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lavoro pubblicato giovedì 14 agosto 2014
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Teemu (non farti, o lettore, dissuadere per il titolo dalla lettura di questo racconto)

di DaniloBrughetti. Letto 764 volte. Dallo scaffale Gialli

Pur considerandolo un giallo, l'intenzione di questa mia prima opera è l'ottenimento di una commistione tra genere umoristico e melodrammatico, diciamo quindi grottesco. Spero che "i miei venticinque lettori" lo commentino e si divertano leggendolo.

Teemu Bislonov era, come del resto tanti altri nella San Pietroburgo di quei tempi, un onesto finlandese che, attratto dalla vita più prospera, ma non per questo meno inflessibile, che si prospettava nella città, vi si era trasferito e, in breve tempo, aveva stabilito qui le proprie radici, fatto di Ilna la propria moglie, avuto da questa due amorevoli figlioletti.

Negli ultimi tempi, per arrotondare la misera paga di manovale, aveva deciso insieme al signor Laz'benin, suo vecchio socio da poco rincivilitosi alla classe media, di cimentarsi in un affare alquanto allettante. Negli intendimenti del finanziere, Teemu avrebbe personalmente acquistato e dato in affitto a un certo Jakuzov, cliente di Laz'benin, un appartamento nella piccola Pietroburgo, ma avrebbe nominato titolare della proprietà terrena Laz'benin stesso, dimodoché questi potesse senza il minimo scrupolo spremere il necessario, e forse qualcosa di più, dal povero cliente, provvedendo in questo modo anche a remunerare lo sforzo d'acquisto del manovale e a garantirgli una buona parte nell'affare.

Teemu, sebbene fosse per sua natura, bisogna dirlo, una persona dabbene e dappoco ad un tempo, accettò l'offerta, aggiogato pur sempre un senso d'insoddisfazione e riluttanza, ma quando principiarono a vedersi i soldi e, di conseguenza, un più nitido futuro per la famiglia Bislonov, ecco che ogni scampolo di contrarietà svanì con la stessa rapidità con cui gli era venuto.

Invero, il signor Laz'benin, uomo scaltro e diabolico, applicava al cliente delle pressioni non poco vessanti, che per amore degli eufemismi non chiameremo usura. Più volte infatti il povero Jakuzov era venuto da Teemu a lamentarsi della ruvidezza adoperata dal proprietario riguardo alla pigione, ma egli non era affatto propenso a dargli ascolto.

«Capisco, vedrò cosa posso fare». «Mi dispiace, lo riferirò al suo signore», soleva rispondere in toni spicci, tanto per liquidarsene al più presto. Ma finché i soldi pattuiti da Laz'benin arrivavano nelle sue tasche, per Teemu non c'era ragione di preoccuparsi.

Un giorno tuttavia soggiunsero a casa di Laz'benin due agenti del fisco, dallo sguardo tagliente e sospettoso, i quali interrogarono il finanziere sui motivi dell'inusitato incremento dei versamenti sul suo conto di deposito. Laz'benin, sulle prime barcollante, seppe divincolarsi dalle insidiose istanze dei due e, appena poté, avvertì Teemu, che in quel momento era appena tornato dal lavoro. «Ci stanno braccando. Dobbiamo liberarcene in qualche modo.» Queste le prime parole di Laz'benin davanti al volto, di colpo fattosi di granito, dell'amico Teemu.

Quando gli fu riferito tutto quanto l'accaduto, Teemu prese a tremare, uscì di casa e stette fuori per tre giorni. Cominciò a pensare che la colpa di essersi dilettato in quell'affare fosse sua, non di chi gliel’aveva proposto, poiché sapeva fin dapprincipio che si sarebbe rivelato una sonora disdetta, e ciononostante vi si era immischiato, credendo di passarla liscia e di giovarne soltanto. Con questo sentimento in corpo, riemerse tonante la voce della sua coscienza, quella che in occasione della proposta d'affare aveva già fatto sentire in lontananza il suo riverberare fastidioso, ma che stavolta andava pesandogli sullo stomaco con tutta la sua incombenza. Ed era così imponente quella che di volta in volta gli ammontava sotto la pelle, ripetutamente zittita e frenata a ogni minima inosservanza morale, che persisteva ad allucinarlo con continue e disorientanti visioni. Immaginava che da un momento all'altro un paio di gorilla in giacca e cravatta lo avrebbe acciuffato e sbattuto subito dietro i ferri, come di fatto sentiva di meritare.

