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lavoro pubblicato martedì 15 luglio 2014
ultima lettura lunedì 7 dicembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Coincidenze

di Aloga3. Letto 756 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Una seduta di analisi, la prima, per un ragazzino problematico. Ci sono problemi difficili da risolvere, pensieri che non si riescono ad esprimere, paure, sopra ogni altra cosa. Eppure tutto può essere spiegato razionalmente...Coincidenze.

Il dottor Frost allentò il nodo della cravatta, massaggiandosi poi le tempie con ampi gesti.

Era stata una lunga giornata, ed era molto stanco. Sulla scrivania, dinnanzi a lui, una pila di fascicoli costituiva una sorta di infantile fortezza intorno al computer portatile.

<<Lavoro, lavoro, lavoro...>> pensò l’uomo, avvertendo un’ondata di nausea.

Alcune di quelle pratiche appartenevano a pazienti che aveva ricevuto durante l’arco delle settimana, ma la maggior parte riguardavano casi ancora da esaminare.

Incontrare il soggetto, farsi un’idea della terapia necessaria, poi pianificare un percorso da diramare in settimane, mesi, anni. Ognuno di quei fogli di carta portava con sé una mole impressionante di lavoro, e di essi Frost aveva una collezione completa. Il telefono si illuminò con una luce rossa, segnale che c’era una chiamata in attesa. Aveva ancora un appuntamento prima di poter andare a casa, uno solo.

<<E’ comunque un appuntamento di troppo.>> si disse, con disappunto.

Sollevò il ricevitore con un gesto faticoso, spingendo poi il bottone per far subentrare la chiamata.

<<Sì, qui è Frost.>> La sua voce sbiascicata riempì il piccolo ambiente, rimbalzando fra le pareti.

Dall’altro capo della cornetta Carol, la segretaria dello studio associato di cui faceva parte, parlò con la solita fredda professionalità.

<<L’appuntamento delle diciotto, dottor Frost; Jimmy Borde.>>

<<Fallo accomodare.>> Replicò lui, cercando di ricomporsi.

Si passò una mano fra i corti capelli castani, provando a dare una parvenza di pettinatura, poi sgombrò la scrivania dal disordine, ammucchiando in un’unica grande catasta tutti i fascicoli che aveva di fronte. Gettò un fugace sguardo all’ambiente che costituiva il suo studio, in cerca di qualcosa che fosse fuori posto. Sulle pareti i quadri raffiguranti paesaggi lontani erano perfettamente dritti, mentre gli scaffali, contenenti decine di libri, erano stati spolverati di recente.

<<Bene.>> pensò, con soddisfazione.

Da psicologo era perfettamente consapevole di avere una leggera mania di controllo, ma la cosa non lo turbava eccessivamente.

<<Dopotutto ognuno di noi ha le sue piccole stranezze.>> Diceva sempre, rivolto a Clementine.

Osservò la foto della moglie che, sorridente, era appoggiata al lato della scrivania,e si sentì nuovamente in forze, almeno per un’altro appuntamento.

TOC-TOC-TOC

Tre leggeri colpi, il modo tipico di Carol per bussare alla sua porta.

<<Avanti.>> disse, con tono professionale.

La sagoma elegante della segretaria, avvolta da un tajer nero, si presentò all’ingresso.

Insieme a lei, un ragazzino dall’aria impacciata, con un’espressione di disagio dipinta sul viso.

La donna fece un ampio gesto con il braccio sinistro, per invitare il ragazzino ad entrare.

Si congedò poi con un sorriso di circostanza, senza aggiungere una parola più del dovuto.

Il dottor Frost ed il ragazzino si ritrovarono soli, in un silenzio scandito solamente dal ticchettio dell’orologio a parete.

L’uomo indicò la comoda poltrona posta dall’altra parte della scrivania, parlando poi in tono cordiale. <<Accomodati pure.>>

Il ragazzino annuì, muovendosi con cautela. Sembrava quasi intimorito da quell’ambiente sconosciuto, e nei suoi gesti, l’uomo poteva leggere una profonda insicurezza.

<<Allora…>> proseguì poi il dottore, una volta che si trovarono uno di fronte all’altro <<Tu devi essere Jimmy Borde, non è vero?>>

Il suo interlocutore annuì di nuovo, con un movimento nervoso; aveva tredici anni, un corpicino magro ed un cespuglio di capelli neri sulla testa.

<<Molto piacere.>> continuò l’uomo, alzandosi dalla sedia e porgendo la mano al bambino <<Io sono Nick Frost.>>

Jimmy accettò la stretta, abbozzando poi un timido sorriso. Era un inizio, ma serviva ancora qualcosa per rompere il ghiaccio.

<<Vediamo...>>

Mentre tornava a sedersi, lo psicologo piegò troppo le ginocchia, mancando miseramente la sedia. Arrancò, rischiando di cadere, e dovette destreggiarsi come un novello equilibrista per non finire a terra, mentre qualcuno dei suo fogli, meno fortunato, si trovò a svolazzare nello studio.

Non disse un parola, né si scompose, e con un movimento rapido tornò a sedersi sulla poltrona, schiarendosi poi la voce. Quando i suoi occhi incontrarono quelli del bambino, spalancati per lo stupore, lasciò che un grosso e contagioso sorriso gli si formasse sulle labbra.

<<Il trucco della sedia funziona sempre.>> Pensò, compiaciuto.

Jimmy dovette soffocare una risata, non riuscendo però a nascondere una smorfia divertita, che finalmente spazzò via la tensione dal suo viso.

Molti dei colleghi del dottor Frost non avrebbero apprezzato un simile approccio con un nuovo paziente, ma lui, d’altro canto, non aveva mai dato eccessivo peso alle parole degli altri.

<<Un bambino ha tutto il diritto di essere felice e spensierato.>> diceva sempre, quando qualcuno contestava il suo operato con i pazienti più giovani <<Avrà tempo di concentrarsi sui problemi e su di un’infinita serie di ingiustizie, una volta diventato adulto. L’unica cosa da fare, fino a quel momento, è creare meno danni possibile.>>

<<In fondo non faccio questi numeri così spesso...e solamente con i bambini.>> pensò, in modo colpevole.

