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lavoro pubblicato domenica 13 aprile 2014
ultima lettura martedì 12 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alla ricerca dell'amore perduto,Capitolo 1

di jeka86. Letto 644 volte. Dallo scaffale Fantasia

            CAPITOLO I Irlanda,I secolo a.C. Ceili versò nella brodaglia ribollente i peli che aveva appena strappato dalla barba di Ruadh,poi guardò con un misto di odio e ribrezzo le ciocche.....

CAPITOLO I

Irlanda,I secolo a.C.

Ceili versò nella brodaglia ribollente i peli che aveva appena strappato dalla barba di Ruadh,poi guardò con un misto di odio e ribrezzo le ciocche di capelli dorati che aveva taglaito a Ygerna e versò anche quelle.Che stupida era stata a sfidarla:lei otteneva sempre ciò che voleva.Pensava di aver vinto ,ma si sbagliava. La grotta era umida e fredda ma Ceili non vi badava perchè urgente,troppo urgente, era il bisogno di vendicarsi.Aveva deciso che si sarebbe presa Ruadh da sempre.Si ricordava ancora di lei,bambina, che giocava con un ragazzino biondo e dagli occhi azzurri di appena tre anni più grande.Già allora lo trattava come se fosse suo.Una sua proprietà:nè più,nè meno.Dopotutto Ceili non era abituata ai rifiuti. Ruadh era il nipote del re e lei una dei druidi della tribù,ma questo per la sacerdotessa non era proprio un problema.Sua madre era stata una strega,sua nonna era stata una strega, e la madre di sua nonna era stata una strega;lei era una strega.E quella sciocca di Ygerna aveva creduto di poterle togliere quello che era suo!Diceva di essere innamorata-la scocca- e che il fatto di venire da due mondi diversi,lei figlia di un pastore violento ed ubriacone,lui invece della famiglia regnante della comunità,,non sarebbe importato.Ceili invece sapeva che non era vero,sapeva che Ruadh,secondo la tradizione,avrebbe dovuto sposare la figlia del re degli Attacotti,probabilmente Hughina. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stata lei a sostituirsi ad Hughina durante le nozze e nessuno l'avrebbe scoperto.Adesso doveva solo finire il sortilegio e poi Ruadh sarebbe stato suo.Non era innamorata di lui,sia chiaro!Lei non si sarebbe mai innamorata perchè mai qualcuno sarebbe stato alla sua altezza.Gli uomini poi si sentono minacciati dalla magia,specialmente se è una donna a praticarla.In realtà a lei e agli altri druidi erano attribuite doti magiche,ma queste non erano altro che un misto di credenze religiose,superstizione e uso di erbe curative.Però la vera magia,quella che lei possedeva,non c'entrava niente con tutto questo. L'incantesimo iniziava a prendere forma e gli ingredienti stavano reagendo tra di loro,creando un rumore tale da non riuscire a distinguerlo da quello del vento gelido che ululava alla bocca della grotta.Si trattava solo di aspettare.Nell'attesa ripensò a come tutto era iniziato.

