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lavoro pubblicato martedì 2 settembre 2014
ultima lettura domenica 20 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Se sai saltare puoi anche volare

di enrico62. Letto 1209 volte. Dallo scaffale Fiabe

La storia di una rana che credeva di non saper volare. Una favola per imparare a credere in noi stessi, grandi o piccini.

Se sai saltare puoi anche volare

Sono brava a saltare, me lo dicono tutti. Perché sono una rana. Come mi chiamo? Non ha importanza. Sono un maschietto, questo lo posso dire. Quindi un “rano”. No, da noi maschio o femmina si dice sempre e solo “rana”.

Le favole devono iniziare così, non c’è niente da fare: “C’era una volta…”. Dunque ricominciamo:

C’era una volta una rana. Una di quelle belle “piene” con le guance gonfie, le zampe “a molla”, rumorosa quanto basta, ingorda e giocherellona. La rana, come è normale, non viveva in un castello o in un palazzo e non aveva la corona in testa: non era regina, non era re e nemmeno principe o principessa. Una rana, tutto qua. Il suo “castello” era trasparente e anche piuttosto bagnato; ai piani bassi vi nuotavano migliaia di pesciolini mentre più su, dall’attico in poi, c’erano delle graziose ninfee su cui si posavano (per l’ultima volta) libellule, zanzare, moscerini, mosche. Gli insetti, belli o brutti, colorati o luccicanti, altro non erano che il cibo della rana: l’antipasto, il primo piatto, il contorno, il dessert. Il castello, pardon, lo stagno, era la sua casa, la sua riserva di caccia, il suo parco, la sua camera da letto. Il suo regno. Un regno verde tra l’erba, giallo sotto il sole, azzurro e grigio nell’acqua, rosa, bianco, viola tra i fiori.

Un giorno la rana decise di partire; lasciare lo stagno, abbandonare gli amici di una vita, ricominciare altrove. Perché lo stagno, sempre quello, dopo un po’ stufa. Urge qualcosa che produca emozioni diverse, storie da raccontare ai nipoti. I piccoli della rana si chiamano girini; ecco, la rana voleva proprio questo: voleva viaggiare, assaggiare cibi diversi, andare a caccia e misurarsi con “nemici” difficili, forti, astuti. E poi sedersi davanti al caminetto e raccontare tutto ai girini, figli dei figli, figli delle figlie, generazione dopo generazione.

Detto fatto: si parte.

LA PARTENZA

Le valigie sono pronte, chiuse, complete di tutto. Le maglie per l’inverno, lo sciroppo per la tosse, le calze pesanti, gli scarponcini da trekking… Ogni cosa al suo posto compresi la bussola e il siero anti-vipera. Da che parte si va? La rana era indecisa; indecisa e timorosa: mai aveva lasciato il suo stagno. Non importa, la paura passerà; il mondo è grande. Il mondo non entra, non può entrare in un piccolo stagno.

IL VIAGGIO

Passarono i giorni, le settimane, i mesi. La pioggia, il vento, il freddo pungente e il sole accecante. Quante stagioni? Quanti tramonti? Quanti predatori da scansare? La rana perse il conto e smarrì anche la bussola in un cespuglio spinoso. Bussola o non bussola, freddo o afa il viaggio doveva continuare.

“Mamma, questa favola mi annoia. Mamma, niente mele stregate? Niente nanetti, lupi cattivi, nonne indifese, matrigne crudeli? Ma questa rana che vuole fare? Dove vuole andare? Mamma, questa rana non mi è troppo simpatica…”.

“Caro bambino (o bambina) non mi offendere. Non ci provare eh? Guarda che io sono una rana coraggiosa. Provaci tu a saltare come me; prova ad acchiappare al volo le mosche, le libellule, i calabroni. Anzi diciamola tutta: tu hai paura degli insetti, hai paura di essere punto, e, se ti succede, piangi a dirotto, corri da mammina e ti nascondi tutta la notte sotto le coperte. Smettila subito e continua ad ascoltare, grazie”.

Saltando e poi ancora saltando la rana giunse nei pressi di una grande città. Si trattava – le dissero – addirittura della Capitale. Non sapeva bene cosa volesse dire “capitale” ma capì che si trattava di qualcosa di importante, prestigioso. Un luogo dove non tutti sarebbero stati in grado di arrivare. Lei invece sì; lei c’era riuscita, e ne fu fierissima.

