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lavoro pubblicato mercoledì 23 luglio 2014
ultima lettura domenica 27 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'orologio eterno

di Ragazzodegliannizero. Letto 378 volte. Dallo scaffale Viaggi

“Tempus TemporisTempori TempusTemporeTempus”Che il tempo inizi.Dalle mani fui forgiatoper ricordare agli uominiche hanno una cosa che gli ...

“Tempus
Temporis
Tempori
Tempus
Tempore
Tempus”

Che il tempo inizi.
Dalle mani fui forgiato
per ricordare agli uomini
che hanno una cosa
che gli è nemica.
L’aureo metallo mi protegge
e continua tuttora a sentire
il vitale suono.
Anche se tutti si ostinano
a non sentire il mio…
Li accompagnerò
ricordando loro: la vostra
inquietudine sarà placata.
È forse possibile sfuggire
all’ultimo respiro?
Era il Maggio 1888.
Vidi la luce.
Un abile orefice mi forgiò dall’oro facendomi fare i miei primi ticchettii. Da quel che capii io ero addetto a segnare il tempo che scorre; tuttavia il mio compito era anche quello di ricordare l’amore del mio creatore verso i suoi parenti e amici.
Fui subito regalato al nipote dell’orefice e non lo rividi mai più. Il ragazzo mi trattava bene lucidandomi ogni giorno e tenendomi nel taschino della camicia, anche se avrei preferito vedere un po’ di più il mondo esterno.
Ma il mio compito primario si manifestò dopo un po’ di anni: il nipote non era più un bambino ed era diventato un adulto.
Intorno ai quarant’anni iniziò a ignorarmi e fu così che mi ritrovai rinchiuso nella cassaforte e non vidi il sole per anni.
Devo dire che gli umani a volte non li capisco.
Gli anni passarono e finalmente il nipote dell’orefice, ormai vecchio, mi “rispolverò” dalla cassaforte. Mi ricordo ancora quel momento: mi fissava attonito, come se ormai nulla avesse più importanza. Il tempo aveva fatto il suo corso.
Decise di trasferirsi in una città di campagna, dove avrebbe potuto essere più tranquillo e iniziare a scrivere, la sua nascosta passione.
Durante il viaggio in treno per spostarsi verso la nuova città, successe qualcosa di curioso.
Ero nelle tasche polverose del nipote dell’orefice; egli stava fissando una donna che forse gli ricordava quella amata. Lei se ne accorse.
“Come mai è in viaggio signore?” disse la donna.
“Mi trasferisco”
“Come mai?”
“Penso di non aver mai usato bene il mio tempo. Nonostante la mia veneranda età, ho intenzione di incominciare da subito”
“Fa bene, anche io penso che un giorno mi dedicherò solamente a me stessa…”
L’uomo si mosse e io produssi rumore muovendomi nella tasca e la signora non solo mi sentì, ma mi vide.
“Cos’è quell’oggetto?” disse lei.
“È un orologio, un vecchio regalo. Dovrei sbarazzarmene, mi ricorda solamente che sto invecchiando… Ecco lo prenda lei”
E il nipote dell’orefice le mise l’orologio in mano.
Prima che la donna potesse protestare l’uomo scese dal treno.
Lei iniziò a rigirarmi tra le mani. Una grande goccia d’acqua le scese sulla guancia.
Tempo dopo imparai che era una lacrima.
L'ultimo spasmo vidi.
Dal siffatti respiro mi separai
e non la vidi più.
Col sole negli occhi
e la neve nel sangue
continuo il mio dovere.
Controvoglia.
Io sono il tempo dolente.
Passarono decine di anni dall'incontro tra l'uomo e la donna. Scoprii che lei si chiamava Daphne.
Mi ricordo ancora quando mi portò al fiume (anche se all'interno del suo taschino della camicia); il rumore del fiume la faceva sentire un tutt'uno con la natura. La faceva sentire viva.
Ma come si dice, il tempo non aspetta nessuno...
Daphne si ammalò: le fu diagnosticata la malaria. Ma lei rimase lucida per tutto il tempo.
Un giorno venne a farle visita la figlia, una bella ragazza bionda, uguale in tutto e per tutto alla madre. Le portò dei fiori e un grammofono con dei dischi che Daphne amava alla follia.
Ero nel taschino della camicia che stava indossando in quel momento. Sentivo che qualcosa non andava, il cuore stava rallentando. Stava morendo. Mi prese e mi porse alla figlia.
"Tieni, fanne buon uso" disse lei.
L'altra donna fece appena in tempo a prendermi che Daphne si addormentò di colpo. Era sorridente. Sapevo che era l'addio definitivo...
La figlia, che si chiamava Jane, pianse. Tutta la notte.
E io nel mio piccolo, provai pietà per ambedue.
Esplosioni,
rumori lontani...
Il tuono della notte
nelle trincee amiche e nemiche.
Dal respiro,
l'animo spirò,
pace trovò,
la guerra lasciò.
Le maledette armi
risuonano nell'aria.
Lontano i pianti degli increduli...
