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lavoro pubblicato giovedì 20 marzo 2014
ultima lettura lunedì 2 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Al parco

di Medardus. Letto 529 volte. Dallo scaffale Sogni

Un viaggio onirico in un mondo improbabile vorrebbe essere uno spunto di riflessione riguardo l'essere umano e ciò che lo circonda.

AL PARCO

Il cuore mi batteva all’impazzata. Presi sotto braccio la tela e i colori per dipingere.
“Brava, tesoro. Ottima idea sfruttare questa luce dorata del meriggio per dipingere. Vuoi che ti accompagno?” mi domandò mia madre. Mi sentii in colpa. I miei genitori erano pittori di fama mondiale e desideravano che la loro unica figlia seguisse le stesse orme. Tuttavia a me non era mai piaciuto dipingere. Esattamente un mese prima di quel giorno mia madre mi aveva portato al parco vicino casa. Pensava che l’aria aperta e il contatto con la natura avrebbero acceso in me la scintilla dell’arte. L’arte era rimasta spenta, ma, in compenso, si era accesa una scintilla di altro tipo. Notai un ragazzo circa della mia età che stava dipingendo. Da allora ero tornata al parco, con la scusa di dipingere. Portavo sempre con me gli strumenti, che restavano puntualmente inutilizzato. Aggiungevo, con una punta di mistero, che stavo lavorando ad una grande opera e non volevo che nessuno la vedesse prima che fosse pronta. Gli occhi brillanti di orgoglio dei miei genitori mi colpirono come frecce affilate. Di fatto stavo solo alimentando un gran mucchio di bugie, e non volevo esistere quando fossero venute a galla. Ma, per il momento, tutto sembrava andare per il meglio. Mi sedevo a guardare quel bel ragazzo che dipingeva. Era alto e robusto. I suoi corti riccioli neri sembravano rubati a qualche angelo del Paradiso. Il volto, caratterizzato da un’espressione tanto seria da sfiorare il cupo, aveva qualcosa di morbido e gentile. Quella discrepanza tra espressione e lineamenti mi attirava più di ogni altra cosa. Arrivava il pomeriggio, verso le quattro, e se ne andava alle sette. Si sedeva su una panchina, sotto un grande albero in fiore, e non si alzava mai. Gli occhi, assorti, erano sempre fissi sul quadro. Non sapevo spiegare nemmeno a me stessa per quale motivo provassi tanto piacere nella contemplazione di quella figura umana. Ma la questione non mi preoccupava molto. I bambini non si domandano per quale ragione amano mangiare la cioccolata: la mangiano e basta. Nello stesso modo io andavo ad ammirare quel ragazzo. Non conoscevo il suo nome né ci avevo mai provato a parlare. Mi bastava vederlo.
“Vuoi che ti accompagno?” ripeté mia madre, poiché io restavo in silenzio. “No, no, mamma! Preferisco andare da sola.” Uscii rapidamente di casa, prima che avesse il tempo di controbattere. Se lei mi avesse accompagnata sarebbe stata la fine.

Camminavo velocemente, trasportata dalla piacevole e inebriante certezza: tra pochi minuti l’avrei visto. Come sempre ero seduto al solito posto. La giornata era veramente stupenda: il sole illuminava tutto e nel cielo azzurro non c’era neanche una nuvola. Fu allora che decisi che dovevo fare qualcosa. Con le gambe che mi tremavano mi avvicinai al giovane pittore. Ero arrivata ad un centimetro da lui quando decisi di tornare indietro. Un vecchio signore mi guardò incuriosito. In effetti dovevo apparire alquanto ridicola. Per salvare il mio onore presi fiato e domandai al ragazzo: “Ehm … ciao … potresti dirmi che ore sono?”
Lui non mi sentì. Continuava a dipingere, come se fosse in un’altra dimensione. Io intanto ero arrossita. Un’insolita rabbia cominciò salirmi dal petto fino alla testa. Avevo fatto un grande sforzo per provare a parlare con lui, e nemmeno mi aveva ascoltato. Stavo per voltare le spalle e tornare al mio posto. Non potevo crederci. Non avevo parlato a voce così bassa. Mi aveva ignorato. Avevo voglia di piangere e mi ripromisi di non tornare mai più a vedere quel bel ragazzo. Mi voltai e feci qualche passo. Avevo lo sguardo fisso a terra e non credevo ci fosse qualcun altro. Andai a sbattere contro un uomo alto e magro. I lunghi capelli neri ne nascondevano parte del volto. Feci per spostarmi, ma lui mi mise le sue mani sulle spalle. Mi irrigidii per lo spavento. Ero triste, arrabbiata e frustrata. Non avevo nessuna voglia di stare a lottare con un uomo. “Ottimo, Giovanni” disse l’uomo magro, che doveva avere circa una decina di anni più di me “non pensavo che avessi trovato anche la ragazza che ci serviva”. Il sangue mi si gelò nelle vene. Giovanni finalmente alzò gli occhi dal suo quadro. “Cosa … ?” domandò. I nostri sguardi si incontrarono. Mentre dentro di me accadeva una tempesta emotiva a causa della bellezza celestiale dell’iride scura e cremosa, lui restava tranquillamente indifferente. Le labbra fine ma assai curate si schiusero in un “Oh” di stupore quando mi vide. “Coraggio, Giovanni. Siamo quasi arrivati. Quanto ti manca per finirlo?” “Non più di trenta minuti” rispose lui, con voce secca. Mi aspettavo una voce profonda e sensuale, non nasale e leggermente acuta qual era. “Bene” disse l’adulto, strofinandosi le mani.
“Mentre tu finisci io spiego a questa bella signorina che cosa dobbiamo fare. Allora, come ti chiami?”
Mi ci volle un po’ di tempo per capire che si stava rivolgendo a me. “Arianna” risposi, meccanicamente.
“Bene, Arianna. Lasciamo che Giovanni finisca il tuo lavoro. Andiamoci a sedere su quella panchina al sole, così ti spiegherò la nostra missione e tu deciderai se accompagnarci o no. Ti ricordo che sei libera di andartene, non ti succederà nulla. Ma se deciderai di accettare non ti posso dare garanzie di salvezza. Coraggio, vieni. Non aver paura.”
Malgrado la voce affabile di quell’uomo misterioso ero terrorizzata fino al midollo.