Forse un giorno sarebbe stato troppo vecchio per quelle cose, ma se Dio voleva, quel giorno era ancora lontano.

<<Dunque Jimmy...Posso chiamarti Jimmy, non è vero?>> riprese poi, con tono condiscendente.

<<Certamente...dottor Frost.>> rispose il ragazzino, ancora un po’ impacciato.

<<Nick andrà benissimo.>> replicò lui, con tono amichevole.

Aprì il fascicolo che aveva di fronte, facendo finta di leggerne con interesse un paio di righe.

Tornò poi a scrutare il bambino, che aveva seguito con attenzione tutti i suoi movimenti.

<<Perché sei qui, Jimmy?>> chiese, chiudendo il fascicolo con delicata fermezza.

Il ragazzino si grattò il capo, con un gesto confuso.

<<Non c’è scritto il motivo, lì sopra?>> chiese, titubante.

L’uomo scosse il capo, con modi accomodanti.

<<Qui c’è scritto quello che i tuoi genitori ritengono di dovermi dire a proposito di te...ma ciò che mi interessa è la tua versione dei fatti. Secondo te perché sei qui?>>

Lo psicologo rimase in paziente attesa, dando a Jimmy il tempo di riflettere.

Aveva già studiato il suo fascicolo in precedenza, ed a grandi linee sapeva bene che cosa stava affrontando.

<<Ma non c’è nulla di più importante dell’auto-consapevolezza...in questo caso la dimensione che ogni paziente dà ai propri problemi. C’è chi li nega, chi li minimizza...chi li ingigantisce. E questa stima è il primo passo per sapere di cosa stiamo parlando.>>

Il ragazzino abbassò lo sguardo, apparentemente imbarazzato.

<<Credo che mamma e papà siano preoccupati per me.>> Sbiascicò, con voce tirata.

Frost annuì, con espressione seria.

<<E perché credi che siano preoccupati?>> incalzò, tamburellando con la penna sulla superficie liscia della scrivania.

Un nuovo momento di silenzio, ed un’altro sguardo pesante, impiantato a terra.

<<C’è qualcosa difficile da tirare fuori...>>

<<Penso...>> disse infine Jimmy, passandosi le mani sui jeans scoloriti <<...perché ultimamente mi sono comportato in maniera strana.>>

Nella stanza calò il silenzio, mentre fuori dalla finestra, che dava su un tranquillo giardino ben curato, il sole iniziava ad accendersi della luce del tramonto.

L’uomo si alzò, spezzando la monotonia del momento.

<<Ti andrebbe di bere qualcosa?>> chiese, rivolto al bambino.

Jimmy scosse il capo.

<<No, grazie.>> rispose, con tono educato.

Lo psicologo giochicchiò con le dita, facendole muovere nell’aria come scosse da un soffio di vento.

<<Penso che stasera, quando tornerò a casa, mi rilasserò con un buon film. Non credo che daranno qualcosa di speciale, in televisione, ma ho una buona videoteca. I miei preferiti sono i film horror…quelli con i mostri, non con gli assassini.>> Disse, in tono leggero.

Il bambino ascoltava in silenzio, gettando di tanto in tanto timide occhiate intorno a sé, per prendere confidenza con l’ambiente.

<<A te cosa piace fare? Nel tempo libero, intendo.>>

Jimmy rifletté pochi istanti, assumendo poi un’espressione assorta.

<<Anche a me piacciono i film horror…ed i videogiochi.>>

<<Ah sì? E di che tipo?>>

<<Soprattutto le avventure…>> rispose il ragazzino, con un sorriso <<…magari quelle fantastiche. Dove bisogna salvare il mondo, e ci sono maghi, guerrieri…>>

Frost annuì, con un sorriso placido <<Sì, ho capito che cosa intendi. Ci sono anche molti libri di quel genere. Ti piace leggere?>>

Adesso Jimmy parlava a ruota libera.

<<Sì! Lo amo molto. Ogni sera, dopo aver finito i compiti, mi metto in camera mia a leggere qualcosa. Ho finito da poco il Signore degli anelli…>>

<<Grande immaginazione…introverso, timido…forse poco incline a socializzare…>>

<<Quello l’ho letto anche io, un bel po’ di tempo fa…Ho visto anche il film.>> Replicò l’uomo, tornando a sedersi <<E la musica?>>

Il ragazzino fece un ampio sorriso, annuendo con vigore <<Rock and roll! Non la robaccia che passa adesso in tv.>>

L’uomo non poté evitare di ridere con gusto. <<Sono completamente d’accordo con te. Anzi, che ne dici se accendiamo la radio? Conosco una buona stazione, che trasmette sempre la musica che piace a tipi come noi.>>

Sul viso di Jimmy comparve un’ombra di preoccupazione.

<<Certo.>> disse poi, con poco trasporto.

Forse lo psicologo aveva fatto un passo falso, ma non aveva senso tornare indietro.


<<Non deve pensare che voglio compiacerlo…perché in fondo non è la verità.>>

Non voleva pretendere di essere un amico per i suoi paziente, quello era un ragionamento meschino.

Se poteva diventarlo o meno, solo il tempo poteva deciderlo.

Digitò un paio di comandi sulla tastiera del portatile, connettendosi ad una stazione radio on-line; in pochi istanti la musica riempì la stanza.

<<Non male, vero?>> chiese poi l’uomo, mentre in sottofondo i Led Zeppelin cantavano di una scala per il paradiso.

<<Sì...>> rispose il bambino, con un po’ più di convinzione.

<<Allora...>> riprese Frost con tono paziente <<...ti piace guardare i film horror, giocare ai videogames, quelli più avventurosi, e leggere buoni libri.>>

<<Ah, dimenticavo.>> aggiunse, con un gran sorriso <<Ascoltare musica tosta.>>

Jimmy annuì, ricambiando l’espressione allegra.

