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lavoro pubblicato sabato 22 marzo 2014
ultima lettura lunedì 24 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un delirio eppur non tanto

di Medardus. Letto 714 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Un uomo tranquillo e solitario viene contattato da una misteriosa associazione. Pupazzi parlanti, scienziati impossibili e teorie strampalate faranno da sfondo alla sua missione.

UN DELIRIO EPPUR NON TANTO

La strada era buia. Piccole gocce di pioggia andavano a riempire le già piene pozzanghere. Formavano cerchietti che racchiudevano i grandi segreti della natura. Dovevo assolutamente raggiungere quel posto prima che fosse troppo tardi. Troppo era in ballo per potersi distrarre a guardare le gocce di pioggia. Accelerai il passo. I muscoli delle gambe stavano gemendo. Stavo per prendermi un attimo di tregua quando la trovai. Era una vecchia casa diroccata. L’aspetto inquietante non venne messo in evidente da nessun fulmine. Non c’era nessun temporale, solo una leggera pioggerellina. Eppure la condizione avrebbe necessitato di tuoni, fulmini e saette. Mi feci coraggio e bussai alla porta (di campanello nessuna traccia).
“Speriamo che il legno tenga!”
Attesi un po’. Nessuno venne. Le mie nocche colpirono un’altra volta quel legno schifoso, muffito e malandato. Me ne sarei volentieri andato, se la questione non fosse stata così importante. Ad aprirmi venne una vecchia. Si intonava perfettamente con il legno. Quando mi chiese:
“Chi è lei?” potei notare i suoi denti, anneriti e marci. I grigi capelli luridi formavano un’unica stoppa. Le risposi:
“Devo parlare con il signor Rana”.
Fui secco e deciso, proprio come mi avevano detto.
“Quale, quello dei tortellini?”. Si fece una lunga, orribile risata. Poi diventò improvvisamente seria. “Entri.”.
Mi fece accomodare su una bassa sedia di legno, che sembrava costruita insieme alla casa, tanto era vecchia. Non mi preoccupai di bagnare l’interno della casa. Lei guardò un po’ storta le mie impronte. Poi gettò uno sguardo al lerciume che copriva il pavimento. Sospirò. Per un attimo mi parve che volesse dirmi qualcosa. Poi scomparve. Attesi. I muscoli contratti per il freddo e per la tensione. Quanto tempo passò? Un’ora, due ore?
“Per oggi il signor Rana non verrà, ma se vuole può rimanere a dormire ….”.
La vecchia non fece in tempo a terminare la frase che la sgangherata porta di legno si aprì. Comparve un ometto basso, ben piantato. La faccia simpatica era adornata con un paio di occhiali tondi che ingrandivano i già grandi occhi marroni. Aveva l’aria a metà tra uno scienziato pazzo e un affettuoso padre di famiglia. Forse era tutti e due.
“Ah, buonasera, caro amico! Scusi il ritardo, ero impegnato per quella questione che lei conosce bene … vedo che ha già fatto la conoscenza della mia amica Carmen!”.
Dovetti fare un lungo respiro per assorbire quanto era successo. Dopo le parole della vecchia Carmen, ero subito entrato nel più nero sconforto. Invece l’individuo che era appena entrato mi aveva riacceso le speranze. Ancora una volta dimostrai autocontrollo e fermezza, come mi era stato detto, anche se istintivamente avrei voluto gettargli le braccia al collo.
“Carmen, le dispiace prepararci un tè? Lei si accomodi nel mio studio …” disse, guidandomi attraverso uno stretto corridoio.

La mattina che seguì questo evento tutto mi parve chiaro come il sole. E io ci ero cascato pienamente! Ripercorsi con la mente tutto quello che era successo. Tornai a quel tenero pomeriggio di Maggio. Roma era illuminata da una luce tutta particolare. Il caldo cominciava a farsi sentire, tuttavia era ancora piacevole passeggiare, magari in compagnia di un amico. Mario si era dichiarato disponibile per girare un po’ la città e magari prenderci un gelato insieme. La giornata sembrava pronta per concludersi nel migliore dei modi. Ma, disgrazia delle disgrazie,Mario aveva portato con sé una fidanzata. Ci eravamo dati appuntamento a piazza Argentina, davanti Feltrinelli. Io ero arrivato in perfetto orario: alle quattro e mezza in punto. Lui arrivò con venti minuti di ritardo e appesa al suo braccio c’era una dolce ochetta, più giovane di lui, truccata pesantemente e scollata. Senza neanche presentarsi (come se la conoscessi già da tempo, io che non l’avevo mai vista prima di quel momento!) disse:
“Io e Mario avevamo pensato di farci un giretto per le chiese di questo quartiere, sono tutte cinquecentesche ….”.
Cominciò una lunga dissertazione sulle chiese che lei voleva andare a vedere. Due erano le cose: o era una esperta di storia dell’arte o una fervente fedele. Cercai di metterla alla prova con una domanda sulle potnie. Occhi sbarrati da scolara smarrita. Optai per la seconda. Ci dirigemmo verso la chiesa del Gesù.

“Tu non entri ?” mi chiese Mario, quando mi vide sedermi sulla scalinata d’ingresso.
“No, preferisco rimanere fuori”.
Lui neanche sentì la mia risposta: era dietro a quella gallinella che era già entrata. Non mi piacevano le chiese. Per passare il tempo mi misi a guardare la gente che passava per la piazza. Turiste con pantaloncini corti e sandali articolati, uomini di tutti i tipi … uno di essi attirò la mia attenzione. Era vestito in giacca e cravatta. I suoi indumenti cozzavano con la carnagione nero carbone, visibile dal viso e dalle mani scoperte. I capelli erano brizzolati. Mi dispiaceva, ma ormai avveniva che ogni volta che vedevo un uomo di colore lo scambiavo per un venditore ambulante. Purtroppo succedeva così. Sospirai e distolsi lo sguardo, perdendomi in pensieri di razzismo, tolleranza …. il mio sguardo ricadde su di lui. Sembrava proprio che mi stesse guardando! In modo abbastanza sfrontato, anche. Non sapevo che fare. I suoi occhi neri mi mettevano a disagio. Forse dovevo spostarmi …? Si venne a sedere vicino a me.
“Non le piacciono le chiese?” mi domandò, anche lui come se mi conoscesse da tempo.


All’improvviso mi venne in mente che la fidanzata di Mario l’avevo già vista e Mario me l’aveva pure presentata. Che figura che avevo fatto! La mia mente tornò a concentrarsi sulla domanda.


“Decisamente no.”
“Non vorrei sembrarle impertinente, ma potrei chiederle la ragione di questa sua avversione?”
Mi diedi l’aria di uomo colto
“Non so se lei ricorda la filosofia di Nietzsche …” cominciai a spiegare.
Egli annuì, entusiasta
“… la celebre affermazione :’Dio è morto! E l’abbiamo ucciso noi’. Ecco, ho l’impressione che le chiese siano degli immensi sepolti. Tra l’altro alcune hanno anche delle tombe sul pavimento …. non le amo proprio perché cercano di tenere in vita un’idea che è morta da tempo, continuano a trasmettere un messaggio che viene corrotto sempre di più con il passare del tempo …”.
Speravo non volesse approfondire il discorso sulla filosofia. A parte l’affermazione “Dio è morto” e il nome di Nietzsche non ricordavo altro.
“Ah, è per questo che non è entrato insieme al suo amico Mario?”
“Già è … ma lei come fa a sapere il nome del mio amico?”.
Per la ragazza mi ero potuto anche sbagliare, ma costui certo : non lo avevo mai visto!
“Ad un buon osservatore serve poco per capire molte cose” ribatté con un italiano perfetto, che solo chi è nato in Italia può parlare.
“Vuole dire che ci stava seguendo?”
“Non lo nego”
“Non vorrei sembrare impertinente, ma potrei sapere il motivo di questo suo comportamento?” risposi, riprendendo appositamente le parole che aveva usato lui in precedenza .
“Mi dispiace sembrarle scortese, ma non posso parlare qui all’aperto. È stata già una fortuna riuscire a avvicinarmi a lei in un luogo che non frequenta spesso. Se vuole sapere di più sul mio interessamento verso di lei, dovrà venire quando vuole, preferibilmente a piedi nella via scritta sul bigliettino che le sto per passare. Posso solo dirle che nei loschi affari in cui so sta per cacciare c’entra il ‘Gott ist tott’”.
Sentii in mano un pezzo di carta. Poi si alzò e se ne andò. Mi sentivo come se fossi stato bruscamente svegliato, nel bel mezzo di un sogno. In effetti non sono cose che capitano tutti i giorni! Stavo per aprire il bigliettino, quando Mario e la sua bella (sinceramente mica tanto) uscirono. Finsi un malore e dissi:
“Non vorrei rovinarvi questo splendido pomeriggio. È meglio che continuiate il meraviglioso giro delle chiese da soli …”.
Non diedero cenno di accorgersi che avrei anche potuto sentirmi offeso dal fatto di essere usato come terzo incomodo. Ma Mario era fatto così: un po’ superficiale nei riguardi dei rapporti interpersonali. Mentre camminavo per le strade assolate stringevo forte il bigliettino nella mano sinistra, sperando che il suo sudore non facesse sbavare l’inchiostro La giornata aveva preso una piega molto strana.

Mi chiusi alle spalle la porta di casa e mi sedetti su divano. Aprii impaziente il bigliettino … era bianco! Uno stupido pezzo di carta senza nessun valore! Forse quel distinto signore si era preso gioco di me …. la mia totale irritazione fu interrotta dal suono del mio campanello.
“Chi è?” chiesi. La prudenza non è mai troppa.
“Avanti, lasci stare le cerimonie e apre la porta se vuole sapere un po’ di più sull’incontro che ha avuto quest’oggi davanti la chiesa del Gesù …” disse una voce annoiata, da ragazzo disubbidiente. Fu come obbedire a una forza esterna. La mia mano abbassò meccanicamente la maniglia. Mi comparve davanti un giovane magro, con grandi occhiali da sole che coprivano la maggior parte del volto e che ben si intonavano con la maglietta floreale che indossava.
“Si sposti e mi lasci entrare!”
La sua voce mi dava proprio su nervi.
“Se non le dispiace preferirei che lei non entrasse in casa mia”
“Mi dispiace, bello di mamma.”
Trattenni a fatica l’impulso di menarlo.
“Se è così, può tornarsene da dove è venuto.”
Accettare bigliettini da sconosciuti va bene, ma far entrare in casa dei potenziali ladri, questo è troppo. Il tipo si abbasso gli occhiali da sole, mostrando due sbiaditi occhi gialli.
“ Lei è un tipo forte!”. Non sapevo cosa rispondere.
“Ascolti bene e non dimentichi nulla. Noi siamo un associazione segreta che sta portando la scienza a livelli inauditi. Le nostre ricerche si sono spinte molto oltre la semplice scoperta della cura del cancro, toccando anche i temi etici e morali. Dunque se lei vuole aderire, ci vediamo questa sera alla pizzeria ‘Rosso Pomodoro’. Venga verso le otto e mezza. Si ricordi che è a cena per una riunione di vecchi compagni di scuola (funziona sempre). Non porti con sé denaro: per la prima volta offriamo noi. Stia bene attento alle parole che diciamo. Ovviamente sono in codice, ma una volta capita la chiave è molto facile da decifrare. Si vesta in modo da non essere riconosciuto. Ho visto che ha proprio davanti casa un negozio di vestiti e uno di parrucche. Si faccia coraggio e acquisti qualcosa. Mi raccomando, la massima segretezza”.
L’ultima frase fu quasi un sussurro. Poi sparì giù per la scala. Tanti dubbi si infiltrarono nella mia mente . Ma alla fine decisi di andare.

