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lavoro pubblicato domenica 1 giugno 2014
ultima lettura martedì 19 febbraio 2019

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Kirkiev

di vennyrouge. Letto 645 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Kirkiev

di Veniero Rossi

*

“Boris.” Boris Tupolovnik. -Ebbe bisogno di ripeterlo mentalmente un paio di volte, alzandosi quel mattino. Non poteva stimare l’orario, sia perché non aveva caricato la sveglia, sia per via delle tapparelle chiuse per trattenere il calore. Assentì con le spalle: “Sarebbe stato buon mattino, quanto l’ora del pranzo!” Riversò un rauco colpo di tosse nel dirigersi in pantofole in bagno. “A cosa sarebbe servita, la fretta di determinarlo?” Si domandò nello sciacquare il viso con l’acqua gelata. “Tanto i giorni erano tutti uguali.” Scrutò l’immagine nello specchio, senza vedersi e bofonchiò qualcosa nell’asciugarlo sulla salvietta. “Avrebbe fatto meglio, la sera prima ad avere più attenzione e metterla in caldo sulle piastre.” Si rammaricò. Con la notte si era inumidita e puzzava. Della giovinezza, di quanto era stato, si riflettevano gli occhi azzurri, alcune efelidi e una discreta altezza, in un corpo diventato magro. Strascinando i piedi si recò in cucina. La luce al neon schiarì la stanza colorata ocra con i fumi mai puliti della cottura. Gli odori di grasso e spezie di cui era pregna, davano il voltastomaco. Boris parve non badarci e passò a metter sul fuoco dell’acqua per il tè. Si preparò ad attendere, sedendosi al tavolo in formica e metallo. Portò la mano sinistra sulle labbra sottili per tastarle, risvegliandosi dal torpore. “Era stato un gesto istintivo.” Compiuto per lo più da bambino e su cui la madre, Irina, interveniva per dissuaderlo: ‹Allora Boris, hai deciso di strapparle?›. Aveva detto un mattino d’estate muovendosi a fatica sulle caviglie divenute enormi, per preparare i “Pirojki”, fagotti di pasta lievitata farciti con ripieni vari a base di carne, funghi, formaggi e pesce da cuocere al forno. E altre volte, per spaventarlo: ‹ Lo sai? Potresti non sorridere più!›. Boris, da bambino biondo che era, aveva un bel sorriso e denti bianchissimi e ci teneva a ridere e scherzare con gli altri ragazzini del quartiere. Quando era cresciuto, se ancora era accaduta la cosa, quel fatto insomma, Irina si era limitata a chiedergli: ‹ Almeno le mani sono abbastanza pulite?›. Lui aveva sorriso, guardando la vecchia madre. Oramai non ci vedeva più tanto e quel moto istintivo, doveva intuirlo dai pensieri del figlio o dalle ombre nella casa. Erano passati anni da quando non era incorso nel gesto e altrettanti che Irina era andata via. In quelle mura datagli dal governo, era diventato uomo e poi aveva continuato ad abitarla con sua moglie Tatiana. Assieme avevano cresciuto due figli maschi: Ivan e Dimitri. Preparò una sigaretta con del trinciato. Rammentava fosse tempo di “Masleniza.” Una festa pagana che precede la pasqua. Li aveva portati in strada e si era convinto a costruire un grande pupazzo di neve con tanto di patate a disegnare gli occhi. Avevano giocato per l’intero giorno. Servendosi a volontà di frittelle al miele e Tatiana non era mai apparsa tanto felice. Al compimento del sedicesimo anno, i ragazzi si erano arruolati nell’esercito ed erano andati a vivere lontano, dall’altra parte del paese. Per quanto sapeva, aveva quattro nipoti. Tre maschi e una femmina. Le foto a colori erano in bella mostra sul settimino all’entrata di casa, all’interno di una cornice metallica dalla forma quadra. Li avevano conosciuti in questo modo assieme a Tatiana. Ogni anno per i primi cinque o sei, era arrivata una lettera che accompagnava i cambiamenti. Tuttavia era sempre mancata l’occasione di un incontro. Salvo il giorno del funerale di Tatiana. Dieci anni prima. Era un mattino tiepido quello. Di primavera e la neve si andava sciogliendo ai bordi delle strade, restando integra agli angoli e negli