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lavoro pubblicato venerdì 1 agosto 2014
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

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Message in a bottle

di vennyrouge. Letto 637 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ciao. Vorrei raccontarti una storia. Faccenda di pochi minuti. Ascolta: abito in un comprensorio situato nella capitale di questo paese. Una bella città; famosa nel mondo. Punto d'arrivo. Meta di pellegrinaggio e vacanza. Risiedo in periferia, perché una ..

Message in a bottle

di Veniero Rossi

Ciao. Vorrei raccontarti una storia. Faccenda di pochi minuti. Ascolta: abito in un comprensorio situato nella capitale di questo paese. Una bella città; famosa nel mondo. Punto d'arrivo. Meta di pellegrinaggio e vacanza. Risiedo in periferia, perché una casa in centro sarebbe troppo cara anche in affitto. Devi sapere che tempo addietro, era un soleggiato giorno primaverile quando incominciò, un vicino ha portato nello stabile un mammifero domestico appartenente alla famiglia dei canidi. In definitiva un semplice cane. Nulla di strano, poiché era libero di farlo e i regolamenti non lo proibivano. E poi aveva condotto in casa un cucciolo simpatico e assai bisognoso d’affetto. Non saprei dire, dove l’avesse preso o ricevuto. A ogni modo, agli abitanti della palazzina, quel piccolo “Ficcanaso” dalle zampe grosse e paffute, piacque subito. Non ci fu persona che incontrandolo nell’androne oppure in garage, abbia evitato di fargli una “Coccola”, una carezza. Premura contraccambiata dal quadrupede con energiche “Leccate” alla mano. C’era stato, chi, in primo momento, si era ritirato dal contatto. Per timore potesse divorare l’arto o una gamba e questo per via della bocca grossa e larga, posseduta dalla bestia. Il padrone, però, tal Assenzio Primo, aveva spiegato l’atteggiamento, costituito da pura espansività e gioia per il prossimo. ‹ I cani amano giocare!›. Aveva affermato e dopo un breve pausa, era proseguito a sostenere: ‹ Perciò, dipende dal padrone!›. Intendendo assicurare che se il proprietario lo educa bene, raramente il cane diviene aggressivo. ‹ Ah, bene!›. Aveva manifestato timidamente il signor Carlo. Un uomo anziano dall’aspetto mite che viveva un poco isolato dal mondo, dopo aver udito il discorso. E Primo aveva domandato: ‹ Lo sa, caro vicino, che questi animali rispecchiano il carattere dei proprietari, finendo alle volte per somigliargli?›. Sì!” Questa cosa doveva essere vera. Aveva pensato Carlo. C’erano, tra i ricordi che seguirono là per là, il caso di una donna, un poco, come dire: “Tracagnotta”, osservata in strada in compagnia di una bestiola di razza bassotta. Mentre un tale dai capelli ricci e neri, visto dalle parti del supermercato, recava accanto a sé un barboncino bianco. Messi assieme, quei due, erano: “Espressivi” e gli produceva tenerezza incontrarli in strada. E giacché, fino allora, nessuno nel nucleo familiare di Assenzio si era comportato male, o era stato maleducato, anche i più ostici nella scala si erano convinti della docilità dell’ultimo arrivato. Per questo motivo, a dispetto delle convinzioni igieniche inculcate dai rispettivi genitori nell’adolescenza, uomini adulti avevano accettato quel cucciolo sfacciato ma, assai simpatico, non dico come uno di famiglia, però, quasi. E se per caso l’animale, in qualche occasione si era mostrato serio, o noncurante, in gruppo l’avevano stuzzicato andando a tirargli la coda. Canzonandolo per via della lingua rugosa e i denti appuntiti. “Tanto lo sapevano che non era bellicoso”: o meglio, che non lo era il padrone. “Per conseguenza doveva esserlo anche lui.” Nei giorni che seguirono, gli inquilini tennero a dimostrare l’accresciuto affetto per la “Fiera”, arrivando a comprare per lui ogni sorta di giocattolo. La “Gallinella” in plastica. Il simpatico “Maialino” rosa, sono solo un esempio di cosa riuscirono a scovare nei negozi del quartiere. Materiali, i quali, il “Cucciolo” divorò in un baleno. A ciò si aggiunsero innumerevoli ossi di pelle e biscotti di ogni aspetto e sapore. Bastoni di carne. Bastoncini e lecca-lecca; idonei a mantenere i denti puliti. Capitò, in quel periodo, che alcuni comproprietari, si attardassero ad andare in ufficio, perché non lesinavano a salutarlo e fargli più moine del necessario. - È vero. Credimi! Anche nelle giornate fredde e piovose dell’inverno che seguì, e in fin del mese, in attesa dello stipendio, la gente si tratteneva per domandare teneramente all’animale: ‹ Mi dai la zampetta? Sì, così! Bravo! Quanto sei caro!