lago di Tinumiel, portando con sé una crosta di pane e del formaggio, i due elfi avevano scoperto che una medicazione fra i servi addetti alle cucine del Palazzo aveva offerto alla mezz’elfa l’occasione di scambiare due chiacchiere con la servitù di Re Maric.

«Tutto quello che ho fatto questa mattina mi ha lasciato un buco nello stomaco» si lamentò Cleygan, traendo la sua moneta portafortuna dalla tasca interna del manto giallo zafferano. «Non ho mangiato nemmeno un quarto di quello che avrei dovuto.»

Even lo guardò con un’aria offesa, come se fosse stato Cleygan a doversi scusare e non lei. A volte non la capiva proprio.

«Puoi sempre tornare a Palazzo, fratellino, e ingozzarti come un nano» gli disse Caranthir, guardando un gruppo di bambini fare capannello attorno a Vega. «Almeno finché non ti ritroverà tuo padre.»

«Preferisco vivere d’accattone per il resto dei miei giorni.»

Al centro del gruppo di bambini, Vega interruppe le spiegazioni che stava dando per puntare il dito in alto, in direzione di Cleygan. Con quell’espressione risentita sul volto sembrava più piccola di quanto fosse in realtà. Puntellandosi sui gomiti, il Principe le lanciò un saluto divertito.

«Avete scoperto qualcosa?»

La voce di Even si smorzò in un sussurro teso.

«Si chiamava Elthion» le rispose Caranthir con un filo di voce. Il modo con cui si sfregava le ciocche corvine fra il pollice e l’indice denotava un disagio che Cleygan non riusciva proprio a capire. Sia Caranthir che Even si comportavano da cospiratori, come se avessero intenzione di sabotare il Villaggio. Forse nessuno loro era abituato a ficcare il naso in giro per il villaggio. In questo, nessuno riusciva a battere Cleygan. Per lui era stata un’occupazione piacevole – certamente più che spostare radici e riordinare libri.

«Un tipo solitario, a detta di Gryselle» disse il Principe, senza curarsi di tenere la voce bassa.

«Hai chiesto a Gryselle?» Even sembrava più sconvolta da quella notizia che quanto il Principe le aveva riferito.

«Quella mezz’elfa ha la lingua sciolta quando si tratta di pettegolezzi» rispose con aria giovale Cleygan.

Caranthir aggrottò la fronte. «Gryselle non sa tenere la bocca chiusa, Cleygan.» L’assembramento attorno a Vega si era dissolto. La bambina trotterellava dietro a Berlhen raccogliendo sassolini che Aron Darhood, il figlio di Garion, lanciava contro le testuggini.

«Ma insomma» sbottò Cleygan, alzando la moneta fino a coprire completamente il sole «volevate o no delle informazioni?» Una corona di luce lo abbagliò, impedendogli di leggere la scritta attorno all’ocarina del dio Thaliel in risalto al centro della moneta. Cleygan aveva letto quel verso tante di quelle volte da non aver bisogno di vedere per poterlo recitare. La stessa brezza che gli aveva carezzato il viso fece ritorno mutata in tempesta, e lo spazzò via come un granello di polvere. Fra tutte le monete degli Elfi Bianchi che gli erano passato fra le mani, ognuna con un differente verso della Canzone del Sole, questa aveva un’ironia tutta particolare che aveva convinto Cleygan a non separarsene mai.

«Conosco bene Gryselle» disse Even, gli occhi grigi allarmati. «Con la stessa facilità con cui ti ha parlato di Elthion racconterà a qualcun altro che hai chiesto di lui.»

«Seryn ricorda Elthion come un cacciatore particolarmente tosto» proseguì Cleygan. Aggrottò le sopraciglia nello sforzo di far levitare la moneta sul palmo della mano. «Mi ha anche offerto una scodellina di Rudean.» Sentì un vago brulichio dietro la nuca ed ebbe l’impressione che la moneta fremesse, ma senza sollevarsi. Non ritentò.

