ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 29 marzo 2014
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Di uomini e cani

di jannakis. Letto 603 volte. Dallo scaffale Pulp

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 Normal 0 14 false..

Il treno si mosse dolcemente, tanto che nessuno se ne accorse, nemmeno Seat che chiuso nel bagno contava e ricontava le monete senza riuscire a mettere insieme il totale di due euro, cioè l’esatto corrispettivo di due bustine Panini. A metà conteggio doveva fermarsi e cominciare da capo. Succedeva spesso che si incantasse, con gli occhioni neri e i dentoni sporgenti, a fissare il biancore lattiginoso dei suoi bramosi pensieri, che da un po’ di tempo, c’è da dire, erano sempre gli stessi: egli immaginava, ecco, di veder spuntare, in mezzo ai tanti doppioni e riserve, un angolino d’oro, lo scintillante profilo della mitica Gold. Oh, invidia e rispetto! quella rettangolare visione salvifica in vendita in edicola ad un prezzo così irrisorio. Un fischio spettrale lo scaraventò sulla dura e deludente superficie terrestre.

Ficcandosi precipitosamente gli spiccioli in tasca spalancò la porta del cesso e si precipitò in direzione della porta: al di là del cristallo temperato velocemente scorrevano fronde selvagge e facciate di edifici ignoti.

Il cuore prese a battergli in gola. E come ci tornava al campo adesso? I controllori! Se lo beccavano lo consegnavano spediti alla polizia, l’avrebbero messo su un altro treno, un treno speciale per il trasporto del bestiame e ammanettato in un vagone al buio, in mezzo alle pecore e alle vacche, dritto in Romania, per essere poi gettato in una fogna senza che la sua famiglia ne avrebbe saputo più nulla. Appiccicò il naso moccioloso al finestrino maculato di pioggia oltre il quale si susseguivano campi, cisterne, piloni e masserie che lentamente sfocarono, fino a dissolversi con tutto il resto in lacrime grosse come ampolle.

Doveva piangere proprio a singhiozzi e la sua mente soffocata da tanta angoscia, se è vero che non si accorse di quella mano adulta avviluppata sulla sua piccola spalla.

- Piccolo! Mi senti?

Un tanfo di anice lo fece voltare di scatto, pronto a cavare occhi, tirare il freno d’emergenza, fuggire, sfondare la porta o buttarsi giù dal finestrino se necessario.

- Non ti spaventare, sono un tuo amico, non ti faccio niente. Colui che gli stava offrendo un sorriso giallognolo portava una giacca a quadri cachi e un papillon verde, molto buffo.

- Perché piangi? Dov’è la tua mamma?

Seat non rispose; avvedendosi con terrore dell’irraggiungibile collocazione del freno si guardava attorno singhiozzando come un gattino messo alle strette.

-Fammi indovinare…ti sei perso! La tua mamma è rimasta giù dal treno, è così?

Fece di si con la testa, verissimo, come faceva a saperlo? La sua famiglia già da un pezzo era alla fermata del pullman ad aspettarlo e papà Muto in quel momento stava molto probabilmente bestemmiando.

- Oh! Ma non è poi così grave. I genitori si ritrovano sempre. A che stazione li hai persi, ti ricordi?

- Caserta. Rispose Seat con un singulto.

- Oh!, allora è li che li ritroverai. Si, ora mi ricordo di te, ricordo anche i tuoi genitori. Tuo padre è quel signore magro coi baffoni e tua madre è quella bella signora con il neo sopra le labbra. Hai anche due fratelli più grandi…chiedete alla stazione, è vero?Tenete quella roulotte gialla e nera tutta scassata.

Seat sentì la sua anima resuscitare dagli immaginari sottosuoli di Bucarest. Strinse forte quel braccio proteso e disse prostrato in preghiera:

- fammi tornare signore, voglio tornare!

- Ti riaccompagnerò io, stai calmo. Adesso arriviamo a Napoli e da lì prendiamo il treno che torna a Caserta, va bene?

Stava per ringraziare quando una nuova ondata di panico lo assalì improvvisamente.

No, tu mi mandi in Romania!

In Romania? È lì che sei nato?

Il bambino scosse la testa

Mica sono un poliziotto io! Scommetto che è stato il tuo babbo a raccontarti questa storia, è vero?

Il bambino annuì tirando su col naso un lungo sospiro, rincuorato dalle parole dell’uomo e dal suo sorriso marcio.

Eh, io so tutto…io sono un mago!

Un mago? Non è vero! Ah si? E quanti anni ho? Squillò Seat strabuzzando gli occhi finalmente sorridenti. L’uomo tirò fuori dalle tasche la mano spalancata

L’intero corpicino venne scosso da un fremito di fascinazione, come accade ad ogni bambino quando si trova di fronte all’archetipo.

E come mi chiamo?

