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lavoro pubblicato domenica 23 marzo 2014
ultima lettura lunedì 2 dicembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Ciccio, piantala di giocare al piccolo eroe

di jenagamuna. Letto 471 volte. Dallo scaffale Pulp

  Un ultimo tornante e sarebbe arrivato alla terra dello zio Pietro. Francesco ebbe l'impulso di chiedere a Luigino di girare la macchina e tornare in città. Come un presentimento, un gelido fantasma che gli sfiorava il cuore con le sue sot...

Un ultimo tornante e sarebbe arrivato alla terra dello zio Pietro. Francesco ebbe l'impulso di chiedere a Luigino di girare la macchina e tornare in città. Come un presentimento, un gelido fantasma che gli sfiorava il cuore con le sue sottane senza tempo. Troppo lavoro, forse. Deformazione professionale, anche, messa in allarme dalla vicinanza di Luigino Micciché, Barone figlio, nipote e pronipote di Baroni. L'antico compagno di giochi della sua infanzia, quando l'ingenuità, la natura aspra e la spossatezza indotta dai giochi maschi annullavano le differenze sociali.

Non era stato facile imparare e memorizzare quel nome: Crupazza, contrada Crupazza. Quando, reduce da quei tre mesi trascorsi lassù, ne raccontava ai compagni di scuola pareva tornasse da un viaggio a confini della terra. Loro vivevano a Reggio Calabria: non proprio in centro, sempre metropoli era. Crescendo, una volta alle Medie, si era reso conto che neppure gli adulti non è che ne sapessero di più... Per dire: quello che là era IL Barone Micciché, a Reggio era uno dei tanti ricconi nullafacenti.

La imponente Range Rover Sport 4.2 V8 dell'attuale incarnazione del Barone li scarrozzava senza troppa pena su per quella strada che un tempo si percorreva solo a dorso di asino o di cavallo di san Francesco. Ci capiva niente, lui, di macchine, non si era entusiasmato più di tanto quando il vecchio compagno di giochi gliel'aveva presentata, con quel nome così roboante. Però sapeva apprezzare la differenza con la sua Fiat Punto.

- E tu che combini ora? - gli aveva sparato lì Luigino appena partiti, dopo avergli magnificato la sua dura esistenza da vitellone in carriera.

Francesco non moriva dalla voglia di parlare con lui:non si frequentavano più dai tempi del Liceo... L'Università l'aveva portato a Roma, nonostante la morte del padre, perché là viveva una sorella sposata che l'aveva ospitato e aiutato. E là gli era esplosa la presa di coscienza, si erano disintegrate le pesanti fette di salame che fasciavano i suoi occhi imberbi. Le letture, le lunghe discussioni gli avevano rivelato la verità sulla sua terra, sue vicende, la sua realtà. Il feudo, lo sfruttamento di uomini e cose, la criminalità organizzata: pugni nello stomaco, docce gelate, mazzate in testa. Aveva preso a frequentare circoli politicizzati, si era letto tutto quello che poteva leggere su Falcone e Borsellino.

Era iscritto a Legge, e capì che non aveva scampo: il suo destino era in Magistratura. Liberare la Calabria dalla ‘ndrangheta! Che altro poteva fare? L'entusiasmo dei vent'anni davvero sposta le montagne. Almeno sulle carte geografiche.

Adesso però non se la sentiva proprio di parlare di questo con il suo autista: aveva saputo della sua famiglia, dei fitti intrecci storici con le ‘Ndrine. Dei sospetti, le denunce, i processi, regolarmente svaniti nel nulla, grazie ai fiumi di denaro finiti nelle tasche dei principali studi legali di Reggio. E fosse solo quello. Che poteva rispondere all'erede di quella stirpe di malavitosi trasparenti?

- Lavoro in magistratura.

- Fiiiuuu!, bella carriera, eh... i magistrati sono gente che conta, non come noialtri provinciali. E... di che ti occupi, dove stai?

- A Caltanissetta, lavoro nel pool che indaga sulla strage di Capaci... il procuratore Lari... non so se ne hai sentito parlare...