Mi riportò sulla panchina in cui ero seduta pochi minuti prima.
“Dunque, dolce signorina Arianna, come stanno i tuoi genitori?”
Il mio cuore si contrasse violentemente. Nessuno mi aveva mai chiamata “dolce signorina”. Eppure mettevo in guardia me stessa: i complimenti da parte degli sconosciuti potevano nascondere finalità bel precise. I venditori, ambulanti e non, mi avevano insegnato quella triste verità parecchi anni prima. Mi avevano sommersa di complimenti solo affinché comprassi la loro merce. Dopo la riflessione sul complimento passai ad analizzare la richiesta. Per un attimo mi venne in mente che poteva essere un amico dei miei genitori. Magari mi aveva vista da piccola e io non ricordavo nulla. Poi mi ricordai che i miei genitori non avevano amici. Erano così presi dalla loro arte che trascuravano la vita sociale. Quella richiesta, tutto sommato, mi pareva innocua. “Appena comincia a parlare di soldi me ne vado” mi ripromisi, risoluta.
“I miei genitori stanno benissimo” risposi.
“Ma che bella notizia!” esclamò l’uomo, con un sorriso un po’ troppo largo per i miei gusti.
“E invece i tuoi nonni come stanno?” domandò con curiosità.
“Loro sono morti quando ero piccola” risposi, sempre più stupita.
“Oh, mi dispiace molto.” replicò con tono dispiaciuto.
“Nemmeno li conoscevo, non sono stata male per la loro morte” dissi io. Non riuscivo a capire per quale motivo quell’uomo fosse rimasto dispiaciuto per la morte dei miei nonni, ma sentivo l’impulso di confortarlo.
“Bene, ottimo” riprese lui “e hai parenti, cugini, zii che stanno male?”
“No, stanno tutti benissimo”
“Molto bene. Molto bene” rispose lui, scandendo bene le parole. La lentezza con le pronunciò sembrava esprimere il contrario del loro significato. Ma non ebbi il tempo di riflettere su quel particolare, perché il mio cellulare suonò. Avevo ricevuto un messaggio. Ero contenta di potermi rifugiare nel confortante e familiare schermo del mio telefonino e non dover sopportare lo sguardo magnetico di quegli occhi scuri e leggermente arrossati. Il messaggio proveniva dalla mia compagnia telefonica che mi proponeva una nuova offerta.
“Oh, la tecnologia!” esclamò l’uomo accanto a me “non è qualcosa di davvero prodigioso? Non lo pensi, mia cara?”
“Beh …” risposi “suppongo di sì.”
“Esatto! Non ti sembra talvolta simile alla magia?”
Aggrottai la fronte, replicando: “Son due cose ben diverse.”
“Certo, certo! Ma guarda un po’ il caso. C’è un costrutto magico che si chiama libro di viaggio. Ad una coppia di libri viene lanciato un incantesimo e le parole scritte su uno compaiono magicamente sull’altro. Il cellulare non è poi così diverso. Tu componi un messaggio sul tuo telefono e quello compare magicamente sullo schermo di un altro.”
“Sì, in effetti hai ragione. Al livello di risultati sono simili”
“Oppure pensa allo specchio magico in grado di mostrare ciò che accade a una persona. Non è forse una piccola telecamera in miniatura?”
“Sì, è vero!” risposi, entusiasta.
“E, infine, pensa alle foto che si muovono in virtù della magia. Non sono forse uguali ai video?”
“D’accordo … e quindi?”
“Eppure, mia cara, dovevi rispondere con “eppure”, “tuttavia” o qualsiasi altra congiunzione avversativa” rispose, con una dolcezza che nascondeva una punta di rimprovero “eppure sono cose ben diverse. La magia è inspiegabile. Non ci sono mezzi per comprendere al livello scientifico come funziona. Al contrario i costrutti tecnologici si basano sulle leggi della fisica. Dunque, anche se come risultato sembrano simili, sono intrinsecamente diverse, giusto?”
“Sì …” risposi, titubante. Mi sembrava di avergli detto che erano cose ben diverse, ma lui mi aveva fornito degli esempi che dimostravano il contrario.
“Dunque, siamo d’accordo sul fatto che sono intrinsecamente diverse. Ma, vediamo un po’, se io ti chiedessi di spiegarmi come funziona il cellulare tu come mi risponderesti?”
“Mm …”. Mi mordicchiai il labbro inferiore. “Dunque …” ripresi, senza successo.
“Mai sentito parlare delle onde elettromagnetiche? Equazioni di maxwell?”
“Mai sentito” replicai.
“Oh … e sapresti spiegare come funziona una telecamera? Oppure un video? Come è possibile che sul tuo computer compaiano immagini in movimento?”
“No …” ammisi. Sentivo uno sgradevole nodo allo stomaco, causato dalla mia ignoranza, retaggio della scuola dove l’ignoranza era severamente punita.
“Non preoccuparti. Molti darebbero le tue stesse risposte. Però, di fatto, anche se tu in teoria sai che la tecnologia è spiegabile, non la sai spiegare. Dal tuo punto di vista non è molto dissimile dalla magia, giusto?”
“Beh … se la metti così, è vero” replicai. Non capivo dove voleva arrivare quell’uomo.
“Eppure nella nostra epoca chi si occupa di magia è un ciarlatano, chi invece si occupa di tecnologia è un genio. Comprendi che, nelle tue condizioni, non sai distinguere un ciarlatano da un genio?”
“Sì, ma … per capire come funziona la tecnologia dovrei sapere come funziona la fisica. E io non capisco niente di matematica. Quando andavo al liceo prendevo la sufficienza a stento.”
“Bene, io ti posso proporre una soluzione. Vedi, io sono il Maestro. Puoi vedermi come un mago o come uno scienziato, tanto per te non fa nessuna differenza. Ho scoperto che in un luogo molto lontano da qui esiste un pasticca, magica o tecnologicamente avanzata, tanto per te è uguale, in grado di far comprendere la fisica attuale a qualsiasi essere umano. Sarebbe sufficiente ingoiarla, come fai con l’aspirina.”
I miei occhi si dilatarono per lo stupore. “Dici sul serio?”
“Ti fidi degli scienziati, mia cara?” mi rispose, facendomi l’occhiolino “se sei interessata puoi aiutare me e Giovanni a trovarla”
“Staremo via molto?” domandai:
“Dipende da cosa intendi per molto”
“Tra due ore starò a casa?”
“Possiamo fare sì che accada questo. Sai che il tempo è relativo, vero?”
Sì, mi pareva di averlo sentito da qualche parte, anche se non avevo mai ben capito che cosa significasse. Annuii, cercando di sembrare convinta. Volevo fare una buona impressione, e avevo intenzione di seguirlo. In primo luogo quell’uomo non mi aveva chiesto soldi, e questo già lo distingueva da parecchie persone che avevo incontrato. In secondo luogo si era rivolto a me molto gentilmente, malgrado la sua palese intelligenza e la mia stupidità e la sua calma e i modi posati me lo avevano reso simpatico . Infine mi stava per offrire un’avventura con il pittore misterioso e non potevo chiedere di meglio.
“Benissimo” rispose l’uomo. “Ora dunque partiremo per questa missione. Per andare in questo luogo ci serve il quadro che sta finendo di dipingere Giovanni e … una goccia del tuo sangue. Tranquilla, si tratta soltanto di una goccia”
“Scusi, signor …”
“Chiamami Maestro”
“Scusi, signor Maestro, ma perché ci serve un quadro per andare in un posto?”
“Vedi, la scienza moderna sa spiegare molte cose. Eppure alcune caratteristiche dell’essere umano rimangono misteriose. Ad esempio non si riesce a spiegare l’oggettivo valore dell’arte, in quanto i sentimenti sono affari piuttosto misteriosi. Eppure io” sorrise in maniera sincera “ci sono riuscito. E ti dico che ci servono per passare in un’altra dimensione. Una volta trovata questa pasticca io sarò in grado di replicarla e in questo modo tutti potranno avere la possibilità di capire in che mondo sono. Non ti sembra conveniente per tutti?”
“Sì, anche se mi sembra un tantino impossibile che esista una pasticca del genere.”
“Beh, pochi anni fa sembrava impossibile che, mentre tu eri al parco, un’entità senza corpo né mente potesse recapitarti un messaggio.”
La sua risposta mi convinceva.
“Bene, grazie alle mie conoscenze avanzate, o alla mia magia, farò in modo che un giorno passato nella nostra nuova dimensione … ti ho detto che questo luogo si trova in un’altra dimensione, vero?”
“Non … non credo”
“Oh, non preoccuparti! Comunque, dicevo, un giorno passato nella nuova dimensione corrisponderà a un’ora passata qua. In due giorni ce la faremo senza problemi. Coraggio, andiamo a vedere a che punto è Giovanni.”

