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lavoro pubblicato martedì 2 settembre 2014
ultima lettura domenica 15 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

planet (provvisorio)

di gianan. Letto 500 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Usciti dall'accademia, scuola di eccellenza e duro lavoro, varie sorti toccano agli studenti. Alcuni vengono mandati in campi sparsi per il pianeta en...

Usciti dall'accademia, scuola di eccellenza e duro lavoro, varie sorti toccano agli studenti. Alcuni vengono mandati in campi sparsi per il pianeta entrando a far parte di corpi dai nomi altisonanti come: unità dei rangers, unità di controllo repo, unità di controllo perimetro, altri perfezioneranno gli studi teorici sui sistemi di propulsione (io li chiamo i geni meccanici), altri ancora perfezioneranno gli studi sui sistemi computerizzati (per me questi sono i disadattati). Una cerchia di "fortunati" verrà assegnata all'unità scout...
Io ho in tasca la mia lettera di destino definito, una delle pochissime comunicazione cartacee rimaste in esistenza. È da stamane che ce l'ho per le mani e non mi decido ad aprirla. Continuamente la guardo e riguardo, la prendo e la ripongo, ed intanto tento di divinare l'assegnazione attraverso la sua carta azzurrognola con sopra stampato il bel logo dell'accademia: il nostro pianeta che ruota intorno alla sua stella. E mi chiedo che razza di logo sia questo. Me lo sono chiesto per tutti e quattro gli anni di studio ed allenamento. In realtà nessuno ha una risposta precisa a questa domanda. Né studenti, né docenti, né istruttori. Tanto meno mio nonno che ai suoi tempi frequentò l'istituto.
Tento quindi di andare indietro nel tempo. Esattamente 399 anni fa, anno dell'istituzione e fondazione della scuola. All'epoca l'idea che tutto fosse in qualche modo connesso stava prendendo piede. La famosa farfalla che sbattendo le ali provocava un maremoto dall'altra parte del globo si impadroniva di sempre più menti. E non solo persone comuni, ma anche di legislatori, generali, politici, artisti, studiosi. Si volle quindi simboleggiare non solo il globo sul quale ci troviamo a vivere e morire, dal quale traiamo risorse e sostentamento, ma anche la fonte ed il motore della vita stessa. La nostra stella, il nostro calore, la nostra energia. Se così fosse un senso quindi esiste per questo logo fatto di un pianeta azzurro e una stella gialla, ma mi domando: il resto dei pianeti? Forse che questi non sono connessi...?

Ed intanto un'altra mezzora è passata. Guardo fuori e vedo la gente correre a ripararsi visto che è cominciato a piovere. E qui, d'estate, quando scende scende. Ne viene giù tanta di acqua e se sei allo scoperto in due minuti non hai addosso più nulla di asciutto.
Appoggio quindi la busta sulla finestra e ritento di indovinare attraverso la carta azzurra che, colpita dalla luce esterna, si fa leggermente più trasparente. Naturalmente non si riesce a leggere niente, e mi struggo a pensare cosa in realtà vorrei ci fosse scritto. Forse Rangers?

Bel reparto i Rangers: gente muscolosa, tonica. Pronti a tutto e capaci di interminabili marce nel deserto più impervio o nelle nevi più alte; con poche razioni, poca acqua, tanta attrezzatura e nessuna pietà per chi rimane indietro. Gente atletica che sa come gettarsi da un dirupo di 15, 20 forse 30 metri e atterrare incolume in una pozzanghera d'acqua. Quando li incontri in un bar qualsiasi di Fonseca devi starci attento. Sono pronti ad attaccar briga per un nonnulla e sanno menar le mani pesantemente. Ma se da un lato baristi e studenti (soprattutto questi ultimi e soprattutto quelli dei primi anni) li temono fortemente, dall'altro la popolazione li ama e li applaude negli aeroporti e nelle stazioni. Sono infatti l'incarnazione della sicurezza, della lealtà allo stato e al pianeta. Danno un senso di protezione difficilmente spiegabile in un mondo che ormai da molti anni non conosce la guerra.