›. Dimostrando capacità, nell’accantonare le preoccupazioni alla presenza del molosso. Una volta all’interno delle mura domestiche, invece, li avvertivi sbraitare nervosamente contro la moglie e i figli per la quantità di luci lasciate brillare in tutta casa. Ci sarebbe da dichiarare che in una società meno formale dell’attuale, qualche minuto di tolleranza sull’orario d’ingresso non provocherebbe sconcerto, e sarebbe sopportato in misura maggiore. Ci fu pure il caso di una ragazza, particolarmente sensibile. Una vegetariana per convinzione, direi tra le chiose, che sapendo il proprietario a letto con la sciatica, si offrì di accompagnare il cucciolo al prato. Rientrata dal campo con molto ritardo, giunse in ufficio solo all’ora del pranzo. Con entusiasmo e occhi sbarrati, raccontò al datore e ai colleghi, di avere corso assieme al cagnolino e trovato, finalmente, il contatto con la natura. Per ciò, o “Meglio”, per la divinazione di cui era stata oggetto, aveva rischiato il licenziamento e ricevuto biasimo dal direttore. Il cane, ti domanderai a questo punto, doveva essere speciale? “Per nulla!” Era un esemplare come tanti; dalle zampe grosse e la bocca piena di denti. -Questo però, l’ho già riportato. Quanto al colore del mantello, direi fosse nero. Anzi: lo era del tutto. Inutile negarlo, la bestiola cresceva forte, felice e amata, in quest’ambiente situato in un sobborgo verdeggiante dall’aria salubre. Non del tutto pulita forse. Sarebbe utopia il pensarlo con il veleno le industrie scaricano di nascosto e le auto in giro a migliaia. A ogni buon conto: con aria salubre a sufficienza! Comprensorio, dicevo, in cui nessuno lamentava il latrare notturno di “Amilcare”. ‹ Tiene lontani i ladri!›. Asserviva il maresciallo in pensione del terzo piano, rivolto in tono deciso alla moglie distesa con lui nel letto, durante la notte. ‹ Non era certo una colpa sua!›, giustificava, se per anni il marito era stato educato a mantenere quel timbro insopportabile. Serviva a farsi obbedire da un nugolo di militari alquanto privi di fantasia. ‹ Gente occupata a inseguire delinquenti e assassini. Non a scrivere canzoni. ›. Aveva chiarito ai figli nel farli crescere. E poi c’era da considerare il fatto, provenisse da un luogo sperduto, in cui le donne non potevano uscire da casa. Società superate, in cui l’ultima parola spettava all’uomo. Dove esisteva il delitto d’onore. Per questo era ovvio avesse sempre da ribattere. Ne andava del proprio ego. A sua difesa, c’era da sostenere, tuttavia, che con l’età si era rabbonito e permetteva qualche svago, senza mettere bocca più di tanto, avendo imparato a concedere considerazione. ‹ Sì, ma spaventa i gatti!›. Oppose la donna, preoccupandosi della colonia sorta a due passi dal giardino di Vincenzo Primo, cui alle volte recava in dono degli avanzi. “Perlomeno quelli che il maresciallo consentiva gettare o non occorreva recuperare per i giorni a seguire.” –Poveri cristiani, dirai! Impegnati a fare economia ai primi accenni della crisi. –Avari, invece! Perché, se la passavano bene. Avendo, al paese natio, chi gli curava i campi e inviava porzioni del raccolto. Tali risorse erano custodite in cantina. In scaffalature metalliche. Accanto a ghirbe di carburante e agli attrezzi, si conservavano olio e pomodori in quantità per una caserma. Il maresciallo aveva quindi consigliato: ‹ Perché non dormi?›, mettendo fine alle lamentele della donna. E così, dopo alcuni minuti, si erano assopiti e “Amilcare”, preso a latrare. Nondimeno, dopo avere passato qualche nottataccia, nella scala e nella palazzina di fronte, smisero di badarvi. -Pensi per caso che nelle case in prossimità dei binari, accanto ai quali il treno passa a tutta velocità fischiando all’impazzata, non dormano? Ebbene, c’è chi, dopo essere venuto al mondo in quelle abitazioni e per occorrenze della vita accasato altrove, non riesce a trovare la medesima serenità ed equilibrio di una volta. Sembra incredibile, ma è un fatto veritiero. Anche a me, per esempio, è capitato. “Correvano” gli anni ‘80. Il tempo dei Levi’s celesti e della Lacoste rossa. Di Tony Esposito con: “Lambada de Luna.” – Ti ricordi? In quel periodo proibirono la vendita e la commercializzazione di alcuni prodotti considerati dannosi per la salute. Erano coloranti. La sequela di: E101; E102, E103. Io fui tra quelli che andarono in giro a cercare gli ultimi “Ghiaccioli” alla “Amarena”, o al limone, rimasti in ghiacciaia per colpa di quelle sostanze. E devo asserire: i sapori di molte ghiottonerie, da quel momento non sono stati eguali. – Aimè! C’è poco daffare! Per ciò, sappi che capisco la situazione vissuta da queste persone e per tornare al discorso originario, dal quale mi sono allontanato, farti conoscere il nome scelto per il cane; ossia: “Amilcare.” E se ti verrà da domandare: “Chi l’aveva selezionato?”