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lavoro pubblicato sabato 2 agosto 2014
ultima lettura sabato 16 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

SARDEGNA DEL NORD, LUGLIO 2014

di Nigel Mansell. Letto 858 volte. Dallo scaffale Viaggi

Erano diciotto anni che non tornavo in Sardegna, una terra che amo, perché sento di avere lì le mie origini

Se non riesci a prendere sonno...

… inizi a riflettere su quanto comunque possa essere piccola una nave, infinitamente sola in questo grande Mediterraneo; tutto è così scuro, senza una luce all'orizzonte… senza che ci sia campo per i cellulari, o che ci si possa almeno allacciare ad una seppur flebile connessione wi-fi...

E’ incredibile, ma mi crea più agitazione l’idea di essere su di una nave in mezzo al mare, piuttosto che in un aereo a diecimila metri di quota…

Quindi scrivo. Inizio a buttare giù queste quattro righe, digitando sul tablet che ho silenziato per non svegliare Vanessa.

Intanto, in sottofondo, gli enormi e potenti motori della nave brontolano: spingono regolari; mentre le sottili pareti della cabina vibrano con frequenze cadenzate, che si ripresentano infinite, costanti, comunque rassicuranti.

Sono cambiate molte cose da quando il traghetto lo prendevo con i miei, agli inizi degli anni ottanta. Magari si arrivava in treno. Si scendeva alla Principe e poi a piedi, giù per gli scalini della Stazione Marittima, per arrivare in un porto, nero ed oleoso, con truci Camalli a movimentarlo. E poi, con lo stesso sentimento degli emigranti per le Americhe, si aspettava per ore una nave che non si era prenotata, sperando che ci fosse per noi almeno un passaggio sul ponte.

Ora si fa il check-in, una volta invece c'era il visto di imbarco, in uffici stile Ellis Island. Ci sono i moli numerati con i tracciati guidati e una sorta di duty-free (vabbè qui l'IVA la paghi), stile aeroporto, con supermercato e bar vari… Non sei più costretto a languire ululando sotto il sole estivo, come si faceva tutti noi in attesa. Parevamo tanti cani rognosi alla catena, negli assolati piazzali asfaltati, zeppi di auto impazienti di imbarcare.

Trovo tutt'ora affascinante l'idea di una vacanza in Vespa. Una sensazione di libertà che trovo ancora ineguale in altri mezzi trasporto. E poi quella sorta di cameratismo che nasce spontaneo tra i vespisti: così è facile fare amicizia, scambiare e confrontare le proprie ansie e paure con dei ragazzi di Torino: ma cosa dici, ce le legheranno bene le moto? Non gli faranno danni, e le chiavi le dobbiamo lasciare inserite nel quadro? E se cadono?

Il viaggio è stato veramente torrido, ci siamo letteralmente sciolti.

Partiti da Verbania, come al solito l'autostrada l'abbiamo presa da Borgomanero, abbiamo poi imboccato la bretella per Piacenza per portarci sulla Milano-Genova, ma a Busalla siamo usciti per fare il Passo dei Giovi. Che poi è né più né meno uno scollino, chissà che salita mi immaginavo. Ma comunque, una volta raggiuntolo, (è pur sempre un obiettivo!), ci siamo concessi degli ottimi gnocchi al pesto, alla Taverna dell'Orso, atteggiandoci come degli antichi viandanti che si rifocillano proprio sul bordo della carrettiera.

La cabina è cara, ma una bella doccia dopo il viaggio, ed un grande oblò sul mare non hanno prezzo.

Il servizio della Tirrenia è migliorato tantissimo, e le navi sono molto più belle e lussuose, di come le ricordavo. Moquette come se piovesse, gentilezze varie e cordialità, ampi e lussuosi locali e poi non si chiamano più con i nomi dei poeti italiani, ma con altri appellativi esotici che non riesco neanche a pronunciare...

Ma che dire dei tre tozzi inservienti del bar, dalla morfologia coincidente con quella che nel nostro immaginario associamo ai mozzi di una nave pirata, dal colorito accento napoletano, con barbe di qualche giorno, ma ahimè con delle sopracciglia curate, disegnate in tratteggi arditi, degne di quelle della Tatangelo? Beh, proprio non si possono guardare!

Attracchiamo a Porto Torres. Sembra di essere gli unici, rispetto a quello di Genova, sembra un attracco per le barchette da diporto.

