ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 30 luglio 2014
ultima lettura lunedì 24 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Ruota del Destino - CAPITOLO 1 ( Parte 1 di 3 )

di peppers. Letto 407 volte. Dallo scaffale Fantasia

  «Vedrai, non sarà difficile.» «Non so, oggi la piazza sembra anche più affollata del solito.» «Meglio così, fratellino, gente in più a farsi due risate.» Cleyga.......

«Vedrai, non sarà difficile.»

«Non so, oggi la piazza sembra anche più affollata del solito.»

«Meglio così, fratellino, gente in più a farsi due risate.»

Cleygan Lorien finì la frase in una risata grassa. Seduto su un ramo di quercia, teneva il manto giallo zafferano accuratamente ripiegato sulle gambe, mentre studiava il brulicare di elfi attorno alla piazza.

Caranthir Arhathel espresse il proprio disappunto con un grugnito, guardando i propri piedi ciondolare esitanti dal ramo. Sarebbe stato meglio rimandare lo scherzo al giorno dopo, o al giorno dopo ancora. A dirla tutta avrebbe preferito rinunciare a quell’idea strampalata. La tempesta dei giorni passati aveva costretto molti elfi a sgusciare fuori dalle proprie capanne. Ora ciondolavano per il villaggio, inframmezzando le riparazioni con lunghe chiacchierate con i vicini. Caranthir osservò con preoccupazione l’andirivieni delle ragazze al pozzo, coi catini colmi d’acqua. Attorno al pozzo, all’ombra di un porticato sostenuto da pilastri in pietra tappezzati d’edera, i bambini giocavano rincorrendosi l’un l’altro.

Quella mattina la piazza era un vespaio. Troppi occhi. Occhi sospettosi – ne avevano combinate troppe per passare inosservati – occhi che potevano cacciarli nei guai. Cleygan se la sarebbe cavata con poco, solo l’ennesima ripassata per il Principe degli Elfi. A lui invece sarebbero stati assegnati ore di compiti da svolgere sotto il severo cipiglio di Gharion Derhal.

Caranthir non era certo che il gioco valesse la candela. Cleygan non dovette sforzarsi troppo per leggere l’incertezza dipinta nei suoi occhi azzurri.

«Avanti fratellino, non fare il musone.»

Cleygan lanciò in aria una monetina e la riprese al volo, ma teneva la testa inclinata e i suoi occhi non si staccavano dal viso del compagno. Lo sguardo del Principe scintillava, perfino più degli orecchini in perla che ne decoravano gli orecchi. Caranthir aprì la bocca e la richiuse, senza smettere di giocherellare con la tunica blu notte.

«D’accordo, vuoi disertare?» disse Cleygan. «Diserta pure, vuol dire che farò tutto da solo.» In un attimo era in piedi sul ramo, con le braccia incrociate dietro la nuca, intento a sgranchirsi le gambe. Caranthir sbottò in una risata. Cleygan era così bravo a recitare – anni di bugie lo avevano temprato – da riuscire a interpretare alla perfezione la parte di colui che non sa recitare per nulla.

«Anzi, sai che ti dico?» continuò il Principe con un falso tono duro. «Hai ragione, non si fa più niente.»

«Si, ho proprio ragione.»

Caranthir si distese sul ramo, accavallando le gambe. Nuvole colore latte si accavalcavano l’una sull’altra, senza lasciare libero nemmeno un palmo di cielo. Un vento incostante, unico postumo del terribile temporale dei giorni precedenti, gli riportava con scocciante ostinazione le lunghe ciocche corvine davanti gli occhi.

«Bene, allora torniamo ad affogare nella noiosa vita di tutti i giorni.» Cleygan protese l’indice verso il compagno, tenendo l’altra mano sulla giubba dalla vistosa tinta corallo. «E guai a te se vedo un sorriso, testa di coccio di un elfo.»

Caranthir si tirò in piedi lentamente, poi profuse un rispettoso inchino.

«Principe Cleygan, siete frivolo quanto un satiro.»

