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lavoro pubblicato martedì 5 agosto 2014
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Capricci imperiali.

di martinac. Letto 626 volte. Dallo scaffale Storia

Ailin, figlia dell'imperatore mancese, è patriottica e viziata; Suo padre la costringerà ad incontrare un giovane monaco buddista ed il suo maestro per migliorare la sua natura. Il novizio, dal primo sguardo, diventerà un capriccio da soddisfare.

«Zhulan, portami subito dell'acqua!» Una voce, un urlo che fece tremare l'intera corte, che udirono tutti gli abitanti della capitale, che forse sentirono anche ai confini della Zungaria. Quella voce, tanto stridula quanto forte ed assordante, era quella di Ailin, figlia di Kangxi, la più piccola fra le sue otto sorelle e venti fratelli. Era appena tornata, insieme al padre, da un incontro -a sua detta, burocratico-. Il genitore aveva intenzione di convolarla a nozze con il Khan Gordhun; perchè, secondo lui, sfruttando il fascino fresco della giovane figlia Ailin, i mongoli non avrebbero attaccato Shenyang e il regno non avrebbe più corso rischi. Un argomento sicuramente difficile ed incomprensibile da spiegare in poche righe. Prossimamente, cari lettori, ve ne parlerò con più attenzione; per il momento, ritorniamo allo scenario di poc'anzi.

La camera della figlia dell'imperatore era maestosa, curata nei suoi particolari, colma di raffigurazioni in lingua mancese, su cui vi erano dipinti dei guerrieri selvaggi e spavaldi. Sulle mura erano affisse numerose figure ed icone del Budda nelle forme più svariate, che aveva ordinato suo padre agli schiavi di appendere. I tetti alti ed ampi, che raffiguravano simbolicamente l'abitudine dei mancesi di vivere su alte montagne, ai più attenti, sarebbe sicuramente saltati all'occhio.
In men che non si dica, la minuta e stanca Zhulan arrivò da Ailin, ch'era comodamente sdraiata sul proprio letto matrimoniale.
«Ti ho aspettato a lungo, Zhulan, la fasciatura ti ha davvero rovinato il passo, cara.» E dalle piccole e rosee labbra di Ailin scappò una crudele e sarcastica risatina che alla schiava fecero arrossare gli occhi, ma nonostante ciò, non diede a vederlo. Zhulan si avvicinò alla padrona e si sedette sul letto soffice, versandole dell'acqua nel bicchiere; Ailin elevò la schiena e bevve tutto d'un sorso.
«Com'è il tuo futuro sposo?» Proferì Zhulan con tono giocoso.
«Non ti permettere più a chiamarlo marito, quello lì!» Urlò Ailin, diventando paonazza. «Come pretendi che sia? Mica piace, a me. Lo faccio solo per salvare il mio regno, sai quanto lo amo. » Disse, girando la testa dal lato opposto. Nonostante le nozze non fossero confermate, il suo cuore era pieno d'odio e di rancore per il padre che non la vedeva, a suo parere, come una figlia, ma come l'ultima ruota del carro. Dopotutto, le sue sorelle avevano già superato i vent'anni, al Khan non sarebbero mai interessate quelle zitelle, che d'altronde erano sposate; lei, con i suoi quindici anni, avrebbe potuto conquistare il principe con la sua bellezza e il suo viso giovane e pulito, con il suo corpo "nè grasso nè magro paragonabile alla figura della bella Xishi", e con la sua pelle pallida come la neve. Lei non era considerata un gioiello, ma un semplice merito da mostrare al mondo.
«Non dire così, se dovrete veramente sposarvi, conoscendovi, magari troverai qualcosa di bello in lui!» Proferì la schiava, quasi mentendo a se stessa. Lei, il Khan, lo aveva intravisto. Era rude, sovrappeso e soffriva di calvizia. Non sarebbe piaciuto a nessuna.