Mi alzai in piedi. Mi sentivo piuttosto rintronata. Il Maestro mi aveva sommerso di informazioni, e non ero riuscita a capire tutto quello che mi aveva detto. Comunque ero felice di tornare dal pittore. Almeno conoscevo il suo nome. Giovanni. Mi sembrava un nome molto bello.
Giovanni stava guardando la sua opera con aria soddisfatta. Era la prima volta che potevo osservare la sua fronte rilassata. Il quadro rappresentava il posto in cui eravamo. L’albero sotto cui eravamo era illuminato da un luce diversa. Dove dovevamo trovarci noi tre e il quadro c’era un grande specchio che non rifletteva nulla. Il Maestro mi fece pungere il dito con un ago. Qualche goccia di sangue cadde sulla tavolozza dei colori. Il Maestro annunciò con tono solenne: “Giovanni, intingi il pennello là dentro e dipingi in lo specchio. Il ragazzo ubbidì. Lo specchio era diventato completamente scuro. Il Maestro pronunciò parole incomprensibili. Poi poggiò un dito sullo specchio dipinto, che era grande più o meno come la mano di una persona. Spinse leggermente e, con mio grandissimo stupore, parte del dito scomparve all’interno dello specchio dipinto. Mi fiondai a guardare il retro del quadro per vedere se era passato dall’altra parte a causa di una rottura della tela.
“Ottimo” sussurrò il maestro. “Datemi la mano” disse, rivolta a noi. Giovanni prese la mano ossuta e un po’ sporca del Maestro. Il suo dito rimaneva attaccato al quadro. Non sapendo che fare, gli afferrai il polso. In quel momento fummo investiti da una luce accecante. Lo stomaco in subbuglio era più da attribuirsi alla forte emozioni che non a un effetto esterno. Quando riaprii gli occhi ci trovavamo in un corridoio argentato. sembrava fatto di metallo luminoso. Provai a toccarlo, ma non aveva nessuna consistenza. Sembrava di toccare un raggio di sole.
“Non lo farei se fossi in te” mi annunciò la voce di Giovanni. Ritrassi subito la mano.
“Coraggio, andiamo. Ci tocca camminare per una mezz’ora” disse il Maestro. Lui camminava per primo, dietro veniva Giovanni e per ultima io. Mi grattai la testa. Per un attimo desiderai essere rimasta in quel parco assolato ad ammirare Giovanni. Ma lui comunque sarebbe entrato nel quadro. Non avrebbe avuto difficoltà a trovare altre ragazze disposte a pungersi il dito per lui. Sospirai. In effetti non sapevo bene che pensare. Forse si trattava semplicemente di un sogno molto vivido.

Arrivammo alla fine del tunnel di luce. Davanti a noi sorgevano colline coperte di erba viola. Faceva freddo e il cielo era grigio. Non avrei saputo dire se fosse coperto di nuvole o fosse il colore originario di quel cielo.
“Ora” annunciò il Maestro “dobbiamo stare attenti a non perdere la strada.”
Riprese fiato come se dovesse aggiungere qualcos’altro, invece rimase in silenzio.
Iniziammo una discesa lungo un sentiero tra l’erba viola. Era abbastanza largo da permetterci di camminare uno affianco all’altro. Per curiosità decisi di prendere un filo di quella strana erba. Era dura e rigida come filo di ferro. Mi resi subito conto che se non ci fosse stato quel sentiero non saremo mai potuti procedere facilmente per quelle terre. Mi sembrava difficile perdere la strada. Almeno fino a che non saremmo rimasti sul sentiero.

Ad un tratto davanti a noi comparve un trio molto particolare. Un cavaliere, sui sessant’anni, era in groppa ad un grande cavallo grigio. Era fermo, ma ad ogni movimento del braccio l’armatura cigola in maniera sinistra. Stava parlando animatamente con due personaggi. Alla sua destra uno scheletrico uomo molto inquietante teneva in mano una clessidra. In effetti, a guardarlo bene, era proprio uno scheletro, vestito di una tunica bianca che per lo meno ci risparmiava la vista delle ossa. A sinistra invece si trovava una capra che si teneva dritta sulle zampe posteriori. La posizione le consentiva di raggiungere la stessa altezza della testa del cavallo, che si guardava intorno un po’ annoiato. La capra umana era vestita con un mantello rosso bordato d’oro e impugnava un’alabarda. Il suo muso da capra era ricoperto di pelo marrone e due corna alte e affilate gli si alzavano sulla testa come una corona. Lo sguardo dello strano animale era fisso sul cavaliere. Il Maestro ci fece cenno di fare silenzio. Ci avvicinammo cautamente. Non potevamo evitarli, poiché passare in mezzo a quell’erba non sembrava un’impresa facile. Eravamo arrivati abbastanza vicini da sentire i loro discorsi.

“Il problema è che questa stupida armatura non mi serva più a niente” si lamentava il cavaliere.
“E allora io che dovrei dire? La sabbia della mia clessidra si è tutta inumidita e non funziona più. Se trovassi qualcuno a cui venderla lo farei volentieri” proseguiva nello stesso tono la figura scheletrica.
“Siete proprio lamentosi, tutti e due!” li rimproverò la capra umana, che parlava con una voce maschile baritonale. “Ecco, così mi immaginavo la voce di Giovanni” pensai tra me e me.
I tre si bloccarono di botto e ci fissarono. Si erano irrigiditi, come se vedere tre passanti su quel sentiero fosse la catastrofe più pericolosa che potesse accadere. La capra umana fece un passo avanti. I suoi occhi tondi e sbarrati non si chiudevano mai. Mi domandai se quella strana creatura possedesse le palpebre.
“Non si chi voi siate, ma dobbiamo uccidervi” annunciò, come se stesse dicendo: “Buongiorno a voi, cari viaggiatori”. Il tono era così conciliante e cordiale che quasi non feci caso al significato della parole.
“Suvvia, non essere così scortese” rispose il cavaliere “in fondo possiamo anche lasciarli passare”
“E condannarli così a nuove sofferenze, a nuove difficoltà? Lo sai bene che più avanti il territorio è più impervio” rispose la figura scheletrica.
“Se permettere, cari signori, noi vorremo passare” disse il Maestro. L’attenzione dei tre si concentrò su di lui. Sentivo che sarei morta sotto gli sguardi penetranti e duri di quei tre. Mi ripromisi di non parlare mai.
“Hai capito? Il signorino qui presente vorrebbe passare! Non sai che bisogna pagare un pedaggio?” lo schernì la capra umana dalla voce profonda.
“Ma non è vero” intervenne il cavaliere “noi stiamo vagando proprio come loro. E noi non abbiamo dovuto pagare nessun pedaggio”
“Ma stai zitto” gli rispose la figura scheletrica “non vedi che abbiamo occasione di fare provviste? Tu, che ti lamenti sempre, avresti un buona occasione per …
“Lo so che potremmo sfruttare questi tre sconosciuti. Ma non mi sembra onesto” replicò in cavaliere, che si raddrizzò in sella al suo cavallo.
“L’onestà è la peggior forma di stupidità. L’onestà è la catena dell’intelligenza” sentenziò la capra umana.
“Mi permetto di dissentire”
“Su, su, non litighiamo” implorò la figura scheletrica.
Guardai i miei due compagni con aria interrogativa. Giovanni fissava rapito le tre figura, come se fossero tre fantasmi e lui non credesse ai suoi occhi. Eppure non sembrava spaventato. Il Maestro si torceva le mani, come se quell’incontro lo stesse mettendo in agitazione.
“Non litighiamo!” esclamò la capra umana “come faccio a non litigare con questo deficiente qui? Sai, deficiente viene dal latino deficere, che significa: “mancare di qualcosa”. A te manca l’intelligenza!”
“L’intelligenza è bel diversa dalla furbizia, così come il timore di Dio è ben diverso dalla Fede.” Il cavaliere sembrava deciso a difendere le sue posizioni.
“Suvvia, magari ne parliamo dopo. Noi stiamo insieme da più di cinquecentouno anni, perché non sentiamo il motivo per cui questi signori si trovano qui? In fondo non accade spesso di incontrare degli stranieri”
I due, anche se riluttanti, acconsentirono a seguire il consiglio della figura scheletrica.

