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lavoro pubblicato martedì 1 luglio 2014
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

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The guardian of the strings

di vennyrouge. Letto 556 volte. Dallo scaffale Fantasia

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The guardian of the strings.

di Veniero Rossi

*

Era una mite giornata di fine inverno. Il sole scaldava la pelle asciugando la brina sui campi. Alte figure prismatiche si elevano nel borgo cittadino, creando lunghi chiari scuri. Qualcosa del mondo precedente doveva averlo seguito, a giudicare dalla nuvola bianca che andava sbiadendo alle spalle. Paul Brown, uomo asiatico prossimo al mezzo secolo di vita, si avvertiva in tensione e faticava ad adattarsi al riverbero. A dispetto percorreva la via guardandosi attorno estasiato e inalando a pieni polmoni, l’aria frizzantina e profumata. Al momento, vi era un discreto viavai di gente. Frotta, vestita a maniera con giacche o pastrani di vario colore. Azzardò che fosse diretta al lavoro. I più giovani sfoggiavano maglie dalle tinte pastello con figure bizzarre ritratte sopra. “Persone operose!” Giudicò a prima vista. Le attività nel quartiere, in corso di finitura, erano prestate con attrezzi nuovi di fabbrica. Paul non avrebbe saputo scorgere un graffio sul furgoncino bianco del vetraio venuto a completare i lavori col cristallo colorato. Nemmeno l’avrebbe trovato in quello del pasticciere, posteggiato con cura di fronte al negozio dalle insegne delicate e linde, alla pari misura con il prodotto in vetrina. “E doveva provarne di piacere, il “Bottegaio”, a insozzare l’aria in quella parte con l’aroma di zucchero a velo e le mandorle tostate.” Pensò, un istante prima di intravederlo operare con la “Toque blanche” sulla testa. Non c’era da dire, quel paese era diverso dall’usuale, esattamente come gli era stato annunciato. Sebbene riuscisse a stimare poco le gradazioni. A mettere a bada l’emotività. Con la permanenza le cose sarebbero cambiate ed era certo: si sarebbe inserito perfettamente. Era fermò davanti al negozio a riflettere sugli ampi e verdeggianti terrazzi circolari, costruiti agli angoli dei caseggiati e di cui parevano disporre tutti gli appartamenti. Quei comodi ristori rendevano le abitazioni a misura della necessità umana. E poi non vi era angolo o punto, là intorno, in cui l’occhio si poggiasse su una forma indesiderata o scovasse in terra, una cartaccia o una bibita dimenticata. Quel posto era costruito a modo e altrettanto congegnato, da sembrare immaginario. Paul, non si sarebbe stupito a scoprire l’avessero tirato su con il “Pongo” colorato. Del resto, era incredibile anche la fortuna capitata la notte precedente, quando aveva accettato l’invito di un estraneo a partecipare a una festa. Non tutti conoscevano il lieve senso di vuoto e mestizia, presente nell’animo e nel cuore di Paul fino a poche ore prima di arrivare, e di cui soffriva fin dall’età giovanile. Quel malessere aveva permeato l’essenza e caratterizzato la vita da quando era solo un giovanetto fino alla maturità, rendendolo triste. Il che, però, non gli aveva impedito di essere sia un buono studente, sia un ottimo elemento nello sport. Dopo la laurea, giunto il tempo delle scelte e del distacco dai genitori, Paul si era ricreduto e augurato fosse andata proprio come lo psicologo di famiglia aveva asserito alla madre: ‹ No! Non è scontentezza. Solo disturbo dell’adolescenza. Vedrà, al termine della crescita, passerà!›. A tali rassicuranti affermazioni erano seguiti, effettivamente, un buon impiego e un discreto matrimonio. Tant’è, che i genitori di Paul erano passati ad altra vita serenamente. Convinti ormai, che la quiete albergasse nell’animo del loro unico figliolo. Un brutto giorno, tuttavia, lo sconforto si era presentato a battere nuovamente a quell’uscio, riuscendo a imporre ritmo e pressione. Le disillusioni e un amore mutato avevano fatto apparire a Paul la propria vita surreale e monotona. Con ciò, aveva perso il piacere di recarsi al lavoro ed era divenuto svogliato. Ora che non c’era la madre a regolarlo, le soddisfazioni, le aveva cercate nel gioco delle carte e nel tradimento. La droga era comparsa per caso. Per mantenerlo sveglio nelle lunghe nottate occupate ai tavoli delle bische clandestine. Unitamente al divorzio, aveva vissuto la perdita del lavoro, ma quei dolori, si rendeva perfettamente conto, servivano a lenire la costante angoscia della quale non riusciva a