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lavoro pubblicato sabato 22 febbraio 2014
ultima lettura mercoledì 22 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

The Camelon Man ( Parte Prima)

di vennyrouge. Letto 515 volte. Dallo scaffale Fantasia

Giunta al palo in alluminio chiaro, si preoccupò di aggiustare le spalle al corpetto indossato e pettinare con le dita lunghe e smaltate in azzurro, il pelo d’animale, morto chissà da quanto tempo. “Pellame arruffato come la padrona.” ... ....

Amici, non ve n’abbiate con me:

io non sono certamente quest’uomo.

Possiedo però, quell’orologio, perché

donato assieme alla fantasia ed una

certa ironia, quale ha permesso questa

storia. Per questo motivo in particolare,

ringrazio mio padre, pure dovrei, per

mille diversi motivi. .

The chameleon man

(L’uomo camaleonte)

Il signore dai capelli corti e ben curato comodamente seduto sul sedile della metropolitana romana, si distingueva dagli altri passeggeri per la qualità degli abiti indossati.

La giacca grigia chiara, vestita sulla camicia dal colletto inglese a grossi quadri bianchi e celesti, non era, ad esempio unicamente di lana, e neppure d’ottimo “Fresco Lana”, ben sì: pregiato cachemire!

Fra l’altro di fattura ottima e altrettanto bene, cucita: a giudicare come gli cadeva!

Fin qui, niente di che, se fosse stato solo per questo, sarebbe valso vero per l’unico articolo del vestiario e non per l’intero guardaroba.

Pure i polsini in argento, o in oro bianco fossero, denotavano l’accuratezza e l’amore per il particolare, ma, potendo tuttavia essere un oggetto di famiglia, non persuadevano del tutto sulla personale agiatezza. N’erano, ad ogni modo un indizio, come del resto la restante parte dell’abbigliamento.

Sarebbe stato, però, l’orologio dal cinturino nero, del quale non avreste scorto le sottili lancette ma unicamente il luccichio del vetro pari a quello del diamante, a lasciarvi stupiti.

Non avrebbe potuto trattarsi diversamente di un “IWC”!

Un orologio con movimento meccanico. Un ultrapiatto con cassa a quattro viti.

Un vero gioiello! Tanto gli estimatori lo ritengono essere di maggiore pregio anche rispetto al Rolex.

“Indubbiamente uno strumento parecchio elegante a giudicare l’essenzialità del profilo.”

Per il resto, il tipo aveva un volto comune e non assomigliava né ad un politico, né ad un uomo di spettacolo.

Era possibile propendere per un professionista; un avvocato, piuttosto di un medico.

D’altronde, la cartella di pelle nera rigonfia accanto a lui, era adatta a trasportare carte e documenti e non somigliava in nulla a quelle tondeggianti, dove solitamente i dottori custodiscono lo stetoscopio ed i medicamenti vari.

Salito nel vagone alla stazione sotterranea di Subagusta, restava tranquillo ad attendere, fermata dopo fermata, il proseguire sferragliante del convoglio.

Arrivati all’altezza della stazione Manzoni, parve nondimeno innervosirsi.

In tutta fretta cercò di recuperare qualcosa nel taschino della giacca, poi esaminò minuziosamente le sacche dei pantaloni e con una nota di frenesia prese dalla borsa quanto desiderava: un vecchio paio d’occhiali con lenti molto scure di colore marrone.

Solo pochi istanti prima, era sembrato curarsi a lungo e con intenso interesse di una plafoniera incassata nel soffitto curvo e metallico del vagone. A seguire, aveva avuto una serie convulsa di starnuti e preso il fazzoletto bianco di stoffa, perfettamente pulito e stirato, se l’era portato al naso per allontanare con dei soffi d’aria forti e ripetuti il prurito agli orifizi nasali.

Alla nuova fermata del treno salirono nello scompartimento un gruppo di ragazzi, in età delle scuole superiori.

Gli occhi dell’uomo, rimasto sulle rigide poltrone rosse arancioni in “ABS”, tornarono ad esaminare il vuoto, quasi per rincorrere qualcosa nell’aria.

“Potevo scorgerli roteare convulsamente, fino all’estremo limite degli occhiali e delle lenti.”

Può darsi esaminava le minuzie ed i materiali con i quali le carrozze erano realizzate.