Il Maestro cominciò a parlare: “Vedete, noi siamo qui per portare a termine una missione per il bene dell’umanità. Vi pregherei di farci passare” sceglieva le parole con molta cura e le scandiva in modo chiaro e preciso. Sapeva parlare bene.
“Ahahah!” la capra umana scoppiò in una risata sguaiata “L’umanità! Per favore! Se il vostro fine è aiutarla allora non passerete mai”
“Allora il nostro fine non è aiutarla, se vi fa più comodo. Tutto dipende da cosa si intende per aiutare l’umanità”. La voce nasale di Giovanni appariva alquanto fuori luogo in quel posto.
“Mi piace come ragiona questo ragazzo. Quasi quasi mi potrebbe far sembrare un bene.” affermò ghignando la figura scheletrica.
“A me sembra solo un ciarlatano” rispose il cavaliere con sufficienza.
“Comunque, signorino, che cosa ci darai in cambio se ti facciamo passare?” tagliò corto la capra umana.
“Perché dovrei darvi qualcosa? Ho il diritto di passare tanto quanto voi ne avete di restare qui.” rispose Giovanni con decisione.
“Ma non penso proprio, mio caro ragazzo. Qui non sei nel tuo lurido paese. Vige un’altra legge. E tu mi devi dare qualcosa in cambio.”
“Sapete, voi tre mi ricordate qualcosa. Avete mai sentito parlare di Albrecht Durer?”
“Non cercare di cambiare discorso” lo rimproverò la capra umana.
“Scusate, era solo una mia curiosità.” Puntualizzò Giovanni.
“E se invece noi proviamo a passare senza darvi nulla?” La mia voce stupì me per prima. Le gambe iniziarono a tremare.
“Allora dovrete battervi con noi. Siamo veterani di molte guerre. Andreste incontro a morte certa” disse la capra umana
“Io mi dissocio” specificò subito il cavaliere.
“Allora” intervenne nuovamente il Maestro “con l’aiuto del cavaliere possiamo passare. Che ne dice, signor cavaliere, se mentre noi passiamo lei tiene buoni i suoi amici?”
“Non sono miei amici, anche se in effetti stiamo insieme da tanto tempo.” Il cavaliere parve riflettervi un attimo, poi acconsentì a soddisfare la nostra richiesta.
“ E va bene” esclamarono amareggiati la figura scheletrica e la capra umana “passate pure. Con questo qua non ci si può mai divertire.”
I tre si misero da un lato del sentiero e ci fecero passare. Solo quando fui molto lontana tirai un sospiro di sollievo. Mi accorsi di essere rimasta in tensione per tutto il tempo. Mi sembrava un incontro molto irreale. Avrei voluto chiedere a Giovanni perché sembrava così stupito. Ma mi dissi che anche io dovevo aver assunto un’aria molto stupita. Sarebbe stato strano se non fosse stato stupito.

La luce fioca di quel luogo stava rapidamente svanendo.
“Dobbiamo entrare in quel tunnel, lassù” disse il Maestro. “Sarà una strada molto lunga e dovremmo affrontare un bivio cruciale” ci ammonì.

Dopo pochi passi in un’ampia caverna buia ci infilammo in un cunicolo soffocante e opprimente.
Da quando avevamo superato quel curioso trio mi sentivo stanca e avrei voluto riposare un po’, ma l’andatura sostenuta dei miei due compagni di viaggio lasciava intendere che il riposo avrebbe dovuto aspettare.

Stavamo camminando per quel cunicolo stretto e buio da ore. Sentivo che mi mancava l’aria e avrei voluto uscire fuori. Giovanni continuava a fissare davanti a sé, in silenzio. Un brezza fetida mi accarezzò il viso. Eravamo arrivati ad un bivio. Alla nostra destra si apriva una grande luce e un coro di voci cantava:

Avrei voluto essere una banda
col direttore poh poh poh che la comanda
ma una piccola banda di paese
pochi elementi senza pretese …


La canzone mi piaceva. Aveva un ritmo semplice e caldo. A sinistra invece la strada si tuffava nelle profondità della montagna. Mi pareva scontato andare a destra, così mi incamminai. Dopo qualche metro mi accorsi di non essere seguita. Mi voltai e vidi che il Maestro si era irrigidito. Era diventato pallido e sembrava terrorizzato. Gli domandai innocentemente:
“Ehi, ma che cosa succede? Maestro, vi sentite bene?”
Persino Giovanni sembrava preoccupato. “Non è mai stato così agitato” commentò.
Il Maestro parve riprendersi: “Buttiamoci tutti a sinistra. A sinistra, ho detto! Non avviciniamoci a quella musica maledetta!” esclamò urlando.
“Ma non capisco che cosa c’è di male. C’è gente che canta, e c’è luce. Non sopporto più questo buio e questa mancanza di aria.” risposi imbronciata.
“Oh, voi non capite. Non capite proprio. Quella musica … è la rappresentazione del Male.”
Giovanni lo guardò con aria interrogativa: “Si sente bene, maestro? A me sembra una musichetta innocua. Magari un po’ banale, ma non certo pericolosa”
Io e Giovanni ci guardammo, preoccupati. Forse il Maestro era semplicemente impazzito. Poteva capitare. Ci avevano avvertito del pericolo insito nelle montagne.
“No, ragazzi, non sono impazzito. Solo che ..” sospirò “vedete, sono umano anche io. I miei genitori facevano parte di un movimento sociale e mi costrinsero, quando ero piccolo, ad andare ad una vacanza organizzata da questo movimento. All’inizio anche io la pensavo come voi. Mi sembravano innocui e tranquilli. Le idee che portavano avanti non erano dannose. Ben presto tuttavia mi accorsi che questo movimento era capace di insinuarsi nella mente della gente, e di farli ragionare con lo stampino. Erano meccanismi subdoli e nascosti, tanto che me ne accorsi solo con il mio istinto. Non saprei riportarvi con esattezza quello che facevano. I Grandi Capi ci tenevano a sottolineare che il singolo manteneva la sua libertà. Ma … ecco, vi faccio un esempio. Voi dovete scegliere se mangiare un piatto oppure un altro. Io comincio a decantare la doti e il sapore di uno, mentre vi dico che l’altro è schifoso e immangiabile. Anche se io vi lascio la libertà di scegliere uno o l’altro, ho pesantemente influenzato la vostra scelta. Insomma, questo movimento riusciva a pilotare il libero arbitrio di tantissime persone, che avevano lo stesso atteggiamento, socievole e ben disposto verso il prossimo. Io capisco che ci sono persone estroverse e introverse. Ma su duecento persone incontrarne centonovanta che agiscono nello stesso modo, che hanno le stesse opinioni, magari non superficialmente ma di fondo, comincia a diventare preoccupante. Proprio per il fatto che questo movimento possiede questi poteri nascosti per manovrare le persone è molto difficile difendersi.”
“Ma stai parlando di un movimento politico?” domandai io, che avevo ben poca esperienza
“Oh, no! Loro negano pesantemente di essere implicati nella politica, anche se di fatto lo sono. No, loro giocano sul sociale, sugli incontri … sulle idee, opinioni e sul modo di ragionare. Se stai per troppo tempo insieme a loro diventi come loro. Per questo dobbiamo andare a sinistra”
“Mi scusi, Maestro” intervenne Giovanni “ma a me la sua spiegazione non convince per niente. Se lei non riesce a mettere a fuoco questi meccanismi, allora sono frutto della sua immaginazione. Io non riesco più a sopportare il buio e la mancanza di aria di questo cunicolo, per questo voglio andare a destra”
“Ragazzi, ragazzi! Non fate questo errore! Anche io un tempo la pensavo come voi. Fate bene a dire: devo vedere per credere. Ma, vi prego, fidatemi di me! Non vi ho mai condotti male fino adesso. Vi prego, non so come altro convincervi!”
Io esitai. Il Maestro sembrava sincero. Giovanni ancora non era convinto. Intanto la canzone era finita. Ricominciarono con un’altra:

