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lavoro pubblicato martedì 18 febbraio 2014
ultima lettura giovedì 15 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

DEAD MAN WALKING

di Mario Vecchione . Letto 1009 volte. Dallo scaffale Horror

Lacella è fredda stanotte. L'ultima notte di un condannato a morte..Domano alle 4.55 antimeridiane verranno a prenderlo, dopo averloimbracato con strisce di cuoio. Attraverseranno il corridoio,scenderanno due rampe di scale, passeranno per un co...


La
cella è fredda stanotte. L'ultima notte di un condannato a morte..
Domano alle 4.55 antimeridiane verranno a prenderlo, dopo averlo
imbracato con strisce di cuoio. Attraverseranno il corridoio,
scenderanno due rampe di scale, passeranno per un cortile fino a un
capannone in fondo. Lì c'è un palco preparato con una bella forca
penzolante. Gli metteranno un cappuccio nero sulla testa, lo
aiuteranno a salire i tredici scalini, lo sistemeranno sulla botola
che, ad un segnale, slang! si spalancherà e lui vi penzolerà
dentro. Si scuoterà un poco negli spasimi dell'agonia, finché
resterà immobile e giustizia sarà fatta. Un altro assassino in
meno. Mille volte ha rivisto, come in un film, la scena della sua
esecuzione. Il momento è arrivato. Lui è solo. Nelle celle vicine
non c'è nessuno. Nessuno a seguire i suoi ultimi passi verso la
morte e a salutarlo. Solo con la sua coscienza. Ha consumato l'ultimo
pasto. La cella è in penombra, nonostante una lampadina nuda
pendente dal soffitto, accesa giorno e notte. Fa freddo dentro e
fuori. Si odono tuoni, colonna sonora di una pioggia battente. Lui
fuma molto. Si siede sul lettino e si rialza. Non vede l'ora che
tutto finisca. Ora è un altro film che sta rivedendo nella memoria:
quello che ha fatto tre anni fa....La fattoria era isolata. Era una
notte d'estate, calda. Voleva entrare nella casa, rapinare i
proprietari e andarsene con un bel mucchietto di dollari in tasca a
godersi un po' la vita a Frisco, ma era andata diversamente. La
donna, accortasi che il marito era sotto la minaccia del fucile,
aveva urlato nel silenzio notturno, ma lui non poteva rischiare. Le
aveva sparato alla testa, facendole schizzare sangue e cervello
sulla parete della stanza. Poi era toccato all'uomo. Un colpo gli
aveva squarciato lo stomaco e lui si teneva le viscere che gli
traboccavano, fumanti e sanguinanti, Ma c'era un' altra persona nella
casa. Una bambina. Una piccolina sui sette anni, bionda, con gli
occhi azzurri, che sì era affacciata sulla soglia della stanza del
massacro, con lo sguardo ancora appiccicoso di sonno, che fissava i
suoi genitori immersi in una poltiglia di sangue. Non aveva gridato.
Era come inebetita e riuscì a scappare. Lui la inseguì e la colpì
alla schiena. La violenza dello sparo la proiettò in aria, dove
piroettò, prima di cadere sul pavimento, supina, con un grosso buco
al centro del petto. Era scappato senza prendere nulla. Si era
nascosto nella cittadina vicina, finché lo avevano preso per via di
un'impronta che aveva lasciato col suo stivale....


Ecco,
il film di quella notte orribile era finito. Si sedette di nuovo sul
lettino e si accese un'altra paglia. Il fumo s'alzava, in volute
serpentine, verso il chiarore della lampadina. La pioggia batteva
furiosa, accompagnata dai sibili del vento. Poi notò qualcosa fuori
le sbarre nel corridoio. Una specie di nebbia, dapprima velata, come
una trasparenza ialina, poi più consistente. Temette un incendio, ma
non si sentiva puzza di bruciato. La nebbia s'intrufolò nella cella
e la riempì tutta. Lui non aveva paura. Quel fenomeno doveva avere
una qualche spiegazione, forse era vapore portato dal vento.
All'improvviso il fumo si sdoppiò in tre parti e ogni parte iniziò
ad addensarsi, fino a diventare più netta, trasformandosi, piano
piano, in una figura dai contorni umani. Si accovacciò su letto,
appoggiandosi alla parete, con gli occhi sbarrati. Le tre forme
diventavano, intanto, sempre più nette, con braccia, gambe, testa,
corpo, finché si rivelarono in tutta la loro consistenza. E li
riconobbe. Erano loro, perfettamente riconoscibili: madre, padre e
figlia. Coloro che aveva massacrato. Erano di un livido azzurrino,
scarnificati, con gli occhi spalancati. Della testa della donna si
distingueva solo un occhio, orrendamente fisso sull'uomo; il marito
aveva un grosso foro nello stomaco, tanto che si poteva intravedere i
mattoni della parete dirimpetto e la bambina si teneva il petto,
quasi a nascondere l'orribile ferita che l'aveva scaraventata in
aria. Avanzavano come al rallentatore. Lui non aveva la forza di
urlare e si appiattì sempre di più contro il muro, sudando
copiosamente. I tre, sempre fissandolo, s'inerpicarono sul letto, lo
raggiunsero e lo circondarono, quasi abbracciandolo. Un orrendo puzzo
di decomposizione gli fiatava addosso. Riuscì solo a dire.- Andate
via! Via! Io non volevo, velo giuro.


Le
tre figure obbedirono. Scivolarono dal letto e attraversarono le
sbarre, ma non andarono via. Con le mani attaccate alle sbarre,
continuarono a fissarlo. Lo avrebbero fatto fino all'alba,
tormentandolo. Lui lo capì. Non poteva sopportarlo. Era inutile
chiedere aiuto, non lo avrebbe udito nessuno in quel padiglione
isolato. Allora si decise. Scese dal letto, si avvicinò alla parete
e cominciò a sbattere la testa contro i mattoni, una, due, tre,
dieci volte e ancora, ancora, sempre più forte, mentre il sangue
colava sul viso e una ferita scura s'allargava sulla fronte. Ancora,
ancora, mentre quelli lo osservavano, finché s'afflosciò su se
stesso. Le tre figure, stranamente ghignanti, si allontanarono. La
pioggia aveva smesso, il vento s'era chetato. Qualche timida stella
era comparsa nel cielo rasserenato.



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