anfratti poco battuti dalla luce. L’aria era frizzante e profumata. Portava l’odore umido di terra e dei camini a legna accesi per cucinare il pane. Ivan e Dimitri giunsero assieme, su una zigulì celeste presa a nolo all’aeroporto. Avevano saputo tardi la notizia e il viaggio era apparso eccessivamente lungo per portare le rispettive mogli e figli. “Del resto non era neppure un giorno lieto.” Nondimeno gli aveva fatto piacere vedere quanto fossero diventati uomini. N’era stato fiero. L’indomani erano riparti, dopo avere trascorso la notte a ricordare i vecchi tempi e quando erano tutti assieme e una famiglia. Avevano bevuto vodka e mangiato aringhe. Più volte nei giorni successivi, l’avevano invitato per trasferirsi da loro. Boris non aveva piacere a vivere in città, dove l’aria è viziata e la gente si ammassa. Pertanto aveva sempre rifiutato. Pochi conoscono le bellezze di quelle parti della Siberia. Là il vento tira per settimane intere e la neve è in grado di coprire le abitazioni. Dove si formano fantastiche aurore colorate. Eppure c’era stato un tempo in cui le cose non erano state tanto grigie, e nella casa di Boris, se non l’opulenza almeno, non si stava male. Lo stipendio d’impiegato statale aveva permesso ai congiunti di mantenersi e crescere. Di fare un poco di bene. “Adesso non era la medesima cosa.” La pensione era assai magra, e pochi, i prodotti che si potevano acquistare. Il the nero era pronto. Boris lo bevve com’era, aggiungendo un poco di zucchero. “Boris!” Quale nome aveva scelto per lui il padre: “Combattente glorioso”. Poi in una notte buia e senza stelle era andato via senza fare ritorno. Alla fine della stagione invernale l’avevano ritrovato a pochi metri da casa, coperto da un cumulo nevoso e in compagnia di una bottiglia di Vodka. “Per alcuni: il modo migliore per andarsene!” E in quell’anno assai cupo e freddo, non era stato l’unico e isolato caso. Boris si alzò e tornò alla stanza da letto. Aprì il vecchio armadio e prese il vestito migliore. S’infilò indosso la camicia, la giacca e il pantalone. Lucidò dei mocassini neri. Tralasciando la cravatta. Non gli era mai piaciuto indossarla. Piuttosto scelse una grande sciarpa di seta donatagli da Tatiana. Il cui colore ricordava il cielo, nei mattini di fine maggio. Azzurro e limpido. Si avviò verso l’uscio di casa, ma prima passò dal salotto, a prendere da una dispensa un sifone di vodka lasciata da parte da innumerevole tempo. “Sarà buona?” si domandò nel porla in un sacchetto ruvido, giacché non aveva piacere di farsi scorgere. Aprì la doppia porta imbottita, avventurandosi lungo il corridoio di porte tutte eguali, fino a raggiungere la scala. Uscito dal portone, la corrente ventosa lo afferrò con impeto ma Boris parve non sentirla. La conosceva da sempre e l’aveva udita gemere tra gli androni, mille altri giorni. Raggiunse la strada. Era dunque buon mattino. Dolina, una signora anziana ma ancora in forze, alla quale erano affidati i piccoli lavori di pulizia nel comprensorio disse nel vederlo: ‹ Professore, dove va in giacca e camicia? Non vorrà prendersi un malanno?›. Boris rispose al saluto con un cenno, evitando di avvicinarsi troppo. Non aveva proprio voglia di scambiare parola. Dolina ebbe un amaro presentimento, tuttavia tornò china a spalare la neve ai piedi della scala. Boris imboccò la via dei campi, seguendo lo stretto sentiero e lasciando il palazzo a cinque piani, sepolto in parte dall’ultima nevicata. Camminò in quella landa biancastra e illuminata. Lasciando il palazzo grigio e senza terrazzi in cui aveva vissuto. Gli occhi lieti indagavano incuriositi l’orizzonte in quella pianura biancastra. Attaccandosi al collo, diete grosse sorsate del liquido trasparente e asciutto. Nel manto soffice in cui era immerso, trovò ad attenderlo Tatiana e Irene. “Strano: non avvertiva freddo, né dolore.” - Reclinò la testa e si addormentò.

By Veniero Rossi.



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