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lavoro pubblicato lunedì 1 settembre 2014
ultima lettura sabato 19 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

LA LUCE DI KHUR

di simone82. Letto 409 volte. Dallo scaffale Fantasia

I nomi geografici che compaiono in questo testo servono solo da cornice alla narrazione di fatti totalmente inventati. Mi scuso se persone più informate di me riscontreranno degli errori nella designazione dei luoghi.

La luce di Khur

Quelle che leggerete sono le pagine di un vecchio diario il cui periodo di redazione,a voler essere sufficientemente precisi,risale alla primavera del 1918. Un diario di viaggio. Colui che lo scrisse si chiamava Rick Alfieri di cui non dirò quasi nulla se non che era nativo di Treviso ma visse i suoi anni migliori a New York. Fu docente di Archeologia orientale alla Stanford University e ricercatore.

A livello di importanza la sua persona va ricordata unitamente a un viaggio che fece nel periodo suddetto nelle terre dell’Iran e non per altro.

Queste sue annotazioni costituiscono l’unico documento esistente da cui ho attinto le informazioni che qui esporrò,particolare che tengo a sottolineare onde evitare che alcuni vadano nelle biblioteche con l’intenzione di spulciare montagne di volumi per reperire qualche notizia in più su quest’uomo e su questo misterioso viaggio senza trovare nulla.

Dal diario di Rick Alfieri:

3 Maggio 1918

E’ passato quasi un mese da quando per la prima volta i miei piedi si sono posati sul territorio asiatico. Essendo un cittadino americano abituato a un clima temperato ho risentito molto della variazione di temperatura,il clima qui in gran parte rientra nella zona desertica e subdesertica che dal Sahara si estende fino all’Asia Centrale. Sono giunto prima in un villaggio tipico del Fars,dove ho soggiornato una decina di giorni,poi ho proseguito e sono arrivato in un altro villaggio dell’Aserbaigian occidentale,vi sono stato due giorni,infine sono stato per tutto il resto di Aprile nella cittadina di Masuleh sui monti Elburs.

E’ stato emozionante indossare i loro abiti,mangiare come loro,dormire come loro,immergersi proprio nel clima,nel mondo che vai a visitare.

Il mio obiettivo principale fin dalla partenza però è stato raggiungere il villaggio di Khur,un villaggio sito sulle montagne a nord di Shiraz ai piedi delle quali si estende una sconfinata valle percorsa da carovane e beduini.

E’ un villaggio molto antico,le prime testimonianze scritte su di lui risalgono intorno alla metà del VII secolo a.C. Un villaggio rurale dedito all’agricoltura e all’allevamento. Ciò che incuriosisce della sua storia è il culto religioso cui erano dediti i suoi abitanti. Gli storici greci nei secoli successivi,soprattutto nell’età classica, nei loro scritti lo menzionano come “ Il villaggio nero “.Alcuni di loro, affascinati dalle voci che circolavano, si erano recati sul posto e non avevano fatto più ritorno. Nell’immaginario collettivo era diventato sede di forze oscure e maligne.

Qualche secolo dopo Archelao,un viaggiatore ateniese,si era spinto molto nelle terre centrali del continente asiatico giungendo nei pressi del famoso villaggio.

Vi erano molte abitazioni in pietra e in fango ,riferisce, con tetto in legno poste l’una vicino all’altra,tutte uguali fra loro,poco lontano c’era un recinto di legno per il bestiame e vaste distese di verde,stranamente presenti in quei territori, in quelle zone così anguste ed aride. Poco lontano c’era una piccola altura,arrivato in cima era rimasto sbigottito: c’era un enorme spiazzo in pietra come quella dei teatri greci solo che era molto più antico,al centro una bizzarra costruzione in bronzo,di colore scuro. Un tempio,alto almeno una ventina di metri. Architettonicamente ricordava il Partenone,sul timpano era scolpito, in un metallo allora sconosciuto,uno strano e terrificante simbolo: raffigurava una sfera, probabilmente il globo terrestre, con due creature serpentiformi che si intrecciavano sopra di essa. L’interno era tutto illuminato da due file parallele di torce accese,al centro avrebbe visto una statua raffigurante un essere alto e muscoloso che indossava un armatura simile a quella che indossavano i Macedoni,impugnava una sorta di scimitarra con i lati seghettati,il manico era d’argento,con l’altra mano reggeva un pesante scudo con al centro un altro simbolo raffigurante un animale,un cobra in procinto di attaccare.

Qualche tempo dopo,quando ritornò ad Atene non aveva rivelato a nessuno ciò che aveva visto e col passare del tempo iniziò ad accusare strani disturbi di natura psichica,la notte a quanto sembra aveva strani incubi e nel sonno urlava una strana parola,un nome, in una lingua allora sconosciuta al mondo civilizzato,un dialetto appartenente probabilmente al ceppo persiano ma mai, fin da tempi remoti udito né dai persiani stessi né da nessun altro,la parola in questione era DAHHAK. Il significato di tale termine chiaramente era ignoto,ma qualunque fosse,di certo evocava qualcosa di mostruoso,di spaventoso,infernale,tanto da far rabbrividire chiunque l’udisse.