«È per questo che sono il migliore, mio caro» disse l’altro passandosi una mano fra i capelli castani con un gesto studiato per far impazzire ogni ragazzina nel raggio di un miglio. «Ed è per questo che passi metà della tua giornata insieme a me.» Si controllò le unghie, lanciando all’altro un’occhiata di sottecchi. «Ed è per questo che oggi non ti tirerai indietro.» Caranthir stava per mugolare qualcosa, quando Cleygan lo scosse per le spalle. «Se non vuoi farlo per te, fallo almeno per me» disse in tono supplichevole.

«D’accordo» si scoprì a rispondere Caranthir, prima di realizzare in cosa si stava imbarcando. «A patto però che ...»

«Oh, fantastico» lo interruppe Cleygan, prendendolo a braccetto. Schioccò le dita e il ramo di quercia su cui erano appostati si piegò verso il basso con uno scricchiolio legnoso, formando una passerella che permise loro di scendere a terra. «Sapevo che non mi avresti deluso.»

La famiglia Lorien, la famiglia reale degli Elfi Silvani, era l’unica in grado di domare la magia. Non era stata una conquista di Cleygan, ovviamente, lui si era limitato a raccogliere quel frutto così duramente coltivato da Re Maric. Un potere così unico nelle mani del Principe era lo stesso che usare la lancia del dio Mithal come attaccapanni.

«Ormai non deve mancare molto.» Cleygan represse uno sbadiglio, lanciando un’occhiata al cielo. «Tiene bene a mente il piano, fratellino.»

«Quale dei tanti?»

Caranthir si appoggiò al tronco della quercia da cui erano appena scesi, incrociando le braccia sopra la fascia grigia che stringeva la tunica alla vita. Nella sua foga creativa il Principe aveva messo appunto e disfatto tanti di quei progetti che Caranthir aveva finito per non seguirlo più.

«Limitati a tenere Seryn impegnata e lontana dal recinto degli animali, al resto ci penso io» disse Cleygan strizzando gli occhi in un’espressione di offesa sfrontata. «Pensi che sia un lavoretto sufficientemente corretto da meritare la tua approvazione?»

«Tenere impegnata Seryn.» Caranthir diede una spallata al compagno. «Sembra piuttosto facile.» Il Principe vacillò, colto alla sprovvista, poi sbuffò e infine si sistemò il manto zafferano, «Visto che non sei propriamente uno che se la cava con le chiacchiere, ho pensato di darti una mano anche in questo.» Mise una mano sotto la falda del mantello, cacciando fra le mani di Caranthir una pezzuola azzurra decorata con dei cerchi grigi.

«Come fai ad avere il fazzoletto di Seryn?»

Cleygan arricciò un angolo della bocca, inarcando un sopraciglio. «Il potere nasce dall’ambizione, giovane Arhathel» disse, scimmiottando il tono solenne di Re Maric. Lanciò in aria la moneta, quando la riprese era sparita nella manica della giubba. «Ricorda, tieni lontana Seryn dal recinto.»

Non so come finisco sempre per assentire ai tuoi scherzi, si disse Caranthir osservando Cleygan che scendeva a passo baldanzoso verso la piazza.

In un tratto di prato i bambini giocavano a sassolini. Da come Aron si grattava furiosamente i capelli, Berlhen stava vincendo un’altra volta. Alcune ragazze nascosero con la mano dei risolini per come il Principe aveva loro ammiccato, senza notare le occhiate che Cleygan aveva riservato a un altro gruppetto appena svoltato oltre il pozzo. Al contrario, nessuno sembrò notare il passaggio di Caranthir, né l’elfo fece nulla che potesse attirare l’attenzione. Soltanto Lanthar, abbarbicato sul tetto della propria capanna, interruppe il martellare cadenzato appena il tempo per un saluto.

Attraversando diagonalmente la piazza, Caranthir si avvicinò abbastanza al laboratorio di Mastro Finharin, il falegname, da raccogliere alcuni brani della conversazione con cui Cleygan lo stava importunando.