Dopo tanti anni ritorno in Sardegna, io che ci tengo a definirmi sardo ma che in realtà conosco veramente poco della mia terra d'origine e dei suoi abitanti. Ma come dico sempre, uno delle radici le deve avere, se non sono ben definite, magari appannate o difficili da districare, è giusto comunque che se le crei, come del resto hanno fatto tutti i grandi personaggi: io ho scelto di essere sardo.

Sardo barbaricino per la precisione, della Barbagia più profonda, di quella terra che non ha conosciuto dominatori.

Discendente degli antichi abitanti di Ichnusa, scappati all'interno per non farsi sottomettere.

Erede dei costruttori di Nuraghe, di una civiltà probabilmente spazzata via, con buona parte dei loro numerosi insediamenti, forse da uno spaventoso tsunami. E forse è proprio così che è nato il mito di Atlantide, la Sardegna potrebbe essere il mitico continente sommerso.

E di più, sardo discendente di quel popolo leggendario, i Shardana, forse i portatori di civiltà nel Mediterraneo dal lontano medio oriente. Identificati anche come la mitica tredicesima tribù del popolo eletto, la tribù di Dan, emigrata dalla Sardegna per diventare la guardia scelta del Faraone, che poi decise di non seguire il Popolo Eletto nella Terra Promessa.

Pochi chilometri di tratti rettilinei, fiancheggiati da colorati e rigogliosi oleandri, separano Porto Torres da Alghero.

La Sardegna è vuota: macchia mediterranea, appezzamenti apparentemente abbandonati delimitati da muretti a secco, qualche villaggio turistico e poi il nulla.

È per questo che la scarsa capienza del serbatoio della Vespa mi crea apprensione, la possibilità di non trovare un distributore per diversi minuti è veramente reale ed il rischio di rimanere a secco per niente remoto.

Alghero è glamour, con tanta bella gente tra i suoi vicoli. È una perla Catalana nell'isola sarda. È gotica e barocca, ricca e vanitosa, frivola e affascinante… Alghero, superba regina di una costa dalle falesie scoscese, molto nordiche, tanto simili a quelle di Calais e Dover. Le percorriamo tutte finché a Capo Caccia la strada finisce sotto i nostri piedi.

Alla sera cena sui bastioni, ma il tempo non è ancora a posto e qualche goccia crea il panico nei camerieri, costretti a sparecchiare i tavoli del plateatico in tutta fretta. E poi di nuovo nei vicoli ora diventati affollatissimi, un buon caffè con due bicchieri di mirto, a detta del gestore servito a meno venti gradi.

Devo obbligatoriamente onorare le miei origini sarde ed andare a trovare mio zio a Tonara. Decidiamo di andarci in un giorno di maestrale: tanto, pensiamo, in spiaggia non si può stare. Sì, ma ci accorgiamo che anche in Vespa non si può andare, con il vento che ti obbliga ad aggrapparti al manubrio o che ti soffia improvvisamente di lato, con la sensazione di essere quasi buttati a terra. Per qualche chilometro ho anche avuto fortuna ed il vento mi ha sospinto spingendomi alle spalle. Sensazione favolosa, solo un filo di gas per fare avanzare la Vespa, tra i saliscendi che mi portavano verso Nùoro, in una Sardegna che all'interno, mi conferma l’idea che mi sono fatto, pare essere completamente vuota.

Tirando le somme il giro che facciamo sono più o meno quattrocento chilometri: tocchiamo tra gli altri, Alghero, Bosa, Macomer, Nùoro, Orgosolo, Fonni e Tonara; e poi il ritorno, Tonara, Sorgono, Sorradile, Nugheddu S.V., Ghilarza, di nuovo verso Macomer, poi Sassari e infine ritorno ad Alghero. Siamo partiti verso le nove e trenta e siamo ritornati alle ventuno e trenta.

Gli scenari sono stati favolosi, molto variegati con paesaggi completamente diversi tra loro. Invito tutti a visitare l'interno della Sardegna, per farsi l'idea di cosa è questa isola, che presenta tutti gli aspetti di un piccolo continente.