Bè, ecco…io vedo…vedo un nome strano…

Il treno effettuò la sua prima fermata e Seat a causa della brusca frenata perse l’equilibrio ma l’uomo fu lesto ad afferrarlo prima che carambolasse a terra.

Vieni, andiamo a sederci. Se passa il controllore gli dirò che sei mio figlio. Anzi, la vuoi una bella coca cola fresca?

Il mio nome non è strano. Mi chiamo Toni!

L’uomo si fece una risata e annui in un modo che Seat non riuscì a decifrare ma che di certo lo fece arrossire. Non c’era dubbio. Quel tipo non poteva che essere un mago.

Il mio nome invece è Virgilio, tanto piacere…Toni.

Seduto per la prima volta in vita sua in un vagone ristorante come un normale passeggero Seat si chiedeva se aveva fatto bene a mentire sul suo nome, così come sempre gli diceva di fare suo padre. Il mago non lo aveva smascherato per non metterlo a disagio ma sapeva, oramai ne era certo. Tuttavia non era propriamente una menzogna, da un po’ di tempo si era deciso a cambiarlo in onore a Tony Montana, l’essere più rispettato del pianeta. I ragazzini a scuola lo prendevano continuamente in giro per via del fatto di chiamarsi come un’automobile e un giorno tanto fece, ripetendosi in mente infinite volte il suo nome, fino a convincersi che Seat, in effetti, se non proprio esilarante suonava perlomeno buffo. Quel giorno mutò, per ogni evenienza, anche il nome di sua sorella, da Mercedes in Maria.

Tornati dal vagone ristorante il signor Virgilio gli propose di andarsi a sedere visto che mancava ancora mezz’ora abbondante e così fecero, sistemandosi in comodi sedili di prima classe. Il succedersi delle varie stazioni, tutte ugualmente scalcinate e incolore, rapirono l’attenzione del bambino che passò tutto il tempo a guardare fuori, sbrindellando coi denti l’estremità della cannuccia, mentre di tanto in tanto il signor Virgilio gli carezzava la testa rapata.

La stazione di Napoli l’aveva vista solo una volta ma non se la ricordava così grande. Mentre il signor Virgilio fingeva di chiedere informazioni alla biglietteria Seat rimase a giocare all’imbocco del binario 22, aggrappato ad un paletto di ferro e facendosi roteare. L’uomo era poi entrato in un bar a bersi un caffé e da lì tenne d’occhio il bambino che intanto si era fermato ad osservare stupito le sommità aguzze dei grattacieli del Centro Direzionale. Queste, simili a cristalli di quarzo, si ergevano prorompenti dalle diroccate palazzine popolari di Poggioreale conculcando una notevole fetta di cielo. Le vide perdere mano a mano lucore fino a che divennero fosche, dello stesso colore degli obesi nembi improvvisamente addensatisi tutt’attorno ad esse. Egli sollevò ancora di più lo sguardo reclinando completamente il capo e una goccia gli si andò a sfracellare su uno zigomo. Nello stesso istante in cui tirava fuori la lingua le mani del signor Virgilio gli si avventarono sulle labbra proibendoglielo.

- Cosa stai facendo? Bevi la pioggia? Non sai che è velenosa?

- Andiamo via! Andiamo via! Lo travolse Seat strattonandolo per la cintura.

- Ho chiesto, non ci sono più treni per Caserta, mi dispiace. Disse l’uomo – ma non disperare, ho un’idea migliore. Arriviamo a casa mia, ci diamo una bella rinfrescata e ti accompagno con la macchina, che ne dici? Guarda un po’ come sei zozzo, ti ci vuole proprio un bel bagno.

- No no no! ora, andiamo adesso! Mio padre mi picchia!

- Ma treni non ce ne sono, te l’ho detto. Vuoi andare a piedi? Bé, fa pure, sono trentacinque chilometri, da quella parte. Disse l’uomo puntando il dito verso le cisterne arruginite della Q8. Il bambino lo fissò col labbro inferiore aggrinzito dalla delusione, la pioggia si stava facendo fitta.

- Mia moglie oggi ha pure preparato la torta con la nutella. Sicuro che non vuoi assaggiarne neanche una fetta? Aggiunse poi con una maliziosa strizzatina d’occhio.

- No, non voglio. Prendiamo subito macchina, ti prego signore, ti prego.

- Ah, va bene, va bene, prendiamo subito la macchina. Spero che almeno tu abbia la pazienza di aspettare che l’autobus ci accompagni a casa.

- Andiamo, andiamo!

L’autobus ci impiegò tre quarti d’ora per arrivare a Secondigliano. Per fortuna aveva smesso di piovere perché dalla fermata dovettero proseguire a piedi per un buon chilometro dopodichè si ritrovarono all’imbocco di una strada sterrata, delimitata da lunghi pitoni di immondizia che menavano dritti ad un piccolo casolare, piantato all’estremità di un fazzoletto di terra incolto. Immediatamente a ridosso si srotolava in cubi e parallelepipedi, in mezzo ad una distesa di croci metalliche, un intero Golgota residenziale alle cui spalle, forse dal mare, svettava un imbarazzante arcobaleno.