«Mastro Finharin, voi lavorate davvero troppo.»

Il falegname, seduto su un ceppo all’ombra del portico adiacente alla casa, irrigidì la mascella volitiva e aggrottò le folte sopraciglia.

«Pensi che sia uno scansafatiche come te?»

«Oh, avanti, non siate troppo duro.»

Mastro Finharin borbottò fra i denti una risposta, qualcosa su ciò che avrebbe fatto se Cleygan fosse stato suo figlio. Parlava senza muovere la testa, osservando con una certa fissità un punto lontano. Una battaglia coi Peaks, aveva raccontato una volta Lanthar, gli aveva portato via gran parte della vista. Da allora, Mastro Finharin non vedeva che un’eterna penombra.

Cleygan protese una mano oltre la staccionata, lasciandosi leccare le dita da Nebbia, la lupa che era diventata gli occhi del falegname.

La casa di Seryn sorgeva a un angolo della piazza e nell’avvicinarsi, Caranthir si assicurò che la donna non fosse impegnata nel recinto del gregge. Bussò alla porta chiamandola per nome.

«Caranthir?» La voce giunse ovattata dalle mura di legno. «Entra pure.»

La stanza principale della capanna di Seryn era un ambiente pratico, ordinato come solo una donna era in grado di mantenere. Candide tende svolazzavano sotto l’alito di un vento che faceva oscillare le forme di formaggio appese alle travi. Mensole e vasi traboccavano di fiori profumati, un brillante stratagemma per mascherare l’odore salato dei formaggi messi a stagionare.

Accovacciata sul pavimento, Seryn strofinava i panni in una tinozza. Nel vedere l’elfo entrare con un certo imbarazzo, il viso della donna si aprì in un sorriso che le fece risaltare ancor di più la piccola fossetta sul mento. Aveva capelli di un biondo castano, ed esotici orecchini in piuma d’aquila alle orecchie.

«Penso che questo sia tuo.»

Le porse il fagotto con una certa impazienza, sforzandosi di non lasciar appiccicare la lingua al palato.

«Il mio fazzoletto» disse Seryn, asciugandosi le mani nella tunica color crema. «Il vento deve averlo trascinato via.»

«L’ho trovato impigliato fra i rami di un albero e ho pensato che ...»

Mentì senza guardarla in volto, osservando fuori dalla finestra. I bambini stavano affastellando tutte le foglie della piazza in un solo mucchio. Mastro Finharin lavorava di coltello, passando una mano sul ceppo che stava intagliando. Il martello di Lanthar continuava a battere a ritmo regolare. Cleygan chiacchierava con una ragazza, gesticolando in modo teatrale.

«Hai pensato che fosse mio?»

Seryn finì la frase per lui, annodandosi il fazzoletto dietro la testa. Aveva perso il filo del discorso senza nemmeno accorgersene.

«Si, certo. Era, insomma, giusto riportartelo.»

Stupido Cleygan, fare il cascamorto con le ragazze non faceva parte del piano.

«Sei un così bravo ragazzo, Caranthir.»

Seryn lo trascinò a forza per un braccio verso un tavolo, riempiendolo di complimenti che gli fecero avvampare il viso, non sapeva se per l’imbarazzo o il disagio. Il tavolo era semplice, nulla che avesse a che fare con i capolavori di Mastro Finharin, decorato con un manto di pecora che pendeva dai bordi. Seryn iniziò a parlare della tremenda tempesta dei giorni passati, di quanto era stato difficile ficcare nella capanna fino all’ultima capretta, e di come fosse stato irrequieto il gregge il giorno successivo. Caranthir si limitava ad annuire con fare concitato; si sforzava di seguire il discorso di Seryn, ma in realtà lanciava occhiate furtive oltre la finestra. Notò con preoccupazione la scomparsa di Cleygan dal proprio campo visivo.

«Hanno spaccato il recinto» stava spiegandogli Seryn di spalle, china nella dispensa. «Mastro Finharin non voleva saperne di riparare la staccionata.»