L’INCERTEZZA

E l’acqua? Già, le rane non possono stare troppo tempo lontano dall’acqua. La “capitale” era piena di cemento, asfalto, carri metallici che sfrecciavano rumorosamente in tutte le direzioni. Ma l’acqua non si vedeva. “Se sono arrivata fino a qui – si disse la rana - … Se ho tenuto a bada le volpi, i rapaci, le donnole e tutti quei ‘cattivoni’ che mi volevano divorare durante il viaggio, non posso arrendermi proprio ora. L’acqua c’è, certo che c’è. La cercherò e la troverò. Sono nella Capitale, che diamine!”

L’ARRIVO

L’acqua, infatti, c’era: fontanelle di bronzo, fontane marmoree, laghetti, rubinetti, serbatoi… La rana, le rane potevano dissetarsi, nuotare, saltare, cacciare a volontà. Ma la protagonista di questa storia cercava altro; cercava un luogo diverso, nuovo, pieno d’acqua, certo, ma non la solita acqua. Difficile a dirsi, difficile a farsi. Ma volere è potere, si sa. Oppure, meglio: chi cerca trova. Alla fine la fatica e il sudore la portarono nel posto giusto: uno stagno profondo, invitante, pieno d’acqua azzurra e pulita, circondata da sponde di marmo rosa. Ambiente ordinato, silenzioso, rassicurante.

IL NUOVO MONDO

Acqua azzurra, calma, e ricca di cibo. Specialmente quando calava il buio, quando sulle mattonelle rosa del perimetro, rassicurati dall’oscurità, decine, centinaia di moschini, zanzare più qualche timida farfallina di città (quelle con le ali marrone che si precipitano a spiaccicarsi sui vetri delle finestre) si posavano sul marmo, per abbeverarsi, riposarsi e chiacchierare. Un invito a nozze per la rana che, dopo mesi di stenti, poteva finalmente rimpinzarsi a dovere: antipasto, primo, secondo, contorno, dessert, frutta…

“Mamma, questa rana viaggia, salta, mangia; e poi ancora saltare, mangiare, nuotare… Quando arrivano i ‘cattivi?’ Non succede niente, niente bacchetta magica, niente nani, niente bestie feroci…”.

“Lascia stare la mamma, smetti di pensare alle fatine, ai nani e alle bacchette magiche. Qui c’è una rana, ci sono io. Io ed i miei amici, quelli che incontrerò nel ‘nuovo mondo’. Il mondo in cui sono capitata. Seguimi, ascolta e vedrai”.

Già, dov’era capitata la rana? Si guardò attorno e si accorse di essere sovrastata da due grandi torri rosso mattone, una a destra ed una a sinistra. Lei al centro, quasi schiacciata da tanto cemento, da tanto peso. “Ecco, ho trovato il mio regno; il mio castello…”. E i colori? Azzurra l’acqua, l’abbiamo già detto. Ma c’era anche dell’altro: per esempio un grande pezzo di stoffa, legato ad un altissimo palo. Si muoveva di qua e di là, gridava, rideva, quasi soffrisse il solletico del vento.

La notte era ormai profonda. La rana chiuse gli occhi, digerendo l’ultima libellula.

MAI LA BANDIERA AL NEMICO

Il sole, lentamente, riprese a “lavorare” e la rana si svegliò. Lo fece con calma, restando con gli occhi chiusi. Il primo rumore che la destò fu quello della notte precedente: il rettangolo di stoffa colorato, verde, bianco e rosso che incocciava ripetutamente sul palo di ferro. Spremendosi le meningi tornò ai vaghi ricordi delle letture giovanili, ai racconti del nonno che aveva tanto viaggiato. “Una bandiera; sì quella è una bandiera…”. I colori di un popolo, il simbolo dell’appartenenza, lo stemma da difendere fino all’ultimo sangue. Difenderlo dai nemici, dalle critiche. Difenderlo e portarselo dietro come qualcosa di nostro.