Bisogna anche dire che grazie ad un luglio piovoso e non particolarmente caldo la vegetazione si è mantenuta viva e rigogliosa, offrendoci la meraviglia di tutti i suoi colori. Siamo passati dalla catalana Alghero con le sue spiagge di sabbia fine e le bianche falesie, alla scogliera che porta a Bosa, un paesaggio degno del Finistère della Bretagna. E poi l'interno, da Macomer a Nùoro, con una pianura degna della California, a tratti dell'Arizona per via dei rilievi, così antichi ed erosi dal tempo, che fanno da cornice alla desertica pianura interna. Poi Nùoro, abbarbicata su di un altopiano, che ci prepara alla salita verso le falde del Gennargentu. Si scende un poco per risalire per Orgosolo con i suoi Murales e Fonni, il lago artificiale di Gusana e poi il verde rigoglioso di Ovodda, fino su ai mille metri sul livello del mare di Tonara.

E finalmente eccola, Tonara, patria del torrone, dei tappeti, dei cesti… i miei parenti era tutti commercianti, torronargiu, giravano le feste e le sagre della Sardegna diffondendo in tutta l’isola, questo gustosissimo dolce, che nasce dalle mandorle, dalle noci e dal miele del Supramonte.

Erano diciotto anni che non tornavo in Sardegna, una terra che amo, perché sento di avere lì le mie origini, ma che allo stesso modo avverto lontana ed enigmatica, essendo nato in Valle d'Aosta e vissuto sempre al nord, ma soprattutto vantando metà delle origini piemontesi.

L'ultima volta che ero stato nell'isola, forse complice un periodo magari non proprio fortunato della mia vita, avevo avvertito come una situazione di decadenza, specialmente a Tonara. Forse il tutto si scontrava con i miei ricordi infantili: un paese pieno di bambini, tanta gente per strada, le donne nel costume tradizionale, la lingua sarda predominante, i miei parenti ancora giovani...

Questa volta, pur riscontrando gli stessi cambiamenti avvenuti nel nord, con tutti noi sempre più concentrati sul nostro ombelico, e con sempre meno voglia di condividere e partecipare, ho trovato ovunque progressi. Case sistemate, strade curate, ricerca e riscoperta delle tradizioni, insomma comunque un’aria di ottimismo, con persone disponibili e gentili ovunque.

Da sottolineare però che i paesi della Barbagia come Tonara, è come se fossero delle isole nelle isole: alla situazione di isolamento per il fatto di essere un'isola, si aggiunge l'isolamento dai punti principali della Sardegna, almeno un'ora e mezza per raggiungere un centro importante. Chiaro che vedendo le cose dall'esterno si può giudicare in modo affrettato e superficiale, ma nel raggiungere Tonara, tornante dopo tornante, la sensazione di allontanarmi progressivamente dal mondo, in me è stata sempre più forte.

A Tonara, in un bar, c’è un tipo con un pastore tedesco dal pelo lungo. Ha una zampa ingessata e saltella per muoversi. Gli chiedo cosa è accaduto, all'uomo naturalmente, non al cane. Mi dice che è stato aggredito da un maiale, che lo ha morso spezzandogli la zampa anteriore destra.

Ne parlo con mio cugino, sembra che il personaggio abbia parecchi animali, struzzi, maiali, pecore, ecc. e li tenga tutti insieme... Mah!

E sempre a proposito di animali, all'imbarco incontriamo una coppia che era a Stintino in un agriturismo isolato, dicono che alla sera non uscivano perché avevano paura dei formichieri. Mi raccontano di come attaccano, che sono molto pericolosi, che spingono con il muso...

Allora ribatto, ma i formichieri non vivono solo in Africa e nell’America del Sud… Dico ancora mah!

Poi mi informo su Google. Il cinghiale sardo è detto anche formichiere perché ha il muso più lungo ed è più piccolo degli altri cinghiali... Ah ecco, ora mi torna.

Ed in effetti in Sardegna tutti gli animali sono più piccoli e graziosi, come gli asini o le pecore, che sono bellissime. Fanno tenerezza quando si raggruppano tutte sotto le poche querce per difendersi dal sole, non sono certo dei lama come quelle del nord!

Una cinquantina di chilometri per arrivare a Stintino. La spiaggia de La Pelosa è magnifica, acqua solo leggermente increspata grazie alla barriera naturale che la separa dal mare aperto e colori magnifici.