Ailin si perse, nel frattempo, nei suoi pensieri. Pensò a sua madre, a suo padre, alle sue concubine, agli abitanti che, addirittura dalla campagna, vennero a festeggiare il suo ritorno a Shenyang. Le urla, i pianti di commozione, la festa, la felicità del popolo. Quella folla di gente appostata alle porte della città già da ore, che la salutavano, la acclamavamo, se avesse lasciato la Manciuria, non l'avrebbe mai più incontrata. Dopotutto, lei, ancora, non era proprio cresciuta. Nonostante dai comportamenti sembrasse già una donna adulta, pensava ancora a giocare, a come prendersi il gioco degli altri, e ancora, a quindici anni, si infatuava un giorno sì e un giorno no di un ragazzino diverso.
« Ailin, cosa stai pensando? » La mano della minuta Zhulan la scosse leggermente sulla spalla, coperta dal suo meraviglioso qipao tradizionale rosso, di morbida seta dalle fantasie floreale. Dopo, la schiava alzò leggermente le lunghe maniche del vestito della principessa, e le strinse entrambe le mani, pronunziando parole rassicuranti ed affettuose. Zhulan le disse che non le piaceva assolutamente l'idea che se ne andasse, ma se avesse davvero dovuto farlo, avrebbe sperato il meglio per lei e per la sua unione. Zhulan quasi scoppiò in lacrime dall'angoscia mentre Ailin rimase immobile e persa nel suo mondo fatto di idee e teorie che non stavano né in cielo né in terra. Dopotutto, le due ragazze, stavano semplicemente tormentandosi con fantasie del tutto inesistenti, perché le nozze erano soltanto un'idea, un'ipotesi che poteva essere vera quanto falsa. Il destino di Ailin dipendeva dalla situazione politica futura, dalla decisione del padre e dalla gravità delle intenzioni del Khan.

Un'altra schiava, Honghua, bussò dolcemente alla porta chiedendo il permesso di entrare nella camera imperiale. Ailin, con un piccolo verso presuntuoso permise alla serva di entrare. Honghua era alta e magra come poche, una pelle bruna che indicava la sua provenienza contadina e la sua etnia Han. Nonostante non fosse la schiava più amata del palazzo, compiva sempre a termine i suoi doveri e mostrava grande devozione ai suoi potenti.
« Spero che il Vostro viaggio in Mongolia vi abbiamo portato tanta felicità. Vi comunico che vostro padre Vi aspetta nella sala Wenyuange per parlarVi. Vi lascio conversare. » E chiuse la porta silenziosamente.

Le due ragazze si guardarono un secondo negli occhi sorridendosi, scendendo entrambe dal letto. Chiusero la porta dietro di loro e si diressero verso il padiglione dedicato all'Enciclopedia; nonostante quella stanza si proclamasse biblioteca, l'imperatore amava occuparla per ore leggendo ed addirittura mangiandoci dentro interi pasti. Dedicava ore leggendo le sacre scritture dei sutra, recitava giornalmente il mantra della Grande Compassione sentendosi più rilassante, conciliando la consapevolezza della propria impermanenza. Nonostante Ailin amasse e credesse fortemente nello sciamanesimo mancese, e non lo avrebbe mai sostituito con una religione che non appartenesse alla sua etnia, doveva accettare come una realtà la devozione del padre a quel Buddismo così tanto diverso dalla religione primordiale.
«Sono qui, padre.» Senza neanche bussare, Ailin entrò nella biblioteca del genitore seguita da Zhulan, che tremava di paura.
«Mi han detto che mi avete chiamato, stavo riposandomi perché troppo stanca dal viaggio di questi giorni, avete qualcosa da dirmi?» Chiese lei, senza troppi giri di parole ed osservando il padre con fare arrogante e sufficente.
«????!*» proferì sorridente il padre, accogliendole con fare quasi troppo rilassato.
«Sì, ??????**,padre.» Ribatté Ailin, sorridendo falsamente. «L'avete raggiunta finalmente l'Illuminazione, padre?» Aggiunse, ridendo sotto i baffi. Non riusciva davvero a trattenere quelle battutine che le uscivano naturali da quella boccuccia.
«Figlia mia, per raggiungerla necessita una vita, non è facile come pensi tu.» Rispose lui, sorridendo. «Ailin, adesso gli insegnamenti del Gauthama Buddha sono quelli che tutto il popolo segue ed appoggia, ed è giusto che le impari a sua volta. Domani a corte inviterò un monaco che ha appena completato il suo noviziato insieme al suo maestro per accompagnarti in questo meraviglioso cammino. Quei due mi hanno fatto capire tante cose. Adesso puoi tornare in camera tua. »
«No! No! Tutto ciò che vuoi, ma quelli lì no, scordatelo!» Urlò a squarciavoce scappando dalla biblioteca del padre con le lacrime agli occhi dalla rabbia, tirandosi dietro anche Zhulan.