Già, i nemici. La rana si ricordò di quando, giorni prima, attraversando un fossato, si imbatté in una volpe affamata. Pelo fulvo e dritto, bocca spalancata, zampe ben piantate tra le foglie; la rana disse subito “Scansati, ho tanta strada ancora da fare…”. E la volpe: “La tua strada finisce qui, tra le mie fauci. Mi dispiace: se passavi un minuto prima, o un minuto dopo, non ci saremmo incontrati. Il destino ha voluto così…” Il destino, invece, decise diversamente. La rana “caricò” le zampe con uno sforzo indicibile, spinse i muscoli fino all’ultima piega e poi saltò; un salto da record mondiale. Tre metri e mezzo, cinque, forse addirittura dieci metri. Per un attimo le parve di essere un passero, un’aquila, un elicottero. Sotto di lei i cespugli, le cime degli alberi più bassi. Sotto di lei la volpe, un puntino rosso incredulo che, velocemente, si dileguò.

Ora la bandiera, lo stagno blu, le luci, il nuovo mondo. Nemici? Ci saranno anche quelli, prima o poi si paleseranno. Ora c’è solo da esplorare, scoprire, conoscere.

LA FESTA

Lo stagno, verso mezzogiorno, si popolò di mille ospiti. Gli insetti si fecero da parte per far posto a bipedi e quadrupedi d’ogni risma. Sul prato spuntarono tavolini, sedie, gazebo, bicchieri e bottiglie colmi di bollicine. Tovaglie rosse e gialle, ombrelloni bianchi, tovaglioli verde acqua…Poi il cibo, i sughi, il frastuono delle stoviglie. La rana capì che si trattava di una festa; una grande occasione condita con ospiti importanti, musica, risate. I convitati? Alcuni contenti, rilassati, altri tesissimi, sempre alla ricerca dei fotografi, sempre in corsa per non restare in seconda fila…

I PERSONAGGI IMPORTANTI…

Le rane, si sa, sono animali piccoli. Immaginate una rana al cospetto di un elefante: come un fiore sotto una sequoia. L’elefante c’era; un emerito giurista che tutti salutavano rispettosamente. Si avvicinò alla rana e le disse, con un fil di voce: “Bene arrivata. Conosci le nostre leggi? Lo sai che tutti i codici, tutti i regolamenti devono passare sotto i miei occhi? Se una legge, un comma non mi garba posso farli cancellare subito… E tu che fai di bello?” La rana non rispose, preferì defilarsi con discrezione; pensò: “Che gli dico? E’ un pezzo grosso lui, non mi va di sfigurare”. Saltellando sul prato andò a sbattere contro la corazza di un ippopotamo. “Buon giorno rana, che si dice di bello?” Il bestione beveva un drink in compagnia di due suoi simili. Tra un sorso e l’altro leggeva distrattamente tra le carte di un grosso faldone pieno di marche da bollo, timbri, firme autenticate. “Io faccio l’avvocato, patrocinante in Cassazione; questi sono i miei amici, il notaio Ippo e il commercialista Potamo; stavamo pianificando la strategia difensiva per un nostro cliente un po’ inguaiato… E tu? Che lavoro fai? Da dove vieni?” anche stavolta la rana si scostò, congedandosi gentilmente. “Un cliente un po’ inguaiato… E chi sarà? E che avrà fatto?”. Forse qualcuno che non paga le tasse; o forse un parassita, uno di quelli che vive sul lavoro e sui sogni degli altri. Che non guarda la bandiera, non la considera e si limita a farsi – sempre – i fattacci suoi… Non è bello questo, pensò.

… E QUELLI CHE SI SENTONO IMPORTANTI

Dopo aver ingoiato un moschino sfortunato, si imbatté in un gruppo di giraffe. Altissime, ben vestite, profumate, guardavano tutti dall’alto e non abbassavano la testa mai, nemmeno per salutare amici e conoscenti. “Buon giorno – gridò la rana, cercando di far arrivare la sua voce fino alla giusta altezza –; io sono la rana, arrivata qui da poco. Piacere di conoscervi, come va?” Le spilungone non la degnarono di uno sguardo, seguitando a sorseggiare champagne. “Ciao, buon giorno – insistette la rana –. Bello qui, non vi pare?”. Ancora nessuna risposta; tre giraffe mute, altezzose, alle prese con una rana importuna che, dal basso, provava ad attaccare discorso. Tre giraffe in minigonna, truccate alla perfezione, abbronzate, convinte di essere le più belle, le più ricche, le più corteggiate. Cosa se ne potevano fare di una rana? Come potevano abbassarsi (nel vero senso della parola) ad intrattenersi con lei? La rana attese un altro po’, pensando che – forse – la sua voce non arrivava così in alto. Una delle tre “coscialunga”, infine, chiamò un cameriere per intimargli di “Allontanare quel ridicolo figuro che ci sta infastidendo”.

