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lavoro pubblicato lunedì 1 settembre 2014
ultima lettura martedì 16 luglio 2019

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L'OBELISCO

di simone82. Letto 543 volte. Dallo scaffale Fantascienza

 Simone D'Amata L’obelisco  Fino ad ora non mi hanno mai creduto,hanno sempre pensato e asserito che fossi un visionario, un megalomane che crede alle leggende e ai miti. Ma ora non possono più farlo,ora saranno costretti a...

Simone D'Amata

L’obelisco

Fino ad ora non mi hanno mai creduto,hanno sempre pensato e asserito che fossi un visionario, un megalomane che crede alle leggende e ai miti. Ma ora non possono più farlo,ora saranno costretti a ricredersi,perché io sono la prova vivente del loro grandissimo errore. Crederanno ora all’unica verità concreta e innegabile: l’obelisco di Pthà esiste,è reale come è reale il suo potere. E’ un’ antenna per comunicare con l’Infinito.Fu eretto durante la prima dinastia dal re di Karnak Othar I detto l’Illuminato il quale quando morì,si racconta,volle essere sepolto sotto l’obelisco perché,secondo le sue ultime parole:«Il cammino verso la conoscenza prosegue anche dopo la morte».Da secoli e secoli i popoli di ogni epoca lo avevano cercato senza riuscire a trovarlo e questo portò gli studiosi di egittologia a negarne l’esistenza e ad annoverarlo fra i numerosi miti che costituiscono il patrimonio culturale e letterario di questa splendida civiltà.Fu il fascino di questa leggenda a spingermi,fin dall’età di dieci anni, ad appassionarmi all’Egitto e a diventare archeologo.

Mi laureai nel 1960 all’Università di Boston,da allora i miei studi sull’obelisco di Pthà non hanno mai conosciuto arresto ,poi un anno fa l’Università non mi ha concesso più fondi per le spedizioni,il rettore della facoltà le aveva giudicate inutili e aveva aggiunto che la mia ossessione per questo mito stava rovinando l’immagine rispettabile dell’Università e infangando la sua reputazione. A questo si aggiunse inoltre la sospensione per me dall’attività didattica. Ero fuori. Mi sentivo frustrato e sconfitto,la mia ossessione aveva distrutto tutto ciò che avevo,la carriera,la reputazione,il rispetto dei miei colleghi. Precipitai nella più profonda depressione e annegavo nell’alcool.

Una sera ricevetti una telefonata da Albert Gramm,docente di Storia egizia presso l’università del Kentucky e mio amico. Mi dette appuntamento in un bar. Mi disse che aveva saputo del mio allontanamento dalla Facoltà e che era disposto a finanziare lui stesso la spedizione poiché disponeva di ampie risorse economiche in quanto faceva parte di una famiglia benestante e anche perché,mi rivelò,aveva sempre creduto ai miei studi e alle mie teorie. Anche lui voleva sperimentare l‘infinito potere di Pthà.

All’inizio ero riluttante a credere alla sua buona fede ma egli dissipò ogni mio dubbio portandomi a casa sua e mostrandomi una cassetta di legno che tirò fuori dal cassetto della sua scrivania. Dentro c’era un antico rotolo di papiro scritto in geroglifici.«E’ il Papiro di Tutar » disse, «Lo trovò per caso un mio studente laureando un anno fa,sepolto sotto le rovine di un tempio nelle vicinanze di Tebe. Tutar fu uno scriba e un poeta vissuto sotto il regno di Othar II,successore dell’Illuminato,qui scrive che l’obelisco di Pthà fu costruito a Karnak ma poi venne trasportato nei pressi di Saqqara dove c’è la famosa necropoli e che ogni anno,in un periodo compreso tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno viene puntualmente coperto da una tempesta di sabbia e resta sepolto sotto le dune del deserto per un mese fin quando una nuova tempesta che si muove in senso contrario scavando e rimuovendo la rena non lo riporta alla luce. Questo spiega il motivo per cui nei secoli passati nessuno l’ha trovato.

Ora noi sappiamo come agire e possiamo dimostrare a tutti che né tu né io eravamo dei visionari».

Quelle sue parole così carismatiche e piene di entusiasmo mi infusero nuova forza e accettai.

Partimmo la mattina del 1 ottobre. Nel tardo pomeriggio arrivammo al Cairo. Il viaggio ci aveva stancati e così consumammo la cena in camera.

L’albergo in cui alloggiavamo era piccolo e modesto ma sufficientemente accogliente,i letti erano soffici e comodi,le pareti bianche con porte e finestre di legno. Un odore leggero di incenso aleggiava in tuta la stanza e mi faceva assaporare il fascino di quei luoghi esotici.

Dopo la cena iniziai a sistemare l’attrezzatura da viaggio. Sul letto accanto al mio Albert Gramm studiava dei vecchi documenti e delle carte geografiche,poco dopo si alzò e me li mostrò: «Secondo queste cronache l’obelisco si trova alcune miglia più avanti della necropoli. Se i nostri calcoli sono esatti l’insabbiamento è avvenuto da un pezzo e a giorni dovrebbe giungere un’altra tempesta a dissotterrarlo».