Caranthir approfittò dell’attimo di distrazione della donna per allungare il collo e sbirciare dalla finestra. Dal tetto della propria capanna, Lanthar richiamava il figlio a casa. Berlhen veniva lentamente, strascicando i piedi a capo chino, mentre gli altri bambini ronzavano attorno alla capanna di Mastro Khirdam, rumoreggiando con gli scarti del fabbro. Ma di Cleygan nessuna traccia. Dove si è cacciato? Giuro che se ha mandato tutto all’aria per starsene con una ragazza, gliene dirò delle belle.

«Ho dovuto fare da me, mentre Vega teneva a bada il gregge.» Seryn tornò da Caranthir con una scodellina di Rudean in mano. «L’avevo preparata per Vega, ma pensò che non ne avrà a male se ne prenderai un po’.»

Ogni tentativo di rifiutare fu inutile così, prima che Seryn si decidesse a provvedere a imboccarlo personalmente, Caranthir si ritrovò a mandar giù cucchiai di linfa d’acero caramellata al fuoco, con zucchero e frutta. Ormai dovrebbe essere dalle parti del recinto. Si scopriva sempre più spesso a lanciare occhiate cariche di impazienza alla finestra della parete opposta. Con tutta la naturalezza che fu in grado di racimolare – non ne era rimasta poi tanta – si alzò, dirigendosi a piccoli passi verso l’apertura che dava sul recinto. Si sporse appena sopra un mazzo di lavanda, lanciando un’occhiata obliqua alla massa lanuginosa che oziava all’interno della palizzata.

Non si era accorto del silenzio all’interno della capanna finché Seryn non cacciò un colpo di tosse, richiamando la sua attenzione.

«Caranthir Arhathel, tu non mi stai più ascoltando» disse con le braccia incrociate sul petto e la fossetta sul mento che si muoveva in un cenno di dissenso.

L’elfo si sentì asciugare la bocca, come un ragazzino beccato a spiare le donne fare il bagno nel Lago di Tinumiel.

«Scusami, Seryn è solo che ...»

«Ho capito tutto, sai?»

Caranthir sbarrò gli occhi. Cosa? Come diamine ha fatto? Lanciò uno sguardo allarmato al recinto, proprio mentre Cleygan vi si appoggiava con la schiena. Le pecore si rimescolarono, con un gran fragore dei campanacci che portavano al collo. Il Principe si guardò attorno, strizzò l’occhio a Caranthir e, quando fu sicuro che nessuno lo stesse guardando, spiccò un salto sopra il recinto, mutandosi all’istante in una pecora che andò a confondersi con le altre.

«Si tratta di Even, vero?» Seryn si affiancò a Caranthir, profondendogli una carezza materna sul braccio. «Se stai cercando un modo per farle capire qualcosa, un fiore è un buon punto di partenza.»

Caranthir sbatté le palpebre. Il viso dell’amica si introdusse a forza nei suoi pensieri, portando solo altra confusione.

«Io, lei. Certo.» Farfugliò un ammasso confuso di parole che poteva significare qualsiasi cosa. «Cioè, certo che no. È possibile. Ma non ne sarei sicuro.»

Il sorriso di Seryn si allargò, mutando in una risata fragorosa, e per un attimo la donna sembrò ritornare giovane. Il suo sguardo si posò con composta delicatezza sulla figlia. Frapposta fra due bambini, Vega stava cercando di sedare una piccola rissa sul nascere.

«Ricordo ancora come vanno certe cose» disse Seryn con aria sognante, mentre sfilava da un vaso un bocciolo di rosa. «Tieni, sono certa che apprezzerà.»

Caranthir stava ancora fissando con aria perplessa il fiore che la donna gli aveva posato fra le mani, quando in pochi attimi il piano di Cleygan esplose in tutta la sua roboante magnificenza.