Mentre percorrevo la strada per raggiungere la pizzeria, ebbi uno strano (diciamo così) incontro. Davanti a me stavano camminando una donna e suo figlio. Lei era bionda e bella. Ottima dietro una scrivania d’ufficio. Pessima come madre. La sua poca pratica con i bambini era evidente dai movimenti nervosi con cui spingeva in avanti il malcapitato bambino. Il poveretto aveva grosse lacrime che gli colavano dalle guance rosse.
“ANDIAMO O FAREMO TARDI!!” gridava la madre. I capelli biondi chiaramente tinti e il trucco pesante sembravano funzionare da repellente nei confronti del bambino, che rimaneva ben piantato sui suoi piedi. Più la mamma apriva la sua bocca coperta di rossetto per strillare più lui si ritraeva. Era uno spettacolo molto toccante. Alla fine la madre lo scrollò violentemente. Al bambino cadde a terra il cappellino rosso e una miriade di altri giochi. Scoppiò in lacrime. Non invidiavo la madre! Con le sue mani dalle dita munite di lunghi artigli coperti di smalto viola e ornate con grossi anelli di diversa fattura cominciò a raccogliere i vari giochi caduti a terra.
“ECCO QUELLO CHE SUCCEDE A FARE I CAPRICCI!! BASTA; ADESSO CAMMINI E LA PIANTI CON QUESTE STORIE!”.
Lo scatto di rabbia ha sempre effetto. Il bambino si limitò a raccogliere il suo berretto e seguì docile la madre. Notai che era rimasto a terra un pupazzetto di Grande Puffo, la saggia creaturina con gli occhiali che indossava pantaloni e cappello rossi. Era il mio personaggio preferito durante l’infanzia. Lo raccolsi per darlo al bambino, ma la coppia era già lontana. Non mi pareva il caso di rincorrerli. A dire la verità, quella signora mi faceva un po’ paura. Rimasi con il pupazzo in mano, non sapendo bene che cosa fare. Ormai l’avevo raccolto e non mi pareva carino buttarlo per terra. Così decisi di tenerlo. “Magari se rincontro quel povero bambino glielo restituisco”.
Continuai il mio percorso, chiedendomi se sarei stato in grado di decifrare il codice.
“Io se fossi in te non ci andrei a quell’incontro” disse la voce di Grande Puffo.
Una goccia di sudore freddo mi calò lungo la schiena. Di certo ero impazzito! Guardai il pupazzo in modo sospettoso. Ma rimase immobile. Eppure doveva essere stato lui a parlare. La strada era deserta e di tanto in tanto passava qualche macchina.
“Mi hai sentito!? Torna a casa finché sei in tempo. Forza, non fammi gridare ancora!”.
Ero così disorientato dal sentire la voce di un personaggio dei cartoni animati dell’infanzia nella vita reale che non riuscii bene a capire che cosa aveva detto. Mi fermai.
“Allora, vuoi tornare a casa sì o no?”. Mi sturai le orecchie.
“Ti ho detto di tornare a casa!”.
La prima cosa da fare era andare da uno psicologo professionista che mi curasse. Per il momento era meglio seguire il consiglio di quella voce misteriosa. Anzi, della voce di Grande Puffo! Mi voltai per andare a casa e farmi un caffè. Se ero impazzito l’ultima cosa da fare era andare a un incontro di un’associazione segreta. E, se ero impazzito, a questo punto avrei potuto immaginarmi anche i curiosi incontri del pomeriggio. Per fortuna non avevo fatto molti metri da casa. Mentre procedevo a grandi passi, controllai che non ci fosse nessuno e chiesi:
“Ma stai parlando con me?”
“Certo, piccolo umano! Vedo che hai capito, visto che stai tornando a casa!”
“Ma sei davvero Grande Puffo?”
“Aspetta, presto riceverai tutte le informazioni che ti servono!”.
Avevo decisamente bisogno di un dottore.

Quando mi chiusi alle spalle la porta di casa, posai sul tavolo dell’ingresso il pupazzetto del Grande Puffo. Cominciò a stiracchiarsi, con gli stessi movimenti del cartone.
“AAAH, finalmente posso muovermi normalmente. Ti prego, piccolo umano, portami vicino ai tuoi libri”.
Ubbidii a quelle parole, che contenevano più autorità che qualsiasi vecchio odierno. “Allora, vediamo..” disse prendendo un libro dalla libreria. “Ecco quello che ci serviva”.
Non mi ero mai sentito tanto Bontina in vita mia.
Cominciò a leggere:

Sentite delle voci o avete visioni che sono palesemente scollate dalla realtà ? Potrebbe trattarsi di un meccanismo del vostro inconscio che tenta di dirvi qualche cosa. Si consiglia in questi casi di rivolgersi a uno psicologo professionista, che dovrebbe essere a conoscenza del linguaggio dell’inconscio”.

Grande Puffo rimise il libro nella libreria. Mi stavo cominciando a abituare alla sua presenza. In fondo era stato il mio compagno di infanzia … Era come un fratello maggiore.
“Coraggio, piccolo umano”.
(visto che ero alto 1.80 mi ava un po’ fastidio quell’appellativo, ma i Puffi son così)
“devi prendere appuntamento con lo psicologo. Ricorda che potresti anche esserti inventato tutti gli eventi della giornata. Hai bisogno di essere curato. Ora preparati una bella camomilla e vai al letto. Anzi, intanto che chiami te la preparo io.”
Mentre cercavo il numero di uno psicologo che mi avevano consigliato per le evenienze (l’avevo preso per non offendere il giovane laureato che me l’aveva fornito con tanto amore), Grande Puffo tirò fuori non so da dove un grembiulino rosa a fiori. Scese dalla libreria e scalò lo scaffale della cucina. Sapeva benissimo dove fossero tutte le pentole e riuscì anche ad accendere la fiamma del fornello. Impresa non facile, visto che la manopola del gas deve essere premuta per almeno una manciata di secondi.

Riuscii a prendere appuntamento per il giorno successivo. Gli avevo fatto capire che era una questione molto grave, tuttavia non riuscivo a parlargliene al telefono. Prima mi immaginavo l’esistenza di una misteriosa organizzazione segreta. Poi incontravo Grande Puffo … e se mi ero immaginato anche la chiamata? Se in realtà mi trovavo in un’altra dimensione?
Vivevo da solo e credevo di impazzire. Quando entrai nello studio di un dottore, tirai un sospiro di sollievo, per quanto avevo sviluppato una innata paura per qualsiasi studio di medicina.
“Sarà l’istinto infantile che ancora dà suggerimenti!” pensai.
Gli parlai il più seriamente possibile del mio problema. Si vedeva che a stento tratteneva le risate.
“Quindi lei ha l’impressione che un pupazzetto” ridacchiò “di Grande Puffo le parli? Non si deve preoccupare. Ci sono importanti studi scientifici che dimostrano la necessità dell’inconscio di dialogare con la parte conscia. Lei ha dormito poco in questo periodo? Evidentemente è venuto a mancare il fondamentale contatto tra le due parti e così l’inconscio ha invaso un territorio non suo e sta tentando di dirle qualcosa.”
“Che ho bisogno di una camomilla?” pensai. Poi presi fiato e dissi:
“Non volevo interromperla, ma io dormo nove ore da circa trecentoquarantacinque notti. Un anno fa c’erano giorni che ne dormivo anche otto … uno addirittura sette. Ma dopo che mi sono informato sul bisogno di dormire e sui rischi che si corrono non assecondandolo, non rinuncio mai alla mia dormita notturna. E poi non le ho detto tutto.”
Gli raccontai malvolentieri i strani incontri del giorno prima. “Lei ha assunto sostanze stupefacenti?”.
Risposi gelido: “Se lo avessi fatto saprei perfettamente perché mi trovo a vivere eventi così strani”. Più passavo del tempo insieme a lui, mi scemava la mia fiducia. E anche io dovevo stargli antipatico. Molto antipatico, a giudicare da come mi guardava.
“Non posso azzardare giudizi affrettati. Devo fare alcuni test, ci vorrà del tempo …”.
La traiettoria del suo sguardo si spostò verso le mie tasche. Sentii il mio portafoglio tremare. E mi resi conto che mi trovavo in uno studio privato. “Grazie mille, ne discuto con Grande Puffo”.
Forse ero stato un po’ cafone, me era quello che avevo intenzione di fare. Lo psicologo non mi aveva soddisfatto per niente. Evidentemente ero stato sfortunato. Avevo sentito parlare molto bene degli psicologi e non volevo fare di tutta l’erba un fascio.
Certo, per uno che era sull’orlo della pazzia non era stato un vantaggio trovare quello strano tipo.

