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lavoro pubblicato venerdì 29 agosto 2014
ultima lettura giovedì 19 settembre 2019

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La Ruota del Destino - CAPITOLO 1 ( Parte 2 di 3 )

di peppers. Letto 703 volte. Dallo scaffale Fantasia

«Non sembra una ferita grave.» L'agnellino ferito scalciò fra le braccia della bambina, lasciando una chiazza scura sulla tunica verde mela. «Ma credo abbia perso molto sangue» concluse Vega d'un fiato, cercando con i gra...

«Non sembra una ferita grave.» L'agnellino ferito scalciò fra le braccia della bambina, lasciando una chiazza scura sulla tunica verde mela. «Ma credo abbia perso molto sangue» concluse Vega d'un fiato, cercando con i grandi occhi il viso della mezz'elfa.
Even la guardò con un sorriso benevolo, prendendosi del tempo prima di staccarsi dalla finestra. Dopo la movimentata esibizione della mattinata - qualcuno si ostinava a parlare di incidente, ma Even conosceva troppo bene Caranthir e Cleygan per non riconoscere lo zampino dei due elfi - il pomeriggio aveva riportato il villaggio alla sua ordinaria quotidianità. Il vento spazzava la piazza con uno strascico di foglie rossastre rendendo vani gli sforzi con cui Calan, il sacerdote del dio Mithal, cercava di mantenere pulito il porticato. Il passaggio di un gruppo di cacciatori e un occasionale pettegolezzo fra vicini di casa era tutto ciò che ravvivava il monotono strusciare della scopa di Calan.
«Ha bisogno di cure immediate.»
Vega vibrava d'impazienza appena oltre l'uscio della capanna, spostando il peso del corpo da una gamba all'altra. Forse era anche impaurita, decise Even, svoltando le maniche della tunica azzurra fin sul gomito. Mani dalle dita ossute raccolsero il cucciolo, lo stesero sul tavolo al centro della stanza, sparpagliando i ferri dall'astuccio di cuoio in cui erano riposti.
Il medico esaminò la lacerazione, divaricando i due lembi della ferita con il piatto della lama di un bisturi. Un belato tremebondo scosse l'agnello, costringendo Even a rinnovare la presa con la mano libera.
«Lasciami indovinare. Nebbia?»
«Ha quasi tentato di sbranarlo, prima che mamma intervenisse.» Vega annuì con fare concitato, senza smettere di stropicciarsi l'orlo del vestitino. Continuava a ronzare attorno al tavolo, sporgendo la testa bionda per seguire da vicino la medicazione. «È tutta colpa di Nelendil.»
Even sollevò il viso.
«Ne sei sicura?» disse con un tocco di divertimento negli occhi, grigi e infossati. «Io ho sentito dell'altro, nulla che avesse a che fare con lui.» Con un gesto della mano chiese un panno.
«È stato Nelendil» ribadì la bambina, porgendole uno straccio e versando dell'acqua in una bacinella di ottone. «L'ho visto con i miei occhi.»
La mezz'elfa intinse la pezza e ripulì la ferita. Il morso si era limitata a lacerare superficialmente la pelle dell'animale, senza spingersi troppo in profondità. Trattandosi di Nebbia, Even immaginava che la lupa avesse soltanto afferrato l'agnellino prima che potesse spingersi lontano dal villaggio.
Con un punta di orgoglio notò che la diagnosi di Vega era stata precisa e meticolosa. Proprio come ci si aspettava da un apprendista medico. Non era importante che la bambina volesse imparare per prendersi cura del gregge di famiglia, il tempo avrebbe comunque portato un paio di braccia esperte al servizio del villaggio.
«Prendi la Borsa del Pastore.»
Vega corse a slacciare lo spago che chiudeva le due ante di una dispensa fissata nel mezzo della parete. Scivolò lungo il ripiano più in basso, esaminando il contenuto di alcuni barattoli allineati, poi si sollevò in punta di piedi. Salendo su uno sgabello, afferrò una scatola di legno posta nel terzo scaffale.