Chi accoglie nel suo cuore
il volere del Padre Mio
sarà per Me fratello,
fratello sorella e madre …

Era più dolce e melanconica di quella precedente, ma sembrava piena di dolcezza e di accoglienza.
“A me queste canzoni piacciono” commentai.
“ La bellezza delle canzoni non è un buon motivo per scegliere una strada o un’altra” replico acidamente Giovanni. Era un miracolo che non lo odiassi ogni volta che reagiva così.
“Io non capisco” borbottava tra sé e sé il Maestro “le persone si scagliano tanto contro le droghe, che mandano in pappa il cervello, e poi accolgono la religione e quegli stupidi movimenti di pensiero che invitano l’uomo a non ragionare e a chiudersi in se stesso. La religione non è molto differente dalla droga: distorce la visione del mondo e impedisce all’uomo di ragionare. Bah ..”
“Maestro” rispose Giovanni con voce ferma “io non capisco perché tutti siano così ossessionati dal ragionare. Alla ragione serve uno scopo. È uno strumento per arrivare da qualche parte. Qual è lo scopo dell’uomo, e più in generale della vita umana? Non lo sappiamo. Per quale motivo dobbiamo continuare a essere consapevoli di ciò che ci sta intorno se non sappiamo perché siamo in vita? Come si può condannare un religioso o un drogato?”
Verso di noi, dalla strada di destra, stava venendo un uomo. Era alto e ben fatto. La tunica bianca che indossava rifletteva la luce che veniva alle sue spalle. Sembrava avvolto dalla benevolenza divina. Il Maestro parlò rapidamente: “Ecco, per esempio questo effetto di luci non vi sembra fatto apposta per ingannare gli animi? Non lasciategli il tempo di parlare altrimenti vi confonderà con i suoi sermoni! Via, via, via! Io là in mezzo non ci torno!” e cominciò a correre verso la strada di sinistra. Quell’uomo mi affascinava e avrei voluto sentire le sue opinioni. Ma Giovanni andò dietro al suo Maestro, che aveva giurato di seguire. Il mio cuore, ancora misteriosamente legato a Giovanni malgrado il suo atteggiamento ostile, mi costrinse a seguirlo. Percorremmo circa un chilometro di corsa. Mi fermai a riprendere fiato. Davanti a noi c’era una porta bassa di legno marcio. Ci guardammo con aria interrogativa. Provai a spingerla con timore. Non c’era una maniglia né un battente. Solo una piccola serratura molto martoriata, come se parecchie persone avessero cercato di forzarla. Era chiusa a chiave.