scovare la ragione e mettere ordine. “Fino alla sera precedente, certo!” Dopo quella notte: tutto gli era apparso chiaro! E oggi, pur essendo desto da ore, in trepidazione e speranza per la nuova occasione, non avvertiva il benché minimo segno sulla pelle della nottataccia e di quel periodo nefasto. Il suo volto, squadrato e privo di pelurie, sovrimpresso alle torte di mandorle e glasse, era raggiante. Tornò a incamminarsi sulla via. La strada degradava dolcemente e il sole si faceva più energico. Più netto. Paul era talmente felice, da ritenere la soddisfazione si potesse sprigionare dai pori e addirittura che gli altri potessero accorgersene. Provò per questo motivo un moto di timidezza e di vergogna e accostò i lembi della camicia. Pensando di non meritare alcun tipo di felicità e che quel bene non facesse per lui. A suo tempo aveva sbagliato e si era comportato male. Lo sapeva. Lo comprendeva perfettamente, come il fatto che se era ancora vivo, lo doveva alla tempra robusta e alla preparazione fisica raggiunta sui campi del rugby. Ad ogni modo, dopo quegli anni“Bui”, si era rifatta un’esistenza. Almeno dal punto di vista pratico. Da qualche tempo aveva ripreso un mestiere. Era “Piazzista” per conto di un’importante marca di vestiti. Viaggiava, così, in automobile, da una parte all’altra del paese. Dormendo in albergo. Mai, più di due notti nel medesimo hotel. E la situazione andava per quel che era. Abbastanza gradevolmente. In alcuni momenti d’euforia aveva sperato, potesse essere per sempre. Perché in questa maniera, si era reso conto, non aveva l’occasione di sviluppare amicizie e in tal modo superava le negatività dei rapporti personali che non sapeva gestire. Ciò lo aiutava a controllare, se non a scordare la costante sensazione d’inadeguatezza. “Perché quell’emozione era provocata dagli altri.” Si era detto un giorno. Così, per proteggersi, si era costruito un mondo proprio. Non chiuso o aperto rispetto a prima. Unicamente, meno complicato. Era diventato mister “ Buon giorno.” Per molti. Giacché si presentava dai negozianti di primo mattino. Il fato però, segue le proprie regole e quella sera, al pasto in albergo, si era ritrovato per vicino di tavolo un tipo loquace. Per non apparire maleducato, aveva intrattenuto una conversazione di convenienza. ‹ Amico mio, la vita è breve!›. Gli aveva affermato questi, verso la fine della cena: ‹ E non vale la pena prenderla sul serio. Comportarsi al meglio è imperativo, ma conoscere e confrontarsi: sono il vero motivo di tutto questo noi vediamo. ›. All’espressione negativa che aveva involontariamente testimoniato aggrottando il volto. Il tale aveva replicato:‹ Siamo creati per la fantasia e non solo le cose pratiche!›. Paul allora, aveva ripreso a tagliare l’ottima fetta rossa d’anguria, tenuta correttamente in fresco dal ristoratore e domandato: ‹ Tutto questo, cosa sottintende?› Non aveva certamente voglia di affaticarsi a comprendere. ‹ La vita!›. Aveva annunciato l’altro. ‹ Pensa forse, che siamo qui a romperci le ossa, per costruire case e cose, nel tentativo meschino di ricavarci dei soldi?›. - No! Certo. Paul non l’aveva mai pensato. Altrimenti non avrebbe studiato e saggiamente, conservato il posto accanto alla moglie oltre al lavoro. Nel nome dell’opportunità, ovviamente, come del resto capita di scegliere a tanti: ‹ Ci vogliono soldi e sufficiente fortuna!›. Rispose. Pensando per un momento solamente, a quanti denari gli erano circolati tra le mani. ‹ Dammi retta. Vieni alla festa e scoprirai altri valori!›. Oppose l’altro, prima di sorseggiare il caffè e pulire la bocca col drappo in tavola, tuttora lindo. E non doveva trattarsi di un incontro religioso, perché il tipo non sembrava un prete e nemmeno un visionario. Neppure dava l’idea di uno sbandato o un giocatore. Con l’esperienza accumulata a riguardo, Paul lo avrebbe saputo anche standogli in distanza. Alla medesima maniera, non doveva essere dedito alle droghe. Piuttosto, le mani di costui apparivano pulite, così come i vestiti indossati, e gli indumenti di medio valore lo rendevano ordinario, ma non eccessivamente. A incuriosirlo, erano gli occhi che aveva. Azzurri, ma non era il colore. Più che altro, sembrava vedessero lontano. Oltre la dimensione comune, e le parole, ben pronunciate e chiare che usava, erano riportate in tono rasserenante. Paul indugiò. Non desiderava mettersi nei guai, tuttavia la giornata di fine giugno poteva terminarsi andando a letto tanto presto e rimanere a guardare la Tv? Cosi si decise di fare