“Non importa – si consolò la rana –: l’ambiente è allegro, festoso, mi trovo a mio agio; tutto è ben organizzato, c’è gente simpaticissima, a parte qualche eccezione!”.

Il caldo iniziò a scemare e gli ospiti, lentamente, lasciarono i tavoli per radunarsi, a gruppetti, in vari punti dell’ampio giardino. Si alzò un leggero venticello carezzevole e fresco che sollevava con discrezione le minigonne delle giraffe le quali, compiaciute, cercavano di coprire il copribile, ma senza esagerare.

LE PRIME AMICIZIE

La rana saltellava senza una precisa meta lungo tutto il parco, salutando e sorridendo a tutti quelli che incontrava; ogni tanto atterrava su un vassoio per prelevare un calice, una tartina, un dolcetto. Passarono le ore e l’aria si fece più gradevole e frizzante. Sul ramo di un pino, semiaddormentata, c’era una grossa civetta. Con un salto più ambizioso la rana giunse su quel ramo e si sedette accanto al rapace. “Buona sera, scusi l’intrusione. Permette che mi presenti?”. La civetta dapprima restò immobile, quasi non si fosse accorta di nulla; poi mosse le ali e si voltò verso la rana: “Buona sera a te. Scusami ma di solito, quando c’è ancora luce, sono un po’ carente di riflessi… Mi chiamo Tributino e sono un generale. Se hai qualche problema con le tasse, le imposte, io ti posso aiutare… Ma lasciamo stare il lavoro: che fai? Da dove vieni?”. La conversazione si infittì subito, rana e civetta erano ormai un tutt’uno su quel ramo. Parlavano, ridevano, si davano pacche sulle spalle e – alternativamente l’una e poi l’altra – chiamavano i camerieri per farsi rimboccare i calici. “Un viaggio avventuroso e interessante il tuo – disse infine la civetta –. E’ da un po’ che non mi muovo da questa città… La prossima volta che fai le valigie chiamami, fammi un fischio: mi farà piacere accompagnarti, ovunque vorrai andare”. Detto questo, il Generale spalancò le ali e si congedò così: “E’ stato un grande piacere ma ora, scusami, per me è il momento della caccia…”. In effetti il sole stava per scomparire dietro i campi “pratica” del golf, trascinandosi il suo abito color arancio pieno; l’ora del crepuscolo, ottima per i pittori, i fotografi e gli innamorati era scoccata. Fotografi, innamorati e cacciatori notturni: pipistrelli, gufi, civette, gatti. Il generale Tributino si levò in volo senza rumore, nonostante la sua apertura alare davvero generosa.

SCAMBI DI VEDUTE

La rana si attardò sul ramo fino a quando questo si scosse violentemente; si voltò di scatto e incrociò lo sguardo, torvo, di un’immensa aquila. Dal rapace notturno a quello diurno. In altre circostanze, in altri contesti l’incontro si sarebbe concluso non proprio allegramente: una rana, per le aquile, è solo uno “stuzzichino”, un aperitivo per ingannare il tempo nell’attesa del primo piatto. “Ciao, noi ci siamo già visti tempo fa, molto lontano da qui – esordì l’aquila –”. La rana, superato il primo momento di smarrimento, ingoiò il batticuore e rispose prontamente: “Ci siamo visti? E dove?” “Circa un mese fa, in montagna, in un bosco di faggi – riprese l’aquila –. Stavi per finire i tuoi giorni nello stomaco di una volpe e poi…”. “E poi l’ho scampata bella, lo so – rispose la rana che, ricordando l’episodio, riprese a tremare –. E’ stata una gran botta di…” Non terminò la frase poiché l’aquila l’incalzò: “Una gran botta di coraggio, ambizione, forza di volontà. Io ero sulla cima dell’unico abete, l’albero più alto nel mezzo della faggeta. Ero indecisa se aggredire la volpe o la rana e mi dissi ‘chissà, forse riesco a papparmeli entrambi…’. Poi ho visto il tuo balzo incredibile, ho visto la volpe a bocca aperta e tu che, tra i rami, mi hai quasi toccato le zampe. Un salto o un volo? Ora che ti ho ritrovata voglio chiederti di insegnarlo anche a me: insegnami a volare così”. “Io insegnare a te a volare? Tu sei un’aquila –replicò la rana stralunata –, la regina delle altezze, l’aereo piumato di prima classe! Da questo ramo alla cima di quelle torri ci arriveresti con un solo battito d’ali… Io salto, so farlo anche bene, ma volare no: volare, planare, scendere in picchiata… Magari!”.