Giunto a casa trovai Grande Puffo che dormiva sotto una lampada da tavolo. L’oggetto più simile a un fungo che si potesse trovare a casa mia. Non ebbi bisogno di svegliarlo.
“Buongiorno, mio piccolo puffolino!”.
Rapidamente mi guardai le mani, nel timore che fossero diventate anche loro blu. Erano ancora rosa e umane.
“Soddisfatto della visita dallo psicologo?”
“Non tanto, a dire la verità. Secondo lui tu saresti una manifestazione del mio inconscio che vorrebbe dirmi qualche cosa di importante … ma andiamo! Che cosa dovresti dirmi?”
“Mi dispiace deluderti, ma il tuo amico aveva ragione. Ma forse per le tue limitate facoltà mentali non capisci”.
Mi sentii vagamente offeso.
“Ma non ti preoccupare, piccolo puffolino. Neanche il tuo amico psicologo ha capito un granché. Adesso chiamerò un esperto che ti spiegherà tutto. ALBERTOOOOOO!”.
Dalla mia stanza da letto uscì un tipo con un grande camicione bianco. Aveva i capelli brizzolati. Sembrava un incrocio tra un dottore e uno scienziato. Appese una lavagna luminosa per aria. Ero sempre più preoccupato per il mio stadio psicologico. Ma ormai mi ero rassegnato. Se avessero cominciato a spuntare fiorellini dal pavimento di casa mia non mi sarei stupito.
“Buongiorno.”
disse il nuovo venuto
“sono qui per spiegarle il motivo per cui vede cose che gli altri uomini di solito non vedono, nonché l’origine della fantasia” .
“In questo momento mi preme molto di più il primo punto”.
“Sono collegati, più di quanto lei pensi. Preferisce le spiegazioni metodiche e ordinate di tipo scientifico, oppure un dialogo interattivo, in cui arriviamo alla soluzione insieme, di tipo (se mi permette di dirlo) socratico?”.
Era irritantemente compiaciuto della sua superiorità intellettuale che aveva in quel momento. “Faccia lei. Anzi, la più facile.”
“Non si offenda, ma sembra un bambino di cinque anni. Mi fa una richiesta impossibile da soddisfare, nonché molto banale. Come faccio a sapere io quale è il metodo più facile per lei ?”
“In assoluto, non esiste?”
“Ah-ah-ah ,ih-ih-ih, oh-oho…in assoluto. Mai sentito parlare di relativismo gnoseologico?”
Mi grattai dietro l’orecchio destro. Cercai nella memoria un qualcosa che potesse assomigliare vagamente alle parole pronunciate.
“Non importa” disse lui “essendo io uno scienziato, userò il metodo ordinato. Però dobbiamo cominciare dal secondo punto.”
“Va bene, basta che spieghi in modo semplice e conciso”. Mi stava sfinendo.
“Allora, lei sa come nasce un bambino?”
“Viene a portarlo la cicogna, no?”
I suoi occhi color carbone parvero diventare brace. “Scherzavo, scherzavo …
“Bene, in un momento che non siamo riusciti a determinare, ma che è compreso tra l’incontro tra l’ovulo e lo spermatozoo ….”
Sulla lavagna luminosa comparve un immagine dell’attimo cruciale
“e il primo anno di vita …”
Un bellissimo bambino che gattonava mi guardava con i suoi grandi occhi azzurri sbarrati.
“… avviene un qualcosa di spettacolare nella mente.” .
Pausa piena di suspense. Era anche un bravo narratore.
Prese fiato e pronuncio parole che mai mi sarei aspettato di sentire.
“Si forma un buco nero.
Lei sa come si forma un buco nero, no?
Quando una stella di massa varie decine di volte quella del sole comincia a collassare su se stessa perché ha terminato l’idrogeno del nucleo … ”.
Lo guardai con occhi sbarrati. Bocca aperta. Braccia a penzoloni. Non ci capivo niente.
“Ma, diamine, non le ha studiate a scuola, queste cose?”.
Mi sforzai di ricordare. Vuoto assoluto. Mi sentivo in un terribile imbarazzo.
“Va be’. Mi faccia finire questa breve parentesi per amore di coerenza, anche se non capisce. Allora, stavo dicendo, quando questa stella gigantesca collassa su se stessa , si crea una concentrazione di materia spaventosa. E dopo un po’ (tanto è inutile che le sto a spiegare tutti i passaggi) si forma un buco nero. Potrà sembrarle strano, ma una cosa molto simile accade nella mente dei bambini. I buchi neri sono dei passaggi dimensionale che mettono in comunicazione i diversi universi. In ognuno vigono leggi fisiche diverse. E l’uomo (riguardo agli animali siamo totalmente ignoranti) può accedervi attraverso la fantasia. È per questo che si può immaginare un uomo che solleva una macchina senza sforzo, la rimpicciolisce con la forza del pensiero e la infila in tasca. Perché in un altro universo è possibile fare ciò. E lui ha avuto accesso ad esso attraverso la sua minuscola porta dimensionale che è proprio in mezzo al cervello. Si chiederà come mai i moderno scienziato non riescono a trovare traccia di questo minuscolo buco nero. Le risponderò subito. In primis quando una persona muore questo buco nero si chiude. E in secondo luogo non starò qui a spiegarle che i buchi neri assorbono anche le onde luminose, si figuri quelle elettromagnetiche! È impossibile riuscirlo a tastare empiricamente …
Ma cosa fa? Si è addormentato? Noi tocchiamo le vette più alte della scienza e lei si distrae? Dovrebbero metterla in carcere, non c’è dubbio.”
Mi risvegliai dal torpore in cui ero caduto. Che dramma sapere di essere impazziti e non poterci fare niente! E ancor più drammatico immaginarsi uno stupido professore che blaterava cose assurde sulle stelle e i bambini!
“ E adesso veniamo a lei. Il buco nero della sua testolina è diventato molto grande e così Grande Puffo e io siamo riusciti a venire qui in casa sua. Come vede il percorso del pensiero filosofico è circolare: Parmenide diceva che le cose che pensiamo esistono (e in effetti esistono, nelle altre dimensioni). Poi i filosofi successivi hanno negato questa tesi. Ed ora le ho appena dimostrato che aveva ragione il primo …. ma lei non sa un tubo neanche di filosofia!”.
Mi ero distratto a osservare l’immagine, sulla lavagna luminosa, di un quadro surrealista.
Alberto chinò il capo, sconsolato.
“Insomma, ha capito perché pensa di essere impazzito?”
Abbassai la testa, come uno scolaro colto in flagrante a essere distratto.
“Ehm ….. uhm,uhm …. io …..cioè … stavo ….”
“No.” concluse lui, ma completò la sua risposta:
“In sintesi perché il suo buco nero è diventato molto grande, come succede ad alcuni pazzi, tra l’altro.”
“COSA?!?! Perché ho un buco nero in testa?”
Automaticamente mi toccai i capelli.
“Oh, santissima Entità Superiore! Cosa ha fatto lei fino adesso?”.
Mi aveva proprio rotto le scatole, quel saccente professore. Mi girai un attimo ed egli svanì, così come era comparso.

Poco dopo comparve Grande Puffo sulla soia della porta. Disse :
“Addio, puffolino. Ma non è questa l’ultima volta che ci vedremo. Ora io me ne andrò. Quando ti sentirai pronto potrai venire a trovarci!”.
Agitò la piccola manina mentre la sua immagine diventava via via più trasparente.

Rimasi solo in casa mia. Misi sul fornello la macchinetta del caffè. Dovevo riprendermi. Sarei ritornato normale?

Per tutta la settimana successiva rimasi a casa. Non mi comparve più nessuna inquietante figura. Tornai alla vita di sempre. Avevo preso in gestione il negozio di abbigliamento da uomini di mio padre, dopo che era venuto a mancare. Gli affari andavano abbastanza bene. Certo, la mia pazzia improvvisa non era stata molto positiva. Ma potevo permettermelo. Notai che durante la mia assenza era avvenuto un cambiamento. Al posto del bar, il protagonista delle mie piccole pause, era stato sostituito da un negozio di fiori. La cosa lì per lì mi dispiacque. Avrei dovuto cercare qualche altro luogo dove trascorrere la mia ricreazione. Nel negozio era tutto a posto. Trascorse una tranquilla giornata di lavoro. Nel pomeriggio decisi di andare a visitare il nuovo negozio. Mi accolse una allegra vecchietta. I capelli erano candidi, ma il viso era ancora decorato con vispi occhi azzurri. Comprai una piantina da mettere in casa, per festeggiare l’avvenuta guarigione. Il giorno dopo fu molto simile al primo. Volevo comprare dei fiori da mettere all’entrata del negozio. Questa volta però trovai una commessa molto diversa. Quando entrai era voltata di spalle. Una cascata di capelli corvini le copriva quasi tutta la schiena. Quando si voltò i suoi occhi verdi mi colpirono come delle frecce. Rimasi per qualche secondo muto come un pesce. Non ero abituato a interloquire con delle belle ragazze. Per tutto il tempo seguente rimasi con gli occhi fissi sui miei piedi. Non appena tentai di guardare poco oltre il pavimento comparvero davanti a me le sue mani. Erano bianche, piccole e delicate. Avrei scommesso che erano morbide come petali di un fiore. Le domandai di darmi una pianta da interno, non feci caso a che cosa tirò fuori da sotto il bancone. Osservai solo le sue manine che lavoravano, sfoltivano e tagliavano. Lo stava facendo con tanta cura apposta per me! Il grembiulino fucsia si adattava perfettamente come sfondo a quelle mani di perfetto candore. Avrei voluto osservare da vicino anche il viso. Ma i miei occhi non ubbidivano alla mia volontà. Non osavo alzarli verso di lei. Era evidentemente a disagio mentre serviva un uomo che evitava di guardarla. Povera fanciulla, tanto occupata a servire un burbero uomo che era venuto a disturbare la sua quiete. Probabilmente stava creando un nuovo tipo di fiori che presto avrebbero trasformato la mente degli uomini, che sarebbero diventati buoni al suo tocco. Le nostre mani si sfiorarono lievemente quando mi consegnò la pianta tutta ben pulita. Quando si trattò di pagare ero felicissimo che qualcosa di mio passasse per le sue mani. E le diedi una banconota da venti, così avrei avuto più monetine che si potevano vantare di aver ricevuto il suo tocco! Quando mi trovai fuori dal negozio, misi da parte le smancerie. Il mio istinto di commerciante mi avvertì quasi immediatamente: “Controlla la merce!”. Mi sembrava che mi avesse dato dei deliziosi fiori azzurrini. Di azzurro c’era giusto qualche petalo caduto sulla terra. Per il resto erano sterpaglie verdognole. Mi sa che gli stavo antipatico. Che cavolo! Mi toccava pure tornare indietro a reclamare. Bisognava che mi portassero rispetto! Eppure i fiori del giorno prima erano così belli! Che scocciatura, i giovani. Anzi, soprattutto le giovani. Ma non mi andava a genio do tornare indietro e incrociare nuovamente quegli occhi color foglia. Che tradimento! Una donna così bella … mi aveva dato delle luride sterpaglie! Aveva approfittato del fatto che ero rimasto a contemplarla per rifilarmi la merce peggiore! Non c’è che dire, era una brava commerciante.
A dire la verità mi era venuta l’idea di comprare dei fiori da mettere nel negozio proprio perché in questo modo avrei potuto ingannare qualche stupida donnicciola, occupata a controllare la qualità o ad ammirare la beltà dei suddetti fiori, e spacciare un’orribile cravatta a fiorellini come “l’ultimo - modello - appena - uscito - con - questa - farà - un - figurone”.
Uffa, però poteva darle a qualcun altro quelle cose tristi. Guardai quasi con pietà quei rametti rachitici. Probabilmente sarebbero finiti nel cestino. Be’, o io o lei ce li avremmo per forza dovuti infilare. Ritornai indietro con la determinazione del cliente scontento e convinto delle proprie ragioni. Feci giusto in tempo a vedere una ciocca di capelli neri che scompariva verso il magazzino del negozio. La vecchietta del giorno prima mi disse cortesemente “Prego?”. Non volevo scaricare la mia rabbia su di lei. Magari quella ragazza era solo una stupida commessa e per colpa sua avrei maltrattato la povera titolare. Però bisogna fare attenzione ai proprio dipendenti! Mi schiarii la voce. Assunsi la faccia arcigna del ‘ho – sempre – ragione – io – e – tu – hai – torto’.

“Buonasera. Poco fa una ragazza bruna mi ha appena venduto questi cosi informi, mentre io le avevo indicato quei fiorellini là in fondo. La vecchietta assunse l’espressione ‘sono – pronta – rimediare – scusi – tanto’. I suoi occhi seguirono la direzione del mio dito. Aggrottò la fronte. “Ma … non capisco. I fiori che mi sta indicando sono proprio quelli che tiene in mano. Venga a vedere!”. Mi avvicinai. Anzi, in confronto a quei pezzi di carta bruciati la mia piantina faceva un figurone. “Si tratta di un esemplare molto raro di canifelix incensis e dà un profumo molto caratteristico alla stanza.”. Avevo fatto una figura poco onorevole. “Ma forse lei desiderava questi.”. E mi mostrò un vaso con i fiori azzurrini che avevo adocchiato, posti proprio sopra le canifelix incensis, meglio note come sterpaglie. Per colmare il vuoto la vecchina disse “Sa, mia figlia ama molto questa pianta. Ne ha la camera piena! Ma se vuole che gliela cambio, non c’è problema”.
“Non si preoccupi, sto a posto così”. E me ne andai di corsa dal negozio.

Tornai a casa e poggiai il vaso con le (così dette) piantine sul mobile dell’ingresso. Durante la notte ci fu parecchi baccano. Il giorno dopo era domenica e l’odiosa gioventù doveva far sapere a tutto il mondo quanto fosse contenta.

Il mio primo pensiero quando mi svegliai fu :
“All’idea dei fiori non rinuncio”.
Così al termine dell’orario di lavoro (chiudevo sempre un po’ prima degli altri negozi) ritornai dal fioraio, o meglio, dalle fioraie. Non so perché, ma fui molto contento di trovare la vecchina. Il negozio era praticamente vuoto, così chiacchierammo un poco. Avevamo idee simili. Tranne che su giudizio della commessa dagli occhi di foglia, che si rivelò essere sua figlia.
Per me era una lurida approfittatrice che cercava di infinocchiare i poveri clienti riciclando gli scarti di magazzino. Ma ovviamente me lo tenni per me. Era piacevole avere qualcuno con cui chiacchierare a fine giornata. Il mio amico Mario abitava dall’altra parte della città. E aveva poco tempo libero: mi aveva fatto sapere che la sua fidanzata era incinta. Così divenne un’abitudine: a fine giornata mi fermavo sempre dal negozio di fiori. Solo se c’era la vecchietta. A quella giovinastra avevo dichiarato guerra.
Darmi un’erbaccia e spacciarla pure per pianta rara, io non lo so!