un giro. Giusto per vedere con chi aveva affare. Dopo il tempo trascorso in solitudine, non gli avrebbe fatto danno confrontarsi con il mondo, tantopiù ora aveva imparato a difendersi. Lasciò fluire quei pensieri per raggiungere la cabina telefonica collocata all’angolo tra le vie. Poche decine di metri in tutto. A giorni un tecnico vi avrebbe istallato la copertura trasparente in plexiglas ma era un piacere scoprirla già funzionare! Un gran giardino verde con erba falciata sorgeva alle spalle. Si voltò a osservare lo spazio multilivello con panchine disposte qua e là, sugli ampi sentieri in ghiaietto creati per attraversarlo a piedi e in bicicletta. A memoria l’avrebbe descritto similmente all’Hide Park, comprese le oche. Pronte a radunarsi nelle numerose polle d’acqua. Pensò che sarebbe stato bello poter comprare una cartolina e inviarla a un amico lontano. Magari dall’altra parte del globo. Per fargli comprendere quanto si può essere felici con poco e dimostrargli di essersi ricordati di lui. Riguardo alla possibilità di spedire, qualcosa, lo avevano dissuaso. Quando si entrava in quella zona, si tagliavano i contatti con lo spazio precedente, per un lungo periodo. Peccato! L’avrebbe incantato la bellezza del posto, la scintillante giornata e la fontana al centro del parco con i giochi d’acqua d’ogni sorta e colonne liquide spruzzate a grande altezza. La quale generava sensazioni di quiete e benessere. Trasportata dal vento leggero, qualche finissima particella trasparente gli umettò il volto. Passò la mano per asciugarla e se avesse potuto, senza destare attenzione, l’avrebbe volentieri assaggiata per scoprirne il sapore. Tutto là attorno sembrava sano e commestibile. Avrebbe persino potuto sdraiarsi in terra e rialzarsi, non più sporco di prima. Quanto alla camicia, poté ricordare di averla indosso dalla sera precedente, eppure non odorava di cattivo. ‹ Come non lo sa?›. disse all’apparecchio. ‹ Niente è più eguale per me!›. E avrebbe proseguito a lungo a parlare all’interlocutore, per illustrare quanto fosse vera l’affermazione. Qualcosa però lo rendeva incerto. Situato in chissà quale ambiente della città o del paese, l’uomo, all’altro capo del filo, pareva avere cambiato d'umore e Paul faticava a trovare un giusto tono per mantenere attiva la conversazione. Vero è, che non si conoscevano e il tale andava obiettando: ‹ Non sento bene, signore e per aiutarla è necessario innanzitutto che io comprenda!›. Riuscì a udire Paul, prima che alcune scariche elettriche riempissero di acuti la rete. Al termine il tale ricominciò: ‹ Chi l’ha consigliata a chiamarmi?›. Paul avvertì un moto di scoramento. Aveva affrontato un viaggio lungo e faticoso, al limite del reale. La questione rappresentata era davvero fondamentale e questi non comprendeva. Non aveva altri a sostenerlo. Che doveva fare? A pensarci avrebbe dovuto domandare al suo “Gancio” qualche altro nome di supporto, caso mai il primo contatto non avesse funzionato. ‹ Fidati del tuo istinto; non hai bisogno d’altro!›. Lo aveva questi, prontamente rassicurato. Paul cercò di fidarsi e andare oltre:‹ Il dottor Cameron Russell!›. Urlò. ‹ Me l’ha fornito il dottor Russell!›. Ripeté nervosamente, avendo netta l’impressione che l’altro non udisse. Mentre lui, al contrario, riceveva forte e chiaro. ‹ Cosa? Chi l’ha consigliata di mettersi in contatto?›. Domandò l'altro, perché gli erano giunte unicamente poche parole. Eppure non era difficile capire, e tanto meno doveva essere prassi anomala. Paul non credeva per niente di essere l’unico “Fortunato” capitato da quelle parti: ‹ Sì!›. Ripeté Paul. Pensando di aver riferito quel nome, non appena presa la linea telefonica e incominciata la conversazione con il signor Myrddin:‹ Sì! Eravamo assieme ieri sera. Il suo amico mi ha promesso, prima di partire, che avrei potuto rivolgermi a lei!›. Myrddin non parve angustiarsi della situazione d’incaglio in cui Paul si avvertiva e che avrebbe potuto ipotizzare abbastanza logicamente. “Probabilmente, si stava preoccupando per qualcosa di svantaggioso pronto a coinvolgerlo e comprometterlo.” Rifletté Paul, giacché Myrddin rispose evasivo:‹ Sì, forse!›. Era sempre più confuso da quel comportamento. Che cosa significava? Quel tale l’avrebbe aiutato, o lasciato a spicciarsela da solo? Disse allora arrabbiato e con tutta la forza possibile:‹ Questa è la cosa più bella mi sia capitata e lei finge non saperne niente?