Stettero in silenzio per un minuto, forse due; poi l’aquila, ridacchiando, riprese: “Non far finta di non capire; io volo perché la Natura mi ha regalato due grandi ali, queste qui…”. Si spostò di due metri e le spalancò. Il piumaggio grigio e beige, le penne rigide e agili sembrava dovessero ricoprire tutto il mondo. “Non è certo merito mio –seguitò il rapace – se son capace di planare e di ‘picchiare’. Sono nata con le ali e i miei ‘vecchi’ mi hanno insegnato ad usarle, tutto qua. Lo stesso farò io con i miei figli e, generazione dopo generazione, le aquile seguiteranno a solcare il cielo. Chi ha le zampe imparerà a correre, chi ha il pungiglione saprà pungere… Succederà al ghepardo, all’ape, al canguro. Il difficile è correre senza zampe, volare senza ali. Come hai fatto tu; avevi deciso che il tuo viaggio doveva continuare. Eri certa che così sarebbe stato, in barba alla volpe, alla pioggia, alle mille trappole della foresta. Sapevi che, volendo, potevi cambiare le carte in tavola; e l’hai fatto. Ecco, io non so volare così. E mi piacerebbe moltissimo imparare”.

L’AMMIRAZIONE

Il ramo occupato dalla rana e dall’aquila era, guarda caso, ad “altezza muso” delle tre giraffe, le quali non persero una sillaba di quel dialogo. Le signorine “coscialunga” si avvicinarono alla rana e le sorrisero lungamente; non un sorriso di circostanza, non una semplice occhiata d’intesa: si trattò di uno sguardo intenso, da femmina a maschio, che non si può descrivere con due parole. Uno di quei segnali che, dalla notte dei tempi, ha consentito alle giraffe, ai leoni, ai porcospini, ai rinoceronti, alle anatre, a tutti i bipedi, quadrupedi, mammiferi, uccelli, pesci e rettili di perpetuare la loro specie. Desiderio, passione, calore, febbre, brivido. Se chi legge, chi ascolta questa favola è un bambino (o una bambina) dovrà avere la pazienza di attendere qualche anno ancora per provare tutto questo; per accorgersi quanto può pesare uno sguardo così. Quanti pianti, quante notti insonni quando quel sorriso si spegne e quegli occhi, all’improvviso, diventano sfuggenti, duri, indifferenti.

Le tre giraffe invitarono la rana a scendere per sorseggiare un drink. L’invito fu prontamente accettato e l’anfibio trascorse una buona mezz’ora a ridere e scherzare con le nuove amiche.

I BUONI PROPOSITI

Si unirono al gruppo i tre ippopotami che, dopo una lunga discussione, decisero di abbandonare al proprio destino il cliente “traffichino” di cui si stavano occupando poco prima: “Perché aiutarlo? In questo Paese ci sono tante altre teste, tante idee buone, tanti progetti ambiziosi da portare avanti. Occupiamoci di loro, aiutiamoli, valorizziamoli, invece di soccorrere chi ‘rema contro’. Anche qui, anche in questo giardino stiamo bevendo, respirando, ammirando il genio, la creatività, la voglia di vincere di questo popolo. Per esempio il cibo: dalla mozzarella alle fragranze del nostro mare. Dalla frutta succosa fino al vino, ai vini che ci hanno reso famosi nel mondo…”. Il dottor Potamo concluse così: “Anche noi abbiamo ascoltato la storia del tuo volo tra i faggi. E la pensiamo come l’aquila: chi ha coraggio, chi crede in sé, chi lavora sodo per un progetto, un’ambizione fa del bene alla nostra terra, al nostro popolo, al futuro dei nostri figli. Chi insiste, chi non si arrende, porta in giro la nostra bandiera senza paura, non la lascia nemmeno quando piove e la stoffa si appesantisce, l’asta si conficca nel fango e rende difficile correre, nascondersi, riposare. Noi mangiamo erba, da bravi pachidermi. Ma il prato, i prati dobbiamo saperli curare, scegliere, irrigare. L’erba è per noi e non solo per noi: dovrà esserci anche domani, verde, umida, grassa e saporita per i nostri nipoti e per i nipoti dei nipoti…”.