«Secondo Lanthar, nessun altro membro della Cerchia di Elthion è ancora in vita.» Con gli occhi seguì Berlhen, figlio di Lanthar, mentre nuotava nel Lago, spariva sotto la superficie e ritornava a riva porgendo qualcosa a Vega. «Tutti andati, per un motivo o per un altro.»

Even si riparò con la mano dalla luce del sole. «Anche gli elfi del Palazzo mi hanno detto che Elthion era un elfo robusto» disse, strappando un ciuffo di erbe sbiadite a pochi passi da dove era seduta. «Ma discreto al punto da far parlare poco di sé.» Tornò a riporre quanto aveva raccolto nella sua borsa di pelle.

«Se era un osso duro, ha incontrato un osso anche più duro.»

Caranthir aveva lanciato il commento quasi per caso, spazzolandosi con entrambe le mani la tunica blu notte. Ma a quelle parole Even irrigidì la schiena ancora curva sulla tracolla. A Cleygan non sfuggì l’espressione di quegli occhi dagli angoli rivolti verso il basso in un’espressione perennemente intristita. Ma non era tristezza, quel pomeriggio, piuttosto qualcosa fra il rimorso e la preoccupazione. Forse avrebbe voluto salvarlo, pensò Cleygan sfregandosi un orecchino di perla, in fondo è un medico.

«E tu fratellino?» chiese il Principe, guardando incuriosito Vega. Stava seduta umettandosi le labbra con la lingua, mentre armeggiava con un pietra acuminata sul ciottolo piatto che Berlhen le aveva dato. «Cosa hai sentito fra gli altri cacciatori?»

Caranthir rimase in silenzio, poi rispose evitando i loro sguardi.

«Ho già detto che si chiamava Elthion?»

Cleygan fece un sorriso. Qualcosa dell’atteggiamento riguardoso di quel volto gentile lo divertiva infinitamente.

«Si, lo hai già detto» rispose Even, dritta davanti a lui, con le mani sui fianchi abbondanti.

«Dicci qualcosa che non sappiamo.» Cleygan strizzò gli occhi in un’espressione felina. «Hai fatto anche solo una domanda in giro, vero fratellino?»

Even, in silenzio, cercava lo sguardo di Caranthir, ma l’elfo le diede le spalle, guardando in direzione di Cleygan. Chinò il viso a terra, ma il Principe era certo che non stava cercando alcuna erba medicinale.

«Ne ho parlato con Nelendil»

«Con Nelendil» ripeté atona Even.

Cleygan rovesciò la testa indietro, trasformando il sorriso in una risata.

«Cos’era?» chiese «un modo per rimediare allo scherzo di ieri?»

Caranthir sollevò il viso chiazzato di rosso, spalancando le braccia.

«Re Maric mi aveva fatto promettere di non farne parola con nessuno» scattò, rimarcando ogni parola e voltandosi verso Even. «Sono venuto meno alla parola che gli avevo dato, non chiedetemi più di questo.»

Al contrario di Cleygan, Even non sembrava divertita. Il viso ombreggiato, con gli occhi infossati appariva anche più torvo mentre una folata di vento le appiccicava la tunica alle gambe, sfrangiandole i capelli d’oro e argento.

«Forse tutto questo non ti sarebbe apparso uno scherzo se fossi stato con me ieri.»

«Avevo dato la mia parola al Re.» Così come era arrivata, ogni traccia d’ira era sparita di colpo, lasciato il volto di Caranthir nella più completa costernazione. I suoi occhi azzurri chiedevano una comprensione che Even non era disposta a concedergli.

«Quello stesso Re che ieri mi ha sguinzagliato contro Garion Derhal per strapparmi risposte che non avevo?» La voce della mezz’elfa vibrava acuta mentre batteva i pugni contro il petto irremovibile di Caranthir.

«Mi dispiace, Even» disse in un sussurro l’elfo, lanciando un’occhiata impaziente verso Cleygan. Il Principe si sentì chiamare in causa per riportare la calma fra i compagni.

