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lavoro pubblicato mercoledì 21 maggio 2014
ultima lettura domenica 10 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Viaggiatori meno solitari

di AaronGrolli. Letto 891 volte. Dallo scaffale Viaggi

Ghiiiiiigh Il rumore dei freni del treno mi fa sobbalzare, mi alzo, prendo il mio zaino e mi dirigo verso il mostro di metallo appena arrivato alle mi...

Ghiiiiiigh

Il rumore dei freni del treno mi fa sobbalzare, mi alzo, prendo il mio zaino e mi dirigo verso il mostro di metallo appena arrivato alle mie spalle. Mi rallegro vedendo il treno semivuoto ma scopro presto che sono salito su un vagone di 1° classe. Passo in rassegna nella mia mente in tempo record tutte le bestemmie che conosco e mi dirigo di buona lena verso il vagone successivo dove la ressa di esseri umani appiccicosi e accalcati mi dà la certezza che quella è la 2° classe. Entro a fatica scavalcando i bagagli enormi dei soliti giapponesi e trovo un posto vicino a una vecchia.

"Posso?" le chiedo.

"Certo, certo, ci mancherebbe..."

Mi siedo e cerco di mettermi comodo nonostante la mole della signora che occupa totalmente il bracciolo che separa i sedili. Arriva una ragazza e si siede di fronte a me, di fianco a lei un'altra signora sui sessant'anni. Ben vestita la ragazza, è giovane, anche se agghindata come una classica quarantenne in carriera con la puzza sotto il naso. Beh, se una cosa non la sei dentro almeno fai di tutto per farla sembrare, penso nella testa, dopo tutto che colpa ne ha, è normale.

Il treno riparte silenzioso.

Arriva la solita zingara con un pancione palesemente finto e distribuisce i soliti tagliandini fotocopiati cento volte, con le solite scritte in cui invita i passeggeri a darle la solita offerta. Ormai non ci faccio più caso, sono diventato insensibile a questo genere di cose... A volte ne sono quasi indispettito; per il mio senso di passività e per il disprezzo che la routine dell'episodio mi crea.

Le due vecchie si guardano, non dicono niente. La zingara torna e mormora qualcosa di incomprensibile simile a una litania aprendo la mano. Tutti fanno finta di niente e lei se ne va lasciando dietro di sè quel silenzio sconquassante pieno di interrogativi tipici di chi non vede l'ora di aprire bocca e dire per forza qualche cosa. Serve solo una parola, una frase ad effetto carica di ovvietà e che tutti possano condividere; tutti la aspettano, tutti vorrebbero dire qualcosa ma nessuno sa come rompere l'incantesimo. Bisogna essere cauti quando si è in mezzo a totali sconosciuti, bisogna dire qualcosa che non urti la morale condivisa, che non rasenti riferimenti politici o di genere, bisogna evitare a tutti i costi di fare figuracce. Oggi si dice essere politically correct. Io lo chiamo luogo comune marchiato dal più bieco qualunquismo.

Ed ecco che mentre questi pensieri si affacciano alla mia mente, la vecchia di fianco a me che non riesce più a trattenersi sbotta con una frase decisamente intelligente e frutto della più alta elucubrazione che nemmeno il più grande luminare avrebbe mai potuto maturare in quei pochi istanti:

"Ma questi qui lo pagheranno il biglietto?!" sbotta.

È fatta, finalmente il calcio di inizio che tutti aspettavano con ansia.

La ragazza di fronte a me fa un sorrisetto ironico scuotendo il capo e la vecchia di fianco a lei finalmente si sente legittimata anche lei a dire la sua:

"Figurarsi..Uff..Che se volessero il lavoro c'è, ce n'è ovunque! Basta andare a Milano, pulisci scale, tutto. Cercano d'appertutto!" Sentenzia.

"E' vero! Se vuoi andare a far pulizie lo trovi il lavoro, basta volerlo" dice la ragazza di fronte a me, che sicuramente dall'alto del suo abbigliamento firmato sa qualunque cosa del settore imprese di pulizia, zona Milano e dintorni.

"Io arrivata in Italia 20 anni fa ormai. Mai chiesto un centesimo. Ma dov'è la dignità!" spara la vecchia di fianco alla ragazza guardando fuori dal finestrino "io a Piacenza andavo a lavorare, neanche i soldi per il biglietto del treno avevo, dovevo andare a Voghera la sera, abitavo lì, mai un euro mi hanno dovuto dare".

