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lavoro pubblicato mercoledì 30 luglio 2014
ultima lettura domenica 13 gennaio 2019

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Perdersi

di MadameWu. Letto 395 volte. Dallo scaffale Viaggi

- E' proprio di fronte al market dell'indiano, la vedi subito, è verde , la scala in mezzo, vai su al primo piano, segui le impronte di mani blu sul muro e ci sei.Il market dell'indiano intanto non si trova. Una città araba, tutta araba, ...

- E' proprio di fronte al market dell'indiano, la vedi subito, è verde , la scala in mezzo, vai su al primo piano, segui le impronte di mani blu sul muro e ci sei.
Il market dell'indiano intanto non si trova. Una città araba, tutta araba, arriva un indiano e apre un market, tutti dovrebbero sapermi dire dov'è e invece non lo sa nessuno, oppure fingono di non saperlo, si sa mai che la bianca (io) porti guai.
Intrico di stradine e viuzze, un dedalo di pura fantasia, alti muri terrosi ricamati dalle mitragliate e pertugiati di finestrelle minime , unica comunicazione del dentro col fuori. Una fogna a cielo aperto, odore pungente di piscio attenuato dall'ombra in cui scorrono le stradine strette e trafficate. Due asini in fila sfiorano i muri col loro gigantesco carico, bambini a piedi nudi corrono dietro a copertoni che tengono in equilibrio con un bastoncino, un gatto si lecca i baffi sulla soglia del ciabattino. Ma dell'indiano nessuna traccia.
- Indian market please?
- Mmmad'm, donno', donno', sorry
Perdersi. E' così facile perdersi in una città antica adagiata nel bel mezzo della magia degli altipiani, città dura come il suo clima, luogo della mente e del cuore (il mio cuore innamorato di deserti e carovane di cammelli) che odora di spezie e di sale, gente dalla pelle nera e spessa, rugosa come l'elefante, bocche sdentate che non sorridono quasi mai , occhi di liquirizia, fluidi, cerchiati di rosso, sguardi che indagano e che frugano la mia femminilità mascherata dal burqa.
E a un tratto ecco che la strada finisce e si apre su una piazza. Tutto si allarga, l'odore acre svanisce, ecco la luce, ecco il caldo che taglia e che sbriciola le ossa e frigge la pelle bianca. Ed ecco il rumore, il traffico, le moto smarmittate , i furgoncini sgangherati, biciclette, camion, camionette militari, carri e carretti. Un enorme rampicante invade la porta di una casa bombardata e di fianco c'è un market e dentro al market, cielo! l'indiano!
Mi giro e di fronte ecco la casa verde con una scala al centro. Sono arrivata! Salgo le scale buie e più salgo meno vedo; alla seconda rampa i miei occhi si sono quasi abituati e inizio a vedere le impronte di manine di bimbo stampate sui muri, manine blu e turchesi che tengono lontano il malocchio.
La tatuatrice dev'essere qui vicino, le porte sono tutte chiuse, provo a bussare alla prima e nessuno mi risponde. Provo la seconda, poi la terza e la quarta, niente. Busso all'ultima porta e finalmente una voce , in pashtu, mi dice qualcosa che non capisco.
- Tatouage, Madame, Tatouage, grido io nel semi buio del corridoio.
La porta si apre, compare una testa di donna fasciata in un telo nero da cui sbucano solo gli occhi, due occhi di pece che mi fissano duri e da sotto la stoffa esce una sorta di rantolo o di soffio iroso che dice qualcosa tipo "No, tatoi, no tatoi". Poi la testa si ritrae e la porta si richiude con un gran colpo.
Niente tatuaggi, dunque. E pensare che chi mi aveva indicato la Noire Abyssine mi aveva detto che quella era la migliore tatuatrice della città.
Peccato, non devono piacerle gli stranieri e io lo sono; le son bastate due parole per capirlo e il mio bel burqa non è servito nemmeno a farmi entrare. Poteva spremermi come un limone, guadagnare tanto da viverci comodamente per un anno. Ma non le piaccio e lei non mi tatua.
Ed è anche questa grande dignità che in fine mi affascina, forse più ancora della bellezza pura del luogo. E del richiamo, incantatore, del muezzin.


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