Poi andiamo anche a Palau per un'escursione nell'arcipelago della Maddalena. Sono centocinquanta chilometri da Alghero. In Vespa prendiamo molto freddo nonostante sia luglio. C'è ancora un residuo di Maestrale e l'umidità è sempre molto elevata, tanto che i panni stesi alla sera li ritroviamo se possibile ancora più bagnati il mattino dopo.

Anche dirigendoci verso la costa est troviamo allo stesso modo delle strade deserte. Nastri di asfalto nella campagna, a volte solo qualche Nuraghe solitario, un boschetto di querce da sughero e campi delimitati da muretti a secco costruiti e mantenuti con cura. Attraversiamo il nord della Sardegna passando per Tempio Pausania. Non immaginavo fosse così in alto. La quasi superstrada diventa improvvisamente una strada di montagna ricca di stretti tornanti e finalmente arriviamo a Tempio per poi ridiscenderne allo stesso modo, fino a quando non riguadagniamo la pianura e la strada rettilinea.

Palau ci accoglie con il caos del suo porto, c'è veramente un gran traffico per traghettare sulle isole. Noi cerchiamo la nostra barca.

Il tour è molto ben organizzato, ci si ferma per il bagno sulle isole, e si ammirano dal mare queste spiagge incredibili, dove l'uomo ha lasciato comunque il segno con villaggi vacanze e ville, ma devo dire il tutto fatto con discreta intelligenza: l'architettura delle costruzioni, i materiali ed i colori scelti non sono poi così invasivi.

Troviamo moltissimi spagnoli in giro… ed anche sulla barca. Più precisamente un gruppetto di quattro donne, sulla trentina, sciatte e volgari, ma sicure nella loro intima convinzione di essere quanto meno delle superstar. Tutto è ordinario in loro, dal modo di sedersi, dalle risate sguaiate sino ai loro vestiti ed accessori abbinati con assoluta mancanza di gusto.

Ho sempre criticato Almodovar per l'universo femminile dei suoi film, fatto di donne isteriche, disilluse, che si dibattono nelle loro vite raffazzonate e squallide: ma ora mi rendo conto, che forse non ha fatto che filmare la realtà.

Al ritorno vogliamo cambiare tragitto, e percorrere la costa. L’idea è di tagliare la punta per evitare di andare sino a Santa Teresa di Gallura, per poi ridiscendere per Castelsardo. Saliamo allora per San Pasquale (cosa ci farà qui un Pasquale in una terra di Gavini, Lussorgi, Bachisi ed Efisi, è un mistero), ma ci perdiamo.

Al termine di una strada rurale, chiediamo ad un corriere la strada per Sassari. Lui crede che lo prendiamo in giro, e quando insistiamo dicendo che dobbiamo ritornare ad Alghero con la Vespa, emette uno di quei tipici ehi, che solo i sardi usano.

Nel ritorno volevamo fermarci a Castelsardo, ma si sta facendo buio e preferiamo tirare diritto per Alghero.

Scendendo per Porto Torres vediamo all'orizzonte la nave che si sta staccando dal porto verso il continente: con tristezza realizziamo che è la stessa che prenderemo domani.

Ad Alghero non possiamo, ancora un'altra volta, non gustarci una Seadas, deliziosa nei suoi contrasti dolce-salato, agro e dolce.

Rincasiamo presso la Villa Piras dove siamo alloggiati, poco fuori dal centro storico di Alghero. La si raggiunge costeggiando il lungo mare verso Bosa, si passa una spiaggetta, ecco la Villa Palladini (assomiglia tantissimo a quella di un Posto al Sole) e poi si gira a sinistra ed eccola. Ci hanno anche messo a disposizione il garage per la Vespa, la camera è molto spaziosa e la colazione è molto ricca: vi ci soffermiamo parecchio la mattina. Dall'ampio balcone possiamo anche vedere il mare.

Consegniamo le chiavi della camera ma otteniamo di potere lasciare i bagagli alla reception, così facciamo un giro ad Alghero e guadagniamo un’altra mezza giornata di mare: stasera partiamo, purtroppo!

Ora ho capito perché Porto Torres mi aveva datato l'idea di essere così desolata: i traghetti ora approdano nel porto nuovo, invero ancora sottoutilizzato. Ed infatti ecco la vecchia torre Aragonese del vecchio porto, che ricordo bene da quando ero piccolo. Le grandi navi non approdano più qui al suo cospetto, ormai ci sono solo piccole imbarcazioni.