Un giorno decisi di invitarla a cena a casa mia. Mi era davvero simpatica. E Fiorella (avevo riso non poco quando mi aveva detto il suo nome) accettò. Avrei voluto offrirle un po’ di semolino. Però forse si sarebbe offesa: il semolino è cibo per vecchi. La tentazione di mettere in tavola noci, mandorle, carne stopposa e pane secco per vedere come avrebbe fatto con la dentiera era forte. Ma non ero così cattivo. Così optai per una pasta ben cotta e verdure morbide. Mi ero tenuto abbondante con le dosi. Sarebbe stata molto maleducata se avesse invitato anche sua figlia. Però bisognava essere pronti ad ogni evenienza. Per fortuna venne da sola. Ma quella sera non sarebbe stata certo una cena tranquilla, come ci si sarebbe aspettati da una anziana signora e da un commerciante.

Non appena Fiorella varcò la porta di casa si cominciarono a sentire strane voci. Sembravano dei bambini piagnucolosi. “Ah, lei ha dei figli? Non mi aveva detto che viveva da solo?” . Mi rosicchiai le unghie. “Be…io….”. Le voci ora dicevano “Mammina, mammina!”. Lei parve sollevata “Ah, ma sono le mie piantine”. Le sterpaglie e i fiori che avevo comprato nel suo negozio ebbero una trasformazione. Comparvero su di loro occhi, naso e bocca. Se non l’avessi visto, non ci avrei creduto.
“Le sente anche lei queste voci, vero? E vede anche lei come sono diventati i miei fiorellini?”. Annuii lentamente. Lo sapevo, ero di nuovo impazzito. Era stato pigro e non mi ero curato! Ma non sapevo che anche la vecchietta soffrisse dello stesso problema! Forse lei poteva aiutarmi. Era proprio diventata mia amica!
“Scusi, ma lei che gocce usa, voglio dire …” domandai imbarazzato. Lei scoppiò in una giovanile risata.
“No, non si preoccupi. Noi non siamo pazzi. E non è la prima volta che le succedono cose strane, a quanto mi pare di capire. Non è venuto il professore Alberto a spiegarle tutto?”. Mi sentii con le spalle al muro. Forse stavo sognando. Ero matto, ne ero consapevole e non potevo farci niente! E stavo in compagnia di una vecchietta ancora più malata di me! Lei comunque doveva essere molto esperta. Disse:
“Le ha spiegato tutto e lei non ha capito. Non importa. È tempo di andare a trovarli. Non le manca un po’ Grande Puffo? Ma la nostra non sarà purtroppo una visita di cortesia. Lei è incastrato in una situazione molto più grande di quanto pensi. Intanto che preparo gli strumenti le spiegherò di che cosa si tratta”.
Dalla borsetta tirò fuori due grosse palline di vetro. Cominciò a soffiarci dentro e presto divennero grandi quasi come un letto. Poi tirò fuori un sacco di fili: rossi, gialli, verdi, da far venire il capogiro a qualunque elettricista. E intanto cominciò a raccontare una serie di cose che avrebbero per sempre cambiato la mia vita. E che avrebbero potuto cambiare quella dell’umanità.

“ Tra poco saremo protagonisti di una esperienza straordinaria in tutti i sensi. Già Alberto aveva spigato la questione del buco nero. In poche parole, ogni volta che lavoriamo di fantasia (in questa attività è incluso anche il sognare) compiamo un viaggio dimensionale. Una piccola parte di noi si stacca e va a indagare nuovi mondi. Alcune volte ci interagisce (vedi per esempio i sogni che ci coinvolgono in prima persona), altre no. Essendo questa parte di noi davvero molto piccola basta un nonnulla per cambiare mondo. Quindi non ci vuole nulla per passare da un mondo con determinate leggi fisiche ad un altro. Ma il passaggio dimensionale è talmente piccolo che può solo permettere a questa piccola parte di noi (che per comodità chiameremo anima) di uscire ed entrare. Le cose che vediamo negli altri mondi non possono entrare in questo mondo. Poi ci sono persone che sono particolarmente tese verso gli altri mondi. Se riescono a scoprire qualcosa che riesce a essere usato vantaggiosamente dagli abitanti di questo pianeta, allora è un genio. Altrimenti è un pazzo.”
Si fermò un momento a bere da un bicchiere che le era appena comparso in mano.
“ Ovviamente la questione non così facile. Il nostro cervello ha dei complicatissimi meccanismi che impediscono di confondere i vari dati sensoriali. Quelli del mondo reale si imprimo con molta più profondità. Inoltre c’è tutto il meccanismo dell’inconscio che non starò qui a spiegare. Ahi!”.
Si era appena fatta male con i suoi misteriosi fili.
“Ma come tu hai notato, ci succedono cose apparentemente inspiegabili. Hai sentito un pupazzo di Grande Puffo parlare e uno scienziato comparire dal nulla. Questo è accaduto perché il nostro buco nero è diventato eccezionalmente grande. E qualcosa è riuscito a passare. Soprattutto quello che conoscevamo e ci conosceva di più. Tutto chiaro fino ad ora”.
Mi sentivo un gran mal di testa, ma più o meno (a dire il vero più meno che più) stavo capendo.
Collegò un filo arancione e uno bianco. Le si rizzarono tutti i capelli in testa.
“Conosci la terza legge di Newton?”.
Ai miei occhi da pesce lesso (che probabilmente avrebbe avuto un’aria più intelligente) rispose
“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.” .
Non riuscii a trattenermi: “E questo che cosa c’entra con questa storia?!”
“Ti risponderò subito. È un po’ di notti che sogno sempre lo stesso luogo. È un pianeta quasi uguale e contrario al nostro. Solo che al posto delle leggi fisiche sono in vigore le leggi filosofiche: vale il principio di non contraddizione, le regole grammaticali non possono venire trasgredite …. È un pianeta davvero molto buffo. E in questo momento stanno avendo una esagerata esuberanza di immaginazione. E ci sono molte morti inspiegabile. Dobbiamo andare a vedere che cosa succede. A quanto ho capito il nostro mondo e il loro sono fortemente collegati. Se riusciamo a risolvere il loro problema si potrebbe risolvere anche qualche nostro problema. Il fatto è che dobbiamo andarci con una parte di noi più grande del normale. Se la vuoi vedere in modo divertente cercheremo di fare bunje jumpie in un buco nero.”
Detto questo mi spinse dentro una delle campane di vetro che aveva gonfiato e collegò l’ultimo filo, prima che avessi il tempo di dire che io non avevo nessunissima intenzione di partecipare a quell’assurda missione.

Non ricordavo volentieri quell’avventura. Il bello dell’immersione nei ricordi è proprio che si possono saltare le parti più sgradevoli. Ma di quell’avventura mi resterà per sempre nel cuore un piccolo testo, scritto da un autore orientale o greco venuto anche lui in visita di quello strano pianeta:
Siamo come in un carcere nella terra in cui abitiamo. Alcuni dei nostri compagni di cella si illudono che si possa evadere. E impiegano tutte le loro energie nell’affannoso tentativo di liberarsi. Altri invece si rendono conto che non c’è niente da fare. Si sono sistemati la paglia nel loro giaciglio e sono riusciti a rendersi la vita in carcere il più piacevole possibile.
Infatti durante il mio soggiorno lì avevo imparato quanto siamo vincolati dalle non trasgredibili leggi fisiche.

Ma grazie agli abitanti di quell’universo così diverso dal nostro imparammo una cosa: sulla terra c’era una associazione segreta che aveva scoperto l’esistenza del buco nero. Questa associazione aveva eletto la ragione come Capo Supremo. E gli scienziati avevano ipotizzato che chiudendo il buco nero avrebbero per sempre cacciato via l’irrazionalità dalla specie umana. Sul momento non mi vennero in mente gli incontri di quella domenica tanto lontana. Ma non appena tornai al sicuro nella mia casetta, ne parlai subito con Fiorella. Lei sorrise in modo ambiguo. “Già, ero abbastanza sicura che ti avessero cercato. Anche io sono stata avvicinata da quegli uomini ambigui. E anch’io avevo promesso loro di venire all’appuntamento. Loro sono riusciti a costruire un rilevatore di buchi neri. Avevano deciso di catturare un esemplare umano con un buco nero molto grande per sperimentare il ‘chiusore di buchi neri’, come lo chiamano loro. Sono riuscita a scoprire tutto questo grazie al fondatore di questa associazione segreta. Il nostro viaggio dimensionale non ha fatto altro che confermare ciò che i ha detto lui”.
“Scusi la franchezza, ma perché non mi ha detto subito queste cose?”
“Volevo coinvolgerla il più possibile. Se le avessi svelato tutto non ci sarebbe stato più gusto. Si ricordi che il suo compito sulla Terra non è ancora neanche cominciato.”
Detto questo, prese la sua borsetta e se ne andò. Con mio gran stupore (ma avrei dovuto farci l’abitudine) l’attrezzatura che aveva estratto dalla borsetta era completamente sparita.

Continuai ugualmente a far visita alla vecchia signora, anche se ne ero rimasto un po’ spaventato. Sembrava che per lei fosse questione di vita o di morte riuscire a fermare questa fantomatica associazione segreta. Ma non ne parlammo più. Il nostro rapporto di amicizia tra colleghi non era cambiato molto. In fondo al mio animo però cominciavo a nutrire alcuni sospetti. In primis la canfilex incensis non emetteva nessun odore. L’unica cose che sentivo quando ci passavo vicino era la sensazione di essere stato imbrogliato. E poi temevo seriamente per la salute mentale mia e di Fiorella. Secondo me eravamo belli impazziti. Finché ero da solo avevo l’impressione di gestirmela. Ma ora che eravamo in due … e se Fiorella l’avesse detto a tutto il quartiere?
Non vivevo molto tranquillo. Avrei tanto desiderato non vedere mai il pupazzo di Grande Puffo! E cosa avrei dato perché quella stupida associazione segreta fosse riuscita nel suo scopo! Sarebbe stato bellissimo un mondo governato dalla Ragione! Un giorno lo dissi anche a Fiorella. Pensavo che ne sarebbe rimasta scandalizzata. Invece rispose molto tranquillamente:
“Anche io lo pensavo, un tempo. Ritenevo che alcune volte non avrebbe potuto che giovare agli uomini un po’ di ragionevolezza. Ma alla fine ho capito che l’irrazionale, come l’immaginazione, sono delle componenti imprescindibili per l’essere umano. Quello che soprattutto mi fece cambiare idea fu l’accanimento con cui questi scienziati difesero la necessità di eliminare l’irrazionale dalla mente umana. Non capivano un concetto che era alla portata di tutti! Anche il fondatore di questa associazione lo ha capito. Ma come spesso accade la situazione gli è sfuggita di mano. È passato un po’ troppo tempo, ma volevo che tu assimilassi gradualmente tutte le nozioni che hai imparato dagli strani eventi di cui sei stato protagonista. Ho sempre sostenuto la necessità di utilizzare anche troppo tempo per una buona formazione. Ma, come ti stavo dicendo, ne abbiamo speso ben troppo. L’associazione ha catturato un altro essere umano e sta per sperimentare su di lui il chiusore. Noi dovremmo andare a salvarlo anche se non avesse ricadute sull’intera umanità. Ma purtroppo ce le ha. Infatti basta che un solo buco nero sia chiuso perché tutte le nostre menti rimangano perfettamente sterili di fronte a un foglio bianco. Non lo volevo dire perché è una frase tipica, ma NON C’E’ TEMPO DA PERDERE!
Il tuo compito è molto importante. Ora ti consegnerò un pacchetto in mano e tu glielo devi consegnare insieme alle informazioni che hai raccolto. Non aprirlo perché potrebbe essere pericoloso. Fidati di me! E magari l’incontro con lui potrebbe essere una buona occasione per rivedere la tua voglia di ragionevolezza.”.
Insieme al pacchetto mi mise in mano anche un foglietto di carta .