. Replicherò affermando che “Francamente” di questa cosa, non sono a conoscenza. Posso unicamente azzardare l’ipotesi che a farlo fu il padrone medesimo. Inutile dire che in quel periodo, Assenzio era felice. I rapporti personali con i coinquilini, già amabili per una serie d’incombenze risolte per loro, miglioravano sempre più. E nel caseggiato non si parlava che di lui. Del cane e della famiglia. Ovviamente si vociava al meglio. Tanto interesse, invero, gli procurava qualche grana. Perché rientrando dall’impiego al palazzo delle entrate, prima di prendere il cucciolo e uscire per la passeggiata serale, oltre a presentargli i loro complimenti, sempre per via di Amilcare: “Tanto bravo e bello”, gli amici propinavano nuove multe e interpellanze per limitare le tasse. Ed era diventato pesante il fardello d’impegni “Extra” da spicciare il giorno dopo. Doveri, ai quali Assenzio si sottoponeva con piacere. Confidando ciò procurasse una sorta di affetto e notorietà! Assenzio in breve ambiva a offrire un’immagine d’uomo arrivato e di famiglia unita. Un modello da ricalcare per chiunque, e in prossimità dei quarant’otto anni, si avvertiva all’apice. Già! Grazie alla regolarità del lavoro e dello stipendio, poteva permettersi una macchina nuova. E assieme alla moglie, altrettanto bella e in forma come lui, impiegata nella pubblica istruzione, manteneva una casa con tre giovanotti sani e dall’aspetto curato che apprendevano facilmente alle lezioni scolastiche e sembravano portati per lo sport. Oltre a questo, erano abbastanza obbedienti ai genitori e gentili con il vicinato. In quella famiglia organizzata, andavano in vacanza ogni estate e ciò avveniva nella prima decade di luglio, perché non fosse troppo affollata la località. Le ferie le trascorrevano per metà a casa dei genitori ormai anziani di Primo, i quali possedevano un rustico in collina. L’altra parte, la passavano in albergo sul mare; come piaceva alla moglie. In più, durante l’anno, scappava l’occasione di mangiare una pizza fuori. Quando avveniva, facevano abbastanza chiasso nell’uscire dalla scala. Questo, può darsi fosse un modo per farlo sapere un poco a tutti: ‹ Signora Maria, prestate un poco d’attenzione alla nostra abitazione, per favore? Rientreremo sul tardi!›. Diceva Assenzio rivolgendosi oltre la siepe della vicina. ‹ Ah! E come mai?›. Chiedeva questa con voce stridula ma amabile. Sostando tra i lunghi steli di calla germogliati davanti alla camera. Pronta a coricarsi di buon’ora, indossava una maglia celeste su un pigiama bianco. ‹ Una pizzetta!›. Minimizzava Assenzio. ‹ Sapete ci vuole ogni tanto! Che vita sarebbe altrimenti?›. Aggiungeva nell’allontanarsi e raggiungere l’auto, in cui la famiglia si era nel frattempo, accomodata. ‹ Andate! Andate! Divertitevi!›. Asseriva la signora Maria, pensando che anche lei, da giovane usciva una volta a settimana assieme al marito per un gelato. I tempi però, erano cambiati e la magra pensione di cui disponevano, neppure consentiva acquistare quelli venduti al supermercato. -Avere successo, seppure “Locale”; non è fatto di poco conto. Gli altri, a osservarli al cospetto di Primo, sembravano inebetiti. Impacciati a domandar le cose, da sembrare provinciali. ‹ Scusami Assenzio. Se sei occupato a cena passo più tardi. Dimmi: le ventidue? Le ventitré? Qualsiasi orario per me va bene! ›. Oppure: ‹ Vi sono immensamente debitore. Contate su di me!›. Aveva assicurato qualcuno, rivolgendosi a Primo con molto rispetto non appena ottenuto il piacere. E lui, vezzo alla consuetudine, con gli anni aveva preso a ricevere nei pressi all’androne, dove parcheggiava con la motoretta al rientro dal lavoro. Tant’é, le cose avvenivano sotto gli occhi di tutti. Ricorsi e cartelline trovano accoglienza nel portapacchi scuro, aperto e serrato innumerevoli volte di seguito. Si ritrovavano là, senza mistero. Così, seppure non fossi intenzionato a domandare cortesie, potevi osservare quanto bravo e disponibile era. Tanto, alla fine avresti finito di rivolgerti a lui e alla sequela di amicizie raccolte. -A ogni modo, la sua, una vita normale e comune. Come tante. In cui il cane rappresentava la ciliegina sulla torta, avendo conferito corpo all’intera famiglia e nuova materia per argomentare con l’intorno. Nessuno, infatti, si esimeva di dare un cenno ad Amilcare. Fosse un fischio leggero o pronunciare sulla punta dei denti: “Tze-tze.” Erano dunque passati giorni, mesi, e il secondo anno volgeva a termine. Era innegabile, in concomitanza con l’arrivo di Amilcare, era arrivata l’approvazione della gente. Ora si andava consolidando. E così, tutto ciò che Assenzio consigliava, era preso in seria considerazione oppure giudicato di grande umorismo. Perfino quando strillava, ‹ Mortacci vostri!›, rivolto ad alta voce da parte a parte della strada, avendo a riferirsi agli avversari di squadra sportiva, riusciva il migliore. ‹ Che forte!›. Diceva il custode della palazzina avversa. In breve, ciò che più ambiva al suo cuore, era la stima degli altri. Assenzio Primo non aveva una grande istruzione. - E’ vero! Tuttavia non era stupido. Neppure aveva scontato la solitudine da bambino, per via dell’aspetto allampanato e le gambe storte. C’era pure la faccenda dei capelli ricci che avevano reso la testa buffa e simile a una torta di compleanno. Dalla maggiore età, era giunta la calvizie e con i pantaloni lunghi, non si badava tanto all’aspetto. Semmai aveva influito su di lui, l’attesa per un lavoro stabile che non aveva. Per averlo aveva frequentato i democratici di sinistra ed eseguendo piccole mansioni per loro conto, aveva compreso quanto fosse importante agire in unione, piuttosto che il contrario. Nulla di male. Una squadra è ovviamente più forte di un singolo. Ad allontanarlo dal partito, una volta trovato il posto sicuro, era stato il desiderio di avere un proprio pubblico e il convincimento di poterlo creare. L’avversione verso gli zingari e omosessuali, giudicati rispettivamente: sfruttatori e ladri, o deviati, lo aiutava a trovare seguaci tra coloro vivono nella paura. Saro, un inquilino, conoscendo la peculiarità scherzando gli aveva domandato, nel giorno dedicato alla festa degli omosessuali: < Vai a vedere il raduno?