Trascorsa quella settimana, Teemu si recò a casa di Laz'benin, ed entrando dalla porta principale, rimase ad un tratto impalato come un bastone conficcato nel suolo. Un brivido gli percorse la schiena quando vide, davanti al finanziere, Jakuzov e i due agenti del fisco, che, uno dall'aspetto più serioso dell’altro, lo squadrarono da capo a piedi, in attesa che dicesse qualcosa. Teemu non disse molto, se non a Jakuzov di seguirlo in disparte, fuori dal raggio di quegli occhi infuocati. Mentre i due percorrevano a grandi passi la sala, i riscossori guardarono Teemu con un abbozzo di curiosità misto a un definito sospetto, o almeno tale volevano farlo sembrare.

In privato che furono, nella camera da letto di Laz'benin, Teemu raccomandò al povero cliente di non fare menzione dei diritti della proprietà, perché sapeva che sul documento sarebbe subito figurato il suo nome. Jakuzov assentì, ma dal suo frenetico scuotere la testa traspariva palesemente la cedevolezza di un ingenuo bambino pronto a condiscendere a ogni questione pur di appropriarsi del giocattolo abusivamente sottrattogli. Per questo Teemu non fu tranquillo della sua promessa per tutta la settimana successiva.

I simulacri del fisco lo tormentavano di continuo nei suoi pensieri. Quel crocchio ordinato di gente vestita tutta uguale, pronta a seguirti e ghermirti in ogni momento, neanche fossero l'ostinatezza fatta a persona, e a sciorinarti davanti agli occhi un qualsiasi pezzo di carta, facendolo diventare a lor discrezione un'ingiunzione di chissà quale cosa.

Così, volendo forse precorrere il giorno in cui ciò sarebbe successo, Teemu decide di andare di persona agli uffici del fisco, per raccontare la vicenda nei particolari, sottolineando il suo, pur forzato, coinvolgimento nell'affare, lo strozzinaggio ai danni di Jakuzov, la sua minima parte nei profitti di Laz'benin. Ma appena si avvicinò con passo sostenuto alla gran macchina dell’apparato, subito ne sfuggì, come un'anguilla dalla rete dei pescatori, temendo che da un momento all'altro un massiccio energumeno gli si potesse parare di fronte agguantandolo con tutta la sua forza.

Appoggiato al muricciolo che perimetrava l'edificio, Teemu respirava affannosamente, gli occhi serrati, il mento rivolto verso il cielo. Quando si fu chetato, ovvero dopo un paio di ore, fece un secondo tentativo. Ma anche questa volta fallò miseramente, e giunto a un passo dalla porta vetrata, rapido scappò via, scansò una, due famigliole che gli venivano incontro sul marciapiede, ma finì rovinosamente per urtare un signore con la giacca di pelle e per scampare d'un soffio all'ira compressa dell'uomo, scaturita dai più fantasiosi improperi.

Giorno dopo giorno si faceva sempre più inquieto e paranoico. Se si sentiva una sirena in lontananza, quella doveva essere la polizia giunta per arrestarlo; se di notte i tacchi di grosse scarpe da uomo strepitavano sul marciapiede, doveva essere un rude gorilla venuto a catturarlo. Si liberò di tutti i suoi estratti conto, tanto si pentiva di ciò che aveva fatto. Il denaro delle usure, chiuso in un sacco, fu buttato con rancore nel torbido Neva. Nella parabola discendente del suo ottimismo aveva smesso di andare al lavoro. Un tempo uso ad andare in chiesa nei giorni di festa, in quella congiuntura sentiva che nemmeno il conforto della preghiera poteva rinfrancarlo.