«Vuoi solo difenderlo perché fa parte della tua Cerchia» la accusò, passandole una foglia affusolata dalla tinta verde pallido.
Ogni elfo del villaggio aveva una propria Cerchia. Re Maric ne decideva gli appartenenti, formando gruppi di quattro o cinque persone variamente assortiti per essere dei nuclei stabili. La Cerchia definiva le prime amicizie di un elfo silvano, le persone con cui avrebbe percorso i passi della vita comunitaria. Il tempo rendeva i componenti di una Cerchia molto più che semplici compagni d'arme, qualcosa di simile a una famiglia allargata.
Un giorno anche Vega avrebbe avuto una propria Cerchia, senza dubbio formata con gli altri bambini del villaggio.
«Anche Cleygan e Caranthir fanno parte della mia Cerchia» le fece notare Even, masticando la Borsa del Pastore senza badare al sapore amaro della foglia che andava sminuzzandosi. Applicò la poltiglia grigiastra sull'escoriazione con movimenti simili a carezze che aiutarono l'agnellino a ritrovare la calma.
Vega osservava in silenzio, il volto paffuto con la stessa fossetta sul mento di Seryn concentrato sulle mani del medico. Solo quando Even bendò la zampa con una striscia di tessuto, la bambina rispose con un sospiro: «Il Principe non farebbe mai una cosa del genere.»
Allora non conosci Cleygan, bambina mia, pensò fra sé la mezz'elfa. Più che un Principe, un briccone e un imbroglione, capace solo di trascinare Caranthir nelle sue furberie contro Nelendil. Ma in fondo andava bene così. Senza le trovate di Cleygan, la vita al villaggio rischiava di appiattirsi in un susseguirsi di giorni fin troppo tranquilli.
Caranthir, Cleygan e Nelendil.
Nel pensare ai compagni di una vita, Even fece un sorriso che risollevò quegli angoli degli occhi puntati verso il basso che le davano un'aria perennemente triste.
«Il tuo agnellino supererà la notte.» Con un passo indietro, guardò il risultato della medicazione con le mani sui fianchi abbondanti. «Se il sangue arrosserà la benda ...»
«Puliremo la ferita e rifaremo la fasciatura, applicando ancora un po' di Borsa del Pastore» la scavalcò Vega, eccitata.
«La Borsa del Pastore aiuta il sangue a coagulare» le spiegò Even. Di fronte allo sguardo confuso della bambina, aggiunse: «Ferma le emorragie, cioè le perdite di sangue.»
Con aria convinta, Vega scostò i capelli della mezz'elfa, biondi con dei tocchi bianchi alle tempie, e le posò un bacio sulla guancia. Uscì caricandosi l'agnello sulle spalle come le aveva insegnato la madre.
Even rimase a osservarla con le dita insanguinate poggiate sullo stipite della porta di ingresso. Il grattare della scopa di Calan si era fermato da un pezzo, ora il sacerdote del dio Mithal raccoglieva le foglie all'interno di un sacco. Le raffiche di vento si erano smorzate in sbuffi che facevano cigolare l'insegna dell'emporio del villaggio. In un angolo della piazza un ragazzo si offriva come scala per aiutare un compagno ad arrampicarsi su una quercia. Scene abituali, che facevano ancor più risaltare l'uomo in mezza corazza verde oliva che scendeva la strada proveniente dal Palazzo Reale.
Il Derhal, il Maestro, scivolò attraverso la piazza con la grazia di un lupo, senza l'abituale seguito di soldati sottoposti. Un dettagli tutto sommato poco preoccupante, se solo Garion Darhood non fosse stato diretto verso la capanna di Even.
«Giornata movimentata?» chiese, puntando sulle mani insanguinate del medico gli occhi sottili, due scheggiature sul viso abbronzato. La domanda si sforzava di mostrare interesse, ma finì col far apparire la cosa un dettaglio quasi irrilevante.
«Non più del solito, Garion Derhal.»