>. E lui prontamente ribattuto: < Io? Sì, per farli mordere da Amilcare sul sedere!>. La cosa si era risolta con una grassa risata da ambo le parti. Tuttavia, va affermato che rientrare in casa ed essere attesi dai propri congiunti, ripaga dalle fatiche e soprusi subiti durante la giornata, e in merito alle prepotenze, ce ne sono sempre per tutti. ‹ Tanto meglio!›, si diceva Primo: ‹ Se in distanza qualcuno sorride e riconosce. Perché ti allieta l’animo. ›. - Del resto essere “Sconosciuti” e invisibili, è un fatto deprimente. –Fidati! E seguendo il principio, Assenzio, varcato il cancello per le autovetture che sotto il palazzo trovano ricovero, imparò a suonare il clacson. Era un’ingenua consuetudine per dire: “Sono arrivato.” E avvertire familiari e amici. Anche a detta di Marisa, la moglie di assenzio, Amilcare in tutta questa fortuna “Doveva entrarci per forza.” Entrambi trovavano compiacenza, nel fatto che il proprietario di un buon cane non potesse essere che un “Buon” diavolo. - A ragionarci si può convenire. Un proprietario di animali, deve, dedicare parte del tempo libero e recarlo a spasso almeno un paio di volte il giorno. Lo asciuga quando il tempo è piovoso. Dispone la razione alimentare e per quanto può, cura la salute accompagnandolo dal veterinario. Ah, dimenticavo: deve pure spazzolarlo e verificare la presenza di pulci. ‹ E la gente saprà che sei un buon diavolo!›. Disse Marisa, donna dai capelli biondi ossigenati, standogli accanto in veranda e soffiando in alto la nuvola di fumo uscita di bocca. ‹ Bravo Assenzio. Quanto ti preoccupi di questo bel cane!›. Aveva pure affermato la signora Carla, osservandolo dalla strada, adoperarsi con attenzione sul manto di Amilcare. Nell’occasione Primo aveva risposto: ‹ Quanto daffare, signora bella! Non ci crederà: sono senza forze ma appagato per i miei figli! Quanto bene fa a loro, questo giovanotto!›. Marisa, gli aveva accarezzato la nuca ed era rientrata in casa a preparare le cena. E la signora Carla proseguendo sul selciato sconnesso, preso a dire:‹ Chi altri s’impegna? Fossero tutti come voi, sai come sarebbe operoso e bello il mondo?›. -Bene! Ciò ti avrà fatto comprendere che Assenzio si presentava da persona semplice. E conoscere in anticipo, un carattere. Una persona. Non facilità i rapporti? Non ci hai mai riflettuto, vero? “Male!” Perché ci sono persone al mondo che non fanno altro. Svolgono queste ricerche per incarico, o per semplice diletto. Mia madre, per esempio, lo fa perché le viene naturale. Intendiamoci: “È un’ottima persona.” Lo dico sinceramente: un cuore grande quanto un’abitazione. È però in grado di condurti a quanto desidera. Non c’è sistema che tenga! Tesse la rete e t’intrappola. Ti ritrovi costretto a subirne la volontà. Che vuoi? È figlia di un commerciante. E possiede un’arte, fondata sulla capacità di saper aggrovigliare per poi sbrogliare. “Una dote!” Intelligenza. -Quello che ti pare! A ogni modo, alcuni apprendono la materia con lo studio e ci vogliono anni, altri come me, non ci riusciranno mai. Possiamo aggiungere che la “cosa” è impiegata per orientare gli acquisti. Al fine di creare opinioni e leader. Niente d’illecito, ovviamente. Se attuata con l’inganno però, potrebbe chiamarsi: “Truffa”. Se con la prepotenza: mafia. Clientelismo. Voto di scambio. E se di questi tempi non sfrutti le influenze, i vantaggi pratici, le opportunità; credo di poter asserire senza offesa, che, sei onesto ma non scaltro, quanto molti miei vicini. Perché loro, da quei giorni, cominciarono a rivolgersi ad Assenzio per ogni questione. Anche banale. “Il fornitore doveva sospendere per lavori sulla linea l’acqua alla via?” ‹ Assenzio parla tu con gli operai e vedi se possono spicciarsi!›. Domandavano. E lui si recava al cantiere poco distante a domandare di fare qualcosa. “Non per sé!” Per gli altri. E questi eseguivano di lena. Perché uno che te lo chiede col cuore, ha un cane tanto bello e lavora alle “Entrate”, lo merita, senza dubbio. Così lasciarono a lui, decidere il giorno. C’era pure, ad aiutarlo, la faccenda abbastanza risaputa che aveva segnalato a un suo amico, un graduato, un paio di vicini antipatici, ai quali le tasse, pareva non piacesse pagarle. Tuttavia questo: cosa centrava? “Era argomento superato.” Non c’era stato nemmeno bisogno di domandare scusa o asserire di essere ipocritamente dispiaciuti. Perché i condomini avevano lasciato le proprie abitazioni dopo qualche mese, per andare altrove. < Dove l’aria è migliore!