- Forse, forse... ma sai, son cose che noi... son cose troppo grosse, cose da politici, da avvocati. Io la laurea ce l'ho, in Giurisprudenza, ma il mio povero padre se l'è dovuta sudare parecchio!

Rise sguaiatamente, e non era più il riso del ragazzino di quei tempi là, pure già viziato e prepotente. Ma i ragazzi, si sa...

Francesco la laurea se l'era sudata davvero, e da solo. Poi gli anni duri del praticantato, sgobbare tirando avanti con pochi soldi. Infine il concorso pubblico da uditore giudiziario: l'aveva vinto ed era entrato in Magistratura. Quando gli avevano proposto Caltanissetta, il pool, non gli era parso vero: il primo passo verso il suo sogno. Aveva offerto una cena agli amici romani: mezzo ubriaco per la contentezza, aveva giurato che non sarebbe andato in pensione finché non avesse consegnato alla Giustizia i veri killer di Falcone e Borsellino. E i veri mandanti.

Adesso era un giovane procuratore di trentacinque anni, reso molto serio dalla vita e dal lavoro: di andare su giornali e TV non si occupava proprio.

Al presente, su quell'auto lussuosa, in quella compagnia, non aveva voglia né di ridere né di parlare: l'altro invece ne aveva, eccome.

- Magistrato... tu non lo sai, ma per contrada Crupazza io avevo... ho, certe ideuzze di rilancio... ho pensato a un progetto di sviluppo che porterà grandi benefici al territorio... e naturalmente anche a te, se vorrai...

- A me?!

- Già, a te, se... Queste terre non sono state valorizzate in passato, è vero. Ma, come sai anche tu non c'è molto da valorizzare: giusto il panorama, perché per il resto non c'è niente, sono terre povere, inospitali, piene di pietre e di spine, buone solo per le capre. Ecco, io le voglio rendere accoglienti e metterle a reddito. Ho pensato di impiantare a Crupazza un agriturismo di charme, un'oasi di pace sulle colline aspromontane, con una costruzione raffinata, piscina, sauna, zona relax, ristorante, centro benessere, vendita di prodotti tipici. Capisci? una struttura di lusso su un territorio antico dal fascino selvaggio e dal panorama mozzafiato. Ho già trovato un buon investitore. Così possiamo dire definitivamente addio alla stagione agricola che non ha mai prodotto nulla di buono. Il progetto c'è già, ho qualche problema con i permessi... sai, i soliti rompicoglioni di ambientalisti... il Parco... il rispetto dei vincoli ambientali... i soliti piagnistei... poi la burocrazia, tutte quelle scartoffie inutili... ma se tu magari ci dai una mano... che ne dici, Francesco?

Al Barone non lo sfiorava nemmeno l'idea del voltastomaco che gli era preso, a lui. E non erano certo le curve della strada. Si impose di non essere sgarbato: era pur sempre il proprietario di contrada Crupazza, e non voleva in nessun modo danneggiare zio Pietro. Già...

- E mio zio che dice di questi tuoi progetti faraonici?

- Eh, faraonici... Lui... lui, bè, quasi siamo arrivati, ancora poco e te lo fai dire direttamente.

Francesco si ricordò d'improvviso perché aveva intrapreso quel viaggio... Non era più salito alla contrada dal 1992, l'anno degli esami di terza media. Una volta al Liceo si era fatto gli amici e d'estate andava al mare con loro, c'erano anche le ragazzine. Poi era morto il padre e d'estate gli era toccato andare a lavorare un po', per pagarsi almeno i testi scolastici. Poi l'università a Roma... poi era morta anche la mamma, e di Crupazza e zio Pietro non se ne era nemmeno più parlato. Però si ricordava che proprio in quell'anno, il '92, lo zio si era ritirato definitivamente lassù a lavorare la terra dei suoi avi. I genitori erano molto anziani e poi il medico gli aveva caldamente consigliato aria di montagna per certi suoi problemi di respirazione e lui ne aveva approfittato per lasciare anzitempo il Liceo dove aveva svolto per anni lavoro di segreteria. Per questo non si erano mai incrociati. Tutte cose che il ‘cittadino romano' aveva via via appreso dalla madre.