<<Beh, sono bei modi di passare il proprio tempo libero. Ti invidio un po’, sai?>> disse lo psicologo, con sincerità <<Quando sarai grande, ti accorgerai di quanto è prezioso il tempo...soprattutto perché ne avrai molto poco.>>

Si strinse nelle spalle, sospirando profondamente. <<Ma che possiamo farci, è la vita.>> Concluse, passandosi una mano sul viso.

<<Se posso permettermi, però...>> proseguì poi, fissando il ragazzino <<...non ci vedo nulla di male in quello che fai. Niente di strano, voglio dire.>>

Adesso la palla passava al paziente. Se Jimmy voleva aprirsi e parlare con lui, allora così sarebbe stato; in caso contrario bisognava continuare a lavorare ai fianchi.

<<La fiducia non è qualcosa che si può creare per magia...Ci vuole tempo, nella maggior parte dei casi, anche se a volte basta solo una scintilla...>>

Il ragazzino rimase in silenzio per qualche istante, ed in esso Frost poteva quasi leggere il turbinio di pensieri che gli scorrevano nella mente.

<<No, non è per quello.>> disse infine Jimmy, scuotendo il capo <<Non per le cose che faccio, ma per quelle che dico...per le cose che credo di sapere.>>

<<Le cose che credi di sapere?>> ripeté l’uomo, cercando di tastare delicatamente quel terreno scivoloso.

Il bambino annuì debolmente, fissandosi con insistenza i lacci delle scarpe.

Forse era troppo presto, ma Frost voleva comunque provare a fare un passo in più.

<<Ti andrebbe di parlarmi di queste cose che credi di sapere?>> chiese, con gentilezza.

Il turno dei Led Zeppelin, intanto, era finito. Ora toccava agli Aerosmith, che chiedevano loro con insistenza di continuare a sognare.

<<Non è per questo che sono qui?>> replicò il ragazzino, con tono sconsolato <<Perché i miei genitori pensano che io sia...matto?>>

Pronunciò quell’ultima parola con estrema fatica, come se anche solo l’idea di una simile ipotesi fosse troppo opprimente.

<<Te l’ho già detto...>> insistette l’uomo, con infinita pazienza <<...non si tratta di quello che pensano i tuoi genitori, ma di ciò che pensi tu. Credi di essere matto?>>

Il viso di Jimmy si corrucciò, nello sforzo di ragionare su quella domanda. Frost giudicò che quello fosse un buon segno.

<<Se...>> riprese il ragazzino, scegliendo con cura le proprie parole <<...se una persona riesce a fare qualcosa...che per tutti gli altri è impossibile...allora quella persona è strana? Ha qualcosa che non và?>>

L’uomo annuì, intuendo dove il bambino voleva andare a parare.

<<Conosci Micheal Jordan?>> chiese poi, all’improvviso.

Jimmy arricciò la bocca in un’espressione confusa. <<E’ stato un giocatore di basket...>>

<<E’ stato un grande giocatore di basket.>> Lo corresse Frost, con un sorriso <<Anzi, direi che è stato il più grande giocatore di basket di tutti i tempi.>>

Il ragazzino fece un cenno di assenso, pur mantenendo un’espressione dubbiosa.

<<Ma questo che cosa centra...?>>

Lo psicologo continuò a parlare, come se non aspettasse altro che quella domanda.

<<Beh, Micheal Jordan era eccezionalmente bravo...il più bravo di tutti. Anche gli altri giocatori di quei tempi, seppure in gamba, non riuscivano a capire come facesse ad essere così bravo. Quando alla gente normale come me...>>

Spalancò le braccia in un gesto di rassegnazione <<Quando avevo più o meno la tua età, Dio solo sa’ quanto tempo abbia passato sul campo, ad esercitarmi con i tiri, le entrate e cose del genere...Ma non è servito a niente. Lui era semplicemente troppo bravo. Io, insieme ad altri milioni di persone, non ho potuto fare altro che rassegnarmi, senza capire come diavolo facesse a giocare così bene...ma non per questo ho mai certo pensato che fosse strano, o che avesse qualcosa che non andava.>>

Un lampo di consapevolezza attraversò il viso del bambino, per lasciare immediatamente dopo spazio ad una smorfia di disappunto.

<<Non è la stessa cosa.>> Disse infine, quasi offeso.

Frost si strinse nelle spalle. <<Dipende da che cosa credi. Tu stesso mi ha detto che credi di saper far delle cose, non di esserne sicuro. Non è così?>>

Jimmy parve tornare ad essere impacciato. <<Io…è difficile da spiegare.>>

<<Provaci.>> lo pungolò l’uomo, insistendo <<Parti dall’inizio, se la cosa ti può aiutare.>>

<<Dall’inizio?>>

Frost annuì con convinzione. <<Come in un libro, o in un film. Ogni storia ha un inizio.>>

Il bambino rimase pensieroso, ma almeno in quel momento sembrava intenzionato ad affrontare il problema.

<<Non so’ se si può chiamare inizio...>> cominciò poi, con tono incerto <<...è come se questa cosa ci fosse sempre stata, ma io me ne fossi accorto solamente ad un certo punto...Capisce?>>

L’uomo annuì di nuovo; sapeva esattamente di che cosa stava parlando.

Lo chiamava “momento di lucidità”, e rappresentava l’istante esatto di una presa di consapevolezza. In un uomo adulto poteva essere ricondotto alla cognizione di un problema, quando esso riusciva finalmente ad essere decontestualizzato ed affrontato per quello che era.

<<Sono un alcolista. Sono un drogato. Sono una ninfomane...>> aveva sentito quelle parole centinaia e centinai di volte, e nella maggior parte dei casi, il momento di lucidità era una cosa buona; dopotutto accettare i propri problemi era il primo passo per iniziare a risolverli.

Nella mente di un bambino invece, esso aveva una dimensione completamente differente.