>. Aveva risposto uno di loro all’amministratore andato a incassare l’ultimo condominio. E poi, Assenzio non aveva certo obbiettato alla protezione attorno allo scavo. Anzi, neppure aveva notato la mancanza. Con tale gentilezza era anche riuscito a sistemare il figlio della portinaia: la signora Giovanna. Il giovane ambiva a lavorare senza riuscirci, ma il mattino successivo era là, a faticare nel fango della voragine. Col tempo, se avesse compreso i meccanismi, sarebbe riuscito a intraprendere la propria strada e riscattarsi come ingegnere. Per ora non c’era fretta. Assenzio aveva così ottenuto in custodia, le chiavi della portineria. Non altro, per aiutarla nell’orario del pranzo, dove, dovendo fare arrivare la gavetta calda al figliolo, si assentava dalla postazione. Dopo avere sbirciato nella posta dei vicini e avere desunto dalla pesantezza della busta con l’estratto conto, l’economia dell’intera famiglia, non sapendo bene che fare del tempo, Primo aveva approfittato per cambiare qualche plafoniera qua e là a esclusivo e insindacabile giudizio e vantaggio. Tant’è che l’entrata della propria scala era nettamente migliorata. Quando udirono ciò, della mano data alla guardiana, gli abitanti del complesso dovettero convenire su Assenzio: ‹ Tanta abnegazione senza riconoscimento né obolo!›. Dissero. Così, assieme al cane Amilcare, sempre disposto a fargli compagnia, divennero ancor più bravi e belli. Passò l’inverno e giunse una nuova primavera. Primo, sempre pronto a domandarsi come fare per migliorare la vita al prossimo, interessò l’addetta allo stabile ottenendo il permesso a innaffiare le piante. - Pensi che la signora portinaia potesse avere motivo di pregiudizio e rifiutarlo? -No? -Sì? -Non lo sai? Ti sei dimenticato che aveva fatto assumere il figlio? E così, dopo poche settimane, le palme erano verdi come mai. Tuttavia, la stagione avanzava. L’impegno era gravoso e il comprensorio, grande. Occorreva trovare una soluzione. Un aiuto. Primo, risolse il problema arruolando un paio di condomini andati in pensione per limiti d’età. E quando gli ottuagenari giardinieri furono pronti e in grado di proseguire da soli, o meglio, ammansiti abbastanza, li condusse dal maresciallo di ferro richiamato anch’egli in servizio, affinché li seguisse e riferisse alla sera o di mattino presto. Assenzio, agendo in questa maniera, trovò nei giorni successivi tempo libero e occasione di attaccare una pittura nell’androne. Una vera “Crosta” in verità. Un dipinto su tela, di una mela rossa in un piatto. Lo aveva lasciato ammuffire in cantina per anni. Raccontò essere stato di un vecchio zio, pittore e poeta. “Con evidente intenzione di occultarne il valore”, fu in seguito riconosciuto dai condomini. Giacché, alcuni ospiti venuti a trovar parenti, definendosi estimatori, asserirono la pittura fosse bella e di valore. ‹ Quanto?›. Domandò un agnostico. ‹ Abbastanza!›. Bofonchiò il signore. Doveva essere istruito quanto un professore o qualcosa del genere, a giudicare dalla barba incolta e dall’assenza di un taglio nei capelli bianchi. Ci fu nel capannello formatosi al momento, chi asserì di averlo visto in Tv. Altri negarono. Nelle settimane che seguirono, qualcuno tra i condomini provò a descrivere in rima il tema e appiccicò accanto, una canzonetta. Recitava all’incirca così: Mela proibita sul piatto servita/ che tu sia ferita/ oppure distorta/ Inviti la vita/ Promessa divina/ ecco a voi Rina. Rina era l’appellativo di chi l’aveva scritta. In concreto, la signora del secondo piano. Discussa per la quantità di amanti che si narrava ricevesse in casa. Conseguente, fu l’impressione generale che se tanta era stata l’arte in famiglia, anche in Assenzio, doveva risiederne. Magari, sopravviveva nel gusto. Non nego che chi espresse le belle parole sul dipinto, esitò nel corso di un colloquio riservato, a domandare la registrazione di un atto piuttosto complicato. Nonostante, il giudizio sull’opera pittorica era parso severo e supportato dall’eloquente interpretazione finale. ‹ Desumo lo studio delle forme e l’intreccio allegorico!›. Aveva sentenziato lo sconosciuto signore dai capelli canuti. Per questo, era sembrato: “Sincero.” Nessuno dei presenti in attesa dell’ascensore, quel giorno pensò di obiettare. Sarebbe passato per invidia. Chiaramente la storia si diffuse e Assenzio ebbe coscienza, per l’innata percezione della regola ad aggiungere nell’androne, un coccio trasportato dalla Grecia. Di discreto valore, aveva riferito alla signora Antonietta del primo piano, oltre a dichiarare: ‹ Per dare lustro all’ingresso spoglio. Procedendo con buon gusto potrei aggiungere altre suppellettili. Considera anche lei? ›. I nuovi articoli trovarono gradimento e credito. A questo punto ci fu chi propose di mettere un allarme. Credo sia stata la signora Maria. Doveva essere stanca di controllare casa di Assenzio, quando era fuori la