Una volta definiti gli ultimi dettagli del viaggio andammo a dormire.

Ci mettemmo in cammino all’alba. Quando il sole era ormai alto eravamo in pieno deserto. Per fortuna avevamo indumenti adatti a sopportare quel clima così arido.

Albert studiava la cartina cercando,seppur con molte difficoltà, di orientarsi con la bussola. Appese alla sella dei cammelli c’erano delle borse di pelle contenenti viveri e delle borracce d’acqua. Verso mezzogiorno arrivammo a Saqqara,dove contemplammo con meraviglia la mole imponente della piramide del re Zoser.

I quattromila anni trascorsi,dacché fu costruita, durante la terza dinastia, non avevano scalfito minimamente la sua bellezza e la sua maestosità,era un’opera mastodontica destinata a resistere allo scorrere implacabile del tempo.

Albert guardò nuovamente la bussola: «Ancora un chilometro verso sud-est» disse. Improvvisamente sentimmo che iniziava a soffiare il vento, constatammo che la sua intensità cresceva sempre di più col passare del tempo fin quando non ci trovammo imbrigliati in un vortice di sabbia. Scendemmo dai cammelli e ci coprimmo con delle coperte di cuoio. Quando la tempesta si placò alzammo gli occhi e restammo sconcertati: l’obelisco di Pthà era davanti a noi. Era esattamente come lo avevano descritto gli antichi:un unico blocco di granito colorato d’oro, le quattro facce coperte di geroglifici narranti gli antichi incantesimi Memnetharat, personificazione del Tutto. Mi voltai verso Albert Gram,il suo volto ancora non aveva smaltito lo stupore di quella scoperta,in quel momento mi guardò e un sorriso di trionfo si disegnò sulla sua bocca.«Amico mio» fece,«Ora nessuno potrà più dire che le nostre erano solo teorie fantasiose,questa scoperta rappresenta il trionfo,la nostra rivalsa su tutti i nostri detrattori» ,la sua voce aveva un tono quasi delirante dettato da un sentimento di onnipotenza che mi turbò,poi il suo viso si fece serio e contrito e aggiunse:«Ma purtroppo solo uno di noi potrà raccoglierne i frutti»,così dicendo tirò fuori un pugnale e si avventò su di me. Prontamente estrassi la pistola che avevo portato con me dall’albergo e sparai.

Lo vidi accasciarsi a terra fissandomi con occhi sbarrati che annaspavano nell’oblio.

Non volevo farlo,voglio che sia chiaro per coloro che leggeranno questa storia che sto scrivendo,non volevo farlo,avrei voluto condividere quella vittoria con lui,ma la sua avidità era stata più forte della sua lealtà. Col cuore pieno di amarezza e di rimorso scavai una buca e lo seppellì. In quel momento mi venne in mente una frase pronunciata in punto di morte da Othar I L’Illuminato: «L’avidità,la fame di potere non si sposa con la sete di conoscenza poiché essa è una virtù dell’uomo assennato che vuole riceverla perché il suo desiderio più grande è donarla agli altri» .Albert non aveva capito il vero valore del potere di Pthà. La sua mente era troppo umana.

Salì su una duna di fronte al monumento e iniziai a recitare l’antica preghiera degli antichi Saggi per invocare l’apertura dei cancelli del Cosmo. Iniziai a sentire un calore che nasceva e avvampava dentro di me,un brivido mi attraversò tutto il corpo come una scarica di adrenalina. La mia mente si stava aprendo,cresceva,cresceva e cresceva infinitamente,mi sembrava di sollevarmi da terra,vedevo mondi nuovi schiudersi e mostrarmi i loro segreti,il mio cervello progrediva,si ampliava man mano che si nutriva di quell’energia galattica che fuoriusciva da quell’antro celeste, come una sorgente illimitata. Stavo diventando un amalgama con il Tutto,l’universo era nelle mie mani,io ero l’universo,mi cibavo di ogni sua frazione infinitesima,vedevo ogni cosa,ero l’occhio di Dio. Ero Dio.

Poi è sopravenuto il buio. Quando ripresi i sensi mi trovavo in un ospedale del Cairo. Dei beduini mi avevano raccolto e portato in città.

Quando gli dissi che avevo trovato l’obelisco di Pthà i medici mi guardarono come si guarda un pazzo ma non importa. Ora nulla di tutto questo ha più importanza per me,la fama,il potere, ho compreso quanto il loro valore sia infimo e superfluo.

Non possono capire.

La mia mente,lo sento ,viaggia continuamente per le contrade dello Spazio infinito,troppo lontane dalle loro conoscenze e dalle vostre. Ancora non siete pronti.

Se solo sapeste cosa si prova,quello che vedo,quello che sento.

E’ Magnifico.



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