Parigi,Francia dicembre 1788

Jeanette prese posto accanto ad Andrè e si mise ad ascoltare i suoi compagni.Al Cafè Procope l'aria era irrespirabile a causa delle sigarette e dell'odore di sudore.Subito le venne mal di testa.I discorsi erano sempre gli stessi:la monarchia andava abolita e il potere spettava al popolo,il clero doveva essere addirittura abolito insieme con l'aristocrazia.Era Robespierre che stava parlando,uno dei capi principali del movimento.Al Cafè Procope non si parlava solo di rivoluzione, anche di letteratura e filosofia.Stasera l'attenzione era tutta per Robespierre.Tranne per Jeanette,che continuava a guardare Renè e Claudette scambiarsi effusioni e tenerezze,come se i pericoli di una società malata e corrotta,cosi Robespierre chiamava la Francia,non li riguardassero. -<<Dobbiamo uccidere il re e la sua puttana austriaca viziata e spendacciona- stava dicendo Danton- e dobbiamo convincere di questo tutto il popolo francese>>. A Jeanette iniziava a prudere la voglia a forma di cuore che aveva sulla mano sinistra.Non sapeva perché ma ogni volta che vedeva Renè gli faceva questo effetto.Adesso aveva preso la parola Marat ma lei già non ascoltava più.Non capiva come tutto ciò era potuto accadere e perchè la relazione tra lei e Renè era finita in quel modo.Soprattutto non poteva togliersi dalla mente l'idea che la responsabile di tutto ciò fosse stata proprio Claudette.Lei era felice se Renè era felice,anche se con un'altra donna,ma nei suoi occhi qualcosa si era spento da quando aveva conosciuto Claudette.Forse perché non era il genere di donna che a Renè era sempre piaciuta.Non era impegnata politicamente né colta e raffinata.Non era come lei,insomma.Per la verità Jeanette,drammaturga e scrittrice,era una dilettante se confrontata con la sua cara amica Marie Gouze,meglio nota come Olympe de Gouges.Quest’ultima,femminista convinta,glielo diceva sempre che gli uomini sono utili solo per passare la notte. Ma cosa ne sapeva lei dell’amore?Del vero amore? Intanto Claudette stava civettando ,scrollando qua e là i suoi lunghi capelli ramati.La sua risata era disarmante,accattivante ma anche…inquietante.Non le piaceva quella donna e non era solo una questione di rivalità.Nel suo sguardo c’era qualcosa di spaventoso,malvagio,un ricordo da cui tenersi alla larga.Una rimembranza lontana,sbiadita che non riusciva a cogliere appieno. <<Dobbiamo attaccare la Bastiglia -stava dicendo qualcuno-prendere il re ed ucciderlo>>. <<No ucciderlo no>> -le scappò prima che se ne rendesse conto- << insomma avrebbe diritto ad un processo equo e giusto! Poi la pena di morte MAI!>> Si guaròi intorno e vide solo sguardi di scherno e di rimprovero. Renè invece la stava fissando come faceva un tempo,sorridendo a mezza bocca per lasciar parlare come sempre i suoi occhi luminosi ed espressivi,seppur impenetrabili. <<Sono perdutamente innamorata di quest uomo.Non posso perderlo così!Capirà che stà facendo un errore.DEVE FARLO>>. La sua accompagnatrice era bellissima.Impossibile che ad un uomo restasse indifferente. <<Niente a che vedere con me>> -sospirò Jeanette- e poi si mise ad osservarla meglio:il viso regolare e a forma di cuore,il naso piccolo e all’insù,dei grandi occhi verdi.La bocca era piccola.quasi una linea sottile,ma incorniciata e impreziosita da un neo che,seguendo la moda,era stato definito ed ingrandito.Jeanette si sentì insicura.Non c’era paragone.Non c’era neanche la possibilità di provare a riconquistarlo.Eppure lei non era brutta,anche se non possedeva quella bellezza che gli uomini si voltavano a guardare.Si ammirò allo specchio del Cafè e non si piacque:i suoi occhi un po’ piccoli e leggermente attaccati al naso che era a sua volta un po’ storto, a causa di una botta ricevuta durante una rissa per accaparrarsi le ultime pagnotte di pane.L’intelligenza e la passione politica stavolta non sarebbero bastate.L’aveva perso per sempre,lo sapeva.E si sentì morire dentro.

Roma,Italia,1946

<<Esther per carità sbrigati e non fare rumore,nasconditi sotto il letto.Non pensare a noi,nasconditi.Vedrai che non ci troveranno neanche questa volta!>>. Esther fece come le era stato detto ma tremava così forte che aveva paura potessero sentire il letto muoversi.Al di là della porta rumori ed urla incomprensibili,di una lingua che ormai temeva con tutta sé stessa.Era ebrea e questo adesso in Italia,ma non solo,era diventata una condanna a morte.Improvvisamente la porta si spalancò e apparvero due lucidi scarponi da militare.Ecco,l’avevano trovata,sarebbe morta.Oppure sarebbe semplicemente sparita su uno di quei camion che ogni giorno fagocitavano migliaia di ebrei e non li risputavano più.Molti erano suoi amici.Si sentì afferrare alla caviglie e tirare.Tentò di divancolarsi ma la presa del militare era ferrea.Cercò di urlare ma era così paralizzata dalla paura che non riuscì nemmeno ad aprire bocca.Non potè fare altro che guardarlo con uno sguardo spiritato e pregare in cuor suo affinchè la risparmiasse.Il soldato la fissò diritto negli occhi e sembrò esitare,quasi non sapesse cosa fare.La strinse più forte come se volesse abbracciarla ed inspirò a fondo il suo profumo. In un italiano perfetto ma dal forte accento tedesco le chiese il suo nome ed Esther glielo disse.Aveva una voce decisa e rassicurante. Le comandò di non urlare e di nascondersi di nuovo sotto il letto fino a che non sarebbe tornato per portala in un posto più sicuro.Esther acconsentì col capo ma non capiva cosa stesse succedendo.Forse era una presa in giro,un gioco che facevano per divertirsi con i prigionieri. Qualcosa però nello sguardo del militare le disse che poteva fidarsi.Così si nascose di nuovo ed attese il suo ritorno.