Non si trattava di responsabilizzazione, quella sarebbe arrivata con gli anni, insieme a tutti i problemi generati da essa. In quel caso si poteva parlare di una sorta di risveglio dal sonno generato dall’infanzia, il frangente in cui si poteva intuire, seppure frammentariamente, che si stava vivendo.

Frost riusciva ancora a ricordare con chiarezza, nonostante fosse passato molto tempo, il giorno in cui era capitato a lui.

<<Ero seduto sulla vecchia sedia di vimini che i miei genitori tenevano in veranda, nella casa in cui abitavamo prima di trasferirci in città. Dovevo avere nove, al massimo dieci anni. Aspettavo che mia madre mi portasse i calzini caldi appena stirati, per prepararmi ed andare a scuola...e proprio lì, senza preavviso, quel pensiero è saltato fuori dal nulla. Questa è la mia vita...io sto’ vivendo.>> Rammentò l’uomo.

Era stato un frangente estraniante, e sotto certi aspetti, persino spaventoso, perché quel pensiero portava con sé una serie infinita di possibilità. Un momento del genere le portava sempre.

<<Va’ avanti.>> Disse poi al bambino, che pareva stare aspettando un suo cenno di approvazione.

<<Era sempre stato lì...>> riprese Jimmy, con maggiore convinzione <<...proprio dietro l’angolo, solo che non riuscivo a vederlo. Non ci avevo mai fatto veramente caso, pensando che fosse normale...anzi, che il problema non esistesse affatto.>>

<<E come hai fatto ad accorgertene?>> chiese Frost, guardandolo con attenzione.

<<Gioco nella squadra di baseball della scuola.>> Rispose il ragazzino, incrociando le braccia con una smorfia triste <<Anzi, ci giocavo, almeno fino a qualche mese fa’. Prima di...tutto questo.>>

Lo psicologo non disse nulla. Ci sarebbe stato tempo per parlare anche di quello, in un secondo momento.

<<Comunque...>> riprese Jimmy <<...stavamo tornando a casa dopo una partita. Avevamo vinto, ed eravamo tutti molto felici. I nostri genitori facevano a turno per chi doveva portarci alle partite, e quella sera toccava a mio padre. Dovevamo andare a prendere una pizza, per festeggiare, e cantavamo le canzoni che passava la radio, urlando a squarciagola.>>

Il bambino si interruppe per un attimo, prima di ricominciare a parlare.

<<C’è stato un momento di silenzio, fra una canzone e l’altra...prima che partisse un nuovo pezzo, mentre passava la pubblicità. Io...mi sono messo a cantare, nonostante nessun’altro in macchina lo stesse facendo. Avevo una canzone in testa...Back in black, degli AC/DC.>>

Si passò una mano fra i capelli, mentre l’uomo continuava ad osservarlo pazientemente.

<<Gli altri sono rimasti in silenzio, a guardarmi, sorridendo e scherzando. Poi, dopo pochi secondi, la radio ha ripreso a suonare...e c’era la mia canzone. Proprio quella che stavo cantando.>>

<<E gli altri come hanno reagito?>>

<<Papà si è messo a ridere, così come quasi tutti i ragazzi...la trovavano una cosa divertente.>> Replicò Jimmy, alzando le spalle <<Però c’era questo ragazzino, Clive Hangman...ci conosciamo da tanto tempo…eppure mi ha guardato in un modo strano. Non spaventato, e neppure divertito...solo in un modo strano. Ed in quel momento mi sono accorto che quello che era successo non era normale.>>

<<Beh...>> ribatté lo psicologo, prendendo una matita ed un taccuino dal cassetto della scrivania <<...non è poi un gran che. Sono cose che possono succedere, no?>>

Il bambino scosse il capo con forza, mentre i pugni, stretti con forza, erano appoggiati in grembo.

<<Non è quello il punto. Se fosse successo una volta sola...ma è una cosa che c’è sempre stata. Da quando mi ricordo...>>

<<Riesci ad indovinare quello che trasmetteranno alla radio?>>

<<Non riguarda la radio.>> Ribatté Jimmy, con rabbia <<Almeno non solo quella...>>

L’uomo batté la punta della matita sulla pagina bianca del taccuino, facendola risuonare un paio di volte.

<<Quindi mi stai dicendo che prevedi il futuro?>> chiese poi, cercando di dare il giusto senso a quelle parole.

Il ragazzino non rispose, ma non ce n’era bisogno. Dopotutto, Frost aveva letto il suo fascicolo, e ciò che si erano detti era abbastanza esauriente.

<<Bene.>> Riprese, dopo un attimo di pausa <<Allora dimmi che canzone passeranno alla radio, dopo la pubblicità.>>

Il bambino lo fissò, quasi con astio, poi scosse il capo in un gesto di rassegnazione.

<<Non funziona così. A volte succede e basta, altre volte è tutto in silenzio...come dovrebbe essere.>>

Lo psicologo prese appunti, scrivendo rapidamente un paio di frasi sul proprio taccuino.

Non ne aveva veramente bisogno, ma Jimmy doveva essere consapevole che lui si stesse prodigando per aiutarlo.

<<La fiducia...la fiducia...>>

<<Bene.>> Disse di nuovo, una volta sollevato il capo dalla scrivania <<Allora raccontami delle altre volte in cui è successo.>>

Gli occhi del ragazzino si fecero più piccoli, serrati in un’espressione colma di dubbi.

<<Lei crede alle mie parole dottor Frost? Veramente?>>

<<Non dottor Frost, Nick.>> Ripeté lui, con un sorriso <<E come ti ho già detto, non importa quello in cui credo io, ma ciò in cui credi tu. >>

Un’ombra di delusione si affacciò sul viso di Jimmy. <<Quindi pensa che questo sia tutto nella mia testa?>>

<<Non hai bisogno di consolazioni, ma di verità. E la verità non te la può regalare nessuno, la devi raggiungere con le tue forze.>> Pensò l’uomo.