Si guardava intorno quasi affascinato, mentre i ricordi ringalluzzivano via via e si facevano largo di tra i fascicoli polverosi della Procura. il sole splendeva alto nel cielo, traendo iridescenze mutevoli dalle rocce, facendo ardere il verde dei cespugli, disegnando arabeschi fra i rami contorti degli ulivi. Perché aveva abbandonato tutto questo?... e la vigna... e le capre... e il profilo massiccio dell'Etna con il suo pennacchio di fumo che si arricciava nel cielo...

La vita, nient'altro che la vita: sei al volante di un'auto, la tua auto, e vai dove vuoi tu. Pensi. E nemmeno ti accorgi che corri su un binario ferroviario.

Quando la settimana prima era tornato a Reggio Calabria per alcuni giorni di riposo e per sistemare pratiche in sospeso, a tutto pensava tranne a zio Pietro. E invece...

- Pronto? Francesco Spatafora?

- Sì, chi è?

- Sono Luigi Micciché... Luigino... il figlio del Barone, per intenderci...

Nemmeno di lui si ricordava più: chissà che faccia aveva adesso, che pancia... Il vecchio compagno di gioch gli aveva annunciato che suo zio, incallito occupante di Crupazza, lo voleva vedere lassù, per una questione urgente. Molto urgente. Mandava lui, Luigino, come messaggero perché in casa non aveva il telefono. Il Barone (adesso era lui, sì, il padre era morto da alcuni anni) si offrì di accompagnarlo: conosceva bene la strada e poi serviva un bel fuoristrada per non fracassarsi le ossa.

Non ne aveva molta voglia, all'inizio, ma in fondo era l'unico fratello della mamma e, a modo suo, una piccola leggenda.

La stradella che saliva verso i brulli contrafforti ionici dell'Aspromonte sembrò meno dissestata del solito - di come se la ricordava lui ai tempi. O forse era solo la magia tecnologica di quel mostro a quattro ruote, o forse sedici.

Il Barone, fattosi di colpo silenzioso, accelerò sull'ultima salitella e fermò la macchina al limite dello spiazzo davanti alla austera cascina.

Gennaio, faceva freddo, le giornate molto corte. Lo zio stava spaccando legna nello spiazzo davanti la casa: vide arrivare il dinosauro meccanico, sospese il lavoro, strizzò un poco gli occhi e poi andò incontro al nipote con un sorriso compiaciuto, mezzo nascosto dai baffi. Una pacca sulla spalla, come quand'era un marmocchio. Sui sessantacinque, piccolo, magro, il naso aquilino e le mani callose: secondo quello che gli aveva raccontato anni addietro la madre Pietro si occupava da solo della casa e del fondo agricolo: per vocazione, per eredità familiare, e ‘per devozione', come pareva dicesse lui.

- Buonasera zio, come te la passi quassù? - anche da giovane magistrato non scordava il rispetto che si deve agli anziani: toccava a lui chiedere per primo.

- Bene, per quanto è possibile alla mia età... Ma vieni dentro, a bere un bicchiere di vino e a mangiare quattro castagne, le tengo sempre in caldo sotto la cenere. Sarai stanco per il viaggio. Ci sediamo un momento e ci facciamo quattro chiacchiere, ti dirò perché ti ho fatto venire. Barone..."

Il calore del camino, il ‘buon vino di una volta', le caldarroste che deliziano già dal profumo, la penombra... Un quadro di felicità famigliare quasi perfetto, al limite del bucolico. Eppure... Entrando ha scorto, seminascosto su una credenza, un cellulare di ultima generazione. Lo zio è invecchiato, ovviamente, ma si mantiene bene per la sua età; fin troppo bene per la dura vita che avrebbe dovuto condurre negli ultimi venti anni. Si lascia andare a convenevoli, a domande sulla vita che fa a Caltanissetta, sul suo lavoro... insiste molto su questo. Francesco è giovane, ma ha già l'istinto del segugio e la diffidenza di chi sa capire al di là delle parole, dei gesti, perché ha mangiato dallo stesso piatto. Percepisce quasi come un'intesa fra lo zio e il Barone; sarà che si aspettava di trovare Pietro combattivo per via del progetto che avrebbe sconvolto il suo microcosmo. Invece, nemmeno un accenno. Allora

- Zio, non mi dici niente che il Barone qui presente vuole cancellare la tua vita?

