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lavoro pubblicato giovedì 4 settembre 2014
ultima lettura domenica 20 ottobre 2019

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NASARA, NASARA!

di Reb. Letto 482 volte. Dallo scaffale Viaggi

  "Il vento mi chiude gli occhi. Ho aperto il finestrino della macchina. Ho lasciato che scendesse lento, senza fretta ho aspettato che finisse il suo viaggio. A metà  si è fermato ed è tornato indietro...aveva bisog...

"Il vento mi chiude gli occhi.

Ho aperto il finestrino della macchina. Ho lasciato che scendesse lento, senza fretta ho aspettato che finisse il suo viaggio. A metà si è fermato ed è tornato indietro...aveva bisogno di una spinta.

Il vento mi chiude gli occhi gonfi.

Dietro lo sportello il paesaggio scorre: campi seminati si rincorrono con le nubi.

Dov'è l'orizzonte?

Il miglio pare voglia spingersi per toccare il cielo. Ci è molto vicino, ogni giorno è più vicino a dire la verità, quasi prenda la rincorsa durante la notte.

Ha piovuto. Una strada è crollata: normale!

I miei occhi si gonfiano impregnandosi di chiare lacrime. Non ho motivo di piangere ma non sono sicura di potermi trattenere.

Fa caldo, dalla fronte sgorgano piccole gocce, le lacrime si confondono col sudore salato. Il sole batte sull'equatore. La città non è lontana dal villaggio, bastano 30-40 minuti in jeap. Ma nessuno ha la macchina.

" NASARA, NASARA!"

Non riconosco le voci ma so che chiamano me. Eppure...non sono uscita di macchina ancora!

NASSARA: il bianco."

"NASARA!
La prima parola in moore che ho riconosciuto, gridata per le strade al nostro passaggio in macchina, sparata da bambini che chiedono bonbon.
Dovremmo girare con le caramelle sempre in tasca!
Vorrei che potessi vedere tutto questo, mamma.
Mi chiedo se saprò portarti tra queste strade, se almeno un po' ti farò vivere questa Africa, questo sogno.

Ti vorrei descrivere la stradina che abbiamo visto stamani con la terra rossa che, sotto i raggi cocenti del sole equatoriale, riflette una luminosità accecante; con i bambini che giocavano seduti su di un cumulo di terra, vestiti con una risata e ai piedi il vento.
Vorrei che avessi sentito il loro grido "nassaraaa!" "je demande une bonbon!"
Un grido di gioia e una manina che non ha smesso di salutare finché non abbiamo svoltato l'angolo, eppure non avevamo bonbon dietro da poter regalare."

"Nasara, Nasara!
E ti sembra di avere davvero un senso qui, come se portassi un piccolo soffio alla speranza mai spenta dalla polvere."

La vigna si apre alle mie spalle, sento il calore della terra sotto i piedi: mi sono tolta le scarpe. Dovevo farlo.

Il vento mi carezza le spalle, i capelli, scompigliati, finiscono davanti alla mia bocca e un soffio più deciso mi chiude gli occhi. Come il vento caldo che entrava dal finestrino aperto della jeap rossa e sento per un attimo il grido, un richiamo lontano kilometri. Sento una voce:

"BONJOUR, çA VA?" voce stanca di chi ha lavorato, la voce affamata di chi ancora non ha sentito nessun sapore sulla lingua, se non il dolò ( la birra, miglio fermentato). La voce di chi aspetta davvero la tua risposta. Una domanda non per convenzione.

Una domanda che aspetta la Mia risposta. Qualcuno che aspetta il mio: "LAFI BEME" (BENE,TE?) e il che, stupendo me stessa, aspetto di sentire la sua risposta. Senza fretta, davanti ad un bicchiere d'acqua più o meno pulita. Aspetto.

Aspetto e non ho fretta di andarmene.

Ho guardato per ore le foto...attimi immobilizzati, senza tempo se non nel ricordo...finché dura.

Ed è la cosa che manca di più... nessuno che aspetta, nessuno che saluta uno sconosciuto, nessuno che sta per il semplice e inpopolare fatto di stare.



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