›. Urlando abbastanza, sicuro nessuno potesse scorgerlo o ascoltarlo in strada. Almeno se non lo avesse desiderato. Per questo motivo, continuò a comporre dei movimenti semplici con gli arti superiori e a muovere i fianchi. Nulla di che. Gesti compiuti portando le braccia in avanti ed esercitando la ritrazione. L’altalenarsi del bacino, occorreva unicamente a mantenere l’equilibrio. ‹ Tutto sta nell’essere veloce e sicuro con il movimento. › Lo aveva assicurato Russell. ‹ E sarai invisibile ai più!›. “E poi aiutava nella concentrazione.” ‹ Ora va meglio!›. Intervenne Myrddin, rinfrancato per la qualità del segnale tornato a livello. Domandò:‹ Sei forse un nuovo arrivato?›. “Perché, Paul non lo aveva chiarito dal primo momento?” - Myrddin doveva essere sordo, terminò di pensare Paul. Ripetendo ad alta voce: ‹ Sì, sono nuovo!› Riferendosi, ovviamente, all’ingresso in città e pure alla propria scoperta. Ci fu un istante di silenzio. Myrddin non parlava e presto avrebbe chiuso la linea. ‹ Sì!› Urlò. ‹ Sì! É il mio primo giorno!›. Fu allora che notò una spiacevole eco di ritorno. Era come se la conversazione avvenisse in ritardo sulle parole e per mezzo di un satellite. “A grande distanza”, insomma. Il luogo era bello, sano, felice. Tuttavia dovevano avere problemi con l’elettronica, pensò Paul, udendo ridondare l’espressione: “Come non lo sa?”. ‹ Per l’amore di Dio, fa che quest’uomo riesca a sentirmi!›. Disse sperando di essere accontentato. Rinunciare avrebbe significato una condanna a vita alla sordità. Anzi, sarebbe equivalsa: alla cecità assoluta! “Era proprio quello il termine adatto!” Affermò mentalmente, udendo ridere all’altro capo del collegamento. ‹ Sono perfettamente concorde con lei!›. Disse Myrddin, per non sembrare di avere agito maleducatamente ascoltandolo. ‹ É unicamente capacità!›. Disse. ‹ Non si può intendere la musica. Osservare un quadro. Un dipinto Amare senza peraltro averla!›. Paul non comprese, ma decise di lasciar correre. Non era in condizioni di dover chiarire per forza. A ogni buon conto, pensare a un mondo senza poterlo vedere, udire, annusare, cos’altro avrebbe rappresentato di diverso, rispetto al proprio limite a goderne? Attese, affinché Myrddin si convincesse ad aiutarlo e volgesse al meglio. ‹ E per favore chiamami Myrddin, evitando di usare: “Signore”. Mi fa sentire più vecchio di quanto sono!›. Rimbrottò allegramente l'uomo. ‹ Perdonate!›. Affermò Paul. Incoraggiato dall’inattesa apertura, cercò di lasciare fluire via il timore di cui si avvertiva pregno. Ora, la linea telefonica funzionava appieno e tutto sarebbe cambiato. ‹ Quanti anni avete, se mi è consentito?›. Domandò Paul. Pentendosi subito per averlo fatto. Era stato sicuramente maleducato a porre a quel modo la domanda, col solo scopo di tergiversare e non per vero interesse. Nel caso Myrddin avesse sgradito l'interrogazione, avrebbe perso l’occasione di ottenere aiuto e peggio, rischiato per sempre il rifiuto. Sir Myrddin, tuttavia non parve prendersela. ‹ Centottantasei!› Rispose fiero. ‹ Considerando, da quando sono qui e non dal tempo che sono al mondo!›. Aggiunse. Vi era dunque una diversità tra prima e il dopo, su cui Myrddin poneva l’accento. “Bene così!” Meditò Paul. “Allora nulla era perduto.” Fin tanto Myrddin accettava la conversazione lui era in salvo. ‹ Avete ben donde!›. Osservò. ‹ Credo siate un ragazzo. ›. Parole pronunciate timidamente, con la speranza di essere sulla via giusta per afferrare le cose. ‹ Insomma!›. Disse Myrddin ‹ E tu, invece?›. Domandò a propria volta, non conoscendo molto su Paul. “Russell doveva essersi dimenticato persino di avvertirlo!” Pensò l’ultimo arrivato. ‹ Cinquanta!›. Disse per non farlo attendere troppo. In realtà erano solo quarantotto. ‹ Un vero giovanotto allora!›. E poi:‹ Vuoi raccontarmi com’è iniziata questa cosa?›. Paul sarebbe dovuto partire dall’inizio. Dai primi anni della scuola? Si domandò, scoprendo di non averne l’intenzione. Per questo tagliò corto:‹ Sono giunto in volo. ›. Disse in maniera poco convinta. Probabilmente, avrebbe risposto meglio a domande mirate. ‹ Sì. Certo!›. Disse con ironia Myrddin. A quell’età, sir Myrddin certamente la sapeva lunga e conveniva essere sinceri con lui. Paul disse allora: ‹ Be’, credo sia iniziato tutto a una festa alla quale ho partecipato. ›. In effetti, era così. Non occorreva rammentare molti altri dettagli. ‹ Bene figliolo. Vai avanti, o ti sei mangiato la lingua?