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lavoro pubblicato giovedì 13 marzo 2014
ultima lettura sabato 16 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La bocca dell'inferno. Quando le labbra dell'altro sono il varco per gli inferi.

di HelenaEvelyn. Letto 2265 volte. Dallo scaffale Eros

Mi ero ritrovata più volte nell'arco di pochi minuti a fantasticare solamente guardandolo seduto su quel divano di pelle nera. C'eravamo ritrovati fare inconsapevolmente l'amore in ogni frase detta, in ogni sospiro esalato, in ogni sguar...

Mi ero ritrovata più volte nell'arco di pochi minuti a fantasticare solamente guardandolo seduto su quel divano di pelle nera. C'eravamo ritrovati fare inconsapevolmente l'amore in ogni frase detta, in ogni sospiro esalato, in ogni sguardo scambiato. Il suoi occhi, ogni qualvolta che si posavano su di me, davano ossigeno a quella fiamma apparentemente assopita. E più tempo passava ad osservarmi e più cresceva questa fiamma. Ardeva, come ardevo io al solo pensiero di averlo vicino. La mia mente razionalizzava l'idea di averlo fisicamente, ma il mio cuore sapeva bene che, in profondità dove nessuna luce può illuminare le pareti del tuo essere, c'era un sentimento. Non sapevo, o meglio, non volevo sapere di che sentimento si trattasse per paura di sentirmi rifiutata. Rifiutata dall'uomo che era il protagonista dei miei sogni più intimi e segreti, dei miei scritti intrisi di passione. Non volevo avere a che fare con quel tipo di rifiuto: i miei sentimenti li tenevo rinchiusi a chiave, sebbene, in alcune frasi trasparivano chiari come l'acqua. Un odore di tabacco invase la stanza, distogliendomi momentaneamente dai miei monologhi interiori. Non mi ero accorta che si era spostato e, adesso, stava in piedi vicino a me davanti alla finestra. "Io ti dico alcune parole e tu le colleghi ad una fantasia.", mi disse una sera mentre parlavamo su Skype. Ero scettica, ricordo, nel volergli confidare certi miei pensieri, soprattutto se fondati su di lui. Con quella sua voce, morbida e a tratti suadente, riuscì a convincermi e uscì quella che sembrava un'innocente proposta che, però, di innocente aveva ben poco. Gli confessai che l'idea di una casa, sperduta tra le montagne, dove la neve non ti permette di uscire, dove un camino fa da cornice ad una serata fatta di parole e musica, rappresentava una fantasia ricorrente nella mia immaginazione. In automatico i pensieri di entrambi andarono a convertire in un unico punto, quasi come se lo desiderassimo insieme. Poche sere dopo, gli inviai un mio scritto riferito al discorso di quella sera e la sua risposta mi fece sobbalzare il cuore. "Vorrei che succedessero sul serio!", scrisse con tanto di punto esclamativo dopo avermi dato della "tremenda", per averglielo fatto leggere. Nei giorni seguenti quel desiderio si era dissolto, eppure, nella mia mente si creavano scenari da far invidia ad un film. Fantasticavo e più lo facevo e più volevo che succedesse. Con tutta me stessa, pregai, invocai qualunque essere divino di farmi trovare tra quelle braccia, le sue braccia. Il desiderio di farmi stringere da lui, nacque da una foto, fatta per scherzo, dove era davanti allo specchio. Non aveva niente di indecente o altro, ma Dio, quelle braccia, quelle spalle facevano volare la mia testa verso pensieri malsani. L'ho sempre visto come un ragazzo di bell'aspetto sebbene portasse la barba piuttosto lunga. Non era, quindi, solo il lato interiore di lui che mi colpiva, ma anche l'esterno. Il caso ha voluto che ci conoscessimo tramite in sito internet, in un noioso pomeriggio di fine agosto. Iniziammo a parlare con naturalezza, quasi come se ci conoscessimo da anni. I giorni passavano ed eravamo sempre più vicini nonostante ci fossero all'incirca 158 km di distanza da noi. Di lui conosco il suono della sua voce, della sua chitarra, del suo respiro e tutte le emozioni che mi ha trasmesso in quelle notti passate a parlare. Sorge spontaneo chiedersi come io abbia fatto a desiderare così tanto questo sconosciuto. Una persona mai vista dal vivo, una persona di cui sai poche cose ma così forti da fartelo entrare nel cuore in un solo colpo. Mi aveva colpita, come un fulmine che si scaglia su di un albero. Venni scossa, in un secondo, da un