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lavoro pubblicato martedì 8 luglio 2014
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Camera 508.

di HelenaEvelyn. Letto 2147 volte. Dallo scaffale Eros

I nostri incontri erano fatti di passioni improvvise, parole soffocate. Ogni volta passeggiavamo su quel bordo, sfidando il vuoto, sfidandoci a vicend...

I nostri incontri erano fatti di passioni improvvise, parole soffocate. Ogni volta passeggiavamo su quel bordo, sfidando il vuoto, sfidandoci a vicenda. Portarlo al limite, farlo annegare nella sua stessa oscurità e poi riprenderlo per mano. Lui, il peccato vestito di nero. Io, la lussuria dalla chioma di fuoco. "Voglio possederti.", ripeteva. Io non mi faccio possedere, io possiedo. "Sei mia.", sussurrava baciandomi. Io non sono tua, non sono di nessuno.
Una settimana fa mi era stata recapitata una scatola, nastro rosso e un biglietto. La calligrafia curata, anche troppo per essere quella di un uomo. Le lettere rosse. Mi venne da ridere pensando a quante volte questo colore ricorreva nei miei giorni. Non dovevo aprila prima di sette giorni ed erano passati tra la curiosità e l'eccitazione. Sciolsi il nastro. Una carta nera avvolgeva quello che sembrava essere un indumento. Un altro biglietto. "Come la seta rosso sangue lasciami scivolare sul tuo corpo.", recitava. Era il preludio di un altro incontro, di un'altra passione scottante.
Non volevo guardarmi allo specchio, volevo che fossero i suoi occhi a guardarmi e a dirmi le emozioni che provava. Due colpi decisi e capii che era arrivato. Una morsa allo stomaco, lui difronte a me. Immobile come una statua, le sue due perle oscure mi fissavano. Le sue labbra scoprirono i suoi denti bianchi che vidi affondare leggermente nel labbro inferiore. Sembrava che si stesse preparando per gustare qualcosa di appetitoso. In un attimo ero il piatto che lui desiderava. Ero carne, carne succulenta per lui. Si mosse in avanti e prendendomi per un fianco mi attirò a se. «Tu sei fuoco che arde.», sussurrò vicino alla mia bocca. Parole troppo poetiche, troppo strane per un momento così reale. Sembravamo essere stati creati dalla mano di un abile scrittore, dalla mente di un regista dalle fantasie estreme. Volevamo appartenerci e allo stesso tempo non essere di nessuno. Ci desideravamo tanto da volerci consumare.
Le sue mani sul volante, sembravano accarezzarlo, accompagnarlo ad ogni movimento. Il suo sguardo sulla strada rifletteva le luci intorno a noi. Traspariva dai suoi occhi, allo stesso tempo, la sua sicurezza, la sua forza e la sua paura. Emozioni contrastanti per un uomo che all'apparenza incarnava l'oscurità. Ma era umano, come lo ero io. Fatto anche di paure, di sofferenza, di pesi invisibili sulle spalle. I miei occhi delineavano la figura del suo corpo e arrivai a desiderare che stringesse il mio per tutta la notte.
Era nato tutto come una voglia fisica, come un'attrazione che ti prende e ti sbatte al muro e ti possiede. Adesso, tra le mura del suo appartamento stava prendendo una piega più profonda. Poteva un uomo come lui condividere con una donna, per cui provava un'attrazione sessuale, il posto più intimo? Farla entrare nelle stanze, come se fossero le camere del suo cuore? Sembrava inverosimile, quasi impossibile. Mi guardavo attorno stringendo tra le dita un calice di vino bianco. «E' la porta della mia stanza.», disse alle mie spalle. Ero davanti ad una porta nera, chiedendomi cosa ci fosse al suo interno, come fosse il suo letto. Passò davanti a me, aprendola. Mi guidò dentro prendendomi per mano. I suoi passi lenti mi facevano percepire quanto gli costasse farmi entrare in un posto così intimo per lui. Si sentiva improvvisamente vulnerabile. Strinsi la mia mano nella sua, cercando di fargli capire che percepivo la sua paura. Ero in piedi davanti al suo letto. Mi domandavo quante donne avessero avuto la fortuna di averlo la sopra, di avere il suo corpo, di legarsi a lui. Abbassai lo sguardo su di lui seduto su quelle lenzuola nere, gli sfiorai una guancia. Vidi i suoi occhi brillare, una luce mai vista negli altri incontri. Una luce che sembrava volermi dire "grazie". Le sue braccia mi presero e mi avvicinarono ancora di più a lui. Sentivo le sue dita scorrere sulla seta del vestito, scivolare sui miei fianchi, sedere, cosce. Le insinuò sotto il tessuto. Bruciavano al contatto con la mia pelle. Giocarono con l'elastico del mio intimo che infine fece scendere giù dalle mie gambe. Si alzò, sovrastandomi come la prima volta che era così vicino a me. Dai miei polsi le sue mani iniziarono a salire regalandomi di nuovo brividi così delicati ma intensi. Non opposi forza nel lasciarmi girare. Scostandomi i capelli dalle spalle sentii le sue labbra sul collo. La lentezza con cui baciava ogni centimetro della mia pelle era esasperante quanto dolce. Il vestito era ormai ai miei piedi ed io nuda, senza nessuna protezione dai suoi occhi. Li sentivo vagare su di me mentre si leccava le labbra.
Dal suo ventre le mie mani salivano sul suo petto, gli tolsi la giacca, sbottonai la camicia. Vedevo la sua pelle, sentivo il suo profumo. Mi strinse a se. Il contatto con la sua pelle mi scosse dall'interno. Tremavo, fremevo. Iniziò a baciarmi sotto il mento, salendo lentamente. Quella scia di baci aumentava la voglia che avevo di lui. Mi cercava, lo cercavo con le labbra. Mi mordeva, mi assaporava. Sentivo il suo desiderio crescere, crescere ad ogni carezza, bacio, morso. L'una nelle braccia dell'altro, in quella che sembrava il senso di protezione che entrambi avevamo agognato per una vita. Le parole non servivano, il silenzio e i nostri respiri spezzati parlavano per noi.
Sdraiata sul suo letto, lui sopra di me. Lo sentivo in ogni parte di me, del mio essere, della mia anima. Mi aveva invasa, il suo calore mi riempiva. Le sue mani stringevano i miei polsi sopra la mia testa. Le sue spinte sempre più profonde, sempre più veloci, incessanti. Mi aprivano, aprivano il mio corpo a lui, alla sua voglia. Lo stringevo, stringevo la sua carne. Graffiavo sempre più affondo, lasciandogli segni evidenti che avrebbe avuto per giorni su di lui. Ansimava nella mia bocca, si mescolava a me. Mi beveva, io bevevo lui. Ogni goccia della nostra lussuria. Quel letto sembrava un campo di battaglia dalla terra scura. Disfatto, caotico, impregnato dei nostri odori. Quel nero mi avvolgeva il corpo, come le sue braccia consumate dai miei morsi, ma forti che sorreggevano il mio peso vicino al suo. Odoravo di lui, lui odorava di me. Legati da corde invisibili fatte di seta rossa come il vestito che avevo indossato.


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