Even rispose senza dimenticare di nominarne il titolo. Non che il Maestro badasse a tali formalità, ma quel viso dai tratti aristocratici le ispiravano un rispetto che non poteva fare a meno di riversare nel titolo. Con un cenno lo invitò all'interno. Garion attese con un contegno rigido mentre il medico sciacquava le dita nella tinozza d'ottone. Aveva un viso piacevole a vedersi, con capelli tagliati corti in un'acconciatura sbarazzina, ma indurito da anni di comando militare.
Gli occhi del Derhal vagarono per la stanza senza fissare nulla in particolare. Nonostante ciò, Even ebbe l'impressione che stesse imprimendosi nella memoria anche il più piccolo dettaglio della casa. Quella presenza poco abituale la fece sentire a disagio. Per tutte le ninfe dei boschi, pensò sedendosi su uno sgabello, spero non sia per qui per la bravata di Caranthir e Cleygan. Sforzandosi di dominarsi, Even offrì un blando sorriso. Un sorriso che l'altro non ricambiò.
«È stato ritrovato un cadavere.» Garion andò dritto al punto, dando l'impressione che ogni parola fosse sfuggita per errore dalle proprie labbra. «Stamattina, dai tuoi compagni di Cerchia.»
Even strabuzzò gli occhi. La notizia le era piovuta addosso inaspettata, provocandole un brivido gelido lungo la schiena.
«Un cadavere nel villaggio...»
«No. Non nel villaggio, fuori dalla Barriera.»
«Un elfo oltre le Querce di Pietra.»
Re Maric aveva eretto la Barriera con la magia, in modo da impedire ai nemici di penetrare nel villaggio. Anche se nessun ordine vietava espressamente di valicare la Barriera, di rado gli Elfi Silvani si spingevano oltre il semicerchio formato a oriente dalle Querce di Pietra. L'ombra delle montagne a ovest offriva pascoli freschi, abbondanti abbastanza da trattenere i pastori dal recarsi oltre la Barriera soltanto per nutrire le mandrie.
Se un elfo era caduto nel cuore selvaggio della Foresta Nera, dove le insidie riuscivano a strisciare attorno alla vittima senza che se ne rendesse conto, quell'elfo non poteva che essere una delle avanguardie di Garion. Tenne per sé l'appunto e attese ulteriori spiegazioni. Il Maestro doveva aver deciso che non era necessario rivelare altro sulla vicenda. La guardò con una certa fissità, impassibile come chi si aspetti una risposta. Risposta che Even non riusciva a formulare. Qualcosa di non detto, qualcosa di essenziale, le stava sfuggendo.
«Come posso aiutarvi, Garion Derhal?» Si sfregò le braccia, aggrottando la fronte. «Se il vostro uomo è morto, come dite, non c'è nulla che io possa fare.»
«Voglio che tu dia un'occhiata» disse il guerriero scrollando gli spallacci sagomati come foglie di quercia, ma nel suo sguardo sfuggente Even indovinava altre domande. «Per essere sicuri che non ci sia sfuggito nulla.» Con un sorriso che non sfiorava gli occhi, Garion cercò di non fare apparire le sue parole come un ordine.
«Un'occhiata a un cadavere?» La mezz'elfa arricciò inquieta un ricciolo dorato dalla punta sbiancata. I morti non le piacevano - era per mantenere la gente in vita che aveva deciso di dedicarsi alla medicina - ma non pensava di avere molte scelte. «D'accordo, andremo immediatamente.» Riunì in una tracolla di pelle l'abituale corredo di balsami, erbe e ferri, chiedendosi di che utilità potevano essere con un cadavere, poi si incamminò verso il Palazzo Reale scortata da Garion.
Scivolarono fra le capanne, mantenendosi al limitare della piazza. Il Derhal camminava con lo sguardo fisso al sentiero, la cotta di maglia d'argento che tintinnava spiovendo dalla mezza corazza verde oliva. Per tutto il tragitto non proferì parola, né Even cercò di spezzare quell'austero silenzio. Risalirono la china, con il terreno ai due lati che si innalzava gradualmente in due pareti rocciose che si avvicinavano fino a una distanza di quindici passi. La mezz'elfa passò sotto l'arco di pietra che univa i due costoni rabbrividendo per l'aria fredda che si insinuava fra le vesti. Calò sul viso il cappuccio avorio della tunica. Oltre l'arco di pietra il pendio si addolciva in colline che si allungavano in due ali attorno a spiazzo lastricato con pietre larghe e lisce.