Da quel momento in poi il villaggio di Khur divenne una zona interdetta.

Ma l’incubo non finiva qui,agli inizi dell’Ottocento un archeologo tedesco scavando nel territorio dell’antico Iran,lungo la valle dell’Indo aveva rinvenuto,sepolto nella sabbia da più di mille anni, un frammento di papiro su cui erano scritti dei versi,era un epigramma. La scrittura era un incrocio tra l’alfabeto egizio e quello fenicio,un connubio linguistico fino ad allora non attestato da nessun altra fonte. Benché fosse incompleto i versi che si riuscivano a leggere erano abbastanza significativi:

Fra la luce celeste

che si estende,

le sue mani propende

a nutrir i suoi serpenti

di umani cervelli…

a questo punto il testo diventava illeggibile poi,poco più sotto,in ultimo compariva un'altra parola,un nome DAHHAK:. Questo nome demoniaco,infernale, era legato a un empio tiranno della mitologia iraniana. Con il favore di Ahriman,lo spirito del male,invase il regno iranico;fece tagliare in due il re Giamshid e oppresse il popolo. Per nutrire di cervella umane due orribili serpenti che gli erano nati sulle spalle impose al popolo il quotidiano sacrificio di due vittime. Venne sconfitto dal re Feridun in seguito alla rivolta del fabbro Kave. Il suo corpo non fu più trovato,la sua testa fu ripescata nell’ Aras (1)e posta in un urna nel tempio di Khur.

Chiaramente non avevo mai creduto al mito ma ero fortemente intenzionato a trovare il luogo da cui questo aveva avuto origine.

6 Maggio 1918

Ho viaggiato per due giorni e sono arrivato nel territorio di Shiraz,so di essere a poca distanza dall’interdetto villaggio . Dall’ultimo soggiorno a Masuleh sono venuti con me due uomini,conoscitori del luogo,gli unici che si sono offerti di accompagnarmi,uno si chiama Adman Gadzy e l’altro Maschid Jai. Gadzy mi fa sempre molte domande sull’America,su New York,da quel che ho capito lo affascina l’occidente,sa parlare infatti molto bene l’inglese,conosce benissimo la storia degli Stati Uniti,un giorno,ha detto,fuggirà dall’Iran e se ne andrà a vivere in America e sposerà un’ americana,nonostante fosse un iraniano mi è sembrato di parlare con un mio connazionale. Ha un portamento molto distinto,di statura abbastanza alta,viso regolare e olivastro,barba e baffi radi ben tenuti,capelli corti ricci portati con cura sotto il fez. L’altro, Maschid, è sempre molto taciturno,in tutto questo tempo avrà parlato una o due volte solo per rispondere seccamente ad alcune domande che gli ho fatto circa la direzione da prendere per raggiungere il territorio di Shiraz. Per stanotte ci accamperemo lungo questa valle ai piedi della montagna. Qui la notte scende velocemente,in un baleno le stelle escono per guidare i beduini e i viandanti.

Ore:22:00

Abbiamo mangiato della carne in scatola, e dei datteri e dell’acqua della borraccia che nonostante il caldo si è mantenuta fresca,ne abbiamo fatto buona scorta.

Tira un forte vento la notte,tutta la tenda è scossa.

Mezzanotte

Sono passate circa due ore da quando mi sono disteso per dormire.

Si odono strani rumori qui nel deserto,a un certo punto ho iniziato a sentire uno strano suono,come una nenia ,gli altri due dormivano come sassi,tanto sono abituati a notti come queste. Sono uscito dalla tenda,il cielo è illuminato

da una strana e intensa luce azzurra.

Sale verso il cielo creando un effetto come quello dell’aurora boreale nel

[1]

polo,non ricordavo d’aver assistito ,prima d’allora,a qualcosa di simile,ero come

invaso da una strana sensazione mista a paura e meraviglia. E’ passato qualche minuto poi la grande luce è svanita.

7 Maggio 1918

Sono circa le nove,ora di New York,abbiamo mangiato dei datteri e, raccolto l’equipaggiamento, ci siamo incamminati lungo il territorio montuoso.

Abbiamo camminato per circa tre ore.

Verso mezzogiorno il villaggio di Khur si stagliava davanti a noi.

Le abitazioni,la morfologia del territorio, corrispondevano alla descrizione fatta da quelli che anticamente lo avevano esplorato.

Ispezionando il posto abbiamo constatato che era disabitato,ma le case e tutto il resto,benché fossero passati dieci secoli sembravano intatte,non presentavano il minimo segno di deterioramento,di decadimento,quando invece dovevano essere poco più che dei ruderi.