Un gesto della mano, secco, a scacciare uno sbuffo di fumo fastidioso.

- Tua madre ti ha mai detto niente di me?... di quello che faccio, di chi sono?

Deglutisce, Francesco, sempre più a disagio.

- Sì... certo... il Liceo... Crupazza... la terra... la tua fierezza di continuatore dell'attività dei tuoi vecchi... che altro c'è... zio?

Una smorfia tra soddisfazione e fierezza:

- Ah, le donne di una volta, lo vedi, Barone?

Lo vedi...?

- ... non come certe Lea Garofalo che so io...

- Ma che dici? Quella è un'eroina!

Pietro Tripodi cambia faccia e atteggiamento come dal giorno alla notte: sparito il fiero ma mite contadino che popolava i ricordi del nipote. Mister Hyde chiama a sé gli occhi del giovane magistrato, lo mesmerizza, gli cola nelle orecchie un racconto che lo precipita in un incubo dal quale smania di svegliarsi presto.

- Nipote, davvero ti sei creduto che prima mi sono sorbito vent'anni di agonia quotidiana nella segreteria di un Liceo e poi mi sono sepolto vivo quassù a portare a spasso caprette e zappare sassi e schiantarmi la schiena e mangiare freddo mescolato alla zuppa, solo come un cane, e tutto questo per trecentosessantacinque giorni l'anno? Bell'affare ho fatto a farti studiare!

- Tu... farmi studiare?!

- E chi, se no? chi ti pagava il Liceo e l'università: i quattro soldi che ti guadagnavi tu d'estate? O lo stipendiuccio di quella nullità di tuo padre?

Scatta in piedi, il pugno proteso, la faccia che brucia:

- Come ti permetti?! Ancora una parola così e io ti...

Luigino Micciché fino a quel momento è stato una presenza al limite dell'assenza: Francesco se n'era scordato. Ora però gli ha artigliato il braccio levato e lo trascina a sedere. Senza una parola.

- Calma, picciotto, non scaldarti: sei qui per ascoltare, e per il momento sei ancora tra amici. Apri le orecchie: io, come dite voialtri magistrati - disprezzo e odio in pari misura - sono un affiliato alla ‘Ndrangheta...

- Tu?! - un urlo strozzato

Inchino beffardo:

- Per servirti, caro nipote. Dall'età di diciotto anni: - la voce si fa dura, eppure c'è dolore nel tono - per non mangiare pane e miseria come mio padre e i miei avi. Per riscattarmi dalla schiavitù della terra, questo negriero implacabile che ti succhia il sangue e la vita in cambio di un po' di cibo e che...

- Ma è lui - grido e braccio tesi verso il Barone - il padrone al quale ti devi ribellare, non la terra! Sono quelli come lui che hanno sfruttato per secoli quelli come te! E tu... e tu... non posso crederci... - rabbia che si fa rantolo.

- Bravo! E io faccio alleanza proprio con lui, che non è suo padre, buonanima, per carità, ma ottuso e conservatore come tutti i nobili di un tempo. Noi invece ci siamo alleati, perché abbiamo interessi in comune, non avrebbe senso combatterci. Non è che siamo amici: a ognuno il suo, ma siamo soci in affari. E i coglioni che non vogliono capire o che hanno il cervello piccolo piccolo... lavorano la terra per noi. Io invece qui ho fatto il signore, gestito gli affari del mio giro e goduto la tranquillità di questo posto... dove nemmeno ai carabinieri piace tanto venire a ficcare il naso.

_ E... - ha paura a chiederlo - mia madre...?

- Sapeva tutto, TUTTO! Meno le cose un po' più delicate, ovvio - strizzatina d'occhi al Barone.