Avrebbe potuto dirlo a voce alta, perché gli sembrava evidente che Jimmy fosse un ragazzino intelligente, ma quello non era ancora il momento. Non si può discutere con qualcuno che non è disposto ad ascoltare.

<<Senti se ti piace questa idea.>> Riprese Frost, tamburellando con la matita <<Facciamo un gioco. Adesso tu mi racconti le altre volte in cui ti sono capitate cose del genere...ogni episodio che ti sembra importante. Dopodiché, mi dovrai dire che cosa ne pensi.>>

<<Che cosa intende dire?>> chiese il bambino, sospettoso.

L’uomo si strinse nelle spalle <<Semplicemente voglio che tu mi dia una spiegazione logica per quello che è successo...Ogni volta che ci riesci, io prendo un punto. Se invece non riesci a trovarla, prendi un punto tu. E’ un gioco.>>

<<Perché?>> insistette Jimmy, con testardaggine.

Lo psicologo sorrise di nuovo, fissando il bambino dritto negli occhi <<Perché sarai tu a decidere dove andranno i punti. Mi sembra di avertelo già detto...l’importante è ciò che pensi tu. Non è vero?>>

<<Sì, ma…>> rispose il ragazzino, controvoglia.

Non era affatto convinto, la cosa era lampante, ma quello era pur sempre un inizio.

Frost abbassò il volume della radio, proprio mentre i Blue Oyster Cult iniziavano la loro ballata sulla morte.

“<<Allora...>> riprese l’uomo, scarabocchiando con la matita un rozzo schema <<...mi hai detto che ti era già capitato prima, ma che quella volta, in macchina, fu quando che te ne rendesti veramente conto. Quindi partiamo da lì. Che ne pensi?>>

Il bambino incrociò le braccia, imbronciato. <<Penso che non sia normale.>>

<<Mmm...>> mugugnò Frost, facendo finta di riflettere <<Prima di segnare il punto lascia che ti chieda un paio di informazioni.>>

<<Quella canzone...l’avevi già sentita prima di quel momento?>>

<<E’ piuttosto famosa.>> Replicò lui, freddamente.

Lo psicologo annuì. <<Molto famosa. Ed è una canzone che ti piace?>>

Questa volta Jimmy si limitò ad un cenno di capo.

<<Bene. Quindi, questa canzone, famosissima, che avevi già sentito prima di quel momento, e che ti piace molto, ti è venuta in mente mentre in effetti tu ed i tuoi amici stavate parlando di musica.>>

Il ragazzino aprì la bocca per controbattere, ma Frost non gli diede il tempo di parlare.

<<So’ già cosa stai per dirmi, ma lascia che prima ti faccia un domanda.>> L’uomo parlava velocemente, ma con il tono calmo e strascicato di chi vuol dare peso alle proprie parole <<Mettiamo il caso che non stessimo parlando di te, visto che come mi hai già detto, cose di questo tipo ti erano già successe in passato. Facciamo finta allora che si tratti di un completo estraneo, qualcuno che tu non abbia mai visto in tutta la tua vita.>>

Forse Jimmy sapeva già dove voleva andare a parare, ma per il momento, lo stava ascoltando con attenzione.

<<Mettiamo che questo tizio ti racconti la storia di come gli sia venuta in mente una canzone famosissima, che gli piaceva molto, proprio mentre stava parlando di musica con i suoi amici...e di come in effetti quella stessa canzone sia stata passata alla radio pochi secondi dopo.>>

Frost si interruppe sia per riprendere fiato, sia per dare tempo al ragazzino di riflettere su quello che aveva detto.

<<Dopo aver sentito una racconto del genere, quale sarebbe la tua sincera opinione?>>

Jimmy si morse le labbra, parlando con tono funebre. <<Dire…che probabilmente si è trattato di una coincidenza.>>

Quella era la risposta che l’uomo sperava di ricevere.

<<C’è chi non vuole essere aiutato, e chi è testardamente chiuso nelle proprie certezze. E’ palese che lui non creda a quello che mi ha appena detto, ma comunque è disposto ad accettare un’altra ipotesi, oltre a quella del quale si è convinto...e questa è una cosa buona.>>

<<Molto bene, allora direi che questo è un punto per me.>> Ribatté lo psicologo con un sorriso, segnando una crocetta sulla pagina bianca.

<<Non lo ritengo molto giusto, comunque.>> si lamentò il ragazzino, con espressione imbronciata.

<<Ricordati che sei stato tu a decidere.>> replicò Frost, tornando a concentrarsi sul bambino <<Ma, in ogni caso, puoi sempre cambiare opinione. Almeno se vuoi raccontarmi un altro episodio...altrimenti avrei vinto uno a zero.>>

<<Non si era parlato di vincere o perdere.>> contestò Jimmy, in tono polemico.

<<E’ un gioco.>> ribatté l’uomo con condiscendenza <<Qualcuno deve pur vincere.>>

Il ragazzino scosse il capo, contrariato, ma nei suoi occhi Frost vide l’ombra della curiosità.

<<E’ ansioso si confrontarsi...altrimenti non sarebbe venuto qui. Avrebbe potuto fare finta di nulla, non collaborare...>>

<<Dopo quella volta...mi sono accorto che cose del genere mi succedevano spesso. Non solo alla radio, anche con la televisione. Pensavo ad una pubblicità, o ad un film...e spesso lo vedevo comparire sullo schermo, non appena provavo a fare zapping.>> C’era assoluta convinzione nelle parole del ragazzino, neppure la minima traccia di dubbio.

<<Poi è iniziato a succedere anche con le persone...Sapevo quello che mia madre voleva dirmi ancora prima che aprisse bocca. E’ successo un paio di volte anche con mio padre e con Dave, il mio migliore amico. Loro mi dissero che era normale, perché ci conoscevamo bene...ma io...>>

Rimase in silenzio, senza aggiungere altro, mentre la radio continuava a risuonare, in sottofondo.