Le parole del dottor Potamo risuonarono imperiose nel parco, richiamando a frotte tutti gli ospiti sotto il pino. Si fece rivedere anche il generale Tributino che, planando, andò ad appollaiarsi sulla schiena di una giraffa. Aveva ancora il becco umido di spumante, grazie all’ennesimo bicchiere consumato poco prima; i camerieri lo conoscevano bene, lo canzonavano spesso poiché ogni volta, afferrando un calice, chiedeva la ricevuta fiscale. “Generale, qui offre la Casa. Non c’è da pagare, niente scontrino…!”. E lui: “Sì, scusate, mi dimentico sempre… Sapete com’è, deformazione professionale…”. Ogni bicchiere, ogni tartina la stessa scena: il generale si scusava, i camerieri sorridevano, i bicchieri prendevano il volo.

“Ha ragione il generale – sentenziò l’aquila, ancora piantata sul solito ramo –: meglio fare la figura dei pignoli, dei petulanti, pur di convincere tutti che le regole vanno rispettate sempre. Le tasse sono troppo alte? Il fisco è una sanguisuga? Può darsi, ma spesso la colpa è proprio di chi si rintana, di chi fugge sulle cime degli alberi pur di non contribuire con la propria quota…”.

IL PAESE CHE C’E’

La rana si sentì felice; una felicità piena, che non provava da tempo. Pensò al suo vecchio stagno, ormai lontano, in quella radura nascosta, dove le giornate trascorrevano placide, tranquille e – anche – piuttosto noiose. Ora, invece, il confronto, le nuove amicizie, i progetti, i sogni.

La sera si mise da parte per lasciar posto alla notte. Si accesero i primi fuochi d’artificio, seguiti dai consueti scoppi che squarciavano l’aria provocando, all’inizio, un po’ di panico tra i gabbiani e le cornacchie. Gli ippopotami e le giraffe si attardavano attorno ad un vassoio di gelato, la civetta ripartì per la caccia, carica di “modelli unici” da controllare. Ma il lavoro può attendere: ora c’è la festa, ancora ben lungi dal termine.

Sopraggiunsero due tartarughe, Rino e Rina, professione architetto e designer. Masticando quel che restava di una pizza “margherita” si avvicinarono alla rana per presentarsi: “Buonasera, piacere di conoscerti. Sappiamo che sei arrivata da poco, ci piacerebbe farti da guida, farti conoscere un po’ di gente, un po’ della nostra storia. La storia di questo nostro popolo che tanto ha dato alla scienza, alla cultura. Scienza, cultura e amore per il ‘bello’. Noi ce ne intendiamo abbastanza, lavoriamo nel campo. Siamo tartarughe, facciamo tutto con lentezza, e questo non è affatto un male: la fretta non fa per noi; la fretta ci avrebbe impedito di disegnare ponti, palazzi, piazze capaci di ‘respirare’ e di riempire gli spazi con armonia. Il ‘bello’ si può apprezzare ammirando un nuovo quartiere ma anche osservando un cartellone pubblicitario, un disegno, una fotografia. Il bello della fantasia, della creatività. La pizza che abbiamo appena divorato è anch’essa un’invenzione, un colpo di genio che fu dedicato, anni fa, ad una regina. E poi la cioccolata, le automobili, la moda, la cucina… Ognuno di noi può provarci; ognuno di noi ha la sua “margherita” nel cassetto. Basterà metterla in forno, guarnirla di ingegno e servirla agli altri”.