«Caranthir» disse in tono conciliante, mentre allontanava la mezz’elfa dall’amico. «Even, sta solo inseguendo la verità sulla morte di Elthion.» Tremava. Le mani di Cleygan sentivano le spalle di Even tremare. Quel pensiero lo colpì così profondamente da smorzare l’inossidabile buon umore in un tiepido disagio. «Convieni con me che inseguire la verità sia tutto fuorché una cattiva condotta, vero?».

Caranthir lanciò uno sguardo addolorato a Even, poi sfiorò le mani della ragazza. Ne lui né Cleygan proferirono parola, finché la mezz’elfa non ruppe il silenzio con un sospiro.

«Mi hanno spaventata.» Guardò lontano oltre il Lago di Tinumiel, la distesa di alture boscose della Foresta Nera. «Avrei voluto che foste con me.»

Da sopra la spalla di Even, Cleygan strizzò l’occhio a Caranthir mentre l’altro scostò dal viso della mezz’elfa una ciocca di capelli. Even fece alcuni passi con un andatura strascicata che la fece apparire simile a un fantasma spaventato.

«Elthion è stato ucciso con la magia» disse, lanciando a entrambi uno sguardo distante.

Caranthir sollevò le sopraciglia e fece per parlare, ma si bloccò e guardò verso Cleygan. Il Principe inclinò la testa su un lato.

«Momento, momento, momento.» Fece un passo verso Even, chiedendo una pausa con i palmi distesi delle mani. «Non avevamo parlato di magia.» La mezz’elfa annuì intrecciando il suo sguardo a quello di Caranthir, mentre Cleygan passeggiava con le braccia conserte in preda a un rinnovato entusiasmo. Magia. Ogni tanto sparisce un elfo, certo. Ma la magia. Che c’entra in tutto questo?

«Devo dare un’occhiata» disse, poi guardò Caranthir con gli occhi cerulei luminosi. I capelli castani gli ricadevano sulle spalle, incorniciando uno di quei sorrisi che solitamente precedeva una delle sue trovate.

«Anzi» si corresse. «Andremo a dare un’occhiata?»

«Chi?»

«Tu e io, fratellino, chi altri?»

«Non penso sia il caso, Cleygan ...» cominciò Caranthir in un tono stanco. Certamente voleva rimanere fuori da questa storia quando i suoi compagni attorno ve lo cacciavano dentro fino alla punta dei capelli.

«Sciocchezze. Ci andremo stanotte, col favore delle ombre.» Cleygan fece un gesto rapido della mano per zittirlo. «Lo devi a Even, fratellino.»

Caranthir si passò una mano sulla fronte, mentre Even stringeva i pugni con un’espressione di attesa.

«Lo fareste davvero?» chiese la mezz’elfa mentre Cleygan prendeva sottobraccio Caranthir, dandogli impercettibili colpi di gomito.

«Io, certo Even» si sciolse alla fine.

Cleygan sollevò il viso con l’aria di una persona saggia.

«Mettiamola così» disse. «Sono il Principe, l’Erede al Trono degli Elfi Silvani, è un mio diritto occuparmi della politica del Regno. Anche senza l’approvazione di mio padre.»

Caranthir lo guardò per un attimo con serietà, poi scoppiò in una risata che accompagnò gli schiamazzi di Cleygan. Un sorriso sollevò gli angoli degli occhi di Even, mentre Vega correva verso di loro a perdifiato.

«Devo farti vedere una cosa, Cleygan» disse, strusciando i piedi uno contro l’altro. Tese la mano, sul cui palmo stava un ciottolo rozzamente intagliato con due parole. Vega, Clegan.

«Hai sbagliato il mio nome» le fece notare il Principe, annuendo con tutta la gravità che un errore del genere meritava. Vega non vi badò, presa com’era dalla sua eccitazione.

«Lo lancerò nel Lago di Tinumiel e pregherò ogni giorno la Ninfa.»