notte, e oltretutto, l’occasione doveva essere apparsa favorevole per liberarsi con educazione dall’incombenza. Quanto all’antifurto, occorreva nulla di complicato. Unicamente qualcosa che producesse un suono. L’uso di telecamere era stato escluso per questioni inerenti alla privacy. Avevano tutti, timore della legge e della denuncia che poteva derivarne. “Forse con dei magneti”, congetturarono i più tecnici. Si superò il problema ricorrendo a votazione e raggiungendo accordo, per un cartello da porre in alto, all’ingresso della scala. Dal seguente contenuto: “È vietato a tutti condomini e visitatori, di lasciare l’androne incustodito.” –Cosa significava? Forse che, una volta varcato il portone, si sarebbe dovuto attendere una sostituzione prima di poter accedere in casa? -In questa maniera si rischiava di finire imprigionati nell’androne. Lo sapevano? ‹ Va bene!›, si disse. ‹ Come siete esigenti!›. E specificò a voce a tutta la platea che s’intendeva semplicemente asserire: ‹ Ricordatevi di chiudere il portone principale ›. Pertanto, non s’intervenne a cambiarlo. “In finale andava sufficientemente bene, anche se suonava imperativo.” Si decise nuovamente di lasciare correre, affinché i visitatori, i postini, i rappresentanti, d’ora in poi, sapessero con quale gente, avevano a fare! - Persone intelligenti e risolute, indubbiamente! Assenzio Primo, dopo le attestazioni di stima, si era assai impegnato con il testo, lasciò cadere ogni remora che alcuno scandalo potesse rovinare lui, la famiglia, o “Amilcare”, l’amato cucciolo di un tempo, divenuto “Rottweiler” di razza gigante. Le cose procedettero tranquillamente per un discreto periodo. I giardini del comprensorio si andavano uniformando all’aspetto ricercato da Primo. Per questo si spuntavano le fronde ai pini, e s’inserivano siepi sempre verdi e fiori tipo le viole. La tassazione volontaria cui eravamo soggetti, diventava di mese in mese, più consistente. Continuando di quel passo, saremmo arrivati ad avere un capitale da parte da fare gola a una banca. Per farla breve, un giorno, il cane di ritorno dal passeggio sembrò chiamarlo per nome. Era proprio nei pressi del cortile quando ciò accadde ed essendo sabato, c’era un notevole andirivieni avanti al cancello per le compere settimanali. Talché, tutti udirono il cane parlare. Era solo un abbaio ovviamente. Nondimeno si capiva: “… enzio” nella parte finale. Perlomeno così sembrò. “Doveva pur essere che alla fine, gli animali acquisissero il dono della parola.” Si convinsero tutti. Quanto all’intelletto, sono persuaso lo posseggano già. Tu, forse, non sarai concorde. -Ti prego però, continua a seguirmi! Siamo alla parte finale. E questo capitava proprio a lui?” Pensò Assenzio, avvertendosi scosso ed emozionato per l’accaduto. “ Bene, era un dono del signore!” Marisa, la moglie di Assenzio una volta conosciuta la cosa, disse: ‹ Come vincere la schedina, o fare sei all’enalotto!›. Intravvedendo scenari inediti per il marito. Perciò, allungò una bella zampa di maiale ad Amilcare che triturò nella cuccia in un paio d’ore. Il “Fatto” che Amilcare avesse “Parlato”, divenne noto altrettanto rapidamente al lauto pranzo. E nei giorni seguenti, Assenzio dovette dissuadere i vicini che lo consigliavano ad andare in televisione: ‹ Sì, signora. Certo! Ha ragione; ma “Amilcare” non è ancora pronto. Le telecamere e gli intervistatori potrebbero spaventarlo, procurandogli traumi.>. Diceva convinto. Aggiungendo:< Io e mia moglie pensiamo sia meglio essere prudenti e attendere!›. L’altra, badando a parlare in maniera educata e a mezza voce aveva affermato:‹ Certo. Certo!›. Avrebbe dovuto dubitare sulla questione e asserire che un cane non può esprimere parole per via della forma diversa dell’apparato vocale? Lasciò correre, perché insistere con persone prive del dubbio: è inutile! - Non è vero? Hai mai provato ad affermare qualcosa a chi non ti ascolta? Hai notato che continua a parlare senza badare? Quella era gente che conosceva il fatto proprio. “Sempre pronti a dispensare consigli, mai ne avevano domandati.” Tuttalpiù, avevano ordinato qualcosa. Come la volta, quando il nipote, recatosi a farle visita aveva parcheggiato malamente la vettura sul viale d’accesso. Invero, non disturbava! Perché di spazio per passare, ne rimaneva tanto. Assenzio però, l’aveva atteso per l’intero pomeriggio e quando il ragazzo era in procinto di salire in vettura, gli si era avvicinato per dirgli che un altro condomino aveva scattato delle foto e queste erano in viaggio per l’ente proprietario degli appartamenti. Così alla zia, per colpa sua, avrebbero inviato una diffida. E c’era voluto per separare il nipote inviperito, da Assenzio Primo. Fortuna che udite le urla, alcuni inquilini, erano scesi a dividerli. Lei, tuttavia, il giorno dopo, aveva dovuto domandare perdono per il comportamento del nipote. Il quale rischiava una denuncia. Lo aveva fatto segretamente, perché altrimenti il giovane si sarebbe arrabbiato anche con lei. Tutto era parso rientrare, tuttavia l’ente proprietario aveva inviato ugualmente la mora. “Figuriamoci!” Aveva terminato di pensare, cercando di rimuovere dalla memoria quella storia. Così, finì a osservare che ad Assenzio pareva proprio non dovessero occorrere soldi. Poteva persino rinunciare al “Cache” di partecipazione in qualche trasmissione televisiva. Volutamente o no, il fato andava senza sosta a favore di Primo. Dimostrando, ce ne fosse bisogno: “Quanto fosse fortunato!” Neppure il timore di diventare un personaggio pubblico lo turbava. Allora la nonnetta aveva ripreso il filo e tanto per, domandato: ‹ Ha imparato altre parole? Magari comincia a leggere qualcosa?