senso di calore sul mio braccio. Essendo troppo concentrata sul mio discorso mentale, non mi ero accorta, ancora una volta, di quello che stava facendo lui. Mi guardava con aria seria, tendendo la sua mano verso il mio braccio quasi come per dirmi di svegliarmi. Con quegli occhi scuri, puntati su di me, cercava di capire a cosa stessi pensando, ma fu un tentativo a vuoto. In quella specie di penombra, i suoi tratti, apparivano ancora più belli. Nonostante i suoi ventiquattro anni, ne dimostrava qualcuno in più sia per la folta barba che per la vita stressante che conduceva. La sua mano scivolò in una carezza verso la mia, per poi prenderla. Intrecciando le sue dita alle mia che rimase per un attimo ad osservare, mi tirò più vicino a se. In quel passo, entrai nel suo spazio personale. Riuscivo, adesso, a percepire suoni impercettibili. Il suo respiro era profondo e le sue pupille dilatate. I sensi erano alla loro ennesima potenza: il contatto della sua mano nella mia creava ad intermittenza piccoli brividi, il suo profumo mi invadeva le narici. Stavamo facendo l'amore con lo sguardo, intensamente assaporando quei secondi di interminabile durata. Senza staccare i miei occhi dai suoi, la mia lingua bagnò lievemente le mie labbra che iniziavo a sentire secche. L'aveva notato e accorciò ancora di più la nostra distanza. Sentivo il suo petto gonfiarsi ritmicamente ad ogni respiro, immaginavo di fargli scivolare sopra le mie mani. Volevo lasciargli i segni, volevo che chiunque li scorgesse avrebbe capito che apparteneva a qualcuno: me. Segni indelebili nell'anima, nel cuore oltre che sulla pelle. Abbassai lo sguardo sul suo collo immaginando di baciarlo, morderlo, leccarlo. Volevo che le mie labbra al contatto con la sua pelle gli dessero una sensazione di bruciore. Inspirai profondamente più volte, ma nemmeno prendere fiato distoglieva la mia testa da certe immagini che si susseguivano quasi come se stessi vedendo un film. Improvvisamente, forse per colpa di un pensiero, gli angoli della sua bocca si mossero per dar spazio ad un sorriso. Mi soffermai a guardarne i contorni, a desiderarle sulle mie. Lo spazio era minimo adesso, la distanza di un bacio, un bacio che stavo agognando oramai. Sentii le sue mani prendermi il viso e le sue labbra premere contro le mie. Non credo ci siano parole tanto belle ed adatte per descrivere l'uragano che scatenò in me. Fu come accendere la miccia ad una bomba e lasciartela esplodere in mano. Ed io ero esplosa. La mia bocca si faceva spazio tra la sua, sentivo il suo sapore, il suo odore, il suo calore. Era incontrollabile la passione che ne era scaturita. Mi resi conto che stava tutto "degenerando" in una specie di lotta, dove si è entrambi affamati. Affamati l'uno dell'altra. Le sue mani mi accarezzavano in modo deciso, quasi come se volessero imprimere nella sua memoria le forme del mio corpo. Le mie labbra si muovevano su quei piccoli anfratti di pelle scoperta. Era una tempesta, la tempesta perfetta. Era come sentire i mare infrangersi sugli scogli violentemente. Respiri affannati, mani adesso tremanti. Scorreva tutto così velocemente e allo stesso tempo i gesti, le carezze sembravano durare minuti lunghissimi, così tanti che era come se sulla pelle si fossero formati dei solchi. Eravamo nella bocca dell'inferno, sebbene fuori nevicasse copiosamente. Dentro quella stanza, però, c'era il fuoco, c'erano gli inferi. Eravamo l'uno il diavolo dell'altra. Eravamo demoni lussuriosi e amanti. Su quel letto, su quelle lenzuola subito disfatte dai movimenti dei nostri corpi, facemmo l'amore. Con gli occhi catturavo ogni parte del suo corpo, con le dita ne sentivo la consistenza, con le labbra gli lasciavo amore, piacere. Piacere fisico, mentale. Lo sentivo dentro di me, nel mio cuore, nella mia intimità. Il silenzio che prima ci invadeva, era ora intriso di respiri ansimanti, di gemiti strozzati. Il mio corpo era incollato al suo, le mie unghie affondavano sulla sua schiena. Frasi sconnesse, parole senza senso. E stringendoci ancora di più, quasi come se volessimo diventare una cosa sola, arrivammo all'apice, dove il paradiso era proprio quella camera da letto, guardandoci ancora, per l'ennesima volta, negli occhi.



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