Ebbene nei Rangers vorrei finire, penso. In un corpo che fa dell'onore e del duro lavoro i suoi punti cardine. Vorrei uno di quegli zaini da trenta chili pieni di cose che puoi star sicuro non ti serviranno mai, ma che devi scarrozzare per chilometri e chilometri. Una vita di polvere e sudore. Di allenamenti e viaggi in luoghi improbabili. Una vita da avventuriero un po' gentiluomo un po' lestofante. Ed è tutto questo che mi affascina e mi commuove. Mi affascina la potenza, la forza bruta, il selvatico che identifica questo reparto; mi commuove l'amore smisurato che i cittadini hanno in ognuno di questi cadetti, ufficiali, generali. Gente con volti veri, scavati dalla vita piena che conducono, con un cuore puro coraggioso ed incosciente.

Se potessi scarterei il genio meccanico. Con tutto il rispetto si intende! Infatti nella categoria ci sono fior fiore di ingegneri aerospaziali che negli anni hanno inventato, ideato, progettato, costruito, affinato tutto quello che gli altri reparti ed i civili utilizzano. Peccato che, come spesso accade, loro stessi non siano fruitori delle genialate che partoriscono creando non poco imbarazzo ai colleghi quando questi vengono con alcuni suggerimenti di migliorie. Provate infatti a spiegare ad un meccanico che la cloche che ha ideato non può stare ad un metro e mezzo dal sedile di pilotaggio. Ti risponderà che non hai capito come utilizzarla propriamente. Un pilota infatti non ha cervello ma istinto, ed è quest'ultimo che lo terrà in vita durante le fasi di volo più complicate. Si attenga quindi al libretto di istruzioni (libretto per modo di dire visto che trattasi di 3 tomi ognuno contenete 250 pagine...) e vada a perdere il suo tempo da un'altra parte.
Io stesso mi sono lamentato una volta (ed è stata la prima e ultima...). Mi ero infatti permesso di far notare ad un certo Mr. Rot Part (ingegnere nel progetto A-Discovery) che il convogliatore di raffreddamento del propulsore nel trabiccolo al quale mi avevano assegnato aveva un piccolo problema. Non solo infatti diventava di un rosso purpureo dopo cinque minuti di utilizzo a potenza superiore al 95%, ma cominciava pure a fondersi. Non entro nel dettaglio degli improperi, ma posso garantire che sono andati avanti per almeno sette minuti buoni. Io lo guardavo con occhi sbarrati e aria stralunata, e penso che questo lo abbia indotto a smettere di urlare. Nel momento in cui smette di urlare lo vedo sgattaiolare veloce nella stanza accanto. Rientra dopo cinque minuti e con fare furtivo (perché poi?!?) mi mette in mano un tubo di rimpiazzo e mi dice: "questa è roba buona. Ho sintetizzato io stesso il metallo stanotte, perché tanto si capiva che quel pezzo non avrebbe retto. Vai e sostituisci". Ed io infatti vado e sostituisco ma non mi ci raccapezzo. Ad ogni modo, e ringraziamo il Protettore, il pezzo funziona e il trabiccolo supera il test del capitano che voleva motori a 107% per dieci minuti. Dico: "dieci minuti!!!!". Saremmo esplosi in mille piccoli piccoli pezzi.