Le idee, l’ambizione, la voglia di migliorare. “E pensare – si disse la rana – che c’è chi si lamenta, si piange addosso, disegnando una realtà piena di burocrazia, di furbi, di ladri, di arretratezza. Una realtà dove, dicono, vince il più forte, il più scaltro, il più ricco. E dove l’economia arranca, il lavoro non c’è e i ‘soliti noti’ siedono nella stanza dei bottoni, mangiano, bevono, si arricchiscono senza far nulla perché le cose cambino. Beh, grazie a questo mio viaggio ho scoperto che, per fortuna, così non è. Ho incontrato gente appassionata, che ha voglia di inventare, di camminare, di costruire un ottimo presente e un radioso futuro…”.

In effetti gli ospiti erano tantissimi, ognuno con il proprio bagaglio di entusiasmo. Ormai stazionavano tutti sotto a quel pino: lo struzzo, primario chirurgo, la gazzella, un altro generale, il castoro, ingegnere e scrittore, due antilopi, giovani studentesse, il rinoceronte, cuoco pluripremiato, il pavone, attrice di cinema, il topo, ricercatore e genetista… una folla di cervelli, un assembramento di creatività, fantasia, voglia di stupire.

L’ultimo fuoco si smembrò nel buio con discrezione. I camerieri iniziarono a sparecchiare e misero in moto le lavastoviglie. Nel grande parcheggio si sentirono rombare le vetture in procinto di abbandonare la festa.

LO SPAVENTO

“Davvero una bella festa, non c’è che dire – sentenziò il professor Tonnellone, il celebre elefante giurista, quello che per primo, nel pomeriggio, aveva conosciuto la rana –. Sei d’accordo?”.

Nessuna risposta. L’elefante un po’ si risentì, pensando che – forse – la nuova arrivata non brillasse per buona educazione. Spostò la proboscide da un lato, abbassò la testa e si avvide che la rana non c’era più. Attonito, incredulo, girò il muso a destra e a manca e, rivolgendosi agli altri, gridò: “Avete visto la rana? Sapete dov’è?”. Si avvicinarono le tre giraffe cercando, dall’alto, di scorgere l’amico saltellante, magari dietro un cespuglio o sui bordi dello stagno. Niente da fare, la rana era sparita. Il generale Tributino decise di partecipare anch’egli alle ricerche e, dalla cima di una delle torri, si mise a dirigerle, inducendo gli ospiti a formare varie pattuglie per setacciare ogni angolo del parco. Dopo un’ora decisero tutti di desistere; ma prima di gettare la spugna, il dottor Potamo chiese aiuto all’aquila: “Fai tu l’ultimo tentativo: puoi arrivare più in alto di tutti ed hai gli occhi buoni”. Il rapace non si fece pregare, anche perché, come tutti, era rimasto piacevolmente colpito dalla simpatia e dalla squisita gentilezza della rana. “Lasciate fare a me – disse–; la trovo e ve la riporto…”. Le aquile, a dire il vero, sono abituate a volare con la luce solare, ma in città, anche di notte, c’è una discreta illuminazione.

“Buona caccia – le urlò il professor Tonnellone –. Resta sempre in contatto radio con il generale”.

DAL CIELO

Tutti gli occhi erano ormai rivolti verso le cime degli alberi, dei palazzi. Tutti a guardare le stelle seguendo le giravolte dell’aquila che, istante dopo istante, diventava sempre più lontana, sempre più piccola.

“Da qui – si disse il rapace – è impossibile che mi sfugga qualcosa”. Si trovava a cinquecento, forse mille metri d’altezza; sotto, tante miniature: piccolissimi i lampioni, minuscoli gli alberi (poco più che bonsai), e tutti i palazzi, le strade, i parchi, i treni, come un mucchio di giocattoli gettati da un bambino annoiato.

La rana non si vedeva e l’aquila decise di salire ancora: millecinquecento, tremila metri. Fu aggredita dal freddo ma non si preoccupò più di tanto: tante aquile veleggiano sopra le Alpi o sulle Ande, così è e così sempre sarà.

Della rana nessuna traccia: da lassù l’aquila non aveva nulla che le ostacolasse lo sguardo; vedeva i fiumi, i laghi, i campi coltivati, la città ed i paesi vicini, la ferrovia, il mare. Salì ancora, arrivando sopra le nuvole. Ormai, in basso, si confondevano i colori, il mare e la terra erano un tutt’uno con il grano, i boschi, le nuvole. Le forme si appiattirono fino all’effetto “carta geografica”. “Ecco come si fa – sorrise l’aquila – a riempire un atlante. Si viene quassù e si scattano tante foto; me ne ricorderò”.