- Non ci credo! - la voce sale a vette impensate, ma è fessa, è strepito che vuol coprire l'urlo della verità. - non riuscirai mai a convincermi di quello che hai detto!

Scrollata di spalle.

- Fai tu, per me non fa differenza. Quel che è certo è che tutti i mesi si prendeva i soldi che, per tramite di un uomo di Luigino Micciché, le mandavo per i tuoi studi. E che poi ho continuato a mandare anche a tua sorella a Roma.

- Anche lei...? - un soffio che supera appena il crepitare del fuoco.

- Anche lei, anche lei... siamo una famiglia unita, noi. E se no come sapevo tutto quello che facevi in quella città maledetta, con quegli amici tuoi fetenti?

Vorrebbe ancora urlare che non è vero niente, che loro due stanno giocando a un gioco che non capisce, che se è uno scherzo adesso basta, ogni bel gioco dura poco. Invece

- Non me la dai a bere: se davvero sapevi chi frequentavo, le idee che avevo maturato, che cosa facevo, mi avresti tagliato i fondi...

Ride, l'uomo della ‘Ndrina; divertito:

- Giusto gli ingenui come te mandano allo sbaraglio, quei vecchi caproni: loro se ne stanno nelle retrovie. A noi faceva comodo...

- A noi chi?! - urla esasperato.

- ... a noi che ti vogliamo bene, no? - strizza l'occhio al solito Barone, che continua a tacere. - A noi interessava che tu arrivassi proprio dove sei arrivato, ci crederesti? Esattamente come ci sei arrivato: duro e puro. Ecco perché non ce ne fregava una beata minchia delle minchiate che facevi a Roma.

Trema, forse ha la febbre: il camino gli trasmette brividi. Ancora un bicchiere, che scalda e dà la carica.

- Ah sì? Allora ti sarà chiaro che se è tutto vero quello che mi stai dicendo, io ti... vi combatterò fino alla fine. Fosse pure la mia morte.

Si era alzato, senza rendersene conto; esausto, ripiomba a sedere.

- Bravo, siediti e datti una calmata, non hai più vent'anni, basta con le cazzate. Reggiti forte, che viene il bello. Non lo sa nemmeno il tuo Lari, ma io ero là, quel 23 maggio 1992, sulla collina sopra Capaci con Brusca e gli altri.

Ha parlato quasi scandendo le sillabe; adesso tace: aspetta la reazione.

Sembra invecchiato di colpo, il trentacinquenne procuratore; la voce gli esce come tirata su da un pozzo artesiano. Scuote debolmente la testa:

- Non ti credo, non ti credo più... non so perché hai messo su questa sceneggiata crudele, ma io non ti credo. Sappiamo bene chi c'era quel giorno con Brusca, sappiamo tutto...

- Se ti fa piacere crederlo... Io ero là perché anche a noi interessava eliminare Falcone, che cominciava a dare troppo fastidio, troppo si avvicinava ai piani alti. Sia Cosa Nostra che noi volevamo fare un favore a certi amici politici e mandare un preciso messaggio a certi altri...

- A chi? fuori i nomi!

- Ehi, magistrato dei miei coglioni, qui sei a casa mia, non alzi la voce! Loro si assunsero tutto il lavoro in Sicilia, noi demmo una grossa mano a Roma, ma Riina aveva chiesto ai capi della ‘Ndrina di Reggio che un loro uomo fosse presente il giorno della strage. Scelsero me perché ero pulito, con quel lavoro di copertura che avevo. Il mio nome non è mai uscito per il semplice motivo che io... non c'ero: non ero di Cosa Nostra e nemmeno siciliano. Solo Riina sapeva chi ero e perché ero lì. A cose fatte i capi decisero che dovevo sparire, per continuare a fare da tramite fra Scilla e Cariddi, quando ce ne fosse stato bisogno. Quale rifugio migliore di questo? Chi viene fin quassù? Bastò far circolare la voce che mi ero prepensionato per motivi di salute e che mi ero ritirato a Crupazza per salvare dall'abbandono la terra da sempre lavorata dalla mia famiglia. Il Barone buonanima - cenno ironicamente ossequioso al figlio - ci mise del suo per avvalorare la leggenda del contadino Pietro. Ho prese in mano zappa e vanga solo quando si annunciavano visite di parenti e amici dei Micciché. Molto rare, per fortuna.