Devastato da una sempre più tumultuosa angoscia, una mattina intimò la moglie Ilna di prendere con sé i figlioletti e andare provvisoriamente a vivere da sua madre, per evitare che il fisco venisse anche da loro in cerca di spiegazioni o, alla peggio, di denaro. Certo, non le disse che tale era la vera cagione per cui voleva che partisse, ma s'inventò una storia di certi danni sul lavoro, che lo avevano spinto a stare a casa e a cercare la solitudine. La verità, però, non era tanto che Teemu volesse tenere Ilna fuori dalla questione, quanto che temesse di esserne redarguito per la sua inettitudine e spregiudicatezza. In ogni modo, entro la fine della giornata, Ilna si decise a partire, Teemu a patire.

Era da tempo che non sentiva più Laz'benin. Avanzò l'ipotesi che l'avessero arrestato, ma non ci teneva a verificarla. In quel periodo più che mai, Teemu sentiva crescere da dentro l’anima fino al di sotto della pelle una sensazione del tutto nuova, viva e pulsante, che premeva per uscire, per dare sfogo all'ansia agglomerata fino a quel momento nelle viscere, le quali, a un certo punto, mentre si trovava sul divano, si misero a vibrare, come se quello su cui era seduto fosse sempre stato un divano massaggiatore e lui se ne fosse accorto solo allora. No, in realtà stava nascendo in lui un sentimento profondo e recondito, che veniva a fondersi tra la contrita anima e il tremante corpo, a testimonio del segno cui aveva portato la sua esasperazione. Si destò improvvisamente dal divano, e si diresse, questa volta con volontà irremovibile, all'ufficio del fisco.

Sulla strada, camminando celere, cozzò entrambe le spalle contro quelle di due uomini che marciavano in senso opposto. Erano i due agenti del fisco, che dopo la collisione si fermarono e presero a guardarlo in tralice, senza dire una parola. Teemu era troppo concentrato su quelle che avrebbe pronunciato una volta giunto all'ufficio, e teneva gli occhi troppo bassi per accorgersi della mole dei due uomini.

Il coraggio di Teemu si stemperò di colpo alla vista di quelle facce torve, corrugate, ma l'impulso della sua coscienza sciolse per contro anche la sua sospensione, e dunque disse: «Signori, vogliate scusarmi per il mio impeto, ma ho una cosa strettamente importante da comunicarvi: io…» fece una pausa. Gli uomini continuavano a guardarlo fisso negli occhi schietti e sbarrati, che preludevano chiaramente la gravità di ciò che stava di lì a poco per proferire «…Dobbiate sapere che io sono stato in combutta con il signor Iszac Petrovic' Laz'benin per un meschino affare», e spiegò per filo e per segno l'accaduto, accompagnando ogni periodo con una veemente strabuzzata di palpebre, quasi si concertasse con quel gesto che il peso imposto dalla sua coscienza, che non aveva fatto altro che opprimerlo per intere settimane, uscisse dalle sue membra più agevolmente.

Concluso il racconto, disse impassibile uno dei due: «Voglia seguirci.» I riscossori lo portarono in un giardinetto pubblico, dove si sedettero su una panca di legno smangiato.

«Ora,» esordì lo stesso di prima «signor Bislonov, voglio che lei mi risponda onestamente, come ha parlato finora. Forse che questa sua spropositata rivelazione sia stata influenzata dalla premura del signor Laz'benin, o di Jakuzov?»

«Assolutamente no. È tanta la mia colpa nell’affare quanto può esserla quella del signor Laz'benin. Ma Jakuzov, per carità, Jakuzov non c'entra nulla, glielo garantisco. Siamo stati noi a… prenderci, letteralmente, gioco di lui.» Confessò con fermezza, rincuorato dalla piacevole sensazione che il senso di colpa, come dire, si struggesse nel placido deflusso del suo sangue.