›. E lui, in tono serio: ‹ No. No!›. Aveva affermato. ‹ Purtroppo si è, come dire: “Bloccato” con l’apprendimento; però ascolta la musica quando Marisa è a fare la doccia, e segue i programmi davanti allo schermo .›. Amilcare, a questo punto, meritava un complimento: ‹ Mascalzone! ›. Disse. ‹ Sei proprio intelligente!› e lui contento, aveva mostrato i denti e strattonato. Lei e Primo, si erano decisi a ridere di gusto. Pensando che il cane avesse capito stessero rivolgendosi a lui e si fosse emozionato. -Era vero, Amilcare ultimamente provava un certo nervosismo rispetto alle attenzioni. Per certo, era una cosa passeggera. La donna si era congedata e recata a prendere l’ascensore. Riflettendo, in ultimo, sull’ipotesi che il mondo fosse davvero semplice. “Era sufficiente avere una buona parola con tutti, ed essere privi dell’invidia.” Tanto bastava per vivere in pace. Non come il nipote, che adesso recandosi a trovarla, guardava di sghimbescio e mancava di salutare la platea radunata nei cortili. “Questo non era il modo giusto di fare.” Non l’avrebbe condotto da alcuna parte. Non si può vivere fuori dal mondo. Occorre uniformarsi. ‹ Porgere l’altra guancia!›. Del resto era quanto affermava don Fabio, all’omelia. Alla quale, di buon mattino partecipava. Peccato le sfuggisse quanto avveniva dopo. Quando il prete avvicinava i giovani, cercando in loro la celeste dolcezza. -Tutto però, non si può pretendere e storie ne girano tante! ‹ Quando diverrà una notizia ufficiale, si vedrà!›. Aveva affermato all’amica di sempre. La signora Carla, con la quale si recava a messa. “Loro hanno un cane parlante, ma a te, manca niente.” Si era convinta nel salire al piano. Perché pure per lei, non era facile campare. Invece Assenzio, possedeva perfino la bicicletta e la domenica poteva recarsi a correre con gli altri condomini affatto allenati. Tant’è, finivano a pagargli il caffè, perché non reggevano i chilometri come lui. “Taglio di carne”, lo chiamava il figlio estasiato, vedendolo vestito da “Podista” del duemila. Tuttavia a lei non importava. Di quegli abiti “Non avrebbe fatto nulla!” Troppo anziana e poi non sapeva andare in bici. “Quanto sarebbe bello però, se il buon Dio non avesse sempre da pensare agli altri!” –Ah! Il buon Dio. - Di fatto decide il sole, quanto la pioggia per tutti, amico mio. Alle volte guarda rammaricato sotto, tende una mano, ma il più delle volte indugia indifferente. Si preoccupò perciò di richiudere bene le porte della cabina. Altrimenti sarebbe rimasta sull’occupato e i vicini sarebbero dovuti salire al piano a piedi. “Guarda a chi sta peggio e pensa a loro: poveracci!” Una volta in abitazione, aveva disfatto la borsa per sistemare nel frigo gli alimenti. -Bene mio caro! Fu in quel periodo che nel condominio e più in generale nel comprensorio, cominciarono ad apparire cuccioli di cane di vario colore. Tutti muniti di zampe grandi. Con bocca piena di denti aguzzi. Bestiole, da accompagnare al prato. Guarnite di collari e catene, rigorosamente differenti per foggia e colore. C’era chi conduceva a fare i bisogni, il piccolo, calzandogli l’impermeabile da pioggia. Oppure il cappottino contro il freddo. Chi, entrambi per non sbagliare. Qualche femmina pelosa aveva al capo una coccarda rosa. Appiccicata dalla genitrice umana. Per ricordarne il carattere spensierato. -Più che un cane, un confetto! Ricordo che mia moglie era perplessa per tali inaspettati sviluppi. Malignava sul fatto che piccole pesti abbandonate fossero lasciate al canile. In quel periodo osservavamo mantenendoci in distanza. Il lavoro. Le amicizie erano rivolte pressoché fuori dal quartiere. Nonostante, il piccolo spiazzo verde in cui conducevamo il nostro attempato alleato di famiglia, di razza “meticcia” e pure trovatello, era divenuto affollato. E non ci si raccapezzava facilmente tra guinzagli e lacci vari che s’intrecciavano lungo i viali. Più che saper parlare, quei parenti abbaiavano continuamente. “Betulla” un molosso di pochi mesi, non andava d’accordo con Titilla. Del resto le femmine litigano tra loro. Parimenti Ercole era geloso di Schwarz. I litigi tra loro, di giorno in giorno divenivano più frequenti. Il rumore sovrastava perfino il traffico stradale, giungendo a superare il perimetro del rione. Tutti contenti, tuttavia apparivano i proprietari. - I miei vicini. Avendo