Fuori piove sempre di più e ora vedo fiumi d'acqua che dagli edifici scorrono lungo le piccole stradicciole pedonali del campus accademico. L'acqua corre veloce verso gli scoli, sommergendo i piedi e le caviglie dei malcapitati che ancora si stanno affrettando all'esterno. A molti piace questo tipo di tempo. Quando fuori la calura impazza non c'è nulla di più bello di una copiosa pioggerella di quelle che solo Fonseca conosce. Questa città sorge sopra una scogliera formidabile a picco sull'oceano. Alle spalle invece una pianura erbosa che si stende per qualche chilometro prima di rompersi in colline boscose. Al di là delle colline le vette Altmont. Montagne rocciose vecchie come il pianeta stesso. Popolate dei più strani animali e di passeggiatori estasiati. Io le conosco per le inerpicate dure delle marce forsennate invernali. Zaino in spalla, bastone in mano e su metro dopo metro, sasso dopo sasso fino in vetta. Stiamo parlando di 7'000 metri!!! Durissimi. Perché durante le marce mica si va per il sentiero facile. Nossignore. E nemmeno si possono usare mezzi tecnici all'uopo inventati, ideati, progettati e costruiti dai meccanici. Solo gli ufficiali possono essere agevolati da tali diavolerie della tecnica, e c'è da riportare che alcuni di questi ufficiali, per la gioia di qualche subalterno che verrà promosso, ci restano pure secchi. O cadono da qualche dirupo, o scendendo a tutta birra si frantumano contro il primo albero cresciuto nel posto sbagliato. E la neve. Quanta neve. Così tanta che finito l'inverno veramente non ne vuoi più sentir parlare. Soprattutto vuoi dimenticare le ore a spazzarla dal campo in vetta.
Ma il meglio Fonseca lo riserva agli amanti del mare. Di un colore cristallino formidabile, dalle scogliere rappresenta l'idillio degli innamorati che si ritrovano la sera numerosi a guardare il cielo che si perde in esso e viceversa, in un moto lento ma perpetuo di onde nere che salgono verso i punti luminosi delle stelle per poi ridiscendere schiumosi di rabbia per tutto quel salire faticoso. La primavera e l'estate il bagno è dolce in quelle acque, è fresco e rigenerante. È anche pericolosamente mortale per via di vari pesci velenosi che le abitano e per via della tremenda scarpinata che dalle alture di Fonseca porta alla spiaggia Sabbifina, adagiata quasi un chilometro e mezzo sotto. Devo dire però che da un anno ormai sono in funzione degli ascensori portentosi che ti sparano giù e su ad una velocità forsennata, eliminando così una delle più serie cause di mortalità della città, ma anche il piacere di scoprire un relax meritato sulla morbida sabbia dopo sì tanto sforzo, e la poesia di una discesa impervia che tanti poeti ha ispirato negli anni.