<<Dave...>> ricordò l’uomo, sentendo un istintivo senso di disagio salirgli dal petto <<...è il ragazzino dell’incidente. Il suo migliore amico...>>

Si scosse, massaggiandosi la fronte con un gesto distratto.

<<Tempo al tempo.>>

<<Poi le cose sono peggiorate, non è vero?>> incalzò quindi il ragazzino, con tono serio.

<<E’ iniziato tutto con un sogno.>> Riprese Jimmy, tenendo il capo chino <<Non lo ricordo chiaramente, né lo ricordavo il mattino dopo averlo vissuto...solo dettagli sfocati. L’unica cosa certa, è che nel sogno dovevo andare dal dentista, perché un dente mi si era staccato dalla bocca.>>

<<Ed è successo? Nella realtà, voglio dire.>>

Il ragazzino annuì, accarezzandosi la guancia con un gesto automatico.

<<Esattamente il giorno dopo. La sera, durante la cena, ho morso un pezzo di pane, ed un dente mi si è spezzato a metà…è stato doloroso.>> concluse, con tono rassegnato.

<<E quel dente non ti aveva mai dato fastidio, prima di quella sera?>> chiese l’uomo, con la solita voce calma.

<<Era da un paio di giorni che sentivo un po’ di dolore...>> rispose Jimmy, in tono evasivo <<...ma non potevo sapere che si sarebbe rotto!>>

<<E tu eri preoccupato dall’idea di andare dal dentista?>> proseguì lo psicologo, ignorandolo.

<<Non mi piacciono molto i dentisti.>> Ammise lui, a denti stretti.

<<Quindi ci hai pensato almeno un paio di volte, durante quei giorni…mentre il tuo dente iniziava a fare male.>>

<<Forse...>> ribatté il ragazzino, in tono ostinato.

<<Per cui...>> continuò Frost <<...un dente ti doleva da un paio di giorni, ed eri preoccupato all’idea di andare dal dentista. Ci avrai pensato un paio di volte, forse di più, e guarda caso, le tue preoccupazioni sono sfociate in un sogno dove il dente ti cadeva...ed il giorno dopo, sfortunatamente, il dente che ti faceva male si è rotto davvero. Tu che cosa ne pensi?>>

<<Può essere una coincidenza.>> ammise il ragazzino, con sincerità <<Ma allora ogni cosa si può spiegare in questa maniera!>>

<<La domanda da farsi è che cosa tu stia cercando.>> replicò lo psicologo, segnando un’altra crocetta sul suo taccuino <<La verità è una sola, mentre le ipotesi possono essere infinite. Se si analizza un problema abbastanza a lungo, si potranno trovare in esso tutti i significati nascosti che abbiamo cercato con tanta fatica...ma questo non sarebbe reale, giusto?>>

Un’espressione delusa si dipinse sul volto di Jimmy. <<Credo di sì...>>

Vero ed autentico dispiacere sfociò dal cuore di Frost. Non era né il primo né l’ultimo ragazzino problematico con il quale si trovava a lavorare, ne era consapevole, ed uno dei dogmi della sua professione era non rimanere coinvolto.

<<Ma non si può sempre fare quello che è giusto. Dio, è così eroso dalla colpa...si sente veramente responsabile per quello che è successo.>>

Avrebbe tanto desiderato consolarlo, senza più sotterfugi e mezze misure, ma non era ancora il momento giusto. Doveva continuare su quella strada, conscio di star facendo la cosa giusta, sebbene non fosse semplice.

<<Dai, andiamo avanti.>> Disse infine l’uomo, cercando di mantenere un tono neutro <<Raccontami ancora qualcosa.>>

Proseguirono così, per il resto della seduta, con Jimmy a raccontare episodi della sua vita, nei quali lui non scorgeva altra spiegazione se non l’irrazionale.

Un viaggio in macchina, del quale il bambino indovinava precisamente l’ora di arrivo.

<<Ho pensato a mezzanotte ed un quarto. Siamo arrivati un minuto prima, ma abbiamo dovuto fare il giro dell’isolato perché non si trovava parcheggio...>>

Una serata a casa di un amico, dove il ragazzino prevedeva l’apparizione di un insetto.

<<Mi ero fermato a dormire da Dave, nel salotto di casa sua. Ho proprio immaginato che da un momento all’altro un ragno dovesse arrampicarsi sul muro, per sbucare proprio vicino alla mia gamba...e pochi secondi dopo è successo veramente. Un ragno nero, e dalle zampe lunghe...>>

Oppure, ancora, un sogno che si rivelava essere simile ad un presagio.

<<Ho sognato di rivedere una compagna di scuola delle elementari, che si era trasferita in un’altra città molti anni prima...ed il giorno dopo l’ho incontrata, al centro commerciale. Era tornata a far visita a dei suoi parenti...>>

Parlarono di quelli e di molti altri episodi, ed il taccuino dell’uomo si riempì ben preso di croci e scarabocchi. La maggior parte dei punti andarono a lui, e solo qualche volta, più che altro per frustrazione, Jimmy si intestardì ad affermare che non c’erano spiegazioni logiche per discernere quello o quell’altro episodio. In ogni caso, il risultato finale era comunque ottimo.

<<Beh, abbiamo finito.>> disse Frost, quando il ragazzino terminò le cose da raccontare <<Anche il tempo a nostra disposizione è quasi terminato.>>

Erano praticamente le diciannove e trenta, e fuori dalla finestra l’oscurità aveva raggiunto il suo apice. L’appuntamento sarebbe dovuto durare solamente un’ora, ma solitamente lo psicologo preferiva soffermarsi un po’ di più, sopratutto nella prima seduta con un nuovo paziente.

<<Che cosa pensi di ciò che abbiamo affrontato oggi?>> chiese l’uomo, riordinando le carte che aveva sulla scrivania.

Il ragazzino si strinse nelle spalle, con genti sconsolati.

<<Non lo sò...forse che molte delle cose di cui abbiamo parlato...non sono reali?>>

Frost si lasciò andare ad un sorriso bonario.