Proveniente dal Palazzo Reale, un giovane nerboruto discese attraverso la piazza con il manto gettato su un spalla. Nelendil Uraya era puntuale nel tornare a casa tanto quanto i tiri che Caranthir e Cleygan gli tendevano. Il Principe, ancora trasformato in una pecora dal bizzarra sfumatura zafferano, attese finché al momento opportuno scalciò con un belato simile a una risata. La porta del recinto si spalanco proprio quando Nelendil si trovava a passarvi davanti. Cadde all’indietro, tirandosi su con aria frastornata. Tutte le pecore seguirono la prima – Caranthir avrebbe scommesso che era Cleygan – riversandosi fuori dallo steccato. Nel vedersi travolto dalla mandria lanosa il suo viso divenne di paonazzo al punto da far apparire biondi i capelli color ruggine.

In un attimo il gregge si disperse per tutta la piazza.

Belati concitati echeggiarono sotto il portico attorno al pozzo e persino dentro la fucina di Mastro Khirdam. Quell’improvviso movimento turbò Nebbia, la lupa del falegname, che distese le zampe anteriori e, sorda ai richiami di Mastro Finharin, si precipitò fra le pecore ululando sommessamente. Una cacofonia di belati, ruggiti, urla e risate si propagò per tutto il villaggio mentre gli occhi di tutti di puntarono su Nelendil, al centro di quel tumulto.

Il viso di Seryn sbiancò per poi avvampare, passando per tutte le sfumature comprese fra l’incredulità e l’irritazione.

«Nelendil, stupido bue dalle orecchie a punta» urlò precipitandosi fuori. «Cosa hai combinato?»

Con il bocciolo di rosa fra le mani, Caranthir uscì senza fretta dalla capanna. Cleygan lo sorprese senza preavviso alle spalle, col volto raggiante.

«Prova a dire che questo non è stata la nostra più grande impresa» disse il Principe sghignazzando. «E ti ritroverai con la lingua gonfia e piena di pustole.»

Caranthir gli passò la rosa, guardando con un misto di compiacimento e pietà il proprio compagno di capanna che fuggiva da una Seryn furibonda.

«Quanto pensi che impiegherà per capire?» chiese Cleygan, staccando il naso dal bocciolo.

«Credo che lo abbia già fatto» rispose tranquillo Caranthir, vedendo Nelendil che faceva un largo giro attorno al pozzo, precipitandosi nella loro direzione.

«Fine dello spettacolo, fratellino.» Il Principe lanciò in aria la rosa, disperdendola in un turbinio di lucine verdognole prima che toccasse terra. «Tagliamo la corda.»

Corsero con foga fra le capanne e le pecore, inseguiti dall’urlo: «Arhathel!».

Alcuni fra gli elfi aprivano loro la strada, acclamandoli e sbarrando il passo a Nelendil. Altri si ritraevano al loro passaggio, borbottando contrariati. In breve si lasciarono alle spalle l’intero villaggio, con le sue risate e i rimproveri.

Continuarono a correre con foga finché non udirono null’altro che il fruscio degli abeti. Si piegarono in due, sganasciati dalle risate e il fiato corto, al centro di una radura. Un cielo rannuvolato gravava sulle loro teste, diffondendo nell’aria una luce livida. Il vento fischiava fra larici abbruniti dall’autunno, portando l’odore selvatico del sottobosco, l’inconfondibile sinfonia di libertà che impregnava quell’angolo di Foresta Nera che era il paradiso degli Elfi Silvani.

Che Mithal possa benedire Cleygan e Nelendil, pensò Caranthir. Con gli occhi azzurri traboccanti di vita, impiegò qualche attimo prima di udirlo. Lo scricchiolare di una corda. Alzò gli occhi in alto mentre Cleygan soffocava le risate in un’imprecazione.

Dall’alto di una quercia spoglia pendeva un cadavere. Il cadavere di un elfo dai capelli verdi. Nudo e imbrattato di feci, con gli occhi strappati dalle orbite. Rimasero impietriti, incapaci di fare altro che fissarlo.

Caranthir ebbe l’impressione che il vento gli avesse gelato il sangue.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: