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lavoro pubblicato giovedì 6 marzo 2014
ultima lettura sabato 31 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'ulivo della vita

di ATREDES68. Letto 1047 volte. Dallo scaffale Storia

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Il bollitore del latte sul fuoco, con i suoi sbuffi di vapore e quel sommesso fischio, somigliava a una vecchia locomotiva. La tavola, apparecchiata per la colazione mattutina, era baciata dal sole che attraversava il largo finestrone della veranda. Elisheva, come tutti i giorni, si era alzata prima, per preparare la colazione alla sua famiglia, marito e due figli. Crostini di fette di pane, marmellata fatta in casa, latte di pecora, il tutto condito dalla normalità dei gesti abitudinari di Elisheva, mentre i suoi occhi vagavano quasi distrattamente oltre le mura di casa, verso lo spazio aperto all’esterno, rivolti a quel muro che non era solo una recinzione, un confine non solo alla proprietà ma alla propria privacy, ma una sorta di auto protezione, come la coperta per Linus. Da quando, alla sua famiglia, era stata assegnata quella colonia, nei territori occupati dei palestinesi a Nablus, Elisheva aveva sempre considerato quel muro la sua unica certezza, i promontori del suo porto sicuro, una sorte di ponte levatoio verso il mondo esterno.

Tolse il bollitore dal fuoco e si accinse a portare le scodelle a tavola. Il latrare di Terry, un bastardino voluto dalla figlia Sara, la distolse un attimo dal suo affaccendarsi. Guardò verso il cane, quasi inconsciamente, cercando di capire i motivi di quell’abbaiare. E vide. Il cuore le fece un balzo in petto, l’aria sembrò mancargli ai polmoni, le sue mani persero forza, le dita si allentarono. Le scodelle caddero a terra come piccole meteoriti che precipitano dal cielo. Il rumore dello schianto a terra la percorse come una vibrazione, riportandola alla realtà, liberandola dal torpore della sorpresa, immergendola nella paura. La paura, sì, quella che da due anni covava; quella paura che sin dall’inizio l’aveva resa cosciente che quel giorno sarebbe potuto arrivare. La fuori, oltrepassato il muro, nella rada del suo porto sicuro, il ponte levatoio violato, si stagliavano due figure: un uomo e un bambino. I loro vestiti, la loro pelle, i loro tratti mostravano senza dubbio quello che erano, la personificazione degli incubi di Elisheva: palestinesi.

Hadas, il marito, era accorso in cucina, al rumore delle stoviglie infrante.

Elisheva lo guardò, riuscendo a profferire solo due parole:

Là…fuori!”

Il marito le cinse le spalle, quasi ad incoraggiarla, guardando nella direzione da lei indicata.

Non è nulla, non preoccuparti

Fece seguire a queste sue parole lo scrollare delle spalle della moglie. Non voleva impaurire oltre modo la donna dandole l’impressione di essere preoccupato.

Vado fuori a vedere cosa vogliono. Tu rimani qua

No! Non andare! Chiamiamo la Polizia

Hadas le pose dolcemente un dito sulle labbra; capiva che la moglie era in preda al terrore. Sapeva che quel terrore era forse un nemico ancora più pericoloso di quelle due persone la fuori.

Non dire sciocchezze, moglie! Sono solo un vecchio e un bambino. Magari vogliono solo l’elemosina”.

Elisheva cercò di ribattere, ma Hadas, con un gesto deciso, troncò il discorso e si avviò alla porta.

Rimani qua, con i bambini

Hadas…

Non ti preoccupare, andrà tutto bene

Hadas uscì all'esterno, nel cortile, chiudendo la porta alle spalle. Sapeva che la moglie lo avrebbe seguito con lo sguardo dalla finestra. Lo sapeva e sperava in cuor suo che non avrebbe visto quello che temeva anche lui.

In passato altri coloni erano stati vittime della rabbia dei palestinesi. Hadas aveva sempre pensato che era una contraddizione essere vittime di quelle che forse erano a loro volta vittime. Per questo non si era mai voluto armare.

Shalom” salutò Hadas alzando la mano.

"As-salam alaykom!" Profferì il vecchio palestinese, porgendo a sua volta il saluto.

Posso esservi utile?”

Il vecchio stringeva il ragazzino, di cerca sei anni, accanto a sé. Non sembrava animato da cattive intenzioni e il tono della sua voce era affabile, quasi come se fosse un vecchio amico.

Mi chiamo Maazin e questo è mio nipote Aadil. Non siamo qui con cattive intenzioni. Vorremmo solo un favore da te e dalla tua famiglia. Non siamo qui ad elemosinare il tuo cibo o i tuoi averi”.

Hadas li guardò incuriosito: cosa potevano mai volere quel vecchio e quel bambino?

Parla pure Maazin, io sono Hadas Benachia”.

So chi sei. Lo so perché non posso ignorare chi è proprietario ora di quello che era nostro una volta.”.

Un momento, vecchio, se sei qui per disputare…”.

Un cenno della mano dell’anziano palestinese lo interruppe subito. Maazin, con voce ferma ma affabile continuò:

No! Non sono qui per discutere con te quello che il tuo Signore Dio ti ha promesso senza avvertirti che era già stato concesso ad altri. Non voglio chiederti quello che non sono stato in grado di proteggere. Ti chiedo solo un favore su quello che era un diritto e un dovere della mia famiglia da secoli”.

Hadas rimase titubante, colpito dalla fermezza di quell’anziano e forse ancora più incuriosito che impaurito.

Maazin continuò:

Te lo chiedo in nome di mio nipote Aadil, e di suo padre Azeem, morto un anno fa. Lui avrebbe dovuto accompagnare suo figlio in questo viaggio verso la conoscenza della sua famiglia, come io accompagnai lui”.

Hadas continuava a non capire, ma allo stesso tempo sapeva che doveva ascoltarlo fino in fondo. Era qualcosa che superava la sua logica, entrava nel circuito di una strana consapevolezza cui non sapeva dare immagine, forma, ma che era lì, anche fisicamente, che gli premeva contro il suo stomaco.

Dimmi, vecchio, fammi capire come e se posso esserti d’aiuto”.

Il vecchio Maazin le sorrise. Quanti anni poteva avere quest’uomo? Quanta vita era trascorsa dinanzi ai suoi occhi e che tipo?

Ti chiedo solo di poter mostrare a mio nipote la vita della sua famiglia e porre il suo nome in quella storia. Solo questo. E poi andremo via

L’israeliano rimaneva sempre più sconcertato, ma decise di assecondare l’anziano palestinese.

Non riesco a capire come, spiegati meglio”.

Dietro casa hai un ulivo centenario, vero?”

Puoi portarci là?

Bada annuì col capo, e indicò al vecchio e al bambino la via. Mentre li conduceva pensò fra se stesso “ Che sciocco! La vera cortesia l’ha usata il vecchio. Lui sa certamente come arrivarci. Ha detto di essere il vecchio proprietario, ma ha usato verso di me la cortesia del riconoscimento che si tributa al “vero” proprietario”.

Arrivarono al giardino dietro casa, dove fra fiori e piccole aiuole, un’altalena e un tavolo faceva sfoggio di se un maestoso ulivo che risaliva, secondo la datazione del tronco, a circa il 1150 d.C. Era diviso in due tronconi, con un grande spazio cavo ma chiuso in mezzo dove entrava tranquillamente una persona.

Il vecchio palestinese lo guardò soddisfatto e Hadas poteva giurare di avergli visto una lacrima trattenuta in quegli occhi vecchi ma fieri.

Grazie, Hadas Benachia. Grazie di averci consentito di vederlo e grazie di averlo mantenuto così come lo lasciammo. Molti altri tuoi fratelli ne hanno fatto mensole e mobili

Hadas rispose ai ringraziamenti con un cenno del capo. Oramai la curiosità lo aveva sopraffatto e voleva andare sino in fondo.

Dimmi Maazin, come può quest’ulivo spiegare a tuo nipote le sue origini? Non posso credere che tu sia venuto qua solo per vedere questa pianta, anche se secolare e piena di fascino”.

Maazin rispose con un sorriso a sua volta, battendo la sua mano ossuta sulla spalla di Hadas, come se fossero conoscenti da una vita, fraterni amici e non due persone di due popoli diversi divisi da mura e odio.

Hai ragione, e meriti almeno una spiegazione. Ma fammi prima sedere alla sua ombra. Sono vecchio e le ossa scricchiolano e dolgono sempre di più”.

Hadas aiutò il vecchio a sedersi su una delle enormi radici che spuntavano dal terreno.

Dimmi Hadas, cosa hai sempre visto tu in questa pianta, oltre alla sua vecchiaia, alle sue radici e al suo tronco? Cosa mai ha saputo offrire ai tuoi occhi oltre i suoi frutti, la sua ombra?”.

Non saprei Maazin, cosa avrei dovuto mai vederci? Quanto vale per te quest’ulivo?

Il vecchio gli indicò il tronco e con un gesto gli fece cenno di avvicinarsi.

Guarda bene, Hadas. E guarda anche tu piccolo Aadil. Nella corteccia vedrete segnati i nomi della nostra famiglia. A destra segnavamo i nostri nascituri, sulla parte sinistra il loro nome quando Allah li riportava a se. Secondo l’altezza del segno capiresti come si è svolta la nostra storia. Mi hai chiesto quante vale per me, per noi, quest’ulivo? Ebbene posso risponderti: niente. Tutto

Hadas aguzzò gli occhi e vide. Vide quei segni che mai aveva osservato prima, forse troppo piccoli o quasi cancellati dal tempo, ma che inequivocabilmente erano lì, da molto tempo prima di lui. Di quei segni aveva sempre ignorato l’esistenza, perché mai si era soffermato veramente a guardare quell’ulivo, considerandolo solo come una pianta che era là, al pari dei sassi e della terra. Quella pianta aveva resistito ai secoli, al calore del giorno e al freddo della notte, al vento e alla pioggia, alle invasioni e alle lotte di tanti popoli. Aveva resistito alle ruspe israeliane che avevano abbattuto i vecchi edifici palestinesi presenti in loco. Era lì, maestosa, muta testimone di una verità volutamente ignorata da molti israeliani. Quell’ulivo, con quei segni, quei nomi che indicavano, con le tacche sulla corteccia, le nascite e i lutti di quella famiglia palestinese, senza ombra di dubbio mostrava a chi veramente appartenevano quelle terre. Hadaz capì solo allora quello che forse aveva sempre sospettato ma per mera convenienza mai ammesso: non c’era Dio, non c’era libro che potesse giustificare la sua presenza lì a scapito di quella di Maazin e del piccolo Aadil.

Il vecchio sembrò capire lo smarrimento di Hadas. Sembrava quasi averne compassione. Con un gesto lento cacciò dalla tasca un coltellino e lo porse all’israeliano. Hadas lo prese e capì prima che il vecchio parlasse.

Permetti a mio nipote di scrivere la fine della storia di suo padre e l’inizio della sua sul nostro albero della vita. Ti chiedo solo questo, amico mio

Hadas annuì col capo, porse il coltellino al ragazzino e lo issò sulle spalle, permettendogli di raggiungere il punto indicato dal nonno per incidere il nome suo e del padre. Dieci minuti, mezz’ora, una vita. Hadas non riuscì a percepire quanto tempo impiegasse il bambino a incidere i nomi sulla corteccia, ma gli sembrò che innanzi ai suoi occhi, nella sua mente, scorressero, in rapidi flash back, interi secoli di storia, di vita, di morte, di sopraffazione. Alla fine Radi gli fece cenno di aver finito, restituendogli il coltellino, e lui lo ripose gentilmente a terra, ammirato da quel bambino che dal suo silenzio traeva più parole di quanto inutili bocche potessero concedere.

Hadas fece per ridarlo a Maazin, ma lui lo rifiutò con un gesto secco.

Tienilo tu, Hadas Benachia. Ti ricordi, questa piccola lama, che l’acciaio può essere forgiato per uccidere ma anche, a volte, per ricordare e unire.”.

Hadas biascicò qualche forma di ringraziamento, mentre il vecchio palestinese si alzò e sorretto dall’israeliano e con a fianco il bambino si avviò, silenzioso, verso l’uscita della colonia.

Arrivarono al cancello. Il cane non latrava più, chissà quanto aveva smesso. Sua moglie Elisheva era lì al portone. Forse aveva visto tutto. Chissà se aveva capito così come aveva fatto lui, Hadas. Ma se non fosse stato così, lui le avrebbe spiegato ogni cosa, sperando di farle capire che il muro avrebbe potuto proteggerli da tutti ma non da tutto, non dalla verità. Che andava affrontata.

Il vecchio si rivolse a Hadas salutandolo in arabo.

Maha-s-salâmati” (Arrivederci)

“Shalom” rispose Hadas

Maazin si girò e fece per andarsene, il piccolo Aadil a fianco.

Hadas sapeva che non poteva finire là, non così.

Maazin!!!

Il vecchio si voltò verso di lui e lo guardò incuriosito.

Maazin, c’è nient’altro che possa fare per te?

Il vecchio sospirò, annuì col capo e rispose.

Insegna la storia di quell’ulivo ai tuoi figli. Insegna la storia della mia famiglia alla tua famiglia. Insegna ai tuoi figli che lo insegnino ai loro figli e nipoti. In modo che un giorno, quando mio nipote verrà ad incidere il mio nome sul lato sinistro dell’ulivo e il nome dei suoi figli e dei suoi nipoti sul lato destro, trovi, lui e i suoi discendenti, ancora quell’ulivo e la nostra storia. E trovino una porta aperta per accogliere e non un muro a respingere. Ti chiedo questo. È troppo?

Hadas sorrise, forse per la prima volta in quella giornata, iniziata col latte che bolliva, le fette di pane e la marmellata fatta in casa, le scodelle rotte e il latrare di un cane.

E troppo? E’ niente. E’ tutto!!



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