›. Sir Myrddin, non sembrava accontentarsi. ‹ No. Sir. No! La voce non manca. ›. Paul del resto si era scoperto un buon commerciale e la parlantina era certo di averla. ‹ Per un poco di tempo le cose sono andate come sempre. ›. Disse. Ovviamente, si riferiva alla serata trascorsa in compagnia e non alla propria esistenza. ‹ Spiegati meglio. Ragazzo! Amo i racconti e rimango qua per questo. Sai questa città è l’avamposto! Non il cuore della specie. ›. Per ora, era troppo difficile capire qualcosa. “Meglio stare ai fatti”. Si propose Paul. ‹ Nulla di strano. Una villa privata, a poca distanza dal mio alloggio. ›. “L’albergo poi: dov’era situato?” Perché si ostinava a iniziare tanto male un’esposizione, ricavandone una pessima figura? Per rispondere convenientemente avrebbe dovuto dividere la vita precedente dall’attuale. Scordando completamente ogni dolore. Non era semplicissimo e non ci riusciva. Ci fu ancora un momento di silenzio, in cui Paul avvertì il groppo alla gola. A distoglierlo ci pensò il vecchio:‹ Forse oggi non ti va. La racconterai domani!›. Myrddin era intervenuto con dolcezza e serenità e Paul gliene fu grato. Affermò: ‹ No. Sto solamente cercando di riorganizzare. ›. Myrddin avrebbe compreso. Forse, sarebbe stato sufficiente avere qualche minuto per riprendersi e schiarire le idee. ‹ Non c’è fretta Paul. Vedrai. Verrà il momento. › Si affrettò ad aggiungere Myrddin. ‹ Era un’occasione come tante. Un anniversario credo. ›. Riprese ad affermare Paul, convinto fosse giusto raccontare tutto. ‹ Oh, mi piacciono i compleanni e le torte. Tanto più se con i fuochi d’artificio!›. Reputò il vecchio, parlando dall’altra parte della linea. ‹ Non Myrddin. No. Nulla di tutto questo. Ricordo una bella serata di stagione e un terrazzo all’aperto. ›. Quella notte era sta particolarmente ventilata. ‹ Cielo e stelle? Bene. Direi che possa andare!› Affermò Myrddin. ‹ Quanto a quelle, la volta n’era piena!› Disse il giovane. ‹ Ricordo di essere rimasto a guardare l’Orsa Maggiore dal dondolo. Dopo pochi minuti, sono venuti a sedersi accanto, un uomo e una donna. Lei assai bella e lui altrettanto. ›. Disse Paul senza avere bisogno di cercare le parole. ‹ Bene. Gli incontri sono positivi. Ci si confronta. Com’è andata?›. Ultimamente gli capitava di ascoltare spesso quest’affermazione. Era di sicuro un fatto positivo. Poneva le basi per affermare un’esistenza diversa, basata sull'amicizia, sulla sincerità. Più che sull'apparenza e l’inganno. Di fatto, maggiormente spirituale di quella conosciuta. Lasciò andare la considerazione e proseguì. Seppur a tozzi e bocconi: ‹ Ci siamo messi a discorrere, ma ho perso il senso del tempo. ›. Disse augurandosi di non avere offerto spunti a fraintendimenti e che Myrddin non pensasse a cose strane accadute tra loro. ‹ Non ti avranno drogato?›. Ecco, era arrivato a considerare avessero approfittato: ‹ No. Myrddin. No! O almeno non me ne sono accorto!›. Dovette riconoscere senza poter escludere nulla. Perché da lì a poco le cose erano assai cambiate. ‹ Insomma, cosa è accaduto ragazzo?›. Insistette Myrddin. Paul cercò di mettere a fuoco. ‹ Tutto e niente!›. Rispose d’impeto. Era incredibile e vero al tempo stesso. La memoria vacillava sui particolari, rammentando quasi e solo, le emozioni. ‹Allora?›. Lo incalzò serio Myrddin. Ritenendo che se quel ragazzo era arrivato da loro, qualcosa doveva essere avvenuto. Oppure, il suo uomo, Russell, era impazzito a spedirlo là senza un minimo di preparazione. Portando tra quella gente una persona comune. ‹ Più che altro ci capivamo ed ero felice!›. Disse Paul di punto in banco. Myrddin cominciò a pensare di essere stato duro a emettere tale giudizio. “Russell conosceva il fatto suo.” Myrddin improvvisò la domanda: ‹ Ti sentivi così anche prima?›. Disse, senza far filtrare le proprie attese. ‹ No! Almeno fino all’incontro con quei due. Entrambi erano caratteri solari e lieti di rivolgersi a me e farmi ridere. ›. Tutto si dispiegava. Myrddin, del resto, era informato dei piani generali ma non delle singole azioni organizzate sui casi. Invero, non vi era esigenza perché nel mondo in cui si trovavano, poco o nulla poteva fregiarsi con la peculiarità negativa, di essere mal fatto. Generalmente ogni azione riusciva bene da sé e non occorreva preoccuparsi troppo sull’esito. Lo svago consisteva in quello e per soggiornare nella manna occorreva rimanere spensierati e fantasiosi, perché i problemi l’avrebbero tenuta lontana e mandata altrove. ‹ Sì. Capisco. É positivo! Ridere fa bene alla pelle, ai muscoli. Libera le endorfine. Si catturano i radicali liberi. É per questo motivo che viviamo a lungo, qua!›. Paul, però non lo stava ascoltando. Cercava di chiarire la sensazione l’aveva portato tanto lontano. ‹ Ecco, signore. Ho trovato!