“Qui c’è scritto l’indirizzo dove dovrai portare i pacchetto che ti ho dato”
mi disse e poi aggiunse che avrei dovuto bussare ad una porta e chiedere del signor Rana mostrandomi secco e deciso. Quasi troppo sicuro di me. Proprio come gli scienziati dell’associazione.
“Le sarebbe utile parlare anche con mia figlia. Lei era entrata in questa associazione. Sicuramente le saprà dare informazioni più precise e aggiornate. E’ stata lei a salvarmi dal chiusore. Ed è stata lei a dirmi del povero disgraziato. Cerchi di andare lì il prima possibile! Ma non prima che sia iniziato il crepuscolo!”.
Non ero molto contento di parlare con l’imbrogliona. Ma tutto sommato mi fu utile.

Tornato a casa aprii il bigliettino. E mi ricordai di una situazione molto simile, quando tutti miei problemi cominciarono.
Quella volta speravo che il bigliettino non fosse vuoto. E che non venisse nessun giovane odioso a parlare con la sua voce irritante.
Ma anche questa volta rimasi molto deluso. C’era sì un indirizzo, e di questo ero molto contento (anche se avrei preferito restare a casa a godermi una delle rare sere in cui trasmettevano un bel film in televisione). Il problema era la città in cui si trovava questo indirizzo. Era lontanissima! Non mi poteva avvertire, Fiorella?
Intanto cercai le chiavi della macchina. Se dovevo arrivare lì per la sera ero già in ritardo. Dovetti per forza prendere l’autostrada. Mentre guidavo avevo i pensieri rivolti al poveretto che era stato catturato. Avrei potuto essere io! In alcuni momenti invece avevo l’impressione di essere stato preso in giro, di aver preso parte a una mostruosa e inquietante messa in scena. Però subito negavano questa sensazione tutti gli eventi di cui ero stato protagonista. Poteva esserci un’altra soluzione? Mi pareva di non arrivare mai. Finalmente comparve il cartello con il nome della città. Mancavano ancora parecchi chilometri. Il sole stava tramontando. Se Fiorella mi aveva detto che sarei dovuto arrivare là per la sera, un motivo ci doveva essere. Ero in ritardo. Girai a sinistra e imboccai la strada per il casello. Per fortuna conoscevo un po’ la città.

Ci ero andato un po’ di volte quando ero ragazzino. I miei genitori avevano un sacco di amici da quelle parti e io avevo fatto amicizia con i loro figli. Erano come dei cugini per me. E ad un tratto mi ricordai dove si trovava la via scritta sul biglietto. Era in un quartiere piuttosto malfamato. Quando eravamo piccoli ci era severamente proibito l’accesso da parte degli adulti. Per spaventarci ci avevano raccontato che lì viveva un mostro terribile che sbranava i bambini disubbidienti. Per un po’ tutti noi ci credemmo. Ma presto l’inganno si svelò da solo. Quando cade l’illusione di Babbo Natale molte cose finiscono per essere ridimensionate. Così una notte avevamo deciso di avventurarci nella via. Ma proprio all’inizio della strada una macchina con gli abbaglianti accesi aveva rischiato di metterci sotto. Mezzi morti dalla paura eravamo corsi a casa. Da quel giorno nessuno più propose spedizioni notturne.

Quando giunsi alle porte della città era iniziato il crepuscolo. Andai a colpo sicuro a parcheggiare la macchina in un parcheggio nella piazza della fontana. Noi la chiamavamo così perché c’era sempre una signora che innaffiava le piante a tutte le ore del giorno. Era una specie di attrazione turistica. Non appena scesi dalla macchina sentii il confortante scorrere dell’acqua. Dal solito terrazzo scendeva come sempre un ruscelletto di acqua. Con la mente di adulto pensai: Che spreco!

Stavo camminando da pochi minuti quando m i imbattei in un episodio che mi fece capire quanto fosse importante arrivare alla casa. Avevamo perso davvero troppo tempo.

Spuntai da una strada secondaria. Riconobbi l’uomo di colore che mi aveva parlato quella lontana domenica di Maggio. Decisi di tenermi nascosto nella zona d’ombra. La luce di un lampione illuminava l’uomo di colore, insieme al giovane uomo che era venuto a casa mia. Quest’ultimo gridava:
“IMBECILLE, STUPIDO DEFICIENTE! DOBBIAMO PORTARLO QUESTA NOTTE AL LABORATTORIO! È ANCHE COLPA TUA SE NON L’ABBIAMO PRESO! NON PUOI CONTINUARE CON IL TUO BUONISMO!”
Per un attimo credei che stessero parlando di me. In effetti, avrebbero potuto rapirmi e sottopormi al chiusore.
E (ora che ci pensavo) perché non l’avevano fatto? Ma il mio cervello egocentrico dovette recepire altre parole.
“Ma … è solo un bambino! Come puoi pensare di usare i nostri strumenti su di lui?” domandava l’altro uomo torcendosi le mani.
“Bello mio, non so se è chiaro, ma ora ABBIAMO SOLO LUI A DISPOSIZIONE! Dobbiamo trovarlo e rapirlo!”.
”Ehi, ehi, ehi, aspetta una attimo. Visto che dell’etica non te ne frega un fico secco, cosa pensi, che la madre se ne starà zitta e buona e dirà sì sì prendete il mio bambino e fategli …”
“MA SEI DEFICIENTE??!! NON PUOI PARLARE AD ALTA VOCE DEI NOSTRI PROGETTI!!! VUOI FARCI BECCARE?!?”
“Stai tranquillo, non c’è nessuno. Tra l’altro se continuiamo cos’, credo che lascerò l’associazione. Un tempo credevo che stessimo lottando per un mondo migliore …”
“Ascolta bene, bello di casa: ora tu vai a cercare quel bambino, oppure io ti ammazzo di botte …”. Detto questo passarono alle mani. Stavano lottando furiosamente. Avrei voluto aiutare il tipo con i capelli brizzolati. Ma il mio pensiero era rivolto a quel povero bambino. Che crudeltà! Odiavo chi se la prendeva con i più deboli. Ma quelli che coinvolgevano i bambini erano nella top ten della mia lista nera. “Non potrebbe andare peggio …”. Come non detto: iniziò a piovere.

La casa sembrava non arrivare mai. Quando finalmente il signor Rana mi accolse nel suo studio, tirai un sospiro di sollievo, anche la preoccupazione non era ancora terminata. Mi tastai il rigonfiamento della tasca per essere sicuro di avere con me il pacchetto di Fiorella. Sudore freddo. Per un attimo temetti di averlo dimenticato. Ma per fortuna era rimasto al posto. Tuttavia prima che potessi darglielo il così detto signor Rana cominciò a parlare.