L'ingresso al Palazzo dei Lorien era un portale di pietra sul fianco di una collina coronata da macchie di alberi, un'apertura sorvegliata da una coppia di cacciatori che al passaggio del Derhal fecero schioccare le lance contro gli scudi. Sulla cima delle alture, dove abeti e larici si diradavano, si scorgevano mura screziate da licheni e torri tozze dalle guglie simili a pigne di pietra. Su tutta quell'architettura essenziale, fatta da linee rette e massicci volumi di pietra, si posava l'ombra della quercia gigante, un albero alto almeno cento piedi, che costituiva il cuore vivo e pulsante del Palazzo di Re Maric. Radici spesse quanto un uomo si adagiavano sui tetti spioventi, facevano da contrafforti ai muri e avviluppavano i pilastri in spirali reticolate che sprofondavano nel terreno.
Il Palazzo Reale era una fortezza prosaica, un basamento massiccio che viveva e cambiava assieme ai servitori in livrea che ne percorrevano i corridoi. Adesso il silenzio di Garion non pesava più a Even, persa com'era nell'arte dei mastri artigiani degli Elfi Silvani. Angoli invasi dalla luce si alternavano a recessi dove la penombra sfumava nel buio, in una magia capace di farle vibrare nel cuore lo spirito sfuggente della Foresta Nera.
Nell'anticamera degli appartamenti reali due guardie rivolsero un inchino a Garion e appena un'occhiata curiosa a Even prima di introdurre i due elfi al cospetto di Re Maric. Il Sovrano sedeva su uno scranno imbottito, in un salotto luminoso rivestito da pannelli di legno color avorio decorati con motivi floreali. Teneva le dita intrecciate sotto il mento, gli occhi sottolineati da un filo di trucco nero fissi alla scacchiera posta su un basso tavolino di fronte a sé. Con appena un accenno di rughe agli angoli della bocca, Re Maric poteva apparire come un uomo di mezza età, non fosse stato per la profondità degli occhi grigi, incapaci di celare il trascorrere dei secoli.

Concentrato com'era a giocare una partita contro nessun avversario, Re Maric quasi non si accorse dell'ingresso dei due elfi, cosa di cui Even si sentì grata. Non aveva alcuna fretta di incrociare quello sguardo inflessibile che ogni volta l'arrabattava come se potesse leggerle anche l'angolo più recondito dell'animo.
«Even Thalan» lo richiamò Garion. «Come avete chiesto, Sire»
Re Maric sollevò prima gli occhi, poi la testa rasata e coperta di tatuaggi. La sottile treccia di capelli che dalla nuca scendeva fino all'addome ondeggiò sotto un vago cenno di assenso.
«Accettate del tè?» chiese il Sovrano, indicando con la mano un secondo scranno posto dall'altro lato di un basso tavolino. Even lanciò un'occhiata di sottecchi al Derhal, prima di realizzare che l'invito era stato rivolto proprio a lei. Con la punta di un dito, Garion lisciava le piume brune del proprio falco, appollaiato su un trespolo dirimpetto a una finestra a doppio arco. Il pomeriggio rannuvolato lasciava filtrare dall'esterno una luce stentata, sufficiente appena a ravvivare le decorazioni dorate sulla corazza del guerriero, una serie di linee curve che si incontravano al centro del petto formando l'immagine di una testa di falco, lo stemma della famiglia Darhood. L'ombra di Garion si disegnava lungo il pavimento di sottili assi di legno, fino al tavolo che trovava posto dall'altra parte della stanza. Era un pezzo bello a vedersi, con le gambe arcuate e intagliate a mano. Un lenzuolo sul ripiano nascondeva ciò che Even immaginò essere il cadavere di cui il Derhal le aveva parlato nella sua capanna.
«Certo, Sire» rispose Even, cercando di nascondere il proprio imbarazzo. Sedette rigida, stringendo le ginocchia sotto il drappeggio della tunica azzurra. L'intera scena, tutta guarnita di cortesia e gentilezza, le appariva forzata.
