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lavoro pubblicato martedì 25 marzo 2014
ultima lettura martedì 4 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

COME FOGLIE AL VENTO

di MicheleFiorenza. Letto 496 volte. Dallo scaffale Sogni

Un capriccio del vento aveva portato lei, tenera foglia verde, a cadere nel fiume... .....................................................................

COME FOGLIE AL VENTO

I principali avvenimenti di questo racconto sono realmente accaduti. Dove e quando non è dato di sapere con certezza, e non importa.

Ciò che importa è il cuore umano con il suo sentire, e la nostra penosa condizione di naufraghi in un mare agitato.

- - - - - - -

Mariella ed Ernesto erano giovani sposi con un bambino di sei anni, sereni e felici di vivere gli anni migliori, di veder crescere il loro Luigi, di arredare pian piano la loro nuova casa, di programmare il concepimento di un altro bimbo e soprattutto di chiacchierare, passeggiare, andare al mare, incontrarsi con gli amici, come quando erano fidanzati, ma adesso più maturi e indipendenti.

La malattia di Mariella fu improvvisa e micidiale: dopo meno di un mese se ne andò, tra le braccia di Ernesto, mentre i medici ancora studiavano il caso; soltanto dopo, fecero la diagnosi, e comunque non esisteva alcuna cura.

Davanti al marmo bianco seminascosto dai fiori, Ernesto ancora si chiedeva com’era stato possibile, come si può essere spazzati via così, come una foglia al vento d’autunno…

Non aveva accettato quella perdita: la casa sembrava ancora risuonare delle giovani risa, il suo profumo aleggiava nell’aria e quasi ogni oggetto parlava di lei, era un accorato ricordo, un’intensa emozione.

Ernesto tentava di apparire sereno di fronte al bambino, gli diceva che la mamma era in Paradiso e da lassù li guardava e proteggeva; ma quando era solo... brucianti lacrime gli appannavano gli occhi e sentiva, imperiosa e disperata, la volontà di ribellarsi a un destino assurdo.

Destino? Ernesto non credeva al destino. Era stato il semplice caso: il vento aveva portato una foglia un po’ più lontano e l’aveva lasciata cadere nel fiume...

Ogni mattina accompagnava Luigi a scuola; però all’uscita il bambino non trovava più la mamma ad attenderlo, ma la zia Clara, sorella maggiore di Ernesto, che lo portava a casa sua.

Soltanto nel pomeriggio padre e figlio si rivedevano, e ritornavano nel loro bell’appartamento, a vivere una vita senza senso.

Trascorsero così due anni. Durante i primi mesi parenti e amici furono più vicini al vedovo e all’orfano. Le due cugine adolescenti di Luigi lo portavano con loro a passeggio, al circo, al cinema, alle giostre, ma la differenza d’età era notevole ed Ernesto sapeva che presto anche quella compagnia si sarebbe rarefatta.

Dopo due anni da quel lontano giorno di Ottobre, Clara accennò al fratello la possibilità di risposarsi. Ernesto la escluse:

- Non voglio, non posso... non me la sento: eventualmente, per non fare torto a Mariella, dovrei trovare una donna migliore di lei, e so che non è possibile. E poi, come posso dare una matrigna a mio figlio?

- Dovrebbe essere una donna che ama i bambini, che gli possa fare da madre: Luigi ha soltanto otto anni, tra loro si potrebbe ancora creare un rapporto forte...

- E quando poi nascesse un altro bambino? Luigi sarebbe messo da parte. Non è possibile.

- Non è detto, ma capisco la tua preoccupazione... Però io penso che non dovresti farlo soltanto per te, ma soprattutto per lui, trovando la persona giusta. Per te ci sarebbe tempo. – insisté Clara.

- Come puoi aver dimenticato Mariella? Non ricordi quanto ti voleva bene? - ribatté il giovane.

- Non la dimenticheremo mai, Ernesto... ma non puoi morire con lei: non te lo puoi permettere.

Il giovane scosse la testa, meditabondo, e il discorso finì lì. Clara non tornò più sull’argomento.

* * *

Le giornate di Ernesto erano riempite dal suo lavoro e dai ricordi: rivedeva spesso le foto e le videocassette, evitando la presenza di Luigi, per non farlo soffrire.

Si accorgeva che l’assurdità di quella morte pian piano diventava un fatto, diventava storia: Mariella non apparteneva più al presente, ma a uno splendido passato. Alla nostalgia per quel passato si univa spesso il rimpianto per quel futuro che sarebbe potuto essere e invece non sarebbe stato più. Ed Ernesto era impotente di fronte a quella realtà.

