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lavoro pubblicato martedì 13 maggio 2014
ultima lettura sabato 18 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Cacciatrice

di Lilith9312. Letto 509 volte. Dallo scaffale Fantasia

"Marie lo sapeva, l'aveva sempre saputo. Quel mondo che non le apparteneva l'aveva già inglobata in sè. Ormai non poteva tornare indietro, perchè si sa: quando tutto cambia in fretta, devi stare al passo con te stesso e il tuo destino"

“Marie, hai preso su tutto vero?”

“Sì, mamma.”

Ecco, questo era il rituale di ogni domenica pomeriggio. E come ogni domenica pomeriggio Marie era sempre in preda al solito attacco di panico. Era passato più di un anno da quando, per motivi di studio, era andata a vivere a Foursbury. Di certo il paese non era così lontano, e tornava a casa almeno ogni due settimane per stare con i suoi. Però ogni volta che doveva lasciare casa e ripartire provava quel senso nostalgico che fa un po’ male al cuore.

Una domenica come tante in fondo. Così diversa all’apparenza.

“Dai allora, sali in auto, che va a finire che perdi ancora il treno.”

“Mamma, cazzo, è successa solo una volta, e poi mica mi devi aspettare in stazione, tu puoi anche tornare a casa.” Marie odiava quando la madre stessa le metteva ansia. Si era sempre detta che a volte era così nei suoi confronti perché sotto sotto non aveva proprio il piacere che la figlia fosse via di casa. Però mettere ansia se già sei in uno stato emotivo alterato non aiuta: è come urlare contro a qualcuno che sta risolvendo un problema.

“Carico io questo”. Stephanie, la sorella di Marie era comparsa sulla porta, prendendo una borsa. Aveva cinque anni in meno di Marie, ma non si vedevano, in quanto le due erano alte uguali. Era anche più magra e slanciata della sorella, aveva un fisico invidiabile, e lo sapeva. Si riconosceva a vista d’occhio in ogni caso che erano sorelle, come la gente aveva sempre fatto notare. Avevano gli stessi occhi, verde-nocciola cangiante, e il stesso colore di capelli cioccolato. Marie aveva però i capelli lunghi e mossi, e il volto in generale più ovale, con gli zigomi più evidenti. Stephanie portava un taglio corto, a caschetto, liscio, e un volto tondeggiante che stava da Dio con il resto del suo corpo.

“Stai attenta, c’è la mia vita dentro lì”

“Ma…è il pc!”

“Appunto” Marie studiava alla scuola d’arte, o all’Accademia come piaceva chiamarla lei, anche se l’indirizzo che aveva scelto di seguire trattava di tutto tranne l’arte. Ma in fondo si poteva definire anche un videogioco qualcosa di artistico. Eh sì, perché Marie questo faceva: modellava e creava videogiochi. Non c’era quindi da spiegare il perché tenesse così tanto al computer. Il semestre era quasi finito e gli esami si stavano avvicinando, metà delle cose che gli servivano per superarli erano dentro quella borsa.

“Dai Marie, muoviti, saluta tuo padre” Il padre di Marie era un uomo strano, che non centrava niente con la donna ordinaria che era la madre. Adorava l’esoterismo, e aveva letto un sacco di libri sulla magia, sull’occulto e sui fenomeni paranormali. Fin da quando era piccola lui le raccontava di queste storie, usando personaggi strani, e inserendoli in avventure del tutto pazzesche. Non c’era da stupirsi se Marie aveva sviluppato una grandissima immaginazione, cosa che sicuramente aveva fatto bene alla sua vena creativa.

“Ciao papà, ci vediamo tra due settimane”. Marie stringeva e baciava il padre che era rimasto sulla soglia ad osservare la scena. Lui non lo ammetteva, ma sentiva la mancanza della presenza della figlia in casa, e si commuoveva ogni volta che lei doveva ripartire.

“Mi raccomando, chiama appena arrivi, ok?” Anche quelle parole facevano parte del solito rituale.

“Certo papà”.

“Madonna Santa, Marie, muoviti a salire!” La madre ormai era già seduta in macchina e urlava dal finestrino aperto. Senza aggiungere altro Marie si voltò, e salì in auto.

Doveva ogni volta farsi accompagnare alla stazione per prendere il treno. Il problema era che abitavano abbastanza lontani dalla città, il che allo stesso tempo era sempre stato motivo di vanto e svantaggio. Sì, anche quel viaggio, seppur abbastanza breve, faceva parte del rituale: la madre che guidava urlando ogni tanto cose a caso, la sorella minore seduta nei sedili dietro con le cuffiette e la musica sempre troppo alta, e lei al posto del passeggero, che teneva la sua borsa tra le mani, guardando fuori dal finestrino il paesaggio correre.

Le dispiaceva sempre lasciare quel posto, perché era casa sua. Sì, a Foursbury aveva nuovi amici, aveva una nuova casa, aveva una nuova vita, una vita completamente sua. Ma niente era casa come la sua famiglia, e se ne era resa conto presto.