Due inservienti, che Even non aveva notato prima, armeggiarono attorno al tavolino con una teiera e una brocca d'acqua calda. La prima tazza fu servita a Re Maric, che ringraziò con un cenno della testa. Even - non aveva alcuna idea sull'etichetta da seguire al Palazzo - cercò di imitare il Sovrano ma il gesto, privo del portamento regale di Re Maric, rischiò di versare il contenuto della tazzina sul tappeto. Garion rifiutò borbottando a bassa voce. Sia l'elfo che il suo falco mantenevano lo stesso atteggiamento guardingo, come se i pannelli delle mura nascondessero chissà quali nemici.
«Lasciateci soli» ordinò Re Maric, quando i due servi ebbero finito.
La coppia di elfi si ritirò con un inchino, chiudendosi la porta alle proprie spalle. Il Sovrano sorseggiò la sua tazzina, una ceramica smaltata proveniente dagli Elfi Bianchi, senza mutare l'espressione del viso, ma adesso i suoi occhi erano distanti, persi in chissà quali pensieri. Il tè aveva un sapore troppo forte, che sapeva di cannella e spezie. Even ne bevve pochi sorsi, poi posò la tazzina sul tavolino basso, cercando di non dare nell'occhio.
«Immagino tu sappia già il motivo per cui sei stata chiamata» chiese Re Maric.
«Penso di si» rispose incerta Even, guardando in direzione di Garion. Il Derhal, con un braccio dietro la schiena, continuava a giocare col falco. L'uccello pizzicava il dito che l'elfo gli protendeva, facendo guizzare la testa con movimenti rapidi.
«Non mi piacciono le sorprese» disse Re Maric, arricciando il naso aquilino come se la bevanda avesse un cattivo sapore. Stavolta Even fu certa che il Sovrano parlava a se stesso.
«Viene a dare un'occhiata » disse Gharion, staccandosi dal trespolo.
Even lo seguì al tavolo coperto dal lenzuolo, con misto di paura e curiosità. Il Derhal sollevò un lembo della coperta poi con un movimento deciso scoprì l'intero cadavere. Se Even avesse tenuto ancora la tazzina fra le mani, Re Maric sarebbe rimasto con un pezzo in meno nel suo servizio da tè.
Il cadavere aveva la pelle livida, il torace gonfio e le unghie annerite. Lunghe ciocche verdi si afflosciavano sul legno, lasciando scoperto un volto privo di occhi, con le labbra esangui atteggiate in una smorfia d'orrore. La cosa più impressionante era il viso orrendamente deformato, che aveva perso completamente la linea del mento e degli zigomi.
Even tossì e fece un passo indietro, coprendosi il viso con una manica. Tutti i profumi del mondo non avrebbero potuto coprire l'odore dolce della carne morta, a cui si aggiungeva una nota acre da dare il voltastomaco.
«La notizia, al momento, non è stata diffusa» disse Garion, poggiando un mano sul fianco e l'altro sul pomo della spada che pendeva dalla cintura. Corrugò la fronte e torse un angolo della bocca, in un'espressione simile a un bambino sconsolato. Chissà quante volte l'avrà guardato da questa mattina, pensò Even, preferendo distogliere lo sguardo dal cadavere.
«Conto sulla riservatezza di Caranthir» convenne Re Maric. Si alzò dallo scranno, dirigendosi verso il falco di Garion. Sul mantello, dello stesso verde dei prati in primavera, era ricamato a filo d'oro l'immagine di una quercia. Una folta chioma si accalcava sulle spalle del Sovrano. Alcune foglie erano trapuntate sullo strascico del mantello, come se si fossero staccate dall'albero, e una linea dorata a ne descriveva la traiettoria della caduta. Ogni linea si intersecava alle altre creando un motivo allo stesso tempo semplice e ricercato.
«Per quanto riguarda Cleygan» proseguì il Sovrano «mi assicurerò personalmente che mio figlio tenga chiuso il becco.»