Ritroviamo la stessa nave con lo stesso personale, ora visivamente più stanco ed annoiato, quasi svogliato. Il cameriere che deve sbarazzare i tavoli si appoggia pesantemente al carrello sbuffando. Stessi personaggi al bar, su quattro ne lavorano due. Uno da ordine all'altro, che lo ripete ad un altro… poi si impicciano l’uno con l’altro dietro il bancone, fanno confusione e si prendono in giro; ma sono ben lesti a redarguire il malcapitato cliente se non esibisce lo scontrino della consumazione prepagata o se impegna più del dovuto la postazione sul bancone.

Genova è sempre splendida e vista dal mare lo è ancora di più, specialmente se per attraccare si costeggia buona parte della costa del Levante. Ecco infine Genova Nervi, poi il Porto Antico e sulla sinistra la Lanterna, da sempre il simbolo di Genova: siamo arrivati.

Non prendiamo l'autostrada sino ai Giovi e ci fermiamo ancora alla Taverna dell'Orso. La Signora si ricorda di noi, si fanno ancora due piacevoli chiacchiere e poi si riparte. Cerchiamo di ritardare il più possibile l’entrata in autostrada: è noiosa e monotona e non c’è niente da vedere. Attraversiamo ancora qualche centro abitato, ma infine cediamo, la marcia è troppo lenta e tra limiti castranti, tutti sottolineati dalla minaccia dell’autovelox e il traffico, non si riesce a superare la media dei cinquanta.

Anche dove posso, non esagero e non supero mai i cento chilometri orari. Lo so che lei, la Vespa, vorrebbe darmi di più, tranquillamente arriverebbe ai centoventi e magari anche di più, ma non voglio sentire il suo motore urlare, mi si spezza il cuore, mi piace coccolarla. E poi veramente, quando superi i cento, ti sembra di volare, tutto diventa precario e fuori controllo e con i caschi jet la forza ed il rumore del vento diventano fastidiosissimi.

Quando si percorrono tanti chilometri in Vespa si parte sempre baldanzosi, poi via via l’entusiasmo inizia a scemare. Senti il freddo e l’umidità che ti entrano nelle ossa (non abbiamo mica le giacche da centauri), la stanchezza ti assale, come se avessi un orso sulle spalle che progressivamente pesa sempre di più. Inizi a guardare i cartelli dei chilometri che scorrono sempre più lentamente, e quando sono sbagliati e invece che diminuire la distanza aumenta, (succede spesso), lo scoramento ti vince. Le gambe sembrano anchilosarsi e come se ci fossero decine di spilli, qualcosa ti punge dietro la base del collo; poi senti le formiche alla mano destra, ma non puoi mollare la presa perché è quella della manopola del gas. Lentamente ti chini sempre di più, per offrire istintivamente meno contrasto al vento. In seguito sembra che il manubrio non stia più dritto, il casco da fastidio, ti prude la testa e non ti puoi grattare, magari ti bruciano pure gli occhi, e allora è lì che ringrazi il cielo che il serbatoio non è così capiente e prendi al volo l’occasione per fermarti a rifornire.

Tiri il fiato, dai da bere alla due ruote, ti sgranchisci, ti godi la pausa, pipì e caffè, e l’entusiasmo è ritornato al massimo.

Non prendiamo mai l’acqua, per tutta la vacanza, solo qualche goccia.

La sera usciamo in moto a Verbania, non si è fatta la spesa e la pizza risolve sempre, ma ci prendiamo una bella lavata: davvero un ben tornati a casa!

Mi guardo il palmo della mano, mi è comparsa una piccola verruca.

Da piccolo, un anziano signore a Tonara, un certo Tiu e qualcos’altro… Tiu sta per signore ma anche per zio, così da bambino non riesci mai a capire chi è tuo parente o meno. Dicevo, questo attempato ometto, mi fece sparire delle verruche dalla mano: si avvicinò, mi fece fare dei nodi o li fece lui (non ricordo più bene), su di una cordicella, tanti quante erano le verruche e poi disse, ora la butto in un posto segreto e loro spariranno. Ma attento, continuò, il posto non lo devi conoscere, e se mai ti capitasse di passarci sopra, loro ritorneranno.

Le verruche effettivamente ed inspiegabilmente sparirono: tornai in continente senza di loro.

Vuoi vedere che a distanza di anni sono passato sopra il luogo dove il vecchio aveva nascosto la cordicella?



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