Tornate in camera, Ailin si scaraventò nel letto imprecando suo padre.
«Non li voglio incontrare assolutamente, quei monaci, sai che mi interessa di loro! Solo soltanto dei poveri asini; del tutto inferiori ai nostri sciamani, solo loro conoscono la verità. I monaci, invece? Spendono una vita pregando, pregando un Budda arrogante. Che ci impone di saper tutto. Odio questo voler diventare cinese di mio padre. Noi abbiamo conquistato la Cina, non sono i Cinesi che hanno conquistato noi.» Disse Ailin, indicando con un dito il cassetto delle vestaglie alla schiava; lei già sapeva cosa doveva fare. Aprire il cassetto, portarle la vestaglia ed aiutarla a spogliarsi, perchè, la principessa era molto pigra e pretendeva di vivere dell'aiuto degli altri.
« Beh, non ci perdi nulla, provaci, almeno asseconda tuo padre questa volta! ». « Ogni religione e tradizione hanno i loro lato positivo, vedila così.» Proferì la schiava.

Zhulan aiutò la ragazza a liberare i capelli dai qitou*** piuttosto pesante e difficile. Le portò la vestaglia a letto e la svestì degli strati di stoffe che il qipao**** richiedeva, dopo ch'era rimasto l'ultimo, Ailin le ordinava di girarsi.
« Puoi rigirarti. » Disse la figlia dell'imperatore, ch'era già avvolta da una meravigliosa stoffa bianca, che risaltavano i suoi lunghi capelli bruni; l'acconciatura naturale abbellivano e coloravano la pelle pallida di quel suo viso tondo e fiero, che avevano due occhi stretti e scurissimi, con ciglia inesistenti; Le sopracciglia erano folte, nere, serie.
« Ti sta sempre benissimo, questa vestaglia.»
« Sì, lo so. Puoi andare. Domani mattina ti saluterò prima di incontrare quegli asinelli pelati. Buonanotte. » Ailin allontanò così la serva, degnandola soltanto di un accennato sorriso e un gesto con la mano. Zhulan ripose le vesti della padrona nell'armadio, aprì la porta e salutò la sua padrona, anche se in realtà nel cuore non la congedava mai.



Commenti

pubblicato il giovedì 23 luglio 2015
Soleacatinelle, ha scritto: Affari di corte, uno scorcio di quotidianetà in quel grande sipario che poteva essere l'impero da te riportato. Credo sia un cappello introduttivo alla vera storia, stesa piuttosto bene e priva di refusi. Personalmente avrei evitato l'intervento narrativo nel citare i lettori all'inizio, e mi sembra che salti fin troppo allegramente tra vicende passate rispetto al momento che si va raccontando, e la storia stessa. Non ho capito cos sono i punti interrogativi esclamativi e gli asterischi che hai riportato in alcune occasioni. Resta un bell'impegno scrivere pagine e pagine, per arrivare ad un libro completo e questi sembrano i primi passi. Ps: una schiava realmente affezionata ad ulla propria padrona è cosa rara, magari nel nostro tempo si potrebbe definire amica. Ma sembra unilaterale, e in questo caso io lo avrei accentuato

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