“Stia calmo, caro amico. So di lei molto più di quanto possa immaginare. Ma prima che faccia qualsiasi cosa vorrei che lei sappia qualcosa. Come Fiorella le ha detto, io sono il fondatore di questa fantomatica associazione segreta. Il mio obiettivo era quello di finanziare la ricerca senza che il potere o la religione ci mettessero le loro luride mani.
Così (dopo una provvidenziale vincita al Superenalotto) ho fatto costruire un immenso laboratorio nel ventre di una montagna, che viene tutt’ora sorvegliato ventiquattrore su ventiquattro.
Coloro che vengono ammessi nel laboratorio vengono selezionati duramente. Capiscono da soli che non devono parlare con nessuno del laboratorio segreto, neanche con i familiari più vicini. Grazie a un controllo reciproco”
(non mi volle dire niente di più riguardo questo controllo, malgrado la mia espressione interrogativa)
“siamo riusciti a tenere segreta la sua esistenza. E siamo anche riusciti a fare sì che tutte le scoperte venissero condivise. Noi volevamo solo ricercare. Ma quando ci accorgemmo che le nostre scoperte avrebbero potuto cambiare il mondo … be’, le cose cambiarono. Cominciammo tutti a sognare un mondo migliore. Dove gli uomini sarebbero diventati onesti con se stessi. Dove avrebbero capito il loro posto. E si sarebbero rispettati gli uni con gli altri. Ma ancora non siamo riusciti a inventare una sostanza che possa iniettare la moralità negli uomini, anche perché è una cosa astratta. Dunque l’unico modo di educare il genere umano era farlo diventare per lo meno irrazionale, e quindi prevedibile. Sono stato proprio a ipotizzare l’esistenza di un buco nero nella mente. Non si più sperimentare empiricamente la mia ipotesi. Ma, grazie alla teoria, sono riuscito a inventare una macchina in grado di chiuderlo. Capisce che cosa significa privare l’uomo della sua immaginazione?
Niente più Dio, niente più stupidi e irrazionali comportamenti ….”
(gli occhi gli brillarono come se fosse pazzo)
“ … il Paradiso, insomma. Del nostro esercito faceva parte anche uno studente di filosofia. Quando gli esposi la mia idea ne fu molto entusiasta. Sembrava un infervorato. Diceva che avremmo potuto dar vita ad una società di superuomini perfetti, come aveva profetizzato un filosofo, di cui non ricordo il nome. Eravamo molto convinti della nostra idea. Ci serviva solo una cavia su cui sperimentare la macchina da me costruita. Avevamo deciso di sacrificare una persona che aveva compiuto una azione grave nei confronti dell’ambiente. Ma i ricchi industriali, i petrolieri, i politici, i costruttori edilizi … insomma, tutte le categorie che non rispettano nessuno fuorché se stessi sono completamente irraggiungibili. Così ci mettemmo alla ricerca di qualcuno più accessibile. Ci dispiaceva molto. Ma rivolgemmo la nostra attenzione ai ceti sociali più bassi. E già qui l’associazione si spaccò in due. Molto si offrirono come volontari per sperimentare il macchinario che avevamo chiamato ‘chiusore’. Ma servivamo tutti quanti gli scienziati del mondo per studiare i risultati. E così, di malavoglia, cominciammo a girare per città, paesi, campagne. Alcuni non si arrendevano e continuavano a bazzicare per i luoghi frequentati dalle persone di alta classe sociale. Comunque il nostro metodo era questo: individuare una persona e seguire le sue abitudini. Se viveva con una famiglia, lo scartavamo subito. I parenti si sarebbero subito accorti della sua scomparsa. L’avrebbero denunciata e sarebbe aumentata la probabilità che trovassero il nostro laboratorio. No, ci serviva una persona che vivesse da sola. Ma questa persona non si trovava. Infatti anche gli individui che vivevano soli avevano sempre qualcuno che li accudiva. Insomma, alla fine decisi di sacrificare Fiorella,”
(rivelazione shock)
“ mia sorella. Sarò onesto: l’ho sempre odiata. Lei ama l’irrazionalità. Si fa fare carte, incantesimi, magie … e quello che più mi irrita è che funzionano quasi sempre. Su molte cose non andiamo d’accordo. E inoltre mi ha confessato che butta nel bosco tutte le cose che non le servono più: materassi, lavandini, sedie rotte, lavapiatti ‘antiquate’ … e l’unica persona che viveva con lei (mia nipote) era entrata nell’Associazione. Ma proprio il giorno che decisi di parlare con mia nipote per esporle il mio progetto, qualcosa scattò dentro di me. E intuii che stavano facendo una sciocchezza e che il ‘chiusore’ andava distrutto perché altrimenti avremmo ucciso anche la genialità. Il progresso si basa sulle intuizioni, molto spesso su cose che non trovano fondamento razionale. Uccidendo l’immaginazione, avrei ucciso anche il progresso. Ma ormai tutti i membri erano decisi in questo progetto. Io sono il fondatore, non il capo. A nulla valsero le mie parole. Purtroppo ebbi la malsana idea di descrivere anche il momento in cui mi era arrivata questa illuminazione. E così decisero che avrebbero rapito Fiorella. Per metterla in salvo, le assegnai un incarico. E decisi di spiegarle quello che io e sua figlia le avevamo tenuto nascosto per così tanto tempo: l’associazione e il nostro progetto, con qualche piccola modifica (Non potevo mica dirle che la odiavo!). E così mi inventai la baggianata del buco nero più grande. E per dare più importanza all’incarico che le stavo per assegnare le dissi anche che sarebbe bastato chiudere un solo buco nero per condannare tutta l’umanità. In realtà non è vero. In realtà non sappiamo assolutamente nulla di quello che potrebbe succedere. Ci sono troppe variabili. Così decisi che avrei distrutto il chiusore. Ma per farlo avevo bisogno di un oggetto particolare. Una roccia che avesse una determinata composizione chimica: calcare, oro, argento, sale marino e altre componenti. Grazie ai miei calcoli riuscii a capire che poteva trovarsi solo nell’Africa del Sud. Così chiesi a Fiorella di portarmela. Le diedi uno strumento in grado di riconoscere quella rarità. Il mio obiettivo principale era allontanarla da qui. Non sapevo che la pietra mi sarebbe davvero servita. Ma andiamo per ordine. Dunque, la spedii lontano, nella speranza che riuscissi a convincere i miei colleghi che dovevamo aspettare ancora per usare il macchinario. Ma loro erano irremovibili. E poi trovarono lei. Era perfetto: viveva da solo. Nessuno si sarebbe accorto della sua assenza. Mia sorella era tornata da pochi giorni. Mi dispiaceva per lei, ma non potevo fare nulla. Però non potevo sopportare l’idea che sarebbe stata condannata una persona sconosciuta (ma pur sempre una persona) per salvare mia sorella. Per questo decisi che dovevo trovare un modo per avvertirla. Almeno tentare di non farla andare all’appuntamento in cui l’avrebbero sequestrata. Per un caso fortunato sentii il discorso di coloro che l’avevano individuato. Ma come potevo distrarre una persona curiosa, che si stava dirigendo a un appuntamento che sembrava molto interessante? L’idea mi fulminò la testa: un pupazzo meccanico! Certamente questa persona avrebbe pensato di essere impazzita. Si sarebbe sentita vulnerabile e in pericolo. E sarebbe tornata a casa, mettendosi in salvo. Inoltre è la mia passione dare vita ai giocattoli. Ho sempre pensato che contengano una parte di noi. Magari in questo mondo non vivono perché rigorose leggi fisiche glielo impediscono. Forse in un altro pianeta … comunque torniamo a noi. Intanto dovevo decidere quale pupazzo scegliere. Volevo che fosse l’immagine della salvezza … però ho sempre avuto antipatia per i super eroi. Magari potevo scegliere un soggetto che rappresentasse la sapienza, la saggezza … Grande Puffo viene da sé. Lo costruii a tempo record: non fu facile creare un pupazzo che desse l’illusione di essere vivo. E doveva riuscire a recepire i comandi a distanza: avrei dovuto essere io a parlare attraverso la voce di Grande Puffo. Avrei cercato di farla vedere da altre persone. Ma intanto riuscire a farglielo trovare nei rari momenti in cui non era sorvegliato. E avevo pochissimo tempo. Raggiunsi in tempo record la strada che stava percorrendo per recarsi all’appuntamento. Quando una mamma e un bambino la coprirono feci scivolare il mio prodigio per terra. Per fortuna lo trovò subito. Per un attimo temetti che l’avrebbe dato al bambino. Per fortuna rinunciò. E si tenne stretta la sua immaginazione. Poi le consigliai di andare da uno psicologo. Ma lei non si trovò bene. E così continuava la sua vita solitaria. Allora le mandai come vicina di negozio Fiorella.”
“Scusi un attimo, ma prima di arrivare a Fiorella, mi deve spiegare alcune cosa. Come ha fatto Grande Puffo a fare la camomilla. E chi era lo scienziato Albero? Come faceva la lavagna a reggersi nel vuoto?”
“Ah, avrei volentieri omesso … ecco, la camomilla gliel’ho preparata io. Mi sono intrufolato in casa sua. Tanto era così sconvolto che non si sarebbe stupido di vedere un uomo in casa sua. Visto che non arrivava decisi di mettere un grembiulino a fiori alla mia creazione, così le avrei confuso ancor di più le idee. Ma lei stava non capendo un bel niente. E in effetti non era facile. Così riuscii a convincere un mio amico a andare da lei a spiegarle una prima parte della questione. Abbiamo deciso insieme di riempire una lavagna di elio, così avrebbe capito meglio, anche se non avesse avuto le basi. Ma a quanto pareva i nostri supporti visivi non furono così fondamentali come avevamo creduto. Però non volevo che sapesse proprio tutto. Ovviamente l’idea che alcuni personaggi potessero uscire dalla sua testa, come Atena dalla testa di Zeus, è un’assurdità. Ma l’avevo detto anche a Fiorella. Allora per coerenza … vi ho resi protagonisti di un viaggio virtuale. E in una terra sconosciuta vi ho resi partecipi del nostro progetto, senza tradire il segreto dell’associazione. Fiorella ha le idee un po’ confuse. Ma ha interpretato bene la sua parte. Ho dovuto mettere in mezzo l’umanità, perché ormai l’egoismo troneggia. E se un uomo non è coinvolto entro breve tempo se ne frega (scusi il termine) degli altri. Poiché lei non era più la persona adatta perché aveva cominciato a essere amico di mia sorella, i membri cambiarono ancora una volta obiettivo. E scelsero un bambino. Proprio quel bambino che lei ha incontrato all’inizio di questa storia. La madre dovrà partire per lavoro. Il padre è sempre fuori casa. Stanno per cominciare le vacanze estive. Se lo rapiscono quasi nessuno se ne accorgerà. L’unica soluzione per mettere fine a tutto questo è distruggere la macchina che ho costruito. Sono notti che non dormo. Ho impiegato quasi tutta la mia vita per costruire il chiusore. Ma se l’uomo è stupido, se è simile a una bambino che gioca con un coltello, allora dovrò togliergli il coltello. Mi dia il pacchetto che ha in tasca”. Oddio, proprio mentre mi pareva di aver capito qualcosa, avevano ancora cambiato tutto.
“Ma …” domandai “è sicuro di volerlo distruggere … ?” .
Lessi il dolore nei suoi occhi.
“Se gli uomini fossero un po’ più maturi … ma se i miei stessi compagni rifiutano di ragionare e sacrificano qualsiasi mezzo per raggiungere il proprio fine personale … che speranze ci sono?”.
Mi guardò così speranzoso in una risposta che per rispolverare il mito del buon selvaggio secondo cui l’uomo è per natura buono. Ma non ci ho mai creduto. Così mi scrollai le spalle e tolsi dalla tasca il pacchetto. Lo prese in mano
“Ah, dimenticavo … spero che non l’abbia aperto perché questa pietra è radioattiva. Comunque è stato bravissimo con la vecchia Carmen … scommetto che l’ha scambiata per uno dei nostri.”.

In quel momento bussarono alla porta. Era Carmen con il tè. Ma il signor Rana (non credevo che questo fosse il suo vero nome ed ero contento di non saperlo) le disse di restare fuori. All’improvviso si girò verso di me. Mi fece scivolare in tasca il pacchetto che gli avevo dato. Sussurrò: “Lo distrugga lei. Io non ci riuscirei. La prego. Le spiegherò tutto. Non è difficile. Deve soltanto mettere questa pietra tra il compressore nucleare e l’entroscopio elettromagnetico … no, non si preoccupi, questa volta non è ignorante. Siamo in pochi a conoscere questi strumenti. Ora le faccio vedere un disegno del chiusore. Il difficile sarà arrivare nel ventre della montagna. I suoi dintorni sono continuamente monitorati. Siamo riusciti a inventare dei raggi infrarossi in grado di identificare ogni persona che passa- ma questi raggi hanno l’unico difetto che non riescono a passare attraverso fili d’erba. Se avessi più tempo, troverei sicuramente il tempo per farle indossare una tuta che la renda immune da questi raggi. Ma stanno andando a prendere il bambino: si dovrà mettere in viaggio domani sera. Come un topolino striscerà nel bosco che ora le indicherò su questa carta geografica. Non si deve assolutamente far vedere da nessuno ( alcuni dei miei ex colleghi sarebbero pronti a eliminarla se dovessero accorgersi della sua missione!). La guideranno … indovini un po’ cosa la guiderà?”
Risposi pieno di speranza “Grande Puffo?”
“Ah, le è piaciuto così tanto? No, la guideranno le cartacce lasciate dai turisti maleducati. Ad un certo punto arriverà vicino a un roccia. A questo punto devi premere due volte sopra la sfumatura rossastra alla tua destra. Poi dare quattro calci nel foro in basso a sinistra, quello sotto il ramo di abete. A questo punto sentirai uno scatto. Dieci metri più a sinistra si aprirà una porta. Devi spingerla. Ti troverai in una grotta apparentemente naturale. Molto umida e buia. Percorrila fina a che non arriverai a un lago. Ti leverai le scarpe e passerai sul bordo. Quando sarai circa a metà troverai una nicchia. Tastala e troverai un bottone. Spingilo tre volte. Quando sei dall’altra parte del lago poggia entrambi i palmi della mano, incrociando le braccia. Spingi forte. Ti troverai in una grande sala, con il pavimento a scacchi. Passa solo sulle mattonelle nere. Appena puoi gira a destra. Arriverai a una precaria scala di alluminio. Sali. In cima apri la porta. Percorri la galleria umida. È molto lunga, non ti scoraggiare. Ad un certo punto incontrerai un bivio. Ricordati di andare a sinistra. Poco dopo ti troverai in una grande caverna. Sulla destra c’è un buco sul terreno. Devi infilarti. Ti troverai in un tunnel. Prima a sinistra, poi a destra e poi sempre dritto. Arrivato alla fine poggia la tua schiena sulla roccia. Si aprirà una porta. Il mio chiusore è lì dentro. Ecco, ti faccio una crocetta sul punto dove devi infilare la pietra. Deve entrarci perfettamente, se no è sbagliato il punto. Poi … a essere sincero non so cosa succederà. Buona fortuna! ”.

Mentre lui parlava, io ero occupato a prendere appunti sul foglio che mi aveva dato lui. Alla fine chiesi
“Ma … le radiazioni … ?”
“Non si preoccupi: se lei non apre quel pacchetto non succederà alcunché. Poi non appena entrerà nella stanza troverà una pesante giacca protettiva. Ovviamente la deve indossare. Ora vada! Ha bisogno di riposo. Si ricordi: fino alla fine del parcheggio può stare in piedi. Non appena inizia il sentiero, deve accucciarsi e strisciare. Non ci dovrebbe essere nessuno. Se c’è qualche altra macchina parcheggiata, stia in guardia. Ah, prima di distruggere la macchina … “ , sembrava molto imbarazzato “… le dia questo da parte mia”.
Mi diede una rosa rossa. “La metta esattamente al centro”.