La madre aspettava sempre che Marie fosse partita in treno prima di tornare a casa dalla stazione, e la salutava dal binario, a volte rincorrendo il treno stesso con grande imbarazzo della figlia. Ma era un gesto di affetto e amore, e Marie lo sapeva e ne era grata.

“Marie mi raccomando stai attenta e chiama appena arrivi, ok?”

“Certo mamma!” Quella domenica pomeriggio era riuscita a trovare finalmente un posto a sedere nel vagone della seconda classe. Di norma non riusciva a prendere mai posto, ed era costretta a farsi tutto il viaggio in piedi o sedendosi in giro per il treno in modo un po’ barbonesco. Ma quel giorno le era andata veramente bene ed era riuscita a sedersi, anche accanto al finestrino. Così se ne stava lì, sorridendo alla madre e alla sorella da dietro quel finestrino rovinato e sporco.

“Oppure manda un messaggio a tua sorella!”

“Mamma, ha capito, tranquilla!” Stephanie cercava di tenere per il braccio la madre che si stava dimenando nel marciapiede.

E il treno partì, e Marie potè vedere la madre ancora inseguirla salutandola per un po’, e poi fermarsi. Erano scene che facevano ridere chiunque, ma non lei, perché le facevano fin da subito provare nostalgia di casa. E non era ancora arrivata a Foursbury.

Era sicuramente meglio se si fosse distratta ascoltando musica e leggendo qualche libro. Aveva l’abitudine di prendere in prestito un libro dalla libreria del padre ogni volta che tornava a casa. E così aveva fatto anche quel fine settimana.

Tirò fuori il libro: “Il piccolo popolo” di un autore che non aveva mai sentito. Solo nella libreria di suo padre potevi trovare certi romanzi. Solo in quella libreria trovavi i testi più strani da leggere. Marie guardò un attimo la copertina. C’erano disegnati vari folletti, alcuni gnomi, qualche fata, ma non erano disegni di bambini, bensì erano realistici, fatti proprio bene. “Libro tipico di papà” Iniziò a sfogliarlo.

Era interessante, parlava di come creature come quelle del bosco potevano essere veramente esistite e potevano esistere tutt’ora. E c’erano varie tesi esposte a convalidare la cosa. Era sicuramente un ottima distrazione, quel libro. Marie aveva preso dal padre la passione per l’occulto, per i misteri di tutti i giorni. A Marie piacevano le cose strane, e le sembrava impossibile che tutte quelle leggende, miti, storie fossero solo inchiostro su fogli bianchi. Doveva esserci un fondo di verità. Dovevano essere vere. Di certo no, non era leggendo quel libro che si sarebbe convinta dell’esistenza delle fate, ma era sempre alla ricerca di qualcosa di più di quello che tutti vedevano. Sì, Marie aveva preso dal padre l’essere strana.

“Scusi è libero?” Una voce profonda e maschile l’aveva interrotta nella lettura. Marie alzò lo sguardo, trovandosi di fronte un uomo sulla quarantina, che spingeva un trolley.

“Sì sì, è libero” disse Marie cominciando a spostare le sue cose che aveva messo temporaneamente sul sedile reclamato dal signore per comodità.

“Grazie” Marie stava già per rispondere un “ma si figuri”, quando spostando il libro fece cadere qualcosa, che fece un bel tonfo per terra. Guardò subito che era uscito dal libro del padre, prima non aveva di certo notato che c’era qualcosa tra le pagine, non ci aveva fatto caso, e adesso spostandolo era scivolato fuori. Un blocco di pagine, pinzate tra loro e ingiallite dal tempo giaceva sul pavimento.

Marie le guardò un attimo perplessa prima di prenderle in mano, ma notando che la faccia del signore era perplessa quanto la sua, rimediò subito alla cosa raccogliendole. Erano scritte a mano, in una scrittura quasi incomprensibile. Marie le teneva quasi nascoste mentre le sfogliava, come se ci fosse scritto sopra chissà quale segreto. Sembravano quasi un elenco di regole, per chissà cosa, con tanto di numerini e passaggi segnati. Più avanti alcuni fogli contenevano dei disegni strani, che sembravano usciti da qualche libro su rituali e magia. Rimase lì a guardare quelle pagine così strane, per poi infilarle di nuovo nel libro.

Un messaggio fece suonare il cellulare, che Marie prese subito in mano.

“Mia madre mi ha chiesto che voglio fare da grande”

Era Jade, la sua compagna di corso e pure amica. Entrambe venivano da posti diversi, ma erano giunte alla stessa città per studiare. E avevano anche la casa vicina, così spesso si trovavano anche fuori da scuola, e si erano legate fin da subito.

“Rispondile come faccio sempre io”

“E cioè?”

“Voglio…cacciare demoni”

Marie ridacchiava spedendo quel messaggio, mentre la sua città era ormai un punto lontano fuori dal finestrino.



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