Re Maric provò ad accarezzare la testa del falco, ma l'uccello si sollevò sulle zampe, allargando le ali in una posa minacciosa. Un verso acuto, un fischio smorzato in una nota arrochita, fece desistere il Sovrano dal ripetere il gesto.
Even fece correre lo sguardo dal Derhal a Re Maric, per poi tornare a Garion. Quei due elfi, l'alto comando degli Elfi Silvani, stavano facendo di tutto pur di tenere nascosta la notizia. Quell'evidenza la impressionò, almeno quanto la vista del cadavere.
«Chi ha fatto una cosa del genere?» chiese con un filo di voce troppo simile a un gemito.
Re Maric si arricciò attorno a un dito la treccia castana e tornò a sedersi, orientando lo scranno in modo da guardare Even. Garion scrollò le spalle e scosse la testa, puntando anche lui gli occhi sul medico. La mezz'elfa fece un profondo respiro e lasciò cadere a terra la borsa con i ferri che portava alla spalla. Si sforzò di ragionare, e soprattutto di mantenersi lucida. Non era facile farlo quando avevi un cadavere - un cadavere di quel genere - davanti gli occhi.
«Devono essere passati parecchi giorni fra la morte e il ritrovamento» disse, facendo un giro completo attorno al tavolo. «Ma evidentemente non così tanti da permettere al corpo di iniziare a marcire.» Lo stomaco, ancora in subbuglio, non si era abituato a quella presenza oscena, né Even aveva l'intenzione di dargliene il tempo. Non sarebbe rimasta lì dentro a lungo. Avrebbe dato loro le risposte che volevano, poi sarebbe uscita, pregando Mithal di avere ancora abbastanza contegno da non far apparire la cosa una fuga precipitosa. Si chinò sul viso del morto, consapevole di non aver detto nulla di nuovo ai due elfi.
Re Maric accoccolò il codino sul grembo, dove una fascia stringeva una sobria tunica verde bosco, poi afferrò un pezzo degli scacchi e se lo rigirò davanti gli occhi. Garion osservava il medico da un angolo della stanza, con il cappuccio del manto ocra calato sugli occhi.
«La causa della morte sembra evidente» riprese Even, con il tono distaccato di un professionista. «Quest'elfo ha il cranio fracassato.» Lungo tutta l'attaccatura dei capelli, la fronte era un serie di avvallamenti. «Una caduta, a voler essere cauti. Abbiamo qualche altro dettaglio?»
Invece di rispondere, Garion volse il viso in direzione del Sovrano. Re Maric fece scorrere il dito sulla pedina di legno, poi posò il pezzo sulla scacchiera, lisciandosi il mento. Si prese de tempo prima di rispondere.
«Quest'elfo è stato impiccato» disse con voce misurata.
Even sentì la bocca secca e dovette sforzarsi a deglutire. Re Maric stava centellinando le notizie in proprio possesso e Garion, nella sua austera riservatezza, non interveniva se non quando necessario. Di colpo, l'intera prospettiva della vicenda mutò.
I due elfi non volevano risposte, ma conferme.
Hanno già un'idea per la testa, pensò Even, qualsiasi essa sia. Si sentì parte di un gioco di cui non era all'altezza. Chi ha impiccato un elfo? Aldilà della barriera i cattivi incontri era frequenti, ma se si escludevano gli animali, la lista di Even non aveva molti nomi. Escludeva gli Uomini. Sia i romani che le tribù celtiche calcavano la Foresta Nera di rado - per fortuna - e quando lo facevano non si spingevano mai troppo a fondo.
Il medico si stropicciò le mani. Nel silenzio della stanza, la sua voce apparve tesa.
«A questo punto vorrei poter pensare che sia stato un corvo a beccargli via gli occhi.»
Garion, con le braccia incrociate al petto, grugnì una risposta che poteva significare qualsiasi cosa. Re Maric strizzò gli occhi in un'espressione indecifrabile, ma mantenne la sottili labbra ben serrate. Aveva toccato il cuore della questione. Protese una mano per afferrare l'avambraccio del cadavere. La rigidezza delle membra avrebbe potuto fornirle un'idea più precisa di quanto tempo era passato dalla morte.