L’affascinante patina del ricordo svanì. Avevo un compito importante e pericoloso, però mi sentivo stranamente tranquillo. Avrei dovuto uscire di casa nel pomeriggio, e non avrei aperto il negozio. Quindi avevo tutto il tempo per riposarmi e progettare la sera.
“Strisciare come un topolino …”.
Mi faceva sentire un tantino schifoso. Di solito odiavo le giornate di attesa, ma quella volta non mi diede fastidio. Si pensano molte cose quando non si deve far altro che aspettare. Si ha tanto tempo a disposizione. Ma ben presto venne l’ora di uscire. E così afferrai le chiavi della macchina. Mentre guidavo una vocina dentro di me disse:
“Certo che sei proprio cretino! Perché mai stai mettendo a repentaglio la tua incolumità per un bambino che neanche conosci?
Ricordati che devi strisciare: farai un sacco di fatica.
Torna indietro e lascia che lo faccia qualcun altro.
Perché proprio tu?
Insomma, tra tante persone perché proprio te?
Non hai neanche qualche abilità particolare …”
“Zitta: il signor Rana ha avuto fiducia in me. E poi se io non facessi niente potrebbe accadere qualcosa di cui potrei risentire anche io.”

Discutemmo parecchio di questa questione. Ma io avevo deciso.

Giunto a destinazione scesi dalla macchina. Ce n’erano altre tre vicino alla mia. Mi guardai incontro. Non c’era nessuno. Mi vergognavo un poco, ma alla fine mi misi a gattoni. La luce stava svanendo. Non avevo percorso che pochi metri quando vidi la prima cartaccia. Un kinder bueno. E poco dopo le plastica che conteneva le due barrette di cioccolato. Mi sentivo molto ridicolo. Continuai a strisciare. “E se incontro qualcuno cosa gli dico?”. Ero indeciso se rifilare la storia di quello che si è perso una lente a contatto oppure spacciarmi per uno studioso delle impronte degli insetti. Visto che non ero molto esperto nell’ultimo campo, mi immaginai me stesso che fingeva di non vederci per convincere eventuali disturbatori. Ormai era completamente buio. Non vedevo più nulla. Per un attimo mi parve di aver perso la strada. Ma la carta di un leccalecca semi finito mi confermò che stavo ancora sul sentiero. Caramelle scartate, fazzoletti usati … trovai persino una lente a contatto! Ad un certo punto tastai un oggetto molto simile a una scarpa. Ma c’era un problema: non la potevo spostare. Alzai lo sguardo. Un ombra più scura del buoi comparve esattamente sopra la scarpa. Dunque si trattava di una persona! Infatti la scarpa si spostò e i arrivò un calcione sul naso! Rotolai nell’erba, mordendomi le labbra per non urlare dal dolore.
“Cosa succede?” chiese una voce maschile
“Questi stupidi insetti, rompono le scatole anche la sera ! ” rispose una voce femminile. Cominciarono a camminare veloci. Cercai di stargli dietro il più silenziosamente possibile.
“ Presto, dobbiamo arrivare al laboratorio. Mi ha chiamato il Capo: ieri hanno presi il bambino. Tra poche ore proveranno il chiusore. Dobbiamo assolutamente esserci! Finalmente si sono decisi a sacrificare qualche stupido umano in nome della Scienza. Il Capo ha detto che farà una fotografia con tutti i presenti: io devo assolutamente esserci! Non vorrei che i posteri mi ricordino come ‘quella che non era presente all’attuazione del chiusore dei buchi neri”
“Shhhhhh, zitta! Lo senti anche tu questo rumore?”.
Mi immobilizzai. Respirai il più piano possibile. Entrai in apnea .
“Cosa? No , io sento solo i grilli. Andiamo, presto”.
Mi seminarono. Non potevo rischiare di essere beccato. Come avrei fatto ad arrivare prima di loro? Strisciai veloce sul terreno umido e appiccicoso. Mi si erano attaccati alle ginocchia vari tipi di cartacce. Il naso mi sbatte su un pacchetto di Vivident finito. Non ce l’avrei mai fatta. Era impossibile. Stavo per alzarmi in piedi e tornare indietro sconfitto.
Tra l’altro: chi era il Capo? Che fosse il signor Rana con le idee cambiate? Eppure era così convinto. Puntai i piedi a terra e mi alzai in piedi.
Ecco, ora mi potevano vedere. Ma io non vedevo nulla. Non sarebbe stato facile tornare indietro. Ma all’improvviso una forte onda d’urto mi buttò a terra.
“Oh,oh, scusi, giovane amico”
“Signor Rana! Allora non è lei il Capo, grazie al cielo! Cosa ci fa qui?”
Tirò fuori da non so dove una voluminosa lanterna.
“Coraggio, non c’è tempo da perdere. Se vogliamo arrivare prima di loro, dobbiamo usare il passaggio segreto. Tanto ormai ci hanno visto. Non volevo essere presente, ma non c’è altra soluzione. Ora mi corra dietro e non si fermi per nessun motivo”
E si mise a correre a una velocità davvero insolita per un uomo della sua età.

Ci fermammo davanti a un sasso molto grande. Il signor Rana aveva il fiatone.
“Uh … uh … Senta … io … non ce la faccio più …. Deve continuare da solo. Ma non … arriverà … mai … in tempo! Deve … usare … il … passaggio … segreto! Meno male che l’ho costruito. Forse … avevo già previsto … questa eventualità … ah … sono proprio fuori allenamento!”.
Si fermò un attimo. Ora si parlava pure di passaggio segreto! Quindi gli appunti che avevo preso il giorno prima potevo anche buttarli. Tutta fatica inutile! Ma forse in confronto alla fatica che aveva fatto il signor Rana per costruire un macchinario che doveva essere distrutto, la mia non era nulla. Rana si riprese.
“Allora, sposti questo sasso. Dovrà introdursi nel tunnel. Non si preoccupi, poi diventa largo. Ma stia attento: è molto umido e scivoloso. Non può permettersi di cadere! Ma deve fare in fretta! Non le dico di correre, ma il tempo stringe. Poi si ritroverà in cima a una cascata. Sotto di lei si apre un canale, ma può solo essere salito. Lei deve buttarsi e si fidi di me. In fondo ho lasciato un grosso telo capace di attutire ogni onda d’urto. Poi entrerà nel mio laboratorio …”.
Sospirò.
“Lei sa cosa deve fare.”.
Silenzio imbarazzante.

“Lei mi sta chiedendo di fare qualcosa di eroico. Addirittura buttarmi da una cascata, rischiando di sfracellarmi! Non la prenda come un offesa” dissi io, guidato dalla vocina egoista “ma se lei è uno scienziato, perché non mi dà qualche strumento prodigioso che mi aiuti in qualsiasi difficoltà? Inoltre è molto probabile che i suoi ex colleghi siano già nel laboratorio. Cosa dovrei fare?”.
Pensai che si sarebbe arrabbiato. Invece mi guardò con affetto, con aria quasi paterna.
“Si ricorda che le ho detto che odio i super eroi? Ebbene, se uno ha dei poteri magici, non c’è niente di eroico ad usarli. Il vero eroismo è quello delle persone comuni. Dimostri a se stesso che in realtà è coraggioso! Se non vuole compiere quello che le chiedo, è liberissimo di tornare indietro. Dimostrerebbe solo l’estrema vigliaccheria sua e del genere umano. Ma se esiste ancora una coscienza … . Ora non c’è più tempo da sprecare.
Prenda questi e si ricordi del potere della suggestione”. Mi diede un paio di occhiali da sole.
Non avevo mai incontrato un tipo così strano.

Il sasso era molto pesante, ma in due riuscimmo a spostarlo. Mi infilai nel tunnel, più simile a una tana per le marmotte che a un accesso a un laboratorio.
Poi la tana di marmotte diventò più largo e mi consentì di alzarmi in piedi. Cominciai a correre, ma dopo che rischiai di cadere un paio di volte, assunsi un passo veloce. Sembrava infinito. Per fortuna un po’ di luce filtrava da piccole aperture laterali. Certo che mi poteva pure dare la sua lanterna! Ancora una volta sentii i muscoli delle gambe che gemevano. Se fosse stato per loro, sarei tornato indietro già un milione di volte.
“Presto, presto, presto”.
Il terreno diventava sempre più scivoloso. Ben presto fu praticamente un ruscelletto. Forse ero vicino. E poi … tunnel svanì. E mi trovai in cima a una grandissima cascata. L’acqua spumeggiava e faceva un fragore inquietante.
“Ah,ah,ah divertente … e io dovrei buttarmi da qui. Ma col cavolo proprio. Non ho alcuna intenzione di diventare cibo per pesci! No, non se ne parla … io torno indietro e dico al signor Rana di distruggerselo da solo … che cosa ridicola! Sto qui per un oggetto che non ho mai visto e di cui ho solo sentito parlare … e se non esistesse? Uffa, ma perché proprio io, io mi trovo in questa situazione? E io non ho i super poteri. È vero il discorso che faceva lui … però …”
Il mio viso fu spruzzato dalle gocce di acqua.
Se non volevo infradiciarmi, dovevo fare in fretta.
“Per agire ci vuole oblio” pensai.
Vidi il mio corpo che si sfracellava contro le rocce, i pezzi del mio cervello che volavano per quella caverna. Il mio sangue che si mescolava con l’acqua …. Intanto mi ero già buttato. Dopo uno dei voli più lunghi della mia vita atterrai su un materasso morbido e comodo. Sarei volentieri rimasto lì. Ma purtroppo mi dovevo alzare. Mi diressi a passo felpato verso la porta di metallo.
“Oddio, e se non è aperta …?”.
La spinsi molto piano. Cigolando, si aprì. Attraverso la spiraglio veniva una luce fortissima. Senza pensarci due volte indossai gli occhiali da sole. Non volevo restare accecato. Poi entrai. La luce fortissima svanì. E davanti a me comparve una ventina di persone, tutte con il camice piombato. Sorridevano a una macchina fotografica. Dunque si trattava della luce del flash! In un attimo tutti gli occhi si puntarono su di me. Mi risuonarono in testa le parole del signor Rana
“ … sarebbero capaci di eliminarti …”.
Non erano molto incoraggianti. Con il cuore in gola e la mente paralizzata avevo grosse difficoltà a riflettere. Intanto la mia memoria riconobbe il ragazzo odioso che era venuto a casa mia. In un angolo c’era un gruppo di persone legate e imbavagliate. Tra di loro c’era il tipo di colore che cercava in tutti i modi di liberarsi, ma le corde dovevano essere molto strette. Lo scienziato al centro parlò:
“E lei chi è? Che ci fa qui? Come ha fatto ad entrare?”.
“Cavolo, cavolo, cavolo …” pensai.
Ed ora? Che dire? Che fare?
Il chiusore era molto diverso da come appariva nel disegno. Di blitz improvvisi non se ne parlava, anche perché i miei riflessi non erano molto sviluppati.
“Ricordati del potere della suggestione” aveva detto il signor Rana.
Poi risposi.
Ma era come se qualcuno mi stesse suggerendo le parole e io le ripetessi ad alta voce.