argomento di cui parlare: il prezzo di ogni esemplare canino! C’era chi si era rivolto, all’importatore americano. Invece dell’alemanno. Oppure, di “Paolino”. Esemplare fuori taglia. Arrivato direttamente dal Dakota. Proprio in quel periodo, mi consigliò la mia signora di evitare recarmi al parco in certi orari. Certo per via dell’eccessiva cordialità rivolta a una ragazza. La quale aveva per marito un autotrasportatore, costantemente in giro oltre nazione. La donna si avvertiva sola e trovava piacevole discorrere con me. Da allora spesso discutiamo con la mia metà. Si chiama Margherita, lo sai? - “No!” Nulla che riguarda quella donna! Davvero. - Una storia mai esistita! Semplice cordialità tra padroni di canidi, la definirei. E poi io amo lei, e ho avuto altrettanto da discutere. Vi era, infatti, un proprietario di cane, ovviamente, e che altro? Per nulla giovane e bello. Addirittura: “Basso e tarchiato” sia detto a chiare lettere. Un tipo neppure intelligente, si aggiunga, pronto a portare il proprio esemplare al prato nei giorni e ore in cui era lei a recarvisi. Con mia moglie discutiamo una miriade di argomenti diversi. Questioni le quali hanno a vedere con il futuro. Dei ragazzi. Dei nipoti. Dei luoghi che ci piacerebbe visitare o dei testi da leggere. Le cose che possano migliorare la società ci entusiasmano. Siamo contro le ingiustizie. Perciò lottiamo. Scopriamo con piacere, lo spazio per raggiungere assieme obiettivi impensati e che gravitano attorno al sentire, alla coscienza. Siamo preoccupati delle guerre e dell’inquinamento. Della cattiva politica, e di una società in cui ci si sente confusi. Della propria transizione. - Non temere. Ci avvertiamo in forze e sicuri di noi! Del resto oggettivamente lo siamo, perché abbastanza giovani e scaltri. Tuttavia, da giorni non usciamo da casa. Non dormiamo. La televisione è muta. La corrente va a sbalzi e le provviste alimentari si stanno esaurendo. Devi sapere, che la settimana scorsa, appena oltre soglia di casa, siamo stati aggrediti. Non abbiamo capito cosa sia stato ad afferrarci. Senza stare troppo a badare abbiamo richiuso l’uscio e sbarrata la porta. Margherita nella confusione che si è verificata ha rimediato un morso al polpaccio che sto curandole con della penicillina. Non sono sicuro funzionerà. Le rare volte riusciamo a prendere contatto con qualcuno, magari componendo numeri a caso sul telefonino, udiamo unicamente sbraitare senza afferrare un accidente di quanto è detto. Ora viviamo con gli scuri abbassati. Cercando di fare nessun rumore. Trascorrendo tempo a cercare di comprendere. Ci angustia tanto dover riconoscere l’accaduto. Perché è vero. Negli ultimi tempi i vicini, giovani o vecchi qua attorno, avevano manifestato uno strano comportamento. Leccate per anni le mani di Assenzio, avevano cominciato a farlo con chiunque. Finendo a prostrarsi con chiunque, per un pezzo di pane. Nei tempi successivi avevano mostrato pancia e tette, attendendo improbabili coccole a braccia e gambe levate. Ora, quando cala la notte e c’è luna piena, si sbrano tra loro e poi si accoppiano. E che urli si odono provenire dalla strada! E tutto ciò, senza che “Amilcare” abbia più detto o fatto nulla. Adesso è cane anziano e dorme in giardino! In merito ad Amilcare, devo affermare che miglior cane di lui non ce n’è. Per il resto: “Noi pensiamo possa essere un morbo e nel paese sia in atto un’epidemia.” Che tutti si siano ammalando? -E tu, amico mio, per caso hai notizia? Riesci ancora adesso a parlare? Ti avverti confuso o lucido? -Perdona il disturbo ma sei la sola, nostra speranza di non essere rimasti soli.

By Veniero Rossi.



Commenti

pubblicato il 11/08/2014 20.45.56
Alchimistabianco, ha scritto: Ci sono tre modi sbagliati di scrivere un racconto: non raccontare niente, raccontare troppo ma facendo si che il lettore non capisca nulla, e fare una lista della spesa. Io ho letto Tolkien tutto d'un fiato, a volte, lo ammetto, non interpretando perfettamente qualche passaggio alla prima lettura. Ma, comunque, la perfezione formale e la creatività di quel genio hanno sopperito a un'eccessiva ampollosità del testo. Qui invece, ho mollato subito. Non ho capito. Hai cercati di essere troppo erudito, usando locuzioni forbite ma vuote. Ho riprovato, facendo forza su me stesso ma il risultato è stato lo stesso. Testo vuoto, troppe pretese insolute. Mi spiace ma non mi è piaciuto. Ciao Al
pubblicato il 01/09/2014 23.59.48
vennyrouge, ha scritto: "Be': pure l'ortografia conterà qualcosa!" - Grazie Al, per avermi informato di avere letto "Tolkien" di un fiato. E' davvero importante! Mi rassicura sulla crisi, la guerra, le pensioni, i matrimoni gay sui quali sono a favore e più di ogni altra cosa sulla personale buona fede. Evitando di farmi ritenere fossi in giro a perdere tempo e scovare lettori. Il racconto è di facile corso. 85% di parole comuni. Indice Gunning's Fog 6/10. -Dagli Al! Forza! Presentati con nuove vesti.

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