“Tu avevi detto” dissi io, rivolta al Maestro “che potevo vederti indifferentemente come un mago o come uno scienziato. Ebbene, è cosa assai nota che i maghi sanno aprire le porte chiuse. Non hai un congegno che lo rende possibile?”
“Ho detto che sono uno scienziato, non un ladro criminale” rispose, vagamente stizzito, il Maestro.
“Ho capito, però ora dovresti aprire questa porta.” risposi, cercando di mantenermi calma.
“Se non ci riusciamo” intervenne Giovanni con la sua voce nasale che stavo cominciando a non sopportare “dobbiamo tornare indietro e affrontare quell’uomo avvolto nella luce”
“A me piaceva. Era avvolto nella luce, come se fosse un angelo buono.” aggiunsi.
“Bah … suvvia, Giovanni, se la tecnologia o la magia, che dir si voglia, non ci aiuta allora useremo la forza bruta. Butta giù la porta, coraggio!”
“Scusi, signor Maestro, ma io esigo che la apra lei! Insomma, l’analogia tra lei e un mago finisce qui se lei non riesce nemmeno ad aprire una porta chiusa. Tutti i maghi lo sanno fare!”
“E va bene, ammetto che la magia (un qualcosa, mia cara, che non esiste, non è esistito e mai esisterà) è concettualmente e tradizionalmente più forte della magia. Vuoi sapere perché?”
Stavo per rispondergli con un “NO” secco, ma lui non mi lasciò il tempo di rispondere.
“Perché” continuò “la magia non presuppone un equilibrio. Tutto si ottiene facilmente senza fatica e senza motivo! Invece la realtà è ben diversa! Ci vuole sacrificio e costante allenamento per ottenere qualsiasi risultato! Sarebbe bello, oh, sarebbe molto bello se esistesse davvero la magia! Ma essa affonda le radici nell’irrazionale e nello sfatica mento generale! Hai presente quella fiaba dei fratelli Grimm dove c’è una poveraccia morta di fame che ordina al suo tavolo di apparecchiarsi con una canzoncina e lui lo fa? Ebbene, non ti sembra l’emblema della pigrizia ?”
Le vene del collo si erano gonfiate. Non lo avevo mai visto così agitato e per un attimo temetti per la sua salute.
“Guarda che hai cominciato tu a dirmi che tecnologia e magia sono simili” risposi.
“Solo per voi sciocchi ignoranti che non sapete nulla!”
“Maestro, si calmi, per favore. Pensiamo al problema attuale. Dobbiamo cercare di aprire una porta”
“In un libro avevo letto che bisogna pensare non al problema ma alla soluzione” replicò il Maestro stizzito.
“Be’, se non mettiamo a fuoco il problema sarà ancor più difficile trovare la soluzione” lo rimbeccò Giovanni.
“Il problema è che dobbiamo arrivare da qualche parte.” dissi io.
“Ma quello non è il problema, quello è l’obiettivo” rispose il Maestro, esasperato.
“Be’, in fin dei conti tutti gli obiettivi sono problemi da risolvere” aggiunse Giovanni, soprapensiero.
“Basta, dobbiamo trovare il modo di aprire questa porta” tagliò corto il Maestro.
“Ricordati che possiamo sempre tornare indietro” precisò Giovanni.
“Su, aiutami a buttarla giù.”
La disperazione del Maestro era tale che metteva nella spallata più forza di quanto possedesse. Non sapevo che cosa gli avesse fatto quel movimento, ma doveva trattarsi di cose terribili e innominabili. Vederlo così deciso mi tolse ogni voglia di affrontare l’uomo avvolto nella luce.
I due uomini diedero così tante spallate che alla fine la porta cedette. Non appena vidi che cosa c’era oltre pensai che sarebbe stato meglio se fosse rimasta chiusa. La porta dava accesso ad una grande caverna senza pavimento. Dal fondo proveniva un fioco baglio rossastro. Dall’altra parte della caverna una porta alta circa due metri consentiva di rituffarci all’interno della montagna.
“Direi che non possiamo passare dall’altra parte” affermai io. L’aria era più fresca e piacevole di quella del cunicolo, eppure era inspiegabilmente calda. Feci qualche passo per vedere che cosa si trovava sul fondo. Una marea di lava fusa e ribollente avrebbe accolto chiunque fosse stato così incauto da caderci dentro. “Dobbiamo tornare indietro” ripetei io, poiché non avevo avuto risposta.
“Suvvia, possiamo passare per di qua.” disse il Maestro, indicando una sottile lingua di terra che passava sul bordo sinistro di quell’enorme cratere al chiuso.
“E’ uno scherzo, vero?” domandai io.
“Temo di no” rispose Giovanni “dobbiamo avventurarci per quella sottile cengia.”
Detto questo i miei due compagni cominciarono a camminare per lo stretto camminamento. Il terreno era umido e scivoloso. Io non avevo nessuna intenzione di seguirli. Avevo le vertigini ed ero sicura che sarei caduta. Loro non mi degnarono di uno sguardo. All’improvviso la paura di restare sola in un luogo sconosciuto divenne molto maggiore della paura di morire. Pochi passi percorsi sul quella parvenza di sentiero fecero ribaltare le quantità delle mie paure.
“Ma perché diavolo ho deciso di venire con questi due? Perché non me ne sono rimasta al parco? Prima di questa avventura pensavo che niente al mondo fosse più difficile che imparare a dipingere … ora invece penso che non ci sia niente di più difficile che attraversare una sottile lingua di terra con accanto un grande e alto burrone che termina in un mare di lava fusa.”
Le gambe mi tremavano violentemente e questo era un problema, perché non riuscivo bene a mettere il piede dove volevo. Il silenzio di quella caverna (che avrebbe potuto diventare la mia tomba) era snervante. Dopo pochi passi un rumore mi fece rizzare i capelli in testa. Al culmine dello stress emotivo scoppiai a piangere. Un ruggito basso e roco veniva dalla porta che dovevamo raggiungere. Eravamo circa a metà di quella cengia. Il ruggito, un “ROARR” alto e potente, si ripeté e i miei singhiozzi aumentarono di intensità.
“Vuoi stare zitta?” mi intimò Giovanni. Un vero galantuomo. Mi sentivo scissa da me. Mi vedevo debole e singhiozzante sull’orlo di un dirupo eppure mi sembrava di osservare tutto molto lucidamente. Sulla soglia della porta alta due metri comparve un orso gigantesco. Era nero come la notte e gli occhi rossi brillavano di malvagità. Ruggì una terza volta. A quel punto entrai completamente nel panico. Le lacrime solcavano le mie guance come due sottili ruscelli.
“Stai zitta!” mi ruggì contro Giovanni. La rabbia per il suo comportamento prese il posto del panico. Le lacrime cessarono di botto. L’orso gigantesco ci guardò con espressione famelica. Sentii lacrime di paura tornare nei miei occhi, ma le ricacciai indietro. Avrei fatto vedere a quel ragazzino di che cosa ero capace. Scoprii che non riuscivo a muovermi, poiché ero paralizzata dal terrore.
L’orso sembrava intenzionato a venire verso di noi. Ma il sentiero era troppo stretto per permettergli di passare. Proprio la piccolezza di quel passaggio, che tanto avevo maledetto, poteva essere la nostra salvezza. Per quanto mi costasse ammetterlo, dovevamo tornare indietro. Lacrime di dispiacere sarebbero tornate a solcare le mie guance se non le avessi congelate nella ferrea stretta del ragionamento. “Ora mi giro e torniamo indietro” dissi con voce tremante. Mi sembrava di urlare, invece avevo assunto un tono fioco e incerto.
“Non se ne parla neanche. Dobbiamo andare avanti” replicarono in coro Giovanni e il Maestro.
“Ma voi siete matti! Quell’orso ci mangerà vivi! Dobbiamo assolutamente tornare indietro” esclamai, con più convinzione. In effetti la mia voce intrisa di pianto non doveva sembrare molto convincente. Ma non credevo di aver bisogno della dialettica per convincere i miei due compagni a non andare dritti nella pancia dell’orso. L’orso continuava a guardarci. Non capiva cosa stavamo dicendo, ma sembrava aver preso in considerazione la possibilità che il suo pasto potesse tornare indietro. “Cavolo, ci arriva persino un orso selvaggio e questi due testoni vogliono proseguire comunque. Ma dove sono capitata?” piagnucolai tra me e me.
“Se proprio dobbiamo andare dall’orso, allora camminiamo” implorai. Le lacrime avevano ricominciato a scorrere.
“TI PREGO, STAI ZITTA” mi urlò Giovanni, guardandomi con occhi roventi.
L’orso era molto confuso. Non sapeva se avventurarsi per cercare di prenderci oppure aspettare. Alla fine la sua impazienza lo fece correre verso di noi. Ero felice di non essere la capo fila, anche se la mia fine non sarebbe stata tanto diversa. L’orso camminava cauto ma veloce. Sentii un sudore freddo come la morta che stava per giungere scorrermi lungo la schiena. Il mio istinto di sopravvivenza gridava di fare qualcosa. Ma si rendeva conto che girarsi e correre poteva essere più letale che restare fermi. Era arrivato vicinissimo al Maestro, che aveva raccolto un sasso da terra.
“Equilibrio” disse semplicemente mentre lo tirava. Il grande orso era un bersaglio facile e non aveva pensato a uno stratagemma tanto semplice. Il grande animale perse l’equilibrio. Per un attimo pareva che si stesse riprendendo, ma Giovanni gli tirò un secondo sasso e cadde definitivamente. Arrivammo dall’altra parte sani e salvi. Piansi senza ritegno, mentre i miei due compagni continuavano a camminare. “Sono proprio antipatici” pensai. Tutta l’ammirazione per Giovanni era completamente svanita. Stavo cominciando ad odiarlo profondamente.

Dopo pochi metri ci ritrovammo all’uscita della montagna. Davanti a noi si stendeva un giardino molto curato, pieno di fontane di tutte le dimensioni. L’aria pulita e il terreno comodo sotto i piedi furono di un piacere indescrivibile.
I miei due compagni acconsentirono di malavoglia a fermarsi un attimo a bere.
“In fondo non possiamo lasciarla qui” borbottarono tra loro. Ero contenta che avessero un po’ di umanità.

Avanzammo per un po’ lungo i bellissimi sentieri del giardino fino a che non ci trovammo davanti ad una porta aperta. Il Maestro annunciò: “Dobbiamo entrare, ma cercate di fare silenzio. Non ci deve sentire nessuno.”
“Be’, che all’improvviso dobbiamo fare i ladri?” domandai io, cercando di alleggerire un po’ il clima. Tra l’altro mi sembrava inutile specificare che dovevamo stare in silenzio, visto che ci muovevano senza pronunciare una parola.
“Shhhh” mi intimarono ad una voce quei due. La mia voglia di avventure si era ridotta sotto zero.