«Va bene. Data la sua spontaneità, mi sento portato a crederla. Quanto a ciò che le ho chiesto, l’ho fatto perché… insomma… ecco, si tratta di vero e proprio depistaggio dall’indagine che stavamo conducendo…»

«Un’indagine?»

«Proprio così. Con la polizia», sovvenne l’altro.

«In poche parole, noi…», proseguì il primo con un cipiglio più amichevole «noi, a dire il vero, non sospettavamo minimamente di lei, signor Bislov.» Quelle parole riecheggiarono nella sua mente come il rombo di un tuono. Non sospettavamo minimamente di lei, signor Bislov.

«Che cosa significa? Che cosa intende dire?»

«Intendo dire, signor Bislov, che noi non credevamo per nulla che lei facesse parte dell'affare. Abbiamo ispezionato ogni quantitativo depositato da Laz'benin da tre mesi ad alcune settimane avanti, verificato tutti i conti corrente che possedeva, riscosso il denaro che quell'impiastro ci doveva da tempo. Ma, signor Bislov, come può uno sognarsi di collegare un brav'uomo come lei a una… bestia come Laz'benin? E chi se lo aspettava? Ah!»

Teemu non riusciva a crederci. Era impallidito e impietrito sul posto, le labbra appena dischiuse per far passare la flebile voce, gli occhi ancora vitrei. Ma questa volta le palpebre erano immobili, le pupille perse nel vuoto.

Fu in quell'esatto istante che si rese conto dell'esecrabile scherzo che gli aveva tirato la coscienza. Tutto quel preavviso, quella lungimiranza, se così vogliamo chiamarla. E per cosa? Per cosa?

Aveva cercato di dissipare ogni vestigio del suo senso di colpa mediante lo sconto di atroci sofferenze.

Aveva disfatto ogni briciolo del muro dell'insensibilità, arrischiandosi in tutti i modi per rivelare la propria colpevolezza.

Aveva demolito finanziariamente un innocente per essere a sua volta demolito dall'obbrobrio della propria immagine.

Aveva cercato di allontanare ogni eventuale sospetto da altri innocenti, quali i suoi famigliari, e si era avvicinato, di sua sana scelta, alle forze che ineluttabilmente avrebbero presto bussato alla sua porta, per il solo desiderio di rendere la pena più indolore, o magari semplicemente di affrettare le procedure.

Tutto ciò quando invece avrebbe potuto farla franca, e sortire un nuovo futuro per la propria famiglia, giovando sul fatto che su di lui non nutrivano sospetto alcuno.

Avrebbe potuto continuare la propria vita. Perché da allora non poteva più dire di averla, una vita.

Poco dopo accorse la polizia. Teemu fu arrestato e portato a deporre in caserma. Nel giro di poche ore si trovava dietro sei palmi di sbarre, in una laida bolgia di squilibrati mentali, assassini incalliti e sadici violentatori, a nutrirsi di pane stantio e di acqua lurida, a inseguire ogni giorno la fiacca, languida brama di libertà.

Questa storia dovrebbe apparire triste, se non struggente, ma non ci riesce. Semplicemente, ci vanno di mezzo troppi patimenti, troppe illusioni, troppe malefatte, che battezzando triste questa storia si rischierebbe solo di rovinarne l'essenza (ammesso che un'essenza ce l'abbia davvero). Suvvia, allora, facciamoci una risata: d'altronde, non è forse questo grado di compassione che merita un racconto di tale spessore?



Commenti

pubblicato il 14/08/2014 19.09.12
DxDen1004, ha scritto: Il contenuto è buono e ho apprezzato il racconto. Tuttavia noto un uso improprio della virgola che rende meno piacevole la lettura, sarebbe meglio limitarla un po'. Ho gradito anche il linguaggio forbito che conferisce classe al testo.
pubblicato il 15/08/2014 19.29.29
FilippoQuadretti, ha scritto: D'accordo con DxDen sulla bontà del contenuto del racconto. Oltre alla punteggiatura aggiungo -impressione personale- che lo stile ostentatamente arcaicizzante, sicuramente voluto, appesantisce non poco la scorrevolezza della prosa.

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