Il destino volle che io finissi nelle mani del marito di Jane. Si chiamava Tom ed era un soldato arruolato nell'esercito da oltre cinque anni.
Venne il 1914: l'Inghilterra non poteva tirarsi indietro dal primo conflitto mondiale.
Tom fu chiamato alla leva e mandato sul confine tra Francia e il Secondo Reich. L'inferno.
Lui e i suoi compagni resistettero per mesi alla strenua potenza tedesca.
Ma il peggio venne purtroppo. Febbraio 1916.
I Francesi e gli Inglesi furono attaccati dai Tedeschi. Bombe nelle trincee ovunque: non c'era via di scampo. Tom lo sapeva bene... Ma non sapeva quel che lo aspettava.
L'uomo stava prendendo la mira col fucile quando... Beh si può dire che fu letteralmente proiettato in paradiso. Non riconosceva il luogo dove stava poggiando i piedi. E poi vide Jane, le corse incontro.
"Come mai sono qui?" chiese Tom.
"È successo quel che doveva succedere caro..."
"E perché tu sei qui?"
"Una donna sola è molto più vulnerabile"
E per Tom questa frase fu la seconda morte. Voleva punirsi, ma non poteva. In quel momento ero nella sua mano, sentii che provava emozioni, che gli umani chiamerebbero "tristezza" e "sensi di colpa". La sua mano si aprì... e io caddi nel vuoto assoluto.
Mi ritrovai improvvisamente vicino al cadavere di Tom; un soldato francese non si domandò nemmeno se al morto avrebbe fatto piacere l'avermi diviso da lui.
Avrei fatto in modo che il tempo si fosse ricordato anche del ladro.
L'incuranza umana,
rabbia.
Gliela feci pagare cara.
Il tempo non risparmia
nessuno.
Fui gettato,
questa me la lego al dito.
Prego il mare
che calmi la mia follia.
Il coraggio del soldato francese non rimase a lungo impunito. Il tempo fece il suo corso.
Ma prima di morire si sbarazzò di me, gli umani sanno essere così sciocchi. Mi buttò in mare, ma nulla può intaccare l'oro, o almeno quasi tutto.
Il mare mi trasportò in America, nel porto di New York. Fui ritrovato da un ragazzo di nome Alexander. Un giovane temerario in cerca della felicità.
Purtroppo i guai non mancavano. Era un'artista con abbastanza debiti e un affitto in arretrato di molti mesi.
La sera stessa entrò in un locale e vi trovò presenze che sentivo negative
"Dove sono i soldi?" chiesero loro.
"Non li ho, ma vi giuro che ne li procurerò presto"
"Sciocchezze! Ce lo ripeti da mesi ormai"
"Ve lo giuro!"
"Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Picchiamolo"
Ma già allora Alexander si era dileguato. Mi domando cosa siano dei debiti nel mondo degli umani...
Devo ammettere che però quelle cose che lui chiamava "quadri e opere" erano davvero favolose. Niente di simile avevo visto in Europa.
Giugno 1935. Me lo ricordo ancora... Alexander vide una bella ragazza dai splendenti capelli lunghi e biondi; la sposò tre anni dopo.
Dopo al matrimonio nacque la mia nuova "padrona", Sarah.
Un lungo viaggio mi aspettava...
Il mondo è piccolo,
Roma, Firenze,
Praga, Oslo
e Mosca.
Altro ci aspetta.
Il silenzioso potere
liberò.
I meritevoli saranno premiati
gli altri saranno repressi.
La vita diventa acqua:
si trasforma ma continua...
Sarah mostrò sin da subito un grande piacere per il viaggiare.
Visitammo molte città: Roma, Mosca, Praga e molte altre. Ma alla fine decise di trovare la pace: si stabilì nell'isola di Sant'Elena.
Dove morì anche Napoleone dopotutto... una coincidenza?
In Sarah si poteva ammirare, in un certo senso, suo padre: era uguale a lui in aspetto e in modi di fare, anche se era riuscita "comicamente" a evitare la faccenda dei debiti. Aveva ereditato anche la passione per il disegno. E all'isola gli scorci paesaggistici non mancavano; c'era un mare stupendo...
Gli anni passavano e Sarah riusciva a campare vendendo i disegni agli isolani e al resto del mondo. Talvolta li regalava senza alcun compenso.
Passavo ogni giorno nella sua tasca dei pantaloni e mi "consultava" spesso.
Avevo deciso.
Ciò che gli umani ignorano di me è che ho un altro compito ancora oltre a misurare il tempo e ricordare al mondo l'amore dell'orefice: posso assorbire l'essenza delle persone che incontro, aumentando così la mia potenza. Quando questa si sarebbe riempita completamente avrei potuto rendere chi avrei ritenuto meritevole, immortale.
E fu così che vissi per sempre nel taschino di Sarah nell'isola di Sant'Elena.
Tutt'ora non mi pento della mia scelta.
Resteremo io e lei qui per sempre...
Lei non sa che io sono l'orefice.


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