Entrammo nella casa calda e accogliente. Le pareti erano rivestite in legno. Mi sentivo a disagio, come se stessi penetrando in un luogo abitato da altri. “In effetti è proprio quello che sto facendo.”
Mi domandi se potevo concedermi una rapida sortita alla dispensa. Avevo fame, e quei due non sembravano avere istinti umani. Mi sentivo davvero sciocca, sola e sperduta.
Il lungo corridoio d’ingresso ci portò in una stanza con una porta socchiusa. La luce soffusa che proveniva dall’interno parlava di sonno e di dolcezza. Stavo per porre una domanda per rompere quel silenzio a metà strada tra l’inquietante e il rilassante, ma mi trattenni. Entrammo nello spiraglio che qualcuno aveva lasciato aperto. Pesanti tende scure filtravano la luce del giorno. Solo allora mi accorsi di non aver fatto caso al colore del cielo quando ero uscita. Probabilmente la fitta vegetazione delle piante del giardino me lo avrebbero impedito. Una grande scrivania di quercia era sotto la grande finestra. A destra un’enorme libreria ricolma di libri dalla copertina scura. Avrebbe potuto essere rossa. Mentre mi ero soffermata a osservare un quadro che rappresentava un paesaggio montano, Giovanni e il Maestro avevano scovato un passaggio segreto dietro la libreria. Il corridoio stretto, con le pareti di mattoni rossi, era freddo e umido in confronto alla comodità della casa.
“Coraggio, siamo quasi arrivati” annunciò il Maestro a voce bassa e carica di eccitazione.

Non avevo nessuna voglia di infilarmi nuovamente in un cunicolo, ma non avevo altra scelta. Camminammo per circa due ore. Non sentivo più le gambe. Mi ero stancata di camminare senza sapere quanta strada mancava. I mattoni rossi della pareti divennero pietra scura e umida. “Di nuovo” pensai, al culmine dello sconforto.

Arrivammo davanti ad un’enorme porta davvero peculiare. La serratura era collegata ad un congegno piuttosto complicato. Iniziava con un tubo da giardino, di un materiale simile a plastica trasparente. Un’estremità era tagliata, come per permettere a qualcuno di versare un liquido. L’altra parte invece finiva in un blocco cubico delle stesse dimensioni del tubo. Poi il tubo riprendeva il suo percorso e di andava a buttare in un marchingegno rettangolare, i cui meccanismi erano invisibili.
“Siamo arrivati” affermò il Maestro, con un sorriso inquietante dipinto sul volto magro “ e ora è arrivato il momento del tuo sacrificio” aggiunse, rivolto a me.
“Ci ho pensato bene, Maestro” intervenne Giovanni “non possiamo sacrificare la sua vita”
“Ehi, un attimo, che cosa sta succedendo?” Il panico mi invase con una violenza senza pari. Avevo quasi rischiato la vita per seguirli fin lì. Per quale motivo volevano sacrificarmi.
“Suvvia, Giovanni. Lo sai bene anche tu che tutti ne gioverebbero.”
“Ma .. parlate della pasticca della fisica?” domandai, con una punta di timore.
“Ma di che cosa stai parlando? Maestro, vuoi forse dirmi che non le hai raccontato tutta la verità? Che cosa le hai detto?”
“L’essere umano è egoista. Le ho dovuto raccontare una menzogna a fin di bene. Se non lo avessi fatto lei non mi avrebbe mai seguito.” sentenziò solennemente il Maestro.
“Ma che cosa vuol dire?” domandò Giovanni. Per la prima volta la serietà del volto era perturbata da un’emozione. Sembrava sconvolto.
“Vuol dire” spiegò il Maestro “che all’inizio le ho chiesto se tutti i suoi parenti stavano bene. Mi ha risposto di sì, quindi non avrebbe avuto nessun interesse a cercare questo congegno.”
“Ma tu le hai mentito” accusò con decisione Giovanni.
“Sì, ma era una menzogna a fin di bene. Se l’avessi fatta sentire stupida, allora lei avrebbe cercato un modo di liberarsi del mio giudizio.”
“E che cosa le hai detto?” domandò Giovanni, mentre riprendeva la sua aria seria e imperturbabile.
“Le ho detto che stavamo cercando una pasticca che, se assunta, rendeva le persone in grado di comprendere la fisica attuale.”
“E tu le hai creduto?” mi domandò. Stavo ascoltando la discussione come se la vedessi in un film e non mi coinvolgesse. Quel contatto diretto mi lasciò stupita. In effetti, pensandoci meglio, era chiaro come il sole che si trattava di una menzogna.
“Io .. beh ..”
“Scusami” disse lui “scusami … Arianna, giusto? Vedi, noi siamo arrivati fino a qui con un obiettivo ben preciso. Dietro a questa porta c’è in effetti qualcosa che possa fare del bene all’umanità. Sai perché non si riesce a trovare un vaccino contro i virus?”
Scossi la testa con vigore.
“Perché” spiegò pazientemente Giovanni “i virus mutano in continuazione. Quando riusciamo a capire come combatterli, loro … zac! Cambiamo forma. E noi siamo inermi contro di loro. Ebbene, dietro questa porta si nasconde un congegno in grado di bloccare le mutazioni dei virus. Una volta che lo avremmo portato sulla terra il Maestro saprà come attivarlo, e molte persone riusciranno a guarire.”
“Tu non avevi nessun interesse a portare avanti questa missione, per questo ho ferito il tuo amor proprio” aggiunse il Maestro.
“Ma io non capisco … perché dovevo venire io?” domandai. Mi sentivo lusingata da tutte le loro attenzioni. Se volevano che io venissi con loro significava che ero in qualche modo importante.
“Ma allora non le hai detto proprio nulla?” ringhiò Giovanni contro il Maestro.
“Certo che no! Altrimenti non avrebbe mai accettato!”
“Vi prego, spiegatemi che cosa dovrei fare!” implorai io. Mi sentivo sempre più spaesata.
Giovanni si rivolse di me. Il volto era contratto da un’espressione di rabbia mista a dispiacere.
“Ti ho spiegato che dietro questa porta si nasconde un marchingegno in grado di bloccare le mutazioni di virus. Ma non ti ho spiegato come si fa ad aprirla. Hai osservato questo tubo di plastica? Bene, la serratura è connessa con i meccanismi in quel rettangolo. Non è la prima volta che veniamo qui io e il Maestro. In effetti era sufficiente il mio dipinto per aver accesso qui e non ho capito per quale motivo ti avesse chiesto di pungerti il dito. Probabilmente lo ha fatto solo per convincerti a venire con noi. Una sciocca trovata scenica”. La bocca si distorse in un’espressione di disprezzo. “Insomma, l’unico liquido capace di attivare questi meccanismi è il sangue umano. Come sai ancora è molto difficile realizzare sangue artificiale. Quindi il nostro progetto era trovare una persona che volesse sacrificarsi per la causa. Io e il Maestro purtroppo siamo entrambi necessari per attivare il congegno una volta sulla terra. Quindi ci serviva qualcosa di esterno. Quando ti ho visto tra me e il Maestro pensavo che lui ti avesse parlato di tutto.”
“Ma come?” replicai “lui ti ha detto Ottimo, Giovanni, non pensavo che avessi trovato anche la ragazza che ci serviva!”
“Davvero? Be’, ero piuttosto preso dalla mia opera”
“Ma il mio nome te li ricordavi, e lui lo ha detto solo in quell’occasione. Comunque non c’era bisogno che vi sforzaste tanto per mettere su questa farsa. Sarei venuta comunque.”
“Suvvia” mi interruppe il Maestro “ora non fare la santerellina. Se ti avessimo detto la verità tu non saresti mai venuta. Non ne avevi nessun vantaggio personale. Ora solo perché ti abbiamo detto che dovevi fare una cosa per il bene dell’umanità non ti inventare che saresti venuta lo stesso.”
“Ma non ho detto questo! Io … non so che cosa avrei fatto se voi mi aveste detto la verità. Ma io sono venuta solo perché … mi incuriosiva Giovanni. Lui riusciva a dipingere così bene, mentre io non riesco nemmeno a tenere in mano un pennello.”
“Suvvia, non ci interessa la tua storia” disse il Maestro con voce dolce e premurosa “ ci interessa soltanto il tuo sangue.”
“Ma io non voglio morire!” esclamai, al culmine del terrore.
“Ma quanto siete egoisti voi singoli! Ti rendi conto che per il tuo egoistico desiderio di vita stai condannando alla malattia milioni di tuoi simili? Perché non vuoi sacrificare la tua singola e miserevole vita individuale per salvarne tante altre?”
Rimasi a bocca aperta. Aveva ragione. Quell’uomo aveva ragione. Ero egoista.
“Sa, ho molto pensato a questa tua concezione.” La voce di Giovanni ruppe il silenzio e le mie riflessioni. “Secondo me è una grandissima cavolata. L’umanità è fatta da singoli, e se il singolo si deve sacrificare allora significa che tutta l’umanità dovrà essere votata al sacrificio. Mi spiego meglio. Tu chiedi a questa povera ragazza di sacrificarsi per il bene degli altri. Ma lei stessa fa parte dell’umanità. Insomma, provo a spiegarmi con un esempio. Se per portare la pace è necessaria la guerra la pace che ne conseguirà non sarà mai una vera pace perché alla sua base è presente la violenza. Nello stesso modo non possiamo ritenere necessario un sacrificio per il benessere di tutti. Questo però non significa che non bisogna vivere secondo una morale.”
“Il singolo è una misera parte del tutto, un tutto che vale più della somma delle sue parti. Lei si deve sacrificare per gli altri.”
“Sono sicuro che per prendere questo congegno c’è un altro modo. Tu, Arianna, che ne pensi? Vorresti sacrificarti?”
“Io … non lo so. Istintivamente voglio continuare a vivere, ma se il mio sacrificio servirà a qualcosa, allora non avrò sprecato la mia vita.”
“Allora, che cosa vorresti fare?” mi incalzò Giovanni “Guarda, se tu vuoi sacrificarti io non mi oppongo. Ma se tu non vuoi ti difenderò fino alla morte. Studio medicina, e ho dovuto fare il giuramento di Ippocrate. Per me la vita umana ha grandissimo valore. Eppure mi sento anche in colpa a non ottenere quello per cui abbiamo lottato fino adesso. Mi dispiace, avrei dovuto parlare con te. Ho sbagliato a dare per scontato che tu volessi sacrificarti. Comunque, molte cose sono riuscito a metterle a fuoco solo in questo momento.”
Io ero sempre più confusa. Non sapevo proprio che cosa fare. L’etichetta di egoista non mi piaceva, ma mi piaceva ancor meno l’idea di morire.
“ E poi non le sto chiedendo un sacrificio così grande. La vita è un susseguirsi di eventi negativi, sofferenze e solo ogni tanto accade qualche sporadica gioia, giusto a ricordarci quanto stiamo male per tutto il resto del tempo” disse il Maestro. Sentivo la testa scoppiare e avrei voluto svegliarmi da quell’incubo tremendo.