›. Affermò a questo punto. ‹ Quante volte ti ho detto di non chiamarmi signore!› Lo imbecco lieto Myrddin, pensando che al figliolo si stesse finalmente sciogliendo l’emozione. ‹ Sì, signore, certo. Loro non badavano a me! Semplicemente si esprimevano con sincero affetto e interesse. Quasi fossi un gattino. Volevano divertirmi, incuriosirmi, coccolarmi. ›. Quel ragazzo doveva avere sofferto. Tuttavia, non attribuiva il dolore alle questioni, pure importati, in cui si era trovato. Non soffriva solo per aver sprecato gli anni con facezie e l’azzardo. Nemmeno si rammaricava per semplicemente avere perso un amore e creato disagio. Per tutto ciò provava pena e dispiacere, correttamente. Non c’era da pensare fosse demente o privo di rimorsi. Era vittima anch'egli. Del proprio limite e capacità. Certamente. Invero, si è costruiti per un sogno divino e qualcosa di maggiore il quale supera il tempo e lo spazio. Sfida le regole della natura. Sconvolge e rinnova. Per questo tutti nell’universo hanno diritto alla felicità. Pure gli animali e le piante. Pensava Myrddin. Allora, il malessere vero che aveva attanagliato Paul per tutta l’esistenza, risiedeva nella mancanza di una reale partecipazione. Dell’inclusione. Tanto più doveva essere stato tremendo sperare che altrove abitasse qualcosa di migliore e non riuscire mai a trovarla. ‹ Quando ti sei reso conto di ciò?›. Domandò Myrddin pensieroso. ‹ Dopo pochi istanti. Così ho ascoltato. Partecipato. E la mia testa si aperta. ›. Si riferiva al momento in cui era entrato in comunicazione. In cui aveva toccato l’essenza dell’altro e attraverso questa sensazione diventato, parte col mondo. ‹ Ti sei avvertito trasportato?›. Il termine era giusto. I corpi interagiscono elettricamente. Si attraggono e legano. Divergono. La mente, la forza del pensiero, unisce, rafforza. Vince la resistenza. ‹ Sì. Ho perso ogni pretesa di me ma non mi è importato molto. ›. Accadeva a tutti loro. Considerò Myrddin. In seguito s’imparava a tenerne conto. A condurre dialoghi in diversi ambienti. Spazio e tempo acquisivano una consistenza diversa, o per dire meglio, si dilatavano. Era così che si riusciva a viaggiare tra mondi distanti milioni di chilometri e rimanere in contatto con i propri cari. ‹ Credo di comprendere!›. Affermò Myrddin. ‹ Ho cominciato a esprimermi e l’ho fatto in mille maniere diverse. Finalmente sentivo ed ero ascoltato!›. Urlò Paul, forte col cuore. ‹ Sì, si! Capisco ragazzo. Stai calmo. É normale. Non sei abituato!›. Myrddin era frastornato dalle emozioni del giovane. Gli giungevano assieme, tutte da decifrare e ordinare. Nella loro società i ragazzi, imparavano a comunicare nella placenta e anche a scuola non facevano altro che apprendere come integrarsi e stare insieme, rispettando l’altro. Anche Paul avrebbe dovuto fare un piccolo corso, ma era inutile parlarne adesso. All’altro capo della città, distante da Myrddin, Paul singhiozzava di contentezza, avvertendo di trovarsi alle porte del mondo desiderato. Non aveva idea di come poter fare per rimanerci. Dipendeva da Myrddin. Non da Russell. Ci fu silenzio. Myrddin tornò a dire qualcosa:‹ Guarda la cornetta allora!›. Che cosa diamine voleva Myrddin? Erano in linea da trenta minuti e pretendeva che in quel momento di supplizio osservasse uno stupido attrezzo di plastica e metallo? L’altro tornò a interrompere il corso di quei pensieri e disse in tono cantilenante: ‹ Fai caso, gentilmente, a come tieni l’apparecchio, Paul!›. Confermando, poi: ‹ Lo faccio solo per aiutarti!›. Paul si sforzò di recuperare la calma e dargli retta. Aprì gli occhi, tuttora mantenuti chiusi nel tentativo di isolare ed esporre al meglio i propri concetti e la trovò sganciata. Penzolante sul lato dell’apparecchio. Sir Myrddin non avrebbe certo potuto ascoltare nulla delle parole pronunciate da lui. Allora, come poteva essere accaduto che per tutto quel tempo si erano parlati? ‹ Telepatia, figliolo! Telepatia!›. Rispose Myrddin. ‹ E adesso guardati attorno, per favore. ›. Lentamente Paul seguì con i gesti quelle parole e nella luce che gli parve essere schiarita, notò la gente sui viali ferma a salutarlo. Si sentì ridicolo a essere in lacrime in mezzo a tanta felicità e iniziò a sorridere quando si accorse delle mani dei bimbi, protese a salutarlo. ‹ Sono tutti contenti di averti qua. Non si avvicinano perché hanno paura di farti male, nondimeno, presto sarai in grado di unirti a tutti noi e le cose saranno più semplici. ›. Disse Myrddin. La fontana stava innalzando nel cielo sbuffi colorati che nel tornare in terra riapparivano com’erano: gocce bianche e pulite. ‹ La sorgente, Myrddin! Spruzza in cielo colore! Adesso è verde, e un istante prima era blu!