“Ciò era in grado far ritenere mi fossi sbagliato e si trattasse in ultimo di un ingegnere?” Non lo sapevo, e nel frattempo, mentre analizzavo il nuovo profilo professionale dello sconosciuto, questo, divenne preda di un raptus improvviso e improcrastinabile; fobia, o malessere grave, il quale lo spinse a togliersi le calzature.

Una di queste, scagliata in direzione della porta d’uscita, vi batté contro e andò in terra senza colpire alcuno dei presenti. L’altra, all'opposto, la pose ordinata sotto il sedile.

Rimasto in quella posa con i soli calzini blu ai piedi, perfettamente in tinta con i colori della cravatta, evitò di rivolgere lo sguardo ai passeggeri seduti di fronte.

“Del resto, ciò, parve essere idea migliore.”

Sarebbe rimasto dispiaciuto di sé, e dello spettacolo offerto, scorgendo la curiosità trasparire dal volto ed esprimersi forte nel loro sguardo.

I più dei presenti, in verità, non si accorsero di nulla perché abbastanza distanti dagli spazi in cui era situato il tale, e perché ancora troppo assonnati nell’orario di primo mattino in cui avvenivano i fatti.

Ad ogni modo, l’uomo, tentò in un primo tempo di reprimere la furia, e gli astanti, educatamente, a fare finta di non vedere.

Certo era, che tali stimoli prepotenti ne prevaricavano il senno e la commedia di cui si rendeva protagonista incominciava a fluire inarrestabile e similmente ad un fiume, il quale bagna e accarezza le sponde, così l’attenzione dei passeggeri andava ridestandosi alle stranezze della discinta condotta.

Lui, anziché rammaricarsi e tornare ad assumere il decoro, peggiorò la cosa. Incominciando a battere i piedi sul pavimento in linoleum, al medesimo modo compiono i bambini capricciosi, quando a tutti i costi, pretendono i genitori comprino loro un gioco o una piccola caramella.

La donna bionda, seduta al fianco, non attese altro tempo e pretesto, e avendo già deciso di alzarsi quando aveva tolto le scarpe, non intese attendere oltre.

Nella finta pretesa di fare in fretta, “Non ve n’era alcun bisogno”, finì per poggiare male in terra lo stivale, mancando in questo modo la presa e rischiando di cadere inginocchiata sull’altra gamba; o peggio, di rovinare al suolo, procurandosi dolore ed una gran brutta figura con i passeggeri.

Fortuna volle che il braccio sollevato sul corrimano mantenesse la presa, e lei, voltatasi in direzione dell’uomo, decidesse al punto di attribuirgli la colpa anche per quell’incidente.

Per questo lanciò un’occhiata furente e pietosa al medesimo tempo nella sua direzione.

Per dirgli: “Mentecatto!”

“Unicamente questo il motivo per tanta acredine?” In fin dei conti il vicino di posto altro non era, se non, uno sconosciuto.

“Caspita c’entrava “Lui” con “Lei” e perché ricevere tanta sgarberia?”

Poi, perché, quello sguardo? “Per caso le aveva rivolte delle proposte?”

Per il momento, quell’uomo si era solo levato le scarpe.

Un gesto anomalo. E’ vero, ma perfino ordinario per i tempi incombenti!

Manco doveva ritenersi responsabile per la mancanza di stile dimostrata da costui. “Indubbiamente!”

A patto non si fosse creata, inconsapevolmente, nel periodo trascorso assieme da vicini di posto, una specie d’affinità di tipo intellettuale. “Un’empatia, per così dire.”

Certamente il tipo si presentava bene ed era appetibile per una donna di quell’età, non ancora sposata, oppure da poco divorziata, la quale voleva rifarsi una vita e si trovava a conoscerlo fortuitamente.

Questo fatto presupponeva che la bionda, nel peregrinare in metro, confidasse in ciò e desiderasse effettivamente un approccio?

“In quei brevi minuti tra le fermate?”

Sembrava improbabile, ma: “Uhm! Sì! Forse, ci poteva stare!” - La cosa, poteva avere un senso.

Per certo poi, la “Bionda”, poteva considerarsi affascinante nei suoi jeans firmati, stretti e adoperati all’interno dello stivale di pelle color panna, dal gambale lungo ed aderente.

“Poi la stola di pelliccia indossata?”

Pareva indicare velleità nel vestire e piacere a vantare uno status un tantino sopra degli altri. “Dei presenti nella metropolitana, almeno.”