Francesco continua a scuotere la testa e mormora:

- Non è vero niente... sto sognando...non ci posso credere...

Il pugno dello zio si abbatte violento sul tavolo di legno massiccio, come la sua voce sulla testa del nipote:

- Non me ne fotte una minchia di quello che puoi credere o no! non ti ho fatto venire fin qui per ascoltare un tuo atto di fede. E non ti ho fatto studiare per covarmi una serpe in seno.

E' ancora lo zio Pietro quella maschera feroce, quella smorfia cattiva che lo guarda come vedesse un implacabile nemico?

- Apri bene quelle orecchie: tu adesso ci aiuterai a convincere i tuoi colleghi di Reggio a non rompere i coglioni con vincoli ambientali e minchiate del genere a proposito del progetto di sviluppo del mio socio Luigi Micciché. Devono toglierci tutti i bastoni dalle ruote: con le buone o, faglielo capire nel modo giusto, con le cattive. Un affare da milioni di euro, con i fondi europei da sfruttare... ci saranno briciole anche per loro. Poi...

Gli occhi sbarrati e terrorizzati di Francesco non lo fermano, nemmeno li vede

- ... da adesso in avanti tu lavorerai per noi anche a Caltanissetta: quel Lari sta veramente scassando la minchia e i miei capi non vedono l'ora di fare un favore ai cugini siciliani, di venderglielo. Quello prima o poi incastra qualcuno... tu devi essere la nostra talpa nel Pool, ci dirai tutto quello che ci interessa sapere...

- Mai! - è in piedi, fiero di tutte le sue convinzioni - Uccidimi subito, perché non farò mai niente di quello che mi hai chiesto. Piuttosto la morte. - Poi, abbassando la voce - Tu... lo zio Pietro... non ci posso credere... lui sì - addita il Barone con disprezzo - ma tu... Guardati: tu sei un vero contadino da capo a piedi... Guarda là! - gli addita un ritratto fotografico appeso alla parete - Quello è tuo nonno, forse schiantato dalla fatica, ma fiero del suo lavoro, e onesto. Guardalo, guardati: gli assomigli come una goccia d'acqua, siete perfino vestiti quasi allo stesso modo.

E' sarcastico il riso dell'uomo:

- Nipote, hai la memoria corta: oggi è giorno di visite... sono in divisa! E poi non te l'hanno insegnato mai che l'abito non fa il monaco? Basta minchiate, adesso: vedrai, lavorare per noi ti frutterà bene, molto bene. Noi sappiamo essere generosi con gli amici, mentre con i nemici...

Adesso è il suo turno di essere sarcastico:

- Già, che mi potete fare, se resto vostro avversario? Ti ho già detto io di uccidermi subito, che altro?

- E perché? Piuttosto, come sta quella Caterina Saia con la quale intrattieni regolari e frequenti rapporti amorosi? Abita sempre al numero 4 di via Lincoln, a Caltanissetta, sì?

- NO, LEI NOOO!!! Bastardo, figlio di...

Il suo slancio feroce viene placcato al volo dalle braccia palestrate del Barone, che da un pezzo stava sul chi vive. Lo rimette a sedere senza tanti complimenti.

- Ciccio, piantala di fare il bambino, di giocare al piccolo eroe. Adesso sai tutto quello che dovevi sapere: noi ce ne andiamo di là, ti lasciamo da solo per riflettere. Quando sei pronto, vieni a darci la tua risposta. Positiva, ovvio.

Appena di là, Luigi chiede:

- Che dici, l'hai convinto? passerà dalla nostra parte?

- Mah,le mie fonti dicono che è davvero un duro e puro, non guarda in faccia a nessuno. Chi l'ha visto durante un processo mi ha detto che fa davvero paura, sembra proprio un uccellaccio del malaugurio. Ma sai, non è detto che nemmeno la toga faccia il magistrato...



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