La carta geografica, per lo meno la porzione che si poteva sbirciare tra le nuvole, aveva una forma bizzarra: un lungo calzettone, o uno stivale. “Ma guarda un po’ – si stupì l’uccello –. Anch’io abito lì? Il mio nido su uno stivale... Buffo no?”.

“Ciao, anche tu qui?”

Quella voce improvvisa, nel silenzio abissale del cielo, terrorizzò l’aquila. Per un attimo le ali si chiusero in un crampo, facendola precipitare quasi un chilometro più giù; superato lo choc riprese quota e si trovò faccia a faccia con lei; con lui. Insomma la rana, proprio così: diecimila metri sopra lo stagno, un’aquila e una rana.

“Avevi ragione tu – proseguì la rana, planando come un volatile esperto –; ci vuol poco per cambiare le carte in tavola. I sogni, i nostri sogni, possono realizzarsi appieno. Prima ero un’ottima saltatrice, ora ho imparato a volare. Meglio: sapevo già volare da tempo, ma non volevo crederci. Devo ringraziare te ed anche la volpe, quella che mi voleva divorare… Entrambi mi avete fatto capire che un muro, uno spavento, un imprevisto sono i giusti ‘ingredienti’ per crescere, per disegnare un progetto, per raggiungere un traguardo”.

“Va bene, basta con la filosofia – l’interruppe il rapace –; dì un po’, che te ne pare della vista da quassù?”

“Niente male davvero – replicò la rana –. Hai visto quella grossa calza della befana? O è uno stivale? Beh, mi piace un sacco. E pensare che per alcuni quello stivale non contiene buoni piedi, a parte quelli ottimi per tirare calci a un pallone… Non è così, lo sai anche tu. Io l’ho scoperto solo ieri, alla festa. I buoni ‘piedi’ ci sono eccome!”

“Una cosa non mi hai detto – rispose l’uccello –: qual è il tuo nome?”

“Un’altra volta – fu la replica –: ora lasciami andare. Lasciami volare”.

Così finisce la mia storia, la storia di una rana che decise di lasciare lo stagno in cui era nata per viaggiare, conoscere, scoprire, imparare. Fate un salto anche voi, appena possibile, fuori dai soliti confini. Saltando saltando…

IL RISVEGLIO

La luce iniziò a filtrare tra le stecche della serranda, prima timidamente poi con tutta la potenza di cui è capace il sole estivo. In fondo alla cameretta, un lettino; dentro di esso due occhi socchiusi di un bambino.

“Mamma, ho fatto un sogno: una rana che viaggia e che impara a volare; volare come le aquile…!”

“Buon giorno tesoro –fu la risposta –; vieni a fare colazione?”

La tavola apparecchiata, la tovaglia bianca, il latte caldo. Ma il piccolo non si sedette: si accovacciò sul parquet iniziando ad estrarre i suoi giocattoli da un cesto. Afferrò un elefante di plastica, tre ippopotami, tre giraffe, una civetta, un’aquila… Mise tutti gli animaletti in cerchio, sul pavimento. Nel mezzo, una grossa rana di peluche.

“Tesoro, che fai? – intervenne la madre – non mangi? Proprio adesso ti metti a giocare?”.

“Non sto giocando – rispose prontamente il piccolo –. Sto cercando di crescere; per imparare presto a volare”.

RINGRAZIAMENTI/ALTRO

Grazie a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggere, o ascoltare, questa mia storia. Buon volo a tutti.

Personaggi e interpreti:

La rana

Il professor Tonnellone (elefante) – Presidente della Corte Costituzionale

Il generale Tributino (civetta) – Comandante Generale della Guardia di Finanza

I dottori Pachi, Ippo e Potamo (ippopotami) - avvocato, notaio e commercialista.

Le signorine “coscialunga” (giraffe) – tre ragazze del “buon ambiente”

Rino e Rina (tartarughe) - architetto e designer

Altri: la gazzella (ufficiale CC), lo struzzo (medico), il topo (ricercatore) e tutti gli altri “animali” che, da sempre, sono bravi a sognare. E a volare.

E l’aquila? E’ senza nome, come la rana. Le sue ali, però, sono ottime per arrivare in alto; ottime per una rana, per un bambino, per tutti quelli che decideranno di provare.



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