“Buongiorno, signor Capo. Mi scuso per l’irruzione violenta, ma era necessaria. Intanto dovrei presentarmi. Io faccio parte di un’associazione segreta (e essendo segreta non ne posso svelare il nome, e anche se potessi a voi non direbbe niente) che sta spiando da molto tempo la vostra associazione segreta. Anche noi stiamo portando aventi la ricerca e siamo giunti alla costruzione di un chiusore dei buchi neri. Lo abbiamo già sperimentato su alcuni individui della razza umana. E abbiamo scoperto che per rendere il buco nero completamente chiuso manca un pezzo, davvero fondamentale. Il nostro chiusore purtroppo è andato distrutto dopo … dopo una terribile catastrofe. Ma in nome del progresso siamo disposti a mettere a vostra disposizione le nostre scoperte. Coraggio non fatevi scrupoli. Accettate il nostro aiuto. Vi stiamo tenendo d’occhio e devo ammettere che lavorate molto bene. È sufficiente che mi diate la possibilità di porre il pezzo mancante nella posizione giusta.”.

Avevo parlato in modo sicuro , a macchinetta, in modo che non potessero interrompermi con domande imbarazzanti.
Ma presto arrivarono.
“Di che genere di pezzo si tratta?”.
Mi inventai una spiegazione pseudoscientifica.
“Ecco, dopo questo sono sicuro che mi ammazzano …”. Invece parvero convinti. Gli occhiali da sole fecero il resto.
“Aspetta un attimo” disse una donna dai capelli neri, la gusta feste della situazione. “Dicci i nomi dei più importanti membri della nostra società, se è vero che ci spiate da così tanto tempo.”
Ecco non poteva andare tutto bene! Assunsi un’aria di superiorità intellettuale.
“Ma … veramente sono molto offeso! Ho pure spiato il passaggio segreto che porta qui (infatti nessuno di voi mi ha visto arrivare) e voi mi chiedete i nomi , come se fossero importanti!”
Poi assunsi l’aria di una sdegnosa offesa
“Pensavo che evitare i vostri sensori fosse una prova sufficiente. Ma se siete così diffidenti, allora me ne torno da dove sono venuto …”
“NO, NO ASPETTA …”
“Noi non intendevamo …”
“Non te ne andare …”.
Un po’ di tira e molla e furono tutti convinti. Gli scienziati legati erano rimasti paralizzati. Forse qualcuno aveva perso i sensi per le corde troppo strette. Comunque ero contento di non dover convincere anche loro, anche se è più facile convincere un folto gruppo di uomini che un solo individuo. Mi diedero l’ok per procedere.
“E adesso arriva il bello …”.
Sarebbe stato evidente che io non avevo mai visto un chiusore in vita mia. Era uno strumento immenso, quasi mastodontico. Non aveva una forma definita, ma ricordava vagamente quella di una gigantesca campana alla rovescia. Un uomo dai denti da coniglio mi aprì una porticina.
“Qualsiasi cosa debba fare, deve per forza passare da qui … o forse il vostro chiusore era diverso?” “No, no ...”
La porta trasparente mi si chiuse alle spalle. Dall’interno non c’era nessuna maniglia. Mi avventurai tra labirinti di tubi luccicanti e sentieri ferrosi. Nei miei vagabondaggi trovai anche il bambino condannato. Lo liberai e lo portai con me. Se avessi saputo che il mio percorso era attentamente seguito dalle telecamere e tutti gli scienziati avevano gli occhi fissi sugli schermi forse non sarei stato così tranquillo.

“Secondo me ci ha ingannato … quello non sa manco che è un buco nero!”
“Ma che dici? Secondo me sta solo facendo una ricognizione … vuole vedere se è tutto uguale a come l’hanno costruito loro”
“Ma come ha fatto questa associazione a spiarci, se i nostri metodi di sicurezza sono a prova di servizi segreti?”
“Boh, non lo so … comunque secondo me abbiamo fatto bene a fidarci di lui … sembra un tipo sveglio … non come tanti nostri colleghi che non si sono accorti neanche che il nostro fondatore ha costruito … “
“Che vuoi dire, che siamo deficienti?”
“Solo distratti se mi permettete”
“Ma come osi?”
“Ohi, calmi! Non perdiamolo di vista, quel pidocchio.”

Più andavo avanti più mi sentivo perso. Il disegno del signor Rana non corrispondevano affatto al posto dove stavo. Forse lo tenevo al contrario …? Andava un po’ meglio. Ma dove cavolo era il posto di quella pietra … e neanche mi ero messo la protezione ! mi sarei ritrovato tutto radioattivo.

“Ma dai, è evidente, quello ci ha imbrogliati! Non si è neanche messo la protezione”
“Forse sono arrivati a un livello così avanzato di tecnologia che si iniettano una sostanza che li difende dalle radiazioni”
“Ma cosa stai blaterando? E non ti sei accorta che ha liberato il bambino? Si tratta di un piano di sabotaggio!”.
Tutti si misero a fare calcoli complicatissimi. E arrivarono insieme alla soluzione.
In coro : “Vuole distruggere il chiusore!”.
A quel punto il signor Rana, che aveva seguito ogni mossa da quando il suo complice era entrato, decise di usare un altro dei suoi passaggi segreti.

“Signor Rana! Meno male che è arrivato! Dal suo disegno non si capisce niente … dove cavolo devo andare?” “Non c’è tempo da perdere, amico mio! I miei colleghi hanno scoperto tutto! E hanno intenzione di sperimentare il chiusore con voi due (e anche me) chiusi qua dentro ! non faremmo mai in tempo. Qualcuno si deve sacrificare. Quello sarò io. Tu esci e salvati con il bambino. Voi due non ci entrate nulla in questa storia. Ti avevo chiesto di operare perché ero troppo affezionato a questa macchina per riuscire a distruggerla. Ma il mio stupido animo umano ha avuto torto : chi fa da sé fa per tre. E ora scappate!”
“Ma come facciamo ad uscire da questo coso infernale? È un labirinto!”
“Devi usare un altro passaggio segreto … “
“Ne ho abbastanza dei suoi passaggi segreti! Ora io la aiuto a finire questa opera di distruzione …”. In quel momento sentimmo dei passi. Di corsa si stavano avvicinando un bel po’ di persone. “Presto, mi dia la pietra!”.
Mi infilai la mano in tasca e gliela diedi. Si mise a correre come un lampo. Riuscì a sfuggire per un pelo.
“Bene, bene , bene …. E così si è inventato una bella storiella. Avanti, ci dia la pietra distruttrice! E noi la lasceremo andare con suo figlio …”
Wow, pensavo che il ghigno dei cattivi esistesse solo nei cartoni animati! Subito mi ricomposi. Meglio far finta di niente
“Ma di cosa sta parlando? … pietra … distruttrice …? Volete che vi consigliamo una nuova marca di caffè?”
“Non faccia il finto tonto, che pezzo doveva mettere, allora?”
“OH, miei piccoli discepoli ingenuotti! Il pezzo che vi manca è molto più piccolo di quanto possiate immaginare. Ecco, si tratta di …”
In quel momento si sentì un rumore terribile.
“Presto, alla sala di controllo!!!!”
Tutti si misero a correre. Io presi il bambino e scappai dalla parte opposto. Per fortuna arrivai subito alla porta di ingresso. Lo lasciai lì. Mi guardò con due occhioni da vitello.
Sembravano dire:
“A forza dei vostri numeri e calcoli mi avete trasformato in pacchetto da trasportare. Ma io sono una persona umana … mi state traumatizzando l’infanzia e nessuno ci sta pensando. Siete una massa di imbecilli! Sapete costruire macchinari prodigiosi, ma quando si tratta di sentimenti vi perdete in un bicchier …”
Ma non avevo tempo di ascoltare quegli occhioni silenziosi. L’attenzione ai fatti mi impediva di ascoltare i fanciullini.
“Il signor Rana!”
E corsi dentro. Arrivai alle spalle dello scienziato cattivo che teneva sotto tiro il signor Rana, che stava estraendo dalla tasca la pietra. Poi improvvisamente si bloccò.


“Prima” disse il simpatico omino dagli occhi marroni “voglio raccontarvi una storiella. C’era una volta un uomo che voleva volare. A quel tempo ancora non esistevano gli aerei. Lui era sicuro che se si sarebbe allenato ci sarebbe riuscito. Così passava le giornate buttandosi giù dai dirupi erbosi. Cadeva sempre. Un giorno decise di provare a buttarsi da una rupi rocciosa, convinto che a quel punto sarebbe volato. Ma invece morì. Si dovette arrendere, così come dovete fare voi!”

Ricominciò a correre. Ma lo scienziato sparò. Lo colpì a una gamba. Il signor Rana mi vide e mi lanciò la pietra.
“LA DEVI METTERE LA’!” e mi indicò il punto.
Senza pensarci due volte la afferrai e la misi al suo posto. Un lampo di luce bianca invase tutto il mio campo visivo.

A volte l’altruismo non paga.

Mi risveglia sul pavimento freddo del laboratorio. Il signor Rana stava piangendo o ridendo, non riuscivo bene a capirlo.
“Oh, si è svegliato, mio caro amico! Non so se se n’è accorto, ma ci siamo solo io e lei qui dentro. È successo una cosa stranissima. Tutto il mio laboratorio è stato ingoiato dal chiusore, tranne questo pavimento, io e lei.”.
Mi guardai intorno: le cime degli alberi ondeggiavano, scosse la una leggera brezza. “Ho chiamato il genitori del bambino. Mi hanno detto che stava dormendo beato nel suo letto. Non si sono accorti di nulla e lui è tornato magicamente a posto.”
“Beh, è una bella notizia”
“Già …” .
Un uccellino ci guardò con aria curiosa.

“Una intera vita andata in fumo …” disse il signor Rana “sa cosa penso, caro amico? Che la vita dell’uomo è simile a un viaggio compiuto da uno stanco viaggiatore che si affanna giorno e notte per cercare di tenersi in vita … e poi lo sa dove va a finire … ? In un orrido abisso!”.
E scoppiò in lacrime
“Ma su, su …. Chi gliel’ha raccontata questa storia dell’orrido abisso? Coraggio, non si disperi!” “Per l’amor del Cielo, lei ha proprio ragione! Non mi devo disperare. Il mio buco nero è ancora aperto, no? Quindi posso ancora credere in qualcosa! Posso sempre convertirmi a qualche religione che dia un senso a tutto questo”
“Scusi, ma non capisco cosa c’entri la fede con il buco nero”
“Non mi dica che non l’ha ancora capito? Dio non fa parte di questa di questa terra (eppure ero sicuro di averglielo già spiegato). Noi lo possiamo immaginare proprio grazie alla fantasia. Magari esiste in un'altra dimensione. Ho deciso, mio caro amico. Costruirò uno strumento per andare nelle altre dimensioni e ritrovare il mio amato laboratorio. Chissà, magari tra una viaggetto e l’altro potremmo anche scoprire che cosa c’è dopo la morte … incontrare qualche scienziato del passato … mi piacerebbe discutere con Einstein la teoria della … “
“Scusi, ma io vorrei tornare alla mia vita di sempre: il negozio …”
“Avanti” rispose lui “non faccia il cretino! Dopo che ha visto queste cose, come può tornare alla sua vita normale? Facciamo così, si prenda un periodo di pausa. Mi trova nella vecchia catapecchia, dove ci siamo incontrati la prima volta. La avverto però che Fiorella si è trasferita. Intanto cominci a colmare le lacune che ha nei confronti della scienza e della cultura. Scommetto che dopo che avrà studiato non vedrà l’ora di venire con me nel mio viaggio dimensionale ( questa volta vero).
Ci vedremo presto, mio giovane amico, prima di quanto creda”.
Fece per andarsene.
“Un ultima cosa” dissi io “Chi gliel’ha raccontata la storia dell’uomo che muore cercando di volare?”
“Ma che domande, me la sono inventata sul momento, per distrarli!”
“Ma non c’è qualche significato metaforico …”
“Sciocchezze, mica tutto ha un senso!”



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