<<Non mi stancherò mai di ripeterlo...quello che conta è ciò di cui tu sei convinto. Riesci a capire?>>

Jimmy non rispose, restando ancorato alla sedia come se qualcuno avesse sistemato dei chiodi sopra di essa.

<<Dottor Frost...>> disse infine, con voce rotta <<Io ho paura.>>

Lo psicologo si morse il labbro. Era decisamente troppo presto per affrontare il problema nella sua interezza, ma non poteva semplicemente voltargli le spalle e lasciarlo andare via, con quel peso nell’anima.

Rimase in silenzio, attendendo che il bambino esternasse quell’ombra che lo stava riempiendo con violenza e senza la minima pietà, lasciandolo a soffocare nei dubbi e nella paura.

<<Dave...era il mio migliore amico. Lo conoscevo da sempre, da quando riesco a ricordare. Noi siamo sempre stati vicini...ogni volta che avevo bisogno, lui era lì per me. Quando gli ho parlato di queste cose, quello che mi succede…è stato l’unico a credermi, ed a trattarmi come una persona normale, non come un matto. Però, quando è accaduto quell’incidente...>>

Si interruppe per un lungo istante, perché la sua voce era salita di tono, diventando quasi stridula; le lacrime erano una minaccia reale, dolorosa.

Jimmy dovette respirare profondamente un paio di volte, prima di continuare.

<<Quando è successo l’incidente, io sono stato in silenzio. Non ho fatto niente per aiutarlo...l’ho lasciato morire, capisce?>>

Lo fissò dritto negli occhi, cercando una risposta o una consolazione, che purtroppo Frost non poteva dargli.

<<Jimmy...>> iniziò lo psicologo, sentendo le proprie parole immensamente pesanti <<...sò che adesso non riuscirai a capire, ma non hai nessuna colpa. Cosa potevi fare? Dave e suo padre hanno avuto un incidente d’auto...una gomma è scoppiata all’improvviso, mentre costeggiavano un ponte, e la macchina ha perso il controllo. Come potrebbe essere colpa tua?>>

<<Ma io lo sapevo!>> urlò il ragazzino, saltando in piedi con furia <<Il giorno prima della loro partenza...ho iniziato a pensare che quel viaggio era pericoloso. Dovrebbero controllare le ruote, continuavo a dirmi. Dovrebbero controllare le ruote...ma io...>>

Si interruppe nuovamente, tornando ad accasciarsi sulla sedia, senza più forze.

<<Ho avuto paura. Ho pensato che se avessi detto tutto quanto a Dave, lui non mi avrebbe più voluto come amico...ho pensato che l’avrei spaventato...>> si portò una mano sugli occhi, in un gesto che non si addiceva ad un bambino <<Ma è successo...tutto quanto. Ed io...io...avrei potuto salvarlo!>>

Frost scosse il capo, con il dolore del ragazzino che riempiva la stanza, in una pesante e soffocante cappa velenosa.

<<Potrei parlargli del complesso di colpa...di come la sua mente abbia elaborato anche i più piccoli dettagli degli episodi che gli sono capitati, nel corso della vita, per affrontare il dolore della perdita. L’idea di vedere il futuro gli dà il falso senso di sicurezza di cui ha bisogno...ed al tempo stesso gli fornisce qualcosa su cui gettare il peso della colpa. Una fantasia del genere è solo un castello di carte...ma è troppo presto per affrontare tutto quanto...l’unica cosa a cui ora riesce a pensare è di essere il responsabile della morte di Dave…>>

<<Ascoltami Jimmy.>> Riprese l’uomo, cercando di apparire il più convincente possibile <<Il gioco che abbiamo fatto oggi è servito per vedere quante delle cose di cui mi hai raccontato sono riconducibili ad una spiegazione razionale. Ho qui il risultato.>>

Girò il foglio, in modo che il ragazzino potesse vederlo chiaramente.

<<Ho vinto io, per dieci a due...e queste risposte me le hai date tu, ragionando a mente lucida, senza farti influenzare da fattori esterni. Sono coincidenze Jimmy...solo coincidenze.>>

Il bambino continuò a parlare come un fiume in piena, chiuso in quel mondo di pentimento.

<<Ma la verità, è che…non è questo...che mi fà più paura. Non la morte di Dave. Mi sento una brutta persona per non pensarci ogni secondo delle mie giornate, ma c’è qualcosa che mi spaventa di più…>>

<<Forse è un bene che si sfoghi.>>

<<All’inizio credevo di poter vedere il futuro...anzi, di intuirlo. Sia nei miei sogni che nei pensieri che ogni tanto mi attraversavano la mente…Era una cosa quasi divertente, un gioco…>>

Le mani gli tremavano visibilmente mentre parlava, scosse da un paura primordiale, incontrollata.

<<Però...dopo l’incidente di Dave... ho iniziato a pensare ad una cosa...una cosa orribile. E se non intuissi il futuro? Se in realtà...lo influenzassi? Come in uno specchio rotto, che riflette l’immagine al contrario...forse non sono io che vedo cose che devono ancora succedere...ma è il futuro, in qualche modo, ad essere influenzato da me.>>

<<Perché pensi una cosa del genere, Jimmy?>> Intervenne Frost, con voce ferma.

Le mani del bambino si strinsero con più forza ai braccioli della poltrona, fino a quando le nocche non gli divennero bianche. I suoi occhi erano allucinati, colmi di dolore.

<<A parte le canzoni...e le cose in tv....tutte le altre volte, ho intuito soltanto cose brutte. Come se quelle prime volte fossero state solamente un’esca…per far uscire qualcosa che mi spingesse a fare del male...ma io non volevo! Come si potrebbe volere una cosa del genere?! Ma ormai…la mia testa ha sempre più spesso pensieri simili...>>

Fissò con sguardo vuoto qualcosa davanti a sé.