›. Osservò Paul. ‹ É il nostro benvenuto. Spero non ti dispiaccia!›. Disse la voce. ‹ Com’è possibile tutto questo?›. Domandò Paul. Scostandosi dalla cabina e lasciando fluire libero il pensiero. ‹ Nel nostro mondo avvengono cose diverse rispetto al tuo e molti altri ancora. La festa alla quale sei andato: era organizzata per te!›. Rivelò senza enfasi Myrddin. ‹ Una serata per me?›. Ripeté. ‹ Certo. Dove risiedevi, non è possibile comunicare come si dovrebbe. Non riuscite a evolvere e sviluppare forme migliori della parola, del canto. Della musica. ›. Si trattava circa di questo e per il momento poteva bastare, pensò Myrddin che avvertì però il bisogno di aggiungere: ‹ Indubbiamente qualche sforzo lo fate. Troppo poco però; perché l’amore non permea l’ambiente ed è respinto. ›. Nemmeno era bello ricordargli la propensione alla guerra e l’esagerato protagonismo individuale. ‹ E quindi?›. Domandò Paul che non aveva voglia di ripensare alla propria vita. ‹ Non possiamo lasciare soffrire quanti consideriamo i nostri simili e quel luogo era stretto per te. Uno di noi, in visita periodica sul pianeta, ti ha trovato e fatto scattare l’azione di recupero. ›. Se il suo era un dono, allora Paul aveva qualcosa di caratteristico: ‹ Sir Myrddin. ›. Disse Paul. ‹ Ho qualcosa di speciale?›. Si avvertiva fremere e la voce gli tremava nel chiederlo. ‹ Tutti voi l’avete!›. Osservò Myrddin. Il quale aggiunse:‹ Purtroppo, rimanete sordi e ciechi alla voce della coscienza e alla fantasia. ›. Pentendosi di averlo affermato disse ancora. ‹ A ogni modo, direi solo che siete fatti a modo vostro!›. Per Paul era difficile pensare alle conseguenze della cosa. Se avesse saputo per tempo, sarebbe riuscito a cavarsela meglio sulla terra e a non distruggere quanto aveva intorno. ‹ La tua è stata una sensazione che ha accomunato altri individui figliolo. Molti di loro l’hanno meglio compresa e sono riusciti a fare qualche passo liberando se stessi e gli altri, dalle catene. ›. Si riferiva a Leonardo. A Galilei. A Carlo Magno. A Dante. Indubbiamente, ai grandi uomini venuti al mondo. La loro sete di conoscenza era talmente forte da averli spinti oltre e avere fatto avanzare l’intera umanità. ‹ Ultimamente ci sono pochi arrivi. ›. Osservò mesto Myrddin. ‹ Vi state uniformando al peggio. ›. Paul non sapeva proprio cosa rispondere. Ci fu un momento di silenzio, in cui Myrddin ritenne di avere spiegato la cosa. ‹ Lei, voi: siete come noi?›. Domandò Paul spinto dall’ansia. ‹ Fisicamente, domandi?›. Era un punto difficile da affrontare quello. ‹ Sì signore. Sì!›. Era meglio essere sinceri con il ragazzo:‹ No!›. Disse Myrddin in modo risoluto e pratico e subito domandò:‹ Pensi possa influire?›. Paul sinceramente non lo sapeva. Guardò il proprio corpo. Pensare di perderlo gli dava dolore, ma al tempo stesso, ultimamente si avvertiva invecchiato. La materia, in effetti, era anche una prigione. Non rispose. ‹ Vi vedrò come siete realmente?›. Si limitò a domandare. ‹ Certamente!›. Rispose Myrddin. ‹ Tra qualche giorno però. Quando comincerai ad abituarti. ›. Bisognava attendere. ‹ Un cambiamento a volte è immediato, altre, assai lento. Posso volerci secoli. › Disse ancora Myrddin senza indicare un tempo definito. ‹ Anche per me, sarà così?› Domandò Paul. ‹ Dipende da quanto si è pronti e disposti. › Parlando in senso generale, più che con Paul. ‹ E adesso?›. Domandò il giovane svuotato ogni pensiero. ‹ Ti daremo alloggio nel quartiere. Là dove ti trovi, ad esempio, ci sono alloggi disponibili. Fatti un giro e sceglietene uno. Passa dal portiere a confermare. ›. Lo spazio per costruirne di nuovi non doveva essere difficile da trovare, penso Paul. ‹ Che cosa posso fare per ripagarlo?›. Erano tante le cose di cui avrebbe domandato. Myrddin se ne rendeva conto: ‹ Dovrai lavorare; come tutti noi del resto. A ogni conto, solo poche ore il giorno. Il resto del tempo sarà per te. Per migliorare e divertirti. Vedrai per i primi cento anni non avrai davvero da annoiarti. ›. Almeno non era mai accaduto, a quanto ricordava. ‹ Bene!›. Disse Paul, pensando fosse ora di fare qualche passo in quel parco tanto colorato. Si accodò alla banda musicale che là stava entrando. ‹ A presto e stai sereno. Ti amiamo tutti. ›. Disse Myrddin prima di chiudere la conversazione.