La busta nel frattempo è tornata nella tasca. Sono ormai le sette di sera, ha finalmente smesso di scravassare acqua, e la giornata lascia la presa mentre il crepuscolo incombe. Esco e mi dirigo verso il centro perché li le ombre si allungano e la luce, lasciata libera delle nubi e che si spegne lentamente nel mare, per sfuggire l'oscurità tenta di rintanarsi tra le strade e le piccole vie di Fonseca. Esco anche perché c'è un detto: quando il raggio del crepuscolo bussa alla porta della taverna "Pesce Stella" tu li devi essere, perché li la fortuna ti aspetta. In realtà tutti questi anni più che la fortuna mi aspettavano ataviche pinte di birra, condivise con studenti e militari. Sbornie eccezionali, qualche scazzottata con il Ranger di turno dove ovviamente le conseguenze peggiori non erano mai per lui, qualche bella ragazza di Fonseca negli occhi della quale potersi perdere sino all'alba.
Appoggio la mia giacca stellata alla parete e mi dirigo al bar dove mi siedo e ordino. Birra verde! Introdotta quest'anno da Trinca, l'oste, ha avuto subito un successone. Il sapore è identico ad una birra normale, ma vuoi mettere il colere verde? Tutti ne vanno pazzi ed ovviamente costa una volta e mezza. Sullo schermo sopra il bancone del bar trasmettono velocemente le ultime notizie (dove una volta tanto non c'è nessuna catastrofe planetaria, o stellare) per poi passare ad una replica della famosa partita Fonseca contro Kruk. Ricordo benissimo quel giorno. Partita sentitissima qui, in quanto la squadra di casa non ha mai vinto. Quando dico mai, intendo mai. E così è stato anche questa volta: volti disperati di tifosi Fosechi che si rovesciavano fuori dallo stadio in preda a convulsioni e spasmi acuti. Kruki in giro per vie e viette a cantare, sfottere e urlare, nonché dentro i locali a bere e scazzottare. Alla fine comunque pochi danni, tanto divertimento.
La locanda nel frattempo si è riempita (la superstizione è sempre la superstizione in fondo) di persone, canti, rumori e chiacchere. Io sono solo. Tutti quelli che conosco hanno già lasciato il paese per recarsi dalle famiglie e con loro condividere il destino post accademia; torneranno solo tra una settimana, pronti alla nuova avventura.
Seduto al bancone sto finendo la mia "verde" e mi guardo attorno. Questo luogo mi piace perché molto retrò. Il bancone dove sono appoggiato è un bancone interamente di legno. La superficie non è la solita che trovi in tutti i locali, e quando appoggi il bicchiere non compaiono le informazioni sul tipo di bevanda, le calorie, il prezzo, l'azienda produttrice. Non puoi neppure interrogare il computer per chiedere se qualcun altro nel locale sta bevendo il tuo stesso drink (comodissimo quando vuoi conoscere delle ragazze....). Insomma, puro, massiccio, statico legno. Nessuna luce colorata, nessuna interazione. Sopra il bancone due schermi finestra dove mi sto guardando il finale di Fonseca vs Kruk. Incredibile non vedere i giocatori in tre dimensioni a 360 gradi, ma Trinca ha deciso che nel centro del locale ci devono stare dei tavolini tradizionali e non la televisione con le sue sedute ad anfiteatro. Penso che debba aver speso anche dei bei soldi per attrezzare gli schermi finestra a proiettare programmi televisivi in due dimensioni. Talmente tanti che alla fine le finestre sono infatti vere e proprie finestre, come non se ne trovano più nei bar e nei ristoranti. Si fatica persino a trovarne nelle abitazioni private al giorno d'oggi. Aiutato dalla posizione che sovrasta gli altri edifici il panorama dalle "vere finestre" alla fine non è affatto male e il pensiero si può perdere osservando il mare. Al Pesce Stella non capita quindi mai di avere ad una finestra una giornata soleggiata ed ad un'altra un cataclismico temporale come invece spesso succede da qualsiasi altra parte, quando i ragazzi vogliono cambiare il tempo a seconda del loro stato d'animo. Altra cosa che trovo simpatica è l'assoluta assenza di camerieri ologrammi perché a Trinca piace attorniarsi di persone in carne ed ossa. Spesso quindi a chiederti cosa vuoi da bere è un tuo compagno di università che abita nel campus e lavora la sera per racimolare qualche soldino. Unica eccezione obbligatoria è il poliziotto ologramma, che all'uscita ti ricorda che se hai bevuto non puoi operare mezzi e ti offre un controllo veloce sul tuo tasso di stordimento alcolico. È buffo che sia vestito con i colori e la divisa dei ranger: si narra infatti che un informatico sotto minaccia di rottura del naso abbia, nottetempo di una ventina di anni fa, cambiato la routine sorgente del programma modificando la divisa rossa d'ordinanza, inserendo inoltre un codice d'accesso ai cambiamenti che nessuno più è riuscito a violare.

Alla fine della seconda birra mi viene una gran voglia di berne una terza. A metà della quarta mi torna in mente la busta, guardo la parete all'ingresso con occhi malinconici. Basta penso tra me. Andiamo a vedere e chiudiamo questa faccenda una volta per tutte. Mi alzo e mi dirigo all'uscita un pochino traballante sulle gambe. Coperti i pochi passi che mi dividevano dalla parete d'entrata comincio a cercare la giacca. Non la trovo! Penso che sono ubriaco e mi sento stupidissimo. Mi sembra che tutto il pub si sia fermato per guardarmi. Anche il tempo sembra non trascorre più. Comincio a sudare mentre passo di giacca in giacca, sposto giubbini, felpe maglioni. Passo da un attaccapanni all'altro e comincio a maledire prima le birre, poi la persona che penso sia uscita con la mia giacca. Per finire maledico anche la famosa fortuna che ti aspetta dal Pesce Stella e me stesso per non essere rimasto al campus.



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