Colonnella,un piccolo paesino al confine tra Marche e Abruzzo,1998

Era il primo giorno di scuola e avrebbe iniziato a frequentare le medie,ma Jasmine non era per niente emozionata.Per lei era solo un altro giorno di una vita ancora agli inizi ma già troppo dura. Era sempre la solita merda.A luglio avrebbe compiuto undici anni e già si era rassegnata a vivere alla meno peggio.Era stata privata di moltissime cose ed era maturata più velocemente dei suoi coetanei ,sentendosi da loro terribilmente diversa.La malattia si era presa suo padre che lei aveva solo tre anni e suo fratello uno.Quando ci pensava o vedeva i padri degli altri provava ancora un dolore vivo,acuto,bruciante,profondo,come se non avesse mai elaborato il lutto.Le sembrava che la perdita fosse solo del giorno prima.Tutti le dicevano che il tempo avrebbe guarito ogni cosa ma per lei non era così.Forse perché la consapevolezza e l’accettazione della perdita non c’era stata ai tempi della tragedia, essendo allora troppo piccola per capire.La possibilità di dare a suo padre l’addio definitivo e di guardarlo per l’ultima volta non c’era mai stata.Nessuna fredda carezza.Pochissimi ricordi.Sapeva da sempre di essere cresciuta senza un padre ma sul quando e sul chi le avesse detto che era morto e perché,non ricordava niente.Forse era stata sua madre o forse l’aveva capito da sola e nessuno le aveva mai detto niente.E allora primo giorno di scuola o no,che cosa sarebbe cambiato per lei?Sarebbe stata sempre in bilico tra le Top della classe e gli ultimi,cavandosela comunque grazie al suo rendimento scolastico.Non era sempre stato così.Ricordava che fino alla quarta elementare andava male a scuola,non studiava,guardava Mila e Shiro e sognava di giocare a pallavolo.Ripensò ad un’episodio che più di altri le era rimasto impresso: tutto iniziò perché una “Vip” voleva essere la sua migliore amica. Jasmine non aveva mai capito il perché di questa scelta ma non era d’accordo. Nonostante l’età aveva già una personalità talmente strutturata da poter godere perlomeno del lusso di non dover seguire per forza la massa :vip o no Jasmine si faceva un’amica solo se ci si trovava bene e si fidava ,non perché era conveniente. Così la sua maestra d’italiano,che non si sa bene come era venuta a sapere di questi sofferti rapporti amicali, le disse:

<<Lei ha tutti ottimo e distinto e tu a malapena hai qualche sufficienza! Hai anche l’arroganza di rifiutare qualcuno che è comunque meglio di te?!>>

Questa frase ,detta da una persona di cui ci fidiamo ma verso la quale allo stesso tempo proviamo un senso di timore reverenziale,avrebbe probabilmente distrutto l’autostima di molte bambine e reso la loro infanzia ricca di insicurezze e seghe mentali.Ma non Jasmine che non cambiò mai idea.Sapeva di essere nel giusto,decise che la maestra era proprio una stronza e sperò di non ritrovarsela più in quinta.Fu accontentata. E forse per coincidenza o forse perché alla fine era proprio colpa della stronza maestra d’italiano,anche lei iniziò a prendere tutti ottimo e distinto.Fino a superare la stessa vip-aspirante migliore amica.

Insomma questo era il soggetto.Intelligente abbastanza da capire che quelle come lei erano destinate ad accontentarsi e che le cose belle capitano solo ai più fortunati.Quelli ai quali và tutto bene,tra i quali certamente lei non figurava. Era pessimista. E lo era un po’ per gli accadimenti della sua pur breve vita,un po’ perché era del cancro.

Si sbagliava.Quello che stava per iniziare sarebbe stato uno degli anni in assoluto più belli ed emozionanti della sua vita.Quel periodo l’avrebbe cambiata per sempre e sarebbe stato così importante e determinante da diventare per molto tempo lo spartiacque della sua vita .Da quel momento ci fu solo un prima e un dopo.



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