‹ Myrddin?›. Domandò una voce lontana. ‹ Myrddin?›. Tornò a chiedere ancora quella voce. ‹ Sì?›. Disse mentalmente, dandosi da fare per sistemare la capigliatura incanutita. Quell’abitudine gli aveva evitato finora la calvizie. ‹ Myrddin, sono Russell!›. Affermò la voce. “Sì.” Lo aveva riconosciuto:‹ Ah. Bene!›. Disse cominciando a sistemare le maniche della tunica blu scura indossata. ‹ Il ragazzo ti ha chiamato?›. Di certo aveva riposato per più di un’oretta e doveva avere avuto un torpore agitato. ‹ Qualche minuto fa!›. Disse sbadigliando. ‹ Hai potuto aiutarlo?›. Domandò Russell. Le pause di Myrddin diventavano più lunghe e così le assenze, pensò Russell. Se il ragazzo l’avesse chiamato in quei momenti, inesperto e debole a trasmettere com’era, Myrddin non avrebbe risposto. ‹ Che cosa credi?›. Disse Myrddin in maniera acida. Certamente Russell gli avrebbe domandato di essere più presente. Senza comprendere quante cose aveva daffare! Così affermò con ironia:‹ Credi forse che la cabina fosse là per un caso?›. Certo che no! Il risponditore è la prima struttura da montarsi in prossimità del varco. Serve ad amplificare la scarsa comunicazione dei nuovi arrivati e inizia a trasmettere non appena si alza la cornetta. Era stato lui stesso a dirgli di avere fiducia in aereo. “A pensarci, adesso gli veniva da ridere.” Myrddin aveva eluso la sua filippica. ‹ Cercherai di fargli capire?›. Si affrettò a domandare. ‹ Non mancherà occasione!›. Disse il vecchio amico. Ciò significava che non aveva intenzione di partire. Almeno per il momento. Del resto Myrddin possedeva le chiavi e la conoscenza di tanti segreti. Sarebbe stato un danno, il trasferimento. ‹ Sono lieto la pensi in questa maniera. ›. Osservò. ‹ Occorrerà alla fine far qualcosa!›. Disse Myrddin senza badare a cosa intendesse affermare realmente Russell. Adesso era sveglio e in piedi accanto alla scrivania di legno massello, piena di carte e strumenti strani. ‹ Già. Il problema è cosa!›. Disse Russell. Quella era una domanda antica quanto Myrddin stesso. Un vecchio cavallo di battaglia. ‹ In tante ere da che al mondo, sono migliorati poco!›. Affermò Myrddin e Russell, arrivati a quel punto, sapendo esattamente che dire: ‹ Pensano di esseri gli unici ad abitare il cosmo. Indubbiamente un poco ignoranti. ›. Era certo: Myrddin avrebbe subito mollato! Infatti, disse: ‹ Lasciamo andare!›. Russell ne restò soddisfatto. “Come si voleva dimostrare”, pensò. ‹ Dove ti trovi ora?› Lo incalzò appresso Myrddin. Russell tuttavia propose:‹ Vorresti che ti raccontassi una bella storia?›. Domandandosi se quella di Paul lo fosse stata. ‹ Mi piacciono i racconti, ma è unicamente una delle mie innumerevoli passioni. Dai! Dimmi, dove ti trovi. Diciamo: semplice curiosità!›. Borbottò Myrddin. ‹ Su Andromeda!›. Ora sarebbe seguita la consueta domanda: “Vi divertite?” ‹ E dimmi, come va?›. Chiese Myrddin. ‹ L’idea di questa mattina è stata di fare i delfini nell’oceano. Niente male sai!›. Anche Myrddin doveva ammettere che una nuotata nell’oceano blu di quella stella lo intrigava. ‹ E ieri alla festa?› “Ecco, dove era diretto.” Pensò Russell prima di rispondere. ‹ Abbiamo volato dai terrazzi, come rapaci notturni!›. Subito dopo aveva liberato la mente da ogni idea. “Caso mai Myrddin avesse provato a leggervi dentro, avrebbe ripescato solo una tabula rasa, o quasi.” ‹ Ti sembra corretto?›. Domandò Myrddin. “Niente da fare!” Il vecchio non avrebbe mollato tanto facilmente! ‹ Non c’è modo di trasferire la materia a quella velocità. Lo sai meglio di me!›. Disse per giustificarsi. ‹ Avete drogato una persona e fatto spiaccicare al suolo prima del volo!› Esclamò, aggiungendo subito:‹ Complimenti!›. Russell non rispose. ‹ Avrà sofferto?›. Riprese a domandare Myrddin. ‹ No! No! Assolutamente. Stecchito all’istante. ›. Disse, pensando che Myrddin se la prendesse sempre troppo per la crudezza delle cose. Del resto era da quel luogo che proveniva anche lui. “Bene, a ogni modo ora tutto era chiaro.” Ritenne Myrddin. Russell aveva fatto rapporto. ‹ Verrò lassù a trovarvi!›. Affermò chiudendo definitivamente il discorso. ‹ Ti aspettiamo col cuore. ›. Disse Russell prima di lasciarlo. Myrddin ora osservava alla finestra. A non molta distanza infuriava un combattimento. Dal crinale di destra, in groppa a un cavallo bianco contornato d’oro, un uomo incitava i suoi alla lotta. Probabilmente avrebbero vinto la battaglia. Dalla torre in cui si trovava, al centro di diverse stringhe tessute nello spazio tempo, poteva gettare lo sguardo su mondi diversi. Era là, a regolarne i confini e badare che tutto funzionasse. Sospirò profondamente prima di accostare gli scuri. Più tardi avrebbe conosciuto l’esito. Per il tempo chiuse ogni strumento magico. Era l’ora del pranzo e la cara moglie aveva sicuramente, già messo in tavola. -By Veniero Rossi



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