Invece, con sua sorpresa, il braccio si piegò senza offrire alcuna resistenza, assumendo un'articolazione innaturale. Smosse la caviglia, poi tasto la spalla, infine cacciò le dita sotto i capelli, facendole scivolare poi lungo il viso. Il suo respiro era affannoso al punto che trattenersi dall'urlare era ben più difficile di prima. Ogni osso era polverizzato, il cadavere era una sacca gonfia di gas senza il sostegno dello scheletro. Probabilmente, se lo avesse precipitato dal tavolo, il corpo si sarebbe annodato in grumo di carne grigiastra.
Sotto la tunica, Re Maric accavallò le gambe. Inclinò la testa, scrutandola con un paio d'occhi che somigliavano a un cielo in tempesta. Even si sentì risucchiata da quello sguardo magnetico, che trasudava un'energia che nessun altro elfo possedeva. Sobbalzò e sentì il cuore balzarle in gola, quando Garion le strinse appena le spalle. Non lo aveva sentito muoversi.
«Chi ha potuto fargli una cosa simile?» chiese il Derhal in un sussurro dietro l'orecchio.
«Speravo che avreste potuto dirmelo voi.»
«Un animale forse?»
«Non esiste animale che io conosca in grado di poter fare un cosa del genere.»
«Devi dirci di più, Even.» La voce di Garion assunse una sfumatura tagliente. Ora il medico riusciva a sentirne il respiro caldo sul collo.
«Un serpente gli avrebbe spezzato le costole e una qualsiasi mascella avrebbe maciullato, non polverizzato, le ossa.»
«Deve esserci dell'altro.» Even sentì la presa del Derhal farsi più forte, quasi dolorosa.
L'idea di ciò che poteva aspettarsi da quell'uomo le cacciò un urlo fuori dalla bocca.
«Non so che altro dirvi, buon Mithal, non ho mai visto nulla del genere!»
Non voleva ammetterlo a se stessa, ma era più che spaventata.
«Basta così, Garion» intervenne Re Maric, alzando una mano.
Il Derhal si ritrasse con un inchino e un'espressione corrucciata, mentre il falco emetteva un altro di quei versi minacciosi e con un battito d'ali si posava sulla spalla destra del guerriero.
«Il tuo aiuto ci è stato comunque prezioso» proseguì il Sovrano con un tono accondiscendente. «Puoi andare adesso, Even.»
La mezz'elfa si sentiva frastornata.
Quel cadavere.
Quella morte misteriosa.
Quella riservatezza.
Quella voce che ancora le fischiava nelle orecchie ‘deve esserci dell'altro'.
Una morsa di terrore attanagliò lo stomaco di Even. Cose del genere non dovevano, non potevano accadere, non nel mite villaggio degli Elfi Silvani. Sentì l'impulso di piangere ed era certa che, nella propria capanna, non avrebbe trattenuto alcuna lacrima. Rimase ancora qualche secondo aggrappata agli occhi cerchiati di trucco del Sovrano nella speranza che, qualsiasi cosa avesse ucciso il soldato, Maric Lorien, la Grande Quercia, li avesse protetti tutti sotto la sua ala, come era sempre stato fino ad ora.
Che lei sapesse.
Un dubbio si insinuò nella sua mente. Quante altre volte il Sovrano aveva nascosto qualcosa all'intero villaggio? L'angoscia le pesava sullo stomaco, ma Even la ignorò continuando a ripetersi che dubitare di Re Maric non era saggio né lecito.
Raccolse in un inchino sgraziato il saluto per entrambi gli elfi e senza dire una parola si avviò verso la porta. Le dita tremanti stavano per afferrare la maniglia quando la voce rigida di Re Maric la richiamò.
«Non c'è bisogno che ti dica di tenere per te ciò che hai visto.»
«Certo, Sire» rispose, senza voltarsi, proprio quando aveva deciso di parlarne con Caranthir e Cleygan.
«Per te, Even, e nessun altro» sottolineò Garion.
«Certo, Garion Derhal.»



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