Il giovane ancora notava nello specchio, a volte, i propri occhi rossi; ma soprattutto si sentiva stringere il cuore quando, troppo spesso, notava la mancanza di un sorriso sul volto del bambino.

Di notte sognava spesso la sua Mariella, viva, come se si fosse salvata dal suo male, e la gioia di Ernesto era immensa; ma inevitabilmente il risveglio lo riportava alla realtà, nella sua cameretta, poiché aveva preferito lasciare intatta la camera matrimoniale.

Una notte il sogno fu diverso: era molto giovane e si innamorava intensamente di una ragazza. Provava un’immensa felicità, ma poi si rendeva conto che non era Mariella... Questo ricordo lo portò a risvegliarsi, portandosi dietro quella splendida sensazione di felicità, turbata soltanto dal ricordo pressante della sua compagna di tanti anni felici.

Infatti nella sua mente spesso gli risuonava il verso dell’antico poeta Catullo: Fulsere quondam candidi tibi soles... Rifulsero un tempo giorni felici...

Non avendo più sonno, si alzò, mentre cominciava ad albeggiare; preparò il caffè e lo sorseggiò, guardando le nubi e i raggi del sole lottare in cielo all’orizzonte, sopra le colline lontane.

- Non si può vivere di ricordi, - mormorò tra sé - di ricordi si può soltanto morire...

Si chiese se avesse avuto qualche colpa, nei confronti di Mariella, se le avesse fatto mancare qualche cosa di materiale o di morale. In questo senso non aveva rimpianti: avevano volato in coppia, sospinti dal vento; un capriccio di quello stesso vento aveva portato lei, tenera foglia ancora verde, a cadere nel fiume.

Ernesto capì che doveva accettare l’inaccettabile.

“Il tempo è galantuomo,” gli aveva detto un amico due anni prima, “lenisce ogni dolore”.

Era domenica mattina, un bellissimo giorno di Novembre. Mentre attendeva il risveglio di Luigi, preparò un dolce, una torta che al bambino piaceva molto e che lui si era sforzato di preparare spesso, secondo la ricetta di Mariella, con crescente successo; quel giorno mise un’essenza in più. Dopo circa un’ora si spandeva per la casa un piacevole dolce profumo.

Più tardi, mentre aiutava Luigi a fare il bagno, gli disse:

- Ho l’impressione che siamo troppo soli, è vero?

- Un po’...

- Se tu vuoi, da oggi cominciamo a cercare una nuova mamma.

- Una matrigna?

- No, una nuova mamma che ti voglia bene come quella che non c’è più. La sceglieremo insieme.

- Davvero?

- Sì, ma dovrà essere d’accordo anche lei!

- E la prima mamma?

- Sarà contenta di sapere che c’è un’altra mamma che si occupa di noi. Sai, ci sono tante persone che hanno avuto due mamme. La mamma è la persona che ti fa crescere e diventare grande. Tu sei ancora piccolo.

- E’ vero, e tu sei troppo giovane per fare il vedovo senza moglie.

Un timido, tenero sorriso aleggiava sul viso di Luigi. Ernesto ne fu contento.

Quel giorno uscirono sia di mattina che nel pomeriggio, andando in chiesa, al parco, girando per la città, andando a trovare alcuni parenti.

Per le strade Luigi guardava tutte le giovani donne. Qualcuna gli sorrideva, e spesso il bambino rispondeva al sorriso.

* * *

In quei giorni di trepida ricerca Ernesto si sentiva quasi in colpa nei confronti di Mariella: il loro era stato un grande amore, e avrebbe dato volentieri dieci o quindici anni della sua vita per riavere con sé quella donna meravigliosa.

Ciò che egli adesso cercava era una compagna e una madre per suo figlio: non chiedeva altro.

Nella sua innocenza, Luigi interpretò quella ricerca quasi come un gioco, o almeno la rivestì delle caratteristiche di un gioco. Quando vedeva una giovane donna simpatica, faceva un cenno al padre, che spesso doveva rispondergli:

- E’ sposata, ha l’anello. – oppure:

- Troppo giovane. – oppure gli sussurrava:

- Troppo vecchia.

Luigi rideva, dopo tanto tempo... e continuava.

- Troppo grassa.

- Troppo alta.

- Troppo brutta!

Luigi rideva di cuore.