In ogni caso, quell’uomo, se single, poteva essere per lei un partito.

“Buono, o cattivo, questo sarebbe stato tutto da vedere!”

Purtroppo non ricordavo in quale delle stazioni era salita in carrozza, e non conoscendo l’interazione tra loro, procedevo a caso.

Fino ad ora, avevo pensato trattarsi della moglie, oppure della compagna.

Esteticamente, entrambi erano apparsi simili per stile, età e chissà quant’altro.

Così, evidentemente non doveva essere e lei, temendo quel tipo d’accostamento, andò a rimarcare la distanza. Tant’è, che aggiunse acida ed a bassa voce, ma abbastanza distintamente da lasciarsi udire:

“Ovviamente, sbagliava.”

Il tipo non lo era per nulla.

“Assai mutevole è il destino con gli esseri umani e in quale modo cambiano fulminee, le sorti tra due anime, le quali si ritrovano accanto per un momento, per un pezzo di strada o per un piccolo percorso insieme, seppur compiuto in metropolitana.”

Il tale avrebbe potuto suscitare le sue attenzioni con una scusa, magari semplicemente domandandole l’ora, perché il proprio bell’orologio si era guastato.

Meglio: “Perché si era scaricato!”

Tutto questo non sarebbe stato sconveniente, se intendeva iniziare una conversazione da qualche parte doveva cominciare, e una cosa banale, ma non sciocca, rimane comprensibile ed é meglio di un‘immediata dichiarazione.

Avrebbe pure potuto pensare ad una domanda diversa e incominciar, la chiacchierata, partendo dal chiederle quale fosse la prossima fermata. Parlare delle bellezze della città, di un film.

Lei avrebbe potuto trovare piacevole il discorrere e scoprire un’affinità, e poi: “Chissà, cosa sarebbe nato.”

Tutto sarebbe diventato un ricordo; un passatempo, una volta fuori dalla stazione. Oppure, sarebbe divenuta un’amicizia?

“Una nuova occasione?”

“Un amore?”

Adesso erano giunti in linea retta alla disfatta!

“Lei puntualizzava!”

Delusa, si alzava per allontanarsi. “Per recuperare le distanze!”

Per dire a tutti:

L’uomo non badò all’imprecare, “Figuriamoci dunque, se ebbe modo di considerarne la sola presenza.”

Del resto, lei, per lui, era anonima, ed in ciò, invero, l’offesa.

“Sì!”

Lui non si era accorto di lei che gli era stata accanto e della sua bellezza. “Per questo motivo doveva pagare!”

I freni inibitori dell’elegante passeggero, già caldi al momento di prendere gli occhiali, si erano riscaldati ulteriormente nel battere dei piedi per terra, svolto da questi con lo sguardo rivolto nel vuoto. Ancor più si andavano liquefacendo al calor bianco delle robuste pulsioni ora avvertite all’interno del corpo.

Riprese così. lo spogliarello. Togliendo da dosso, prima il calzino destro e dopo il sinistro.

Non aveva finito di gettarli nel mezzo del camminamento che l’avvenente bionda si aggrappava al corrimano centrale, piazzato tra le porte in corrispondenza dello schermo Tv dal quale era diffusa la pubblicità.

Lei era fuggita da lui volgendogli la schiena per sempre, e dava adesso con il rapido gesto del capo, una sferzata ai lunghi capelli tinti da poco dal parrucchiere.

“Per riassettarli.”

“Per ripulirsi.”

Giunta al palo in alluminio chiaro, si preoccupò di aggiustare le spalle al corpetto indossato e pettinare con le dita lunghe e smaltate in azzurro, il pelo d’animale, morto chissà da quanto tempo.

“Pellame arruffato come la padrona.”

Riprese poi, con altrettanta indifferenza, a mordere la gomma da masticare, e ultimò l’azione degna di teatro, passandosi il mignolo ai lati della bocca. “Per togliere l’eventuale eccesso di rossetto viola.”

Ci fosse stato modo: sarebbe scesa di corsa. N’ero certo. “Quella donna moriva dalla vergogna o almeno, così intendeva dare a vedere.”

I piedi di costui, fuori delle calzature, apparivano incredibilmente più grandi di quanto si aspettavano vedere le persone sedute di fronte.

Non si sarebbe potuto sostenere, ragionevolmente che tali estremità trovassero alloggio in quell’elegante e nuovo paio di scarpe. ... (Segue parte seconda)



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