Davanti a noi l’altura erbosa. Una volta sopra abbiamo scorto poco lontano da noi il mastodontico tempio. Non sono riuscito a trattenere l’emozione e la meraviglia che mi ha suscitato la vista di quell’imponente struttura che nel suo stile architettonico sembrava aver anticipato il dorico dei greci.

0re 19:00

Ci siamo distesi sul prato a riposare e a ristorarci.

Ho voluto provare l’emozione di dormire e rilassarmi stando sdraiato su un territorio ancora sconosciuto e misterioso.

E’ passata qualche ora ed è scesa la notte. Abbiamo iniziato a sentire nuovamente quella nenia. Ci siamo alzati,abbiamo guardato verso il tempio intorno al quale ora era riunita una turba di gente. Poco dopo quella folla è entrata nell’edificio. Siamo scesi lentamente dall’altura e giunti vicino al tempio ci siamo appostati sulla soglia. Erano tutti in abiti cerimoniali,tutti rivolti in contemplazione della statua del feroce guerriero. A un certo punto tra la folla si è fatto avanti un uomo. Aveva un abito cerimoniale diverso dagli altri,un mantello scuro e una sorta di tiara modellata come la bocca spalancata di un leone con ai lati delle corna bovine.

Era il sacerdote del tempio,udì che lo chiamavano Udath.

Portava in mano un’ urna di bronzo. Arrivato dinanzi alla statua l’ha aperta.

Nel frattempo mi sono avvicinato per vedere meglio tra la folla,cercando di non essere visto; sono riuscito a guardare il contenuto dell’urna e ho rabbrividito:c’era dentro un teschio,un teschio umano,era molto antico. Poco dopo è successo qualcosa,tutti hanno taciuto. Si è udito improvvisamente un rumore,come il rombo di un tuono,un bagliore è uscito dalle orbite vuote del teschio dentro l’urna. La luce cresceva sempre di più divenendo azzurra,la stessa luce che avevo visto la notte scorsa,a poco a poco ha acquistato una potenza e un’ intensità tale che è uscita a raggio da un foro sul tetto del tempio e ha illuminato a giorno tutta la zona circostante.

Tutti i presenti si sono inginocchiati,dalla luce si è fatta avanti,come se uscisse da una dimensione parallela, una strana figura. All’inizio era evanescente,poi i lineamenti si sono ben definiti,un uomo alto,prestante,lunghi capelli neri,barba lunga e folta,occhi color fuoco,il suo viso acceso d’un ira infernale mista a un alterigia diabolica. Dahhak,demone persiano degli inferi il cui potere e malvagità

avevano resistito allo scorrere dei secoli risorgeva ora immortale,glorioso.

Indossava un’ armatura simile a quella della statua al centro del tempio, splendeva come fosse stata forgiata dalla luce stessa in un metallo lavorato dai fabbri del cosmo. Ma c’era qualcosa di più spaventoso,dalle sue spalle spuntavano due enormi serpenti,il corpo giallognolo squamoso ,occhi di sangue,bocche grosse come l’apertura di una mano al cui interno spuntavano due sottili e affilati denti da cui stillava un liquido nero,malsano.

L’ Udath facendosi avanti gli ha porto qualcosa che ha tirato fuori da una piccola anfora di terracotta sull’altare,essi l’ hanno addentata fulmineamente,erano due cervelli,cervelli umani.

Ho avuto un devastante senso di nausea,a stento sono riuscito a trattenere un rigurgito di vomito che stava uscendomi dalla bocca mentre con orrore vedevo quelle ributtanti creature masticare e fare a brandelli quell’ammasso di materia grigia che veniva spolpata sotto i loro potenti e famelici morsi.

Siamo fuggiti.

10 Maggio 1918

Parto. Tra poche ore salirò sull’aereo che mi porterà via dall’Iran. Questo territorio così vasto e maestoso ma al tempo stesso terribile e spaventoso su cui camminano ancora orrori primèvi troppo sconcertanti per l’uomo del ventesimo secolo. Non so se distruggerò questo diario una volta tornato a casa,non ne ho il coraggio,nessuno di sicuro ne varrà mai in possesso,a quelli che mi chiederanno dirò che ho trovato un antico villaggio in rovina e nient’altro perché quello che ho visto solo i miei occhi lo sanno e nessuno potrebbe crederci,cosa che mi fa sentire meglio,in questo modo a nessuno verrà in mente di raggiungere quel luogo di paura,sede di una blasfemia millenaria.

Qui finisce il testo del diario

Rick Alfieri fu trovato impiccato nel suo appartamento di New York un anno e mezzo dopo questi fatti.

Il villaggio di Khur, da quel momento, non è stato più esplorato e resta un mistero spaventoso e affascinante per tutti gli uomini raziocinanti



[1] Il fiume Aras scorre alle pendici del monte Ararat, segnando il confine tra Turchia, Armenia, Nagorno Karabakh, Iran e Azerbaijan. Ha una lunghezza di 1.072 km. È conosciuto anche con i nomi di Arax o Araxes.



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