Fu allora che la porta si aprì. Quella grossa porta protetta da quel sanguinoso congegno si era aperta. Le facce stupite dei miei amici erano così espressive da sembrare ridicole. Uscì l’uomo circondato di luce che avevamo intravisto prima di finire in pasto all’orso. Dagli occhi dilatati di Giovanni e del Maestro compresi che la piccola scatola tenuta in mano dall’uomo era quella da loro cercato.
“Oh, ma guarda chi si rivede” disse sorridendo quell’uomo al Maestro.
“Ti prego, dammi subito quella scatola. Noi siamo tre mentre tu sei solo” replicò freddamente il Maestro.
“Ma allora non hai imparato nulla, mio caro? Uno del nostro movimento non si muove mai da solo.”
Dietro di lui comparvero circa un decina di persona vestite nello stesso modo dell’uomo e con le stessa espressione di conciliante beatitudine stampata sul volto.
Giovanni digrignò i denti. Io ero contenta. Non avrei dovuto prendere quella terribile scelta. Era affar loro.
“Ascoltami, tu non sai come attivare quella scatola. Dalla a noi” disse il Maestro, con la voce più suadente che l’agitazione gli consentiva di mantenere.
“E far vincere voi scienziati? No, grazie. Porteremo questo sulla terra e diremo che si tratta di un miracolo del Signore. La gente non ama ragionare. La magia è più facile della scienza. Il miracolo più comodo del duro lavoro. Perché voi volete far soffrire in questo modo gli esseri umani?”
“Perché in questo modo sono liberi” intervenne Giovanni.
“La libertà! Una grande condanna, non c’è dubbio. Pensate a quanto possa diventare pesante essere responsabili delle proprie azioni. Sapere con certezza che nessun altro è da ritenere colpevole che se stesso.”
Trovavo che le parole dell’uomo avvolto nella luce avevano un senso. Pochi minuti prima ero libera di scegliere e avevo rischiato di svenire per il mal di testa. La libertà poteva essere davvero pesante. Lo avevo appena sperimentato.
“La libertà definisce l’uomo in quanto tale. Voi non potete …” replicò Giovanni.
“Noi possiamo! In primo luogo nessuno può dimostrare in modo inequivocabile che la libertà esiste. Dunque tu saresti proteggendo qualcosa che nemmeno esiste! Ma non farmi il piacere! Non avete speranza contro di noi perché siamo più numerosi di voi. Ci vediamo sulla terra!”
Detto questo l’uomo se ne andò.

Il Maestro si accasciò a terra. Giovanni sospirò. Io aggrottai il fronte. Mi pareva tutto molto confuso.
“Coraggio, è ora di tornare indietro” disse Giovanni con aria triste. Tirò fuori dalla tasca un piccolo foglio di carta e una matita. Disegnò rapidamente il luogo in cui ci trovavamo. Come sempre, al posto di noi c’era un specchio, piccolo quanto un’unghia. Eppure fu sufficiente a farci tornare indietro nel parco.

E così aveva vinto la religione. Non avrei saputo dire il perché, ma non ero troppo dispiaciuta. Mi sembrava che il Maestro non avesse proprio le stesse mie idee. In fondo la scienza era composta da scienziati, e ognuno di loro aveva la sua morale. La religione invece era più uniforme.

Ci ritrovammo nel parco. Il cielo di era annuvolato. Giovanni e il Maestro mi salutarono con un cenno del capo. Dopo tutte le avventure passate insieme non mi aspettavo un addio così freddo e privo di sentimento. Forse si sentivano in imbarazzo. Mi avevano portato con loro solo come bestia sacrificale. Avrei potuto sentirmi offesa. Un tuono rombante annunciò l’arrivo di un temporale. Iniziò a piovere. Mentre tornavo a casa decisi che avrei detto ai miei genitori che la mia grande opera di era rovinata con la pioggia, e che, dipingendo, mi ero accorta che la mia strada era un’altra. Se tutta la storia mi aveva insegnato un morale, allora tale morale consisteva nel bisogno incessante di dire sempre la verità.

Nel futuro i virus si continuarono a mutare. Lo constatai parecchie volte grazie ai numerosi raffreddori che mi presi. Alla fine quell’uomo pieno di luce non era riuscito ad utilizzate la scatola in modo appropriato. Forse il suo cervello si era atrofizzato talmente tanto da non sapere più utilizzare la scatola nel modo giusto. Speravo che Giovanni e il Maestro non fossero rimasti troppo delusi.

Alla fine né il Maestro né l’uomo di luce avevano ottenuto ciò che volevano. Mi sembrava una fine equa, anche se avrei voluto conservare qualcosa di quella lunga avventura. Talvolta mi veniva da pensare che fosse tutto un lungo e assurdo sogno.



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