"Di dov'è lei signora?" chiede la ragazza.

"Di Sao Paolo in Brasile" risponde la vecchia "sono arrivata qua che dovevo pagare la villa, 2 figli e appena divorziata, era il 1995"

La ragazza annuisce col capo compiaciuta e sembra interessata al racconto della sua vicina di posto.

Driiiiiiiinn driiiiiiiiiin..

Suona il telefono della signora brasiliana:

"Ma chi casso sarà che mi vuole?!"

Risponde, urla una serie di parole incomprensibili e attacca, sbuffa e guardando l'aggeggio che ha in mano esclama:

"Non sarà l'ultimo modello ma ce l'ho da 10 anni sto telefono, è resistente, io quei cosi nuovi non li riesco a utilisare, tropo casino, io sono vecchia" e ride cercando la complicità della ragazza che ricambia compiaciuta.

"Ma guardi, le dirò che paradossalmente sono più facili da usare questi qua nuovi, sono più immediati e poi tutti colorati" dice la ragazza mostrandole il suo smart-phone.

In effetti penso che la giovane non abbia tutti i torti, del resto se li hanno chiamati "telefoni intelligenti" un motivo ci sarà.

"No, no, io non capisco un bel niente" dice la vecchia "mio nipote sempre impara a me a usarlo ma io ci metto un'ora con quelli così a fare una telefonata" e ride, sempre con la complicità, forse un po' troppo polite ai miei occhi, della ragazza.

La vecchia di fianco a me, che fino a quel momento aveva partecipato passivamente alla conversazione limitandosi a qualche movimento del capo, a questo punto dice la sua:

"Ce l'ho anch'io come lei signora!"

"E te pareva, quanta complicità da situazionismo" penso.

Poi guarda me e mi fa:

"Mi scusi mi fa passare, scendo a Rogoredo, mi alzo presto che ci metto un attimo"

In effetti guardando la stazza della vecchia non escludo il fatto che ci possa impiegare 10 minuti a fare quei 3 metri che ci separano dal corridoio del treno. Si alza, saluta l'altra vecchia, saluta la ragazza e se ne va.

Rimango in balia delle due femmine di fronte a me che cominciano a scambiarsi concetti eruditi sul senso della vita e su quanto fosse bello quando non c'erano i telefonini.

"Una volta troppo bello senza telefono" dice la vecchia.

"Eh ma come si faceva a darsi appuntamento e incontrarsi?" chiede la ragazza, come se questo fosse stato uno dei più grandi problemi che hanno afflitto la storia dell'umanità antecedente al 1990.

"Eh, una volta era tutto naturale, più romantico!" dice la vecchia.

Certo, penso io, meno rotture di coglioni sicuramente, forse le parole avevano più senso, ma mi chiedo cosa ci fosse di romantico nell'aspettare una persona a un appuntamento per 2 ore perchè magari quella ha beccato traffico e non ti può avvisare. Non lo so.

Ma poi mi rendo conto che infondo il discorso della signora non può che essere comprensibile.

Ad essere romantica è la gioventù, al di là dei telefoni o meno; il senso del tempo che passa e del passato sereno che non tornerà più vengono sapientemente mascherati dalla vecchia e la colpa ricade, in questo caso, sui cellulari.

"Ma poi qua tutti freddi, è freddo il clima, non come in Brasile" dice.

La ragazza sorride:

"Ma com'è il brasile?"

"Ehehe, Brasile bello! Poi non c'è povertà che c'è qua! Nelle grandi città c'è tanto lavoro!"

Oddio, penso, allora la storia delle favelas è tutta un'invenzione! Ma sto sognando?!

Non lo so, ora seguo con più distacco i discorsi deliranti delle due e mi chiedo se il chiacchiericcio intriso di buonismo e finta complicità sia una buona scappatoia generale quando ci si trova vicini di treno e si vuole in qualche modo spezzare l'imbarazzo di essere seduti a 5 cm di distanza, sconosciuti.

Il treno arriva a Milano C.le, mi alzo e vado via, mentre le due, già ottime amiche si salutano cinguettando...



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