<<Calmati adesso.>> Lo interruppe l’uomo, con tono pacato <<Stai dicendo cose che non hanno senso, lo capisci?>>

Questa volta però il ragazzino non lo ascoltò, limitandosi a scuotere il capo con gesti stanchi.

<<Non è così. Quando mi si è rotto il dente non sono riuscito dormire, tanto era il dolore...eppure quello non era ancora nulla...Quella volta che siamo tornati a casa, a mezzanotte ed un quarto...abbiamo trovato Sparkye, il nostro cane...morto. Si era soffocato con un osso di pollo. Se fossimo rientrati anche solo un minuto prima saremmo riusciti a salvarlo...ho sentito mamma e papà che ne parlavano, chiusi in camera loro.>>

<<Sono solo coincidenze Jimmy...sfortunate coincidenze.>>

<<La mia amica…>> continuò il bambino, ignorandolo <<...quella tornata in città dopo tanto tempo...lo aveva fatto solo perché suo nonno era morto. Una attacco di cuore fulminante, accaduto soltanto la notte precedente. La notte precedente, capisce?>>

Frost voleva aprire la bocca per dire qualcosa, ma non trovava nulla che fosse abbastanza convincente per quel bambino tormentato.

<<E quella sera a casa di Dave...>> si mise a ridere in maniera nervosa, senza riuscire a controllarsi <<Quel ragno era velenoso. Il padre di Dave è riuscito ad ucciderlo, ma non prima che mordesse il loro gatto...è morto poco dopo.>>

Scosse ancora il capo, in maniera catatonica. <<Pensavo che non potesse succedere qualcosa di veramente grave...ma invece...Dave e suo padre...>>

Restò in silenzio, continuando a fissare la scrivania di Frost, concentrandosi su di essa, come se non esistesse nient’altro.

<<E’ più grave di quanto pensassi...Dio mio, povero bambino...>>

L’uomo si alzò, lasciando il suo posto per avvicinarsi a Jimmy, che restava ostinatamente chiuso nei propri pensieri. Gli poggiò una mano sulla spalla, in un gesto paterno.

Non aveva ancora figli, ma forse, se fosse stato fortunato, Clementine gliene avrebbe presto regalato uno.

<<E pregherò ogni giorno della mia vita che non gli succeda mai una cosa del genere...>>

<<Abbiamo finito per oggi. Ci vedremo settimana prossima, se vuoi. Io...ti voglio aiutare.>>

Il ragazzino annuì, alzandosi con infinita fatica, il volto paonazzo e gli occhi lucidi, colmi di dolore.

<<Mi aiuterà veramente, dottor Frost?>> chiese, con un filo di voce.

<<Inizia a chiamarmi Nick.>> Ripeté lui, accarezzandogli il capo <<E ti prometto che farò del mio meglio...ma tu non devi avere paura. Ok?>>

Jimmy assentì, senza aggiungere altro. Si diresse poi verso la porta, con passo strascicato, ed i gesti mortalmente incerti.

<<Nick?>> chiese, prima di uscire dalla stanza.

<<Sì, Jimmy?>>

<<Non voglio avere paura...ma non voglio neppure restare in silenzio. Non un’altra volta. Lo sò che è soltanto nella mia testa...ma continuo a pensare a quella signora nella foto. Chi è?>>

<<E’ mia moglie.>> rispose lui, con un sorriso stanco.

Il ragazzino si morse il labbro, esitando sulla maniglia ormai stretta in pugno.

<<Non faccio altro che vedere un treno...e lei che lo prende, per andare da qualche parte. Ma c’è un incidente...qualcosa sui binari. Io...>> si interruppe, con la voce colma di vergogna <<Volevo dirtelo...>>

Frost lo guardò con affetto, ed un briciolo di compassione. <<Va tutto bene Jimmy. Faremo in modo che tu non abbia più pensieri simili...e non è colpa tua. Le cose brutte succedono e basta...e nessuno ne ha il controllo. Capisci?>>

<<Credo di sì…>> rispose lui, aprendo finalmente la porta <<...dopotutto...non si può vivere per sempre, vero?>>

L’uomo gli sorrise di nuovo. <<Purtroppo no.>>

Si salutarono in quell’unica e lieve maniera che il dolore permetteva loro, poi Frost si rimise alla scrivania, per mettere in ordine le ultime cose, e finire finalmente quella giornata infinita.

<<Alle volte vorrei tanto che le cose si sistemassero come per magia...>> pensò l’uomo, raccogliendo i fascicoli e gli appunti <<...anzi, che non ci fosse il dolore, in primo luogo. Meno lavoro per me, ma più felicità per bambini come Ji....>>

Si interruppe di colpo, con la sua attenzione catturata da una canzone trasmessa dalla radio, che seppur a basso volume, continuava a spandere musica nell’ambiente.

<<Chi vuole vivere per sempre?>> cantava Freddy Mercury, accompagnato dalla musica dei suoi Queen <<Chi vuole vivere per sempre?>>

<<Dopotutto…non si può vivere per sempre, vero?>> un ricordo fresco, quasi un déjà vu.

Mille pensieri colsero l’uomo all’improvviso, in un momento che sembrava uscire dalle profondità della terra, per inghiottirlo in una spirale di assurdità.

<<E’ solo una coincidenza...>> si disse cercando di reprimere un brivido di puro disagio <<Una coincidenza...>>

Nonostante quelle parole, però, non poté fare a meno di pensare a come sua moglie, a volte, tornasse a casa da lavoro usando la linea ferroviaria cittadina, quando non trovava nessuna collega in grado di darle un passaggio.

<<Non faccio altro che vedere un treno...e lei che lo prende, per andare da qualche parte. Ma c’è un incidente...qualcosa sui binari...>>

<<E’ solo una coincidenza...>> ripeté, afferrando con mani avide il telefono e componendo il numero di cellulare della donna.

<<E’ sola una coincidenza...>> continuò a ripetersi, mentre il telefono suonava a vuoto in quel tentativo, ed anche in quelli successivi.

<<Una coincidenza...>>



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