Al di là del gioco, Ernesto si rendeva conto che le donne giovani e belle erano tutte impegnate: lo notava dalla presenza del compagno, o di un anello al dito, o perché portavano con sé un bimbo, o dagli acquisti di articoli maschili.

Un giorno al supermercato notò Luigi farsi serio in viso guardando fisso di fronte a sé; prima che Ernesto si rendesse conto, il bambino corse in avanti, dicendo: - Mamma!

C’era in effetti una giovane donna che, vista di spalle, poteva ricordare Mariella. Luigi le prese il braccio e lei si voltò.

- Oh... scusa, ho sbagliato. – disse Luigi, deluso.

La donna si piegò sulle ginocchia, sorridendo e gli fece una carezza:

- La tua mamma sarà da un’altra parte...

Dopo un momento, il bambino disse:

- Non ho più la mamma... Non può tornare.

- Oh, caro! – disse la giovane, abbracciandolo.

Era una ragazza di ventotto o ventinove anni, con i capelli scuri, molto simili a quelli di Mariella, ma con gli occhi chiari e la carnagione pallida.

Ernesto si scusò per il bambino, ma lei con lo sguardo lo zittì; subito dopo, lui si presentò e la ragazza rispose: - Piacere, Francesca.

Diede un altro buffetto a Luigi, fece un sorriso a Ernesto e continuò la sua spesa.

La incontrarono di nuovo all’esterno; lei prese un pacchetto di cioccolatini e lo diede a Luigi. A Ernesto disse: - Mi piacciono tanto i bambini. Arrivederci a entrambi!

A casa Luigi girava e rigirava la busta con i cioccolatini multicolori.

- Non li assaggi? – chiese il padre.

- Ne mangerò uno quando finisco i compiti; e così ogni giorno. Quella signora sembrava proprio la mamma. Invece avrà dei bambini suoi. Portava l’anello?

- Non lo so, ero un po’ imbarazzato.

- Mi piacerebbe incontrarla di nuovo. – disse Luigi.

- Sì, anche a me. – confermò il padre.

* * *

Ogni giorno Luigi terminava in fretta i compiti, gustava un cioccolatino e chiedeva al padre di andare al supermercato. Lì si guardava intorno, evidentemente cercando Francesca.

Sabato mattina la incontrarono.

- Luigi! – chiamò lei.

Il bambino le corse incontro e lei lo baciò.

- Sei molto bella oggi.

- Grazie. – disse lei, poi strinse la mano che Ernesto le porgeva: - Credo che abitiamo nello stesso quartiere.

Ernesto le spiegò dove abitava.

- E’ una bella palazzina. – commentò Francesca – Io invece abito in via G.

Mentre proseguivano nelle spese, Ernesto notò che non portava anelli. Quando uscirono, la ragazza regalò un giocattolo a Luigi, che ringraziò, sorpreso ed entusiasta.

- Io non ho fatto colazione, – disse Ernesto – ci dà compagnia?

Francesca sorrise: - Accetterò un caffè, se ci diamo del tu.

- Certamente; allora andiamo laggiù: è un locale confortevole.

Si sedettero a un tavolino appartato ed Ernesto ordinò caffè, ciambelle e un paio di aranciate, con l’approvazione della ragazza.

Cominciarono a parlare del tempo, poi del lavoro di Ernesto, di quello di Francesca e degli studi di Luigi.

Il bambino mangiava con gusto e li guardava, felice. Poiché il programma era di lasciare Luigi dalla zia per un paio d’ore, Francesca si offrì di tenerlo con sé:

- Probabilmente abito più vicino. Mi fa piacere, se lui vuole.

Luigi rispose prontamente di sì. Ernesto ringraziò, li accompagnò all’auto di Francesca, poi andò via.

Purtroppo i suoi impegni lo trattennero più del solito e dopo incontrò molto traffico. Si presentò a casa di Francesca quasi all’inizio del pomeriggio, mortificato.

- Non importa, - disse Francesca – Luigi ha pranzato con me e adesso sta facendo un pisolino nella cameretta.

- Sai, non ho il tuo numero di telefono.

- Te lo darò. Intanto per te c’è bistecca e insalata.

- Oh, non dovevi...

Francesca gli poggiò una mano sulla spalla:

- Pensa a mangiare. Preferisci vino o birra?

Quando Ernesto terminò, Francesca gli mostrò il suo appartamentino, arredato in maniera sobria, ma con gusto. Luigi dormiva profondamente, sotto un plaid.

Si sedettero sul divano.

continua

Michele Fiorenza 2004



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