Giunti che furono sulla soglia dell’abitazione il signor Virgilio lo agguantò per la collottola, pronto a stringere e immobilizzare all’occorrenza. Qualcuno doveva averli visti arrivare dalla finestra perché prima ancora che l’uomo potesse avvicinarsi al campanello la porta piglia e si spalanca. Doveva essere alta quasi due metri, il seno talmente spropositato da costringere Seat, che non era alto che un misero metro, a sollevarsi sulle punte per avvedersi del colore degli occhi e dei capelli, entrambi neri come la pece più nera tra le peci. Aveva uno sguardo placido ma inespressivo, né più né meno che due fori di proiettile; le labbra tinte di rosso scarlatto, un vestito blu a fiori fucsia di cotone sottile, lungo fino alle ginocchia mastodontiche, scolpite nel travertino.

- Donna Cettì! Guardate che bella sorpresa vi porto.

La donna squadrò dall’alto in basso il bambino e poi l’uomo che ammiccava tutto smanioso. Seat, come stregato dalle innumerevoli inflessioni e protuberanze di quelle ginocchia, non si avvide di quanto accadeva al volto di donna Cettina, lentamente travolto dall’emozione come la notte dalle prime effusioni dell’alba.

- Rudi!

- E’ proprio lui donna Cettì! Proprio lui!

- Rudi…

- Eh…

Seat non capì di chi stessero parlando, in un primo momento stava per protestare ma poi tirò dritto al sodo perché in quel preciso momento sua madre stava piangendo e suo padre smesso di imprecare per andarlo a cercare.

- Voglio andare a casa, voglio andare a casa. Sbraitò tirando calci alla terra.

- Rudi, piccolo mio! Quanto ti ho cercato…

- Non mi chiamo Rudi, mi chiamo Seat! Gridò finalmente.

Il signor Virgilio aveva cominciato a stringere le dita attorno al collo del bambino che cacciò un urlo piegandosi al suolo. L’uomo si chinò a terra con lui sussurrandogli in un orecchio.

- L’ultimo che ha provato a scappare è diventato della consistenza della sciorta. Ti dico solo questo zingaro di merda.

- E’solo impaurito donna Cettì, non immaginereste mai in che condizioni l’ho trovato.

- Ma chi è stato? Ditemi chi è stato e lo faccio spellare. Disse in lacrime la signora Cettina che non osava ancora sfiorare il corpicino rannicchiato a terra.

- Il responsabile ha già avuto quello che si meritava signora.

- Portatemi la testa! Oh povero Rudi..

- Eh, impossibile donna Cettì, essa è adesso, insieme al tronco, gli arti e tutto il resto, parte integrante del nuovo Residence Sole a Castelvolturno, precipuamente un pilastro portante nella sala Ricevimenti al primo piano settore sud.

- Amore..amore…Singhiozzava donna Cettina.

- Puttana, brutta puttana…Singhiozzava Seat. Ma senza che nessuno potesse sentirlo. E’ risaputo che i cani non parlano.

Ella infine si sciolse di compassione e si scaraventò sul bambino abbrancandolo col seno in una potente soffice morsa.

- Dovete stare più attenta donna Cettina, il mondo è pieno di malintenzionati che vorrebbero un cagnolino come il vostro, dovreste stare più attenta e tenerlo ben nascosto. Se adesso vogliamo parlare di quella ricompensa… Disse il signor Virgilio mentre mollava la sua presa.

A quel punto Seat ne approfittò per addentare la tetta destra e tirare un pugno nella trippa sottostante con tutta la forza che il suo esile corpo riusciva a mettere insieme. La donna emise un potente garrito, si sollevò di scatto, quasi cappottandosi all’indietro con una mano a stringere la ferita. Qualcosa di duro lo colpì alla nuca e tutto divenne buio. Vortice centripeto di minuscole scintille.

Si riebbe a notte fonda. Aprì gli occhi e vide ancora stelle, immobili e baluginanti nella solita volta di cielo notturno. C’era la luna sottile a testimoniarlo. Insieme al panico lo avvolse immediatamente un odore dolciastro, nauseabondo. La sua pappa, a bocconcini ormai cementificati, ridotta ad agorà di insetti, esplose dalla ciotola, calpestata dall’istinto di fuga del bambino, subito soffocato da una spessa catena attaccata al muro. Dio, per poco non s’impiccava. Tossì, anfanando nel suo stesso vomito di bile, si contorse, pianse, guaì. Guaì tutta la notte, circondato da un quadrato di alte mura sormontate da acuminate schegge di vetro.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: