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lavoro pubblicato giovedì 13 marzo 2014
ultima lettura venerdì 12 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un incontro indimenticabile

di FairyE. Letto 493 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un bellissimo legame tra un ragazzino umano e una giovane fata. La storia fantastia di un giovane amore che sembra che non ci sia posto nel mondo. Che dovrà separarsi. E' la storia di Liù e Geremia.

Racconto dedicato alla mia mgliore amica. Racconta la storia di un piccolo giovane amore tra due esseri diversi ma questo non impedirà che nasca un bellissimo legame. I seguenti personaggi sono presenti nella smai storia "Il potere della musica" scritta altrove. Se volete leggerla andate nel seguente link: http://www.wattpad.com/story/13321949-il-potere-della-musica

Era inverno. Faceva freddo ed era novembre. Io ero ancora una giovane fata di 11 anni e non avevo imparato a nascondere le ali. Quel giorno che lo incontrai, era pieno giorno e ci guardavamo stupiti perchè io per la prima volta vedevo un umano e lui perchè non aveva mai visto una fata. Aveva dei riccioli biondi e dei occhi innocenti di un semplice ragazzino. Eravamo nella valle.
"Ciao..." dissi io timida.
"Ciao..."
"Come ti chiami?"
"Io mi chiamo Geremia. Tu?"
"Liù"
"Perché hai le ali?"
"Perché sono una fata" risposi. Allora non sapevo niente che si doveva nascondere la propria identità di fata.
"Sono proprio belle" mi disse. Io arrossì leggermente. Iniziammo a conoscerci. Lui era sempre curioso e voleva sapere tutto. Ci trovavamo sempre vicino alla capitale, fuori. Lui abitava nella capitale, io negli alberi del Bosco Colorato. Giocavamo a prenderci e leggevamo libri insieme. Era bellissimo.
Un giorno proposi di andare nel bosco ma lui esitò un po'.
"Non credo che posso..." mi disse Geremia.
"Perché no?"
"Non vorrei far preoccupare i miei genitori..."
"Tranquillo! Io conosco questo bosco come nessun'altro. Non te ne pentirai, è bellissimo!". Lui esitò ancora ma poi decise di venire con me. Io lo trasportai con le mie ali in volo e attraversammo il ponte. Camminavamo sulle colorate foglie cadute e guardavamo intorno a noi gli alberi spogli. Io lo fermai e gli feci guardare il mio flauto.
"Che bello! Io invece ho una pianola ma non sono ancora molto bravo"
"Io sto imparando. Vuoi sentire?" e lui annuì vivace. Suonai una musica dolce e lenta in ogni singola nota. Improvvisamente arrivò un cervo. Era un animale possente con delle gambe robuste e delle corna lunga e dure. Aveva degli occhi fieri e sicuri. Avanzò verso di noi.
"Un sommocervo..." borbottò Geremia meravigliato. Restò a fissarlo finché smisi di suonare. Il cervo di scatto corse via, fece un gran salto e sparì dietro gli alberi.
"Wow, questa è la prima volta che vedo un sommocervo"
"Un sommocervo?"
"Non sai cos'è? Un sommocervo è un cervo di dimensioni elevate ma più astuto. Si nasconde meglio di chiunque altro e non si è mai scoperto dove viva"
"Oh non lo sapevo" risposi colpita. Decidemmo di disegnare i paesaggi intorno a noi. Copiavamo le foglie e gli alberi insieme, coloravamo e ci divertivamo un mondo. Io mi divertivo a chiamarlo 'boccoli d'oro' per via dei suoi capelli. Fin a un giorno. Stranamente la nostra amicizia cambiava e noi non ci accorgevamo. Eravamo sul ponte a guardare il cielo celeste. I mucchi di nuvole bianche si muovevano lentamente. Sentivamo solo il soffio leggero di una brezza e restavamo là a osservare in silenzio con il sole che ci abbatteva con i suoi raggi. Era una giornata abbastanza calda per un autunno.
"Geremia, sai che io ho una tatuaggio ereditario di famiglia. Guarda" e gli mostrai il collo dove c'era un fiore a cinque petali.
"Oh, ma perché ce l'hai?" mi chiese sorpreso lui.
"Per identificare la famiglia. Per questo sono ereditari. Le fate e gli umani sono molto diversi"
"Sarà così ma per me sarai sempre mia amica" e mi sorrise. Il mio cuore fece un balzo. Allora mi alzai per ritornare nel bosco e per sbaglio inciampai e caddi sopra di lui. Eravamo vicinissimi e io sentivo perfino il suo respiro. Mi scansai immediatamente con il rossore in faccia. Il mio cuore martellava ancora più forte. Mi rialzai subito e borbottai un 'ciao' a Geremia e scappai di corsa nel bosco. Corsi finché non sentii più la voce di Geremia che mi chiamava. Era stato un'emozione veramente intensa prima. Io non capivo e mi accucciai dietro a un albero pensierosa. Mi domandavo cosa mi era successo. La mia mente era occupata solo da Geremia. I suoi occhi, i suoi cappelli, il suo sorriso e le sue risate. Tutto. Pensavo solo a lui e a nessun'altro e allora non riuscivo a capire il perché. I seguenti giorni lo rincontrai di nuovo e lui fece come se niente fosse stato successo. Meglio. Ritornammo a fare attività insieme ma era difficile fermare il batticuore. Ma non sapevo che non mi rimaneva molto tempo per restare con lui.

Il freddo congelava i nostri corpi ma nonostante tutto continuavamo a stare insieme anche se abitavamo lontani.
Gli alberi ormai erano già tutti spogli, le foglie erano spazzate via dal vento gelido e io mi sfregavo le mani per riscaldarle. L’inverno era già arrivato e io e Geremia eravamo ancora nella valle a leggere libri. Stavamo discutendo un po’ della sua sfrenata passione per la natura e alla fine gli feci vedere il mio arco.
“Sai, ho scoperto di avere una bella mira e che con l’arco me la cavo. Ti piace? Lo ha costruito mio padre per me”. Lui lo prese tra le mani e lo osservò attentamente.
“Proprio di ottima fattura, elastico e resistente! Un capolavoro diciamo” commentò ammirando l’arco.
“Lo so, mio padre è il migliore! E’ proprio abile con i lavori manuali” esultai orgogliosa. Me lo aveva regalato da pochi giorni e mi ero già allenata molto riuscendo a fare colpi formidabili.
“Scusa se te lo chiedo Liù ma…dove vivi?”. Io restai un attimo in silenzio. I miei genitori mi avevano detto di non dirlo a nessuno dove abitavo, a nessuno. Però lui era il mio migliore amico e mi potevo fidare.
“Va bene, te lo dico ma non dirlo a nessuno. Abito all’interno degli alberi del Bosco Colorato”. Lui restò paralizzato dalla sorpresa.
“Cosa?! Come negli alberi? Scusa non riesco a capire”.
Lo avevo detto un po’ troppo velocemente.
“Allora ti spiego dal principio. Due millenni fa quando arrivarono le fate volevano abitare in un posto sicuro e non troppo esposto come voi. Quindi decisero di scavare dentro l’albero fino a sottoterra. In poche parole noi fate abitiamo sottoterra”. Geremia rimase ammutolito. Ma si vedeva che gli interessava e probabilmente stava pensando a quale domande porre. Dopo pochi istanti finalmente parlò.
“Non ci credo, per tutto questo tempo abitate sottoterra. Ma come fate a costruire case?
“Diciamo che è una specie di città sotterranea. Usiamo gli alberi per entrare e uscire con un passaggio segreto. Capito?”
“Ok ho capito. Sai sono curioso di com’è la tua casa”
“Se vuoi puoi venire a casa mia” dissi senza pensare. Ma perchè dovevo dirlo, stupida che sono?
“Davvero? Sì dai muoio dalla curiosità” e saltellò di gioia. Cosa dovevo fare? I miei genitori sarebbero infuriati ma non potevo neanche dirgli no.
“Va bene…”
“Fantastico! Allora ci vediamo domani, ciao!” e corse verso la città salutandomi tutto euforico. Ero finita. Dovevo inventarmi qualcosa e subito. Il giorno seguente lui ritornò e dissi che non poteva venire a casa mia con una scusa. Continuai anche con il giorno seguente e feci lo stesso per tutta la settimana. Lui notò che facevo sempre scuse per non farlo andare a casa mia.
“Perché non mi vuoi a casa tua?” mi disse stufo.
“Non è che non ti voglia a casa mia…”
“Allora perchè ti inventi sempre una scusa!”.
Be’ non potevo inventarmi scuse per il resto dei miei giorni. Forse se lo portassi di nascosto…
“Va bene ti ci porto ma bendati con questa fascia gli occhi. Scusa ma non devi sapere come si fa a entrare nel mondo delle fate”
“Va bene” disse lui indifferente. Lo bendai e lo portai davanti a un grande albero e entrai nel passaggio segreto portandolo direttamente nel cortile di casa mia. Gli tolsi la benda. Lui restò con la bocca asciutta. La stanza era fatto interamente di legno. Sulle pareti c’era qualche quadro con i colori vivaci, molti vasi con splendidi fiori sopra a graziosi comodini. Era grande e spaziosa e Geremia non capiva come poteva essere così luminosa visto che erano sottoterra.
“Wow, che posto magnifico!” gridò lui.
“Carino, vero? Lo ha arredato mia madre. Se vuoi guarda un po’ in giro”. Lui andò un po’ intorno e lo osservavo.
Sentii, anche se fievole, il rumore di passi.
Un fulmine attraversò la stanza. Mi girai di scatto.
Troppo tardi. Geremia era stato colpito in pieno, sul petto. Io andai subito da lui disperata con le lacrime agli occhi. Nella stanza arrivarono due persone. I miei genitori.
“Figlia mia, tu hai disubbidito alla Legge Fatale ma ti rendi conto?”. Mio padre era furioso. Gli occhi di mia madre diventarono lucidi. Ma mi girai verso Geremia. Adesso era lui che dovevo guardare. Nel mio cuore si riempì una rabbia ceca.
“Cosa gli avete fatto?”
“Gli ho lanciato un fulmine mortale. Rischiavi la prigione, Liù. Non capisci? L’ho fatto per il tuo bene”. Io non feci una piega.
“Non mi importa. Voi lo avete ucciso” e una lacrima cadde. Non ce la facevo più. Lo guardai. Mi fissava con gli occhi socchiusi. Tossì. Stava arrivando il momento. Io lo presi e lo strinsi a me. I singhiozzi non finivano più. Piansi.E capii. Capii quanto ci tenevo a lui, quanto mi era prezioso e quanto lo amavo. Sì, lo amavo. Non volevo perderlo per nessuna ragione. Era l'unico che mi aveva fatta diventare felice, l'unico con cui avevo confidato tutto, l'unico che mi capisse veramente. Adoravo stare con lui, ogni singolo secondo, e senza accorgermi gioivo ogni volta che lo vedevo. Tutto quel nervosismo che provavo, tutto quel continuo pensierio su di lui, tutto quel frenetico batticuore era perché l'amavo.Lui era la mia unica fonte di felicità e adesso lo stavo perdendo.
“Ti amo” gli dissi ignorando i miei genitori. Per gli umani sarebbe troppo presto per incontrare il vero amore ma per noi fate non c'era un'età. Lui mi sorrise a stento ma mi sorrise. Un sorrise dolce.
“Finalmente me lo hai detto…”. Rimasi allibita. Lui accarezzò la mia guancia bagnata con la sua mano.
“Mi sei sempre piaciuta”. Quelle parole mi fecero battere velocemente il cuore. Ma lui tossì ancora. Ricominciavano a cadere lacrime.
“No, No! Non lasciarmi ti prego”. Gli singhiozzi erano infrenabili e il dolore insorpportabile. Poi riguardai ancora i miei genitori.
Mio padre sembrava dispiaciuto. Anche mia madre.
“Forse caro…dovremmo guarirlo…”. Mia madre aveva un leggero tremito.
“Ma perchè? Altrimenti Liù sarà condannata!” ma mi guardò. Ero disperata e avrei fatto di tutto purché lui vivesse. Tutto.
“Vi prego salvatelo…”. Piangevo dalla disperazione.
“Farò tutto quello che volete ma lasciatelo, è innocente!”. Mio padre rimase pensoso. Geremia era diventato pallido. Mancava poco.
“Va bene ma a due condizioni. Uno dovrà dimenticare tutto, due non lo frequenterai più”. Rimasi in silenzio. Dimenticare? Lui non si sarebbe ricordato di me e cosa più peggiore non avrei potuto più vederlo. Non più parlargli, non più passare passare il tempo insieme a lui, non più vederlo. Ma dovevo farlo. Per lui.
“Va bene, lo farò”.

Nevicava mentre i fiocchi di neve cadevano dolcemente per terra. Lui era lì addormentato, sopra la valle ricoperta di una superficie candida, vicino al ponte. Ero dietro l’albero ad aspettare e non mi importava niente del freddo. Delle persone da lontano con delle lanterne arrivarono e gioirono quando trovarono il corpo del ragazzo. Una donna lo prese e lo abbracciò strettamente a sé con affetto.
“Sei vivo, figlio mio! E’ un miracolo"
Lui si svegliò ma non era ancora in forze per alzarsi.
“Fate…” sussurrò.
“Cosa stai dicendo, tesoro?”
“Fate” ridisse lui. Gli altri lo guardarono un po’ perplessi.
“Mi sa che stai delirando con tutto questo freddo, figliolo. Dai ritorniamo in città” disse un uomo robusto. E se ne andarono. Rimasi ferma finchè l’ultima luce di lanterna scomparve dalla mia vista. Una lacrima scese sulla guancia. Dovevo essere felice. Era guarito e avrebbe dimenticato tutto così non avrebbe avuto problemi. Ma non ci riuscivo. Era impossibile scordarmi di lui e ricominciai a piangere. Le lacrime cadevano sulla neve gelata. Volevo incontrarlo di nuovo nel futuro, sicuramente. Non potevo mantenere la pormossa, non potevo. Allora guardai avanti decisa.
“Ritornerò da te, Geremia” mi dissi.
“Te lo prometto”.



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