Era una storia vecchia, una credenza che risaliva agli albori del villaggio. Così come aveva domato il cuore del selvatico dio Mithal, Tinumiel avrebbe aiutato le fanciulle ad accendere la passione nel cuore degli elfi per cui sospiravano.

«Un giorno ci sposeremo e diventerò una Principessa» concluse Vega, facendo una giravolta che ingrossò come una campana il vestitino. Cadendo sull’erba, con le gambe rannicchiate da lato, fece un sospiro sognante.

«Ma certo, dolcezza» la rassicurò Cleygan, divertito dall’infatuazione della bambina.

«Chi ti insegna queste cose?» Even le parlò con dolcezza, fermando con una forcina d’argento il ciuffo che ondeggiava davanti gli occhi della bambina.

«La mamma.» La risposta di Vega arrivò con tutto il suo carico di ingenuità. «La mamma dice che devi fare così su vuoi conquistare un ragazzo. Dice che lo ha fatto anche lei con papà. E anche tu.»

Una folata di vento freddo spazzò la collina, piegando i fili d’erba e facendo garrire il mantello di Cleygan. Even deglutì, con il viso sbiancato e il busto rigido.

«Cosa?» chiese Cleygan, colto alla sprovvista da quel risvolto inaspettato.

Vega rispose con un sorriso che mise in risalto la fossetta sul mento.

«No, non per te, ma per Caranthir.»

«Vega!» Even la richiamò con voce roca, paonazza in viso. «Ma cosa vai dicendo?»

La bambina fece un passo indietro, aggrottò la fronte e gesticolò per giustificarsi.

«È vero, lo ha detto la mamma!»

«Interessante» mormorava a fior di labbra Cleygan passando lo sguardo da Caranthir, freddato mentre si sistemava la fascia grigia che stringeva la vita della tunica a Even, che guardava tutto fuorché i due compagni. «Davvero interessante.»

Come poteva non essersi accorto della cosa? Ma certo, la gentilezza di Caranthir, quei suoi occhi luminosi. Era davvero plausibile che Even avesse pensato a lui più che a un amico, più che a un compagno di Cerchia. Tutto questo sotto il suo naso, e lui non si era accorto di nulla. La domanda che gli lambiccava il cervello era: E Caranthir? Era l’elfo giusto per accompagnare Even, fragile fuscello sempre pronto a ricadere su se stessa.

«Fareste una bella coppia» indagò il Principe, piantando uno sguardo rapace sull’amico che strinse le labbra, batté le palpebre e guardò con la coda nell’occhio Even. La mezz’elfa sbottò un fiume di parole incomprensibili, diretti verso nessuno in particolare, e scese a lunghi passi la collina in direzione del villaggio, trascinandosi dietro Vega.

«Io e tua madre dobbiamo fare due chiacchiere» fu l’ultima cosa che Cleygan le sentì dire.

«Vega ha ragione» confermò Cleygan, quando la mezz’elfa fu lontana abbastanza da non sentire. «È pazza di te, fratellino.» In realtà non ne era sicuro più di tanto – una frase detta da Seryn e riferita da Vega non era certo una prova – ma a Cleygan piaceva pensare così. Ci avrebbe lavorato sopra.

Cinse con un braccio il collo di Caranthir, lanciando in aria la moneta portafortuna. «Giorni strani bussano alle nostre porte, fratellino.» Fece schioccare un bacio sulla guancia del compagno. Caranthir che spinse via il Principe, sfregandosi la guancia. «Ma insomma» disse, indignato. «Vi siete bevuti tutti il cervello?»

Cleygan riprese al volo la moneta, facendola ruotare sulla punta di un dito poi la bloccò in modo da far risaltare al sole l’occhio raggiato, simbolo degli Elfi Bianchi. La stessa brezza che gli aveva carezzato il viso fece ritorno mutata in tempesta, e lo spazzò via come un granello di polvere. Cleygan amava l’ironia di quel verso, Even amava Caranthir e Caranthir avrebbe amato Even. Una